venerdì 30 luglio 2010
 
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Discorso del Sen. Giuseppe Valditara PDF Stampa E-mail
venerdì 14 maggio 2010

DISCORSO TENUTO IL 14.5.2010  AL CONVEGNO: “LA MILANO CHE VOGLIAMO” ORGANIZZATO DA RIFORME E LIBERTA’ E GENERAZIONE ITALIA  

Io amo Milano, la amo da milanese, da lombardo, da italiano.

 

Il mio amore da milanese è sentimentale, da italiano è razionale.

 

I periodi più luminosi della storia italiana dall’unità ad oggi sono stati quelli in cui l’Italia ha avuto due capitali e quella morale e civile è stata Milano: il motore economico, finanziario, culturale dell’unità, dello sviluppo, della ricostruzione del nostro Paese.

 

Da almeno 20 anni a questa parte si ha l’impressione che in Italia non esista più una seconda capitale e l’indubbio spostamento di risorse, sempre più verso Roma, iniziato proprio con gli anni ’90 ne è una conseguenza, non la causa.

 

E’ anzi paradossale che questa penalizzazione finanziaria e questa incapacità di essere ancora l’altra capitale del Paese coincida proprio con l’affermazione della Lega, un movimento che al di là di slogan certamente ad effetto non ha mai saputo porre, anche per una certa refrattarietà all’analisi culturale, la centralità di Milano nel contesto nazionale.

 

Credo che il problema di Milano sia innanzitutto quello di ritrovare la sua anima, la sua identità, per poter costruire su di essa il suo futuro.

 

C’è un passo del Vangelo in cui Cristo dice: “la mia testimonianza è vera perché so da dove vengo e so dove vado”.

 

La crisi di identità di questa città passa attraverso più fattori: la grande immigrazione degli anni ’60 e ’70; la deindustrializzazione e la crisi del commercio: pensate che negli ultimi 20 anni si sono persi 200.000 posti di lavoro e 450.000 abitanti, hanno chiuso quasi 30.000 negozi. E’ scomparsa quella grande borghesia che aveva dato espressione plastica ai valori di laboriosità e onestà tipici di questa città. In compenso vi è stata l’esplosione del terziario avanzato e quindi l’esplosione dei servizi, il che significa una città sempre più senza confini fisici, sempre più globale.

 

La città ha cambiato fisionomia e per troppi anni si è proceduto a costruire interi quartieri senza identità, anonimi, palazzacci senz’anima e con qualche speculazione di troppo.

 

E infine Tangentopoli che ha inciso pesantemente sulla fiducia di questa città in se stessa, oltreché sulle sue finanze. La costruzione della linea 3 della MM, della stessa lunghezza di un analogo tratto della metropolitana di Zurigo, ha richiesto 3 volte il tempo, e 3 volte i costi.

 

Non vorrei che si dimenticasse tutto questo quando si danno giudizi troppo sbrigativamente assolutori su quel fenomeno corruttivo che ha dilapidato le risorse pubbliche, che ha anteposto l’interesse di singoli a quelli della comunità. Un periodo in cui la politica ha esteso il suo controllo soffocante su tutta la società.  Quel periodo non deve tornare.

 

Ma quale è l’anima di Milano, quali sono i suoi valori più autentici, quelli che nel corso dei secoli l’hanno caratterizzata?

 

Ne ho individuato alcuni e penso che da questi dobbiamo ripartire.

Innanzitutto la sua straordinaria capacità di far sentire chiunque un milanese, cioè la capacità di integrare.

 

Il suo patrono è uno straniero, nato a Treviri, acclamato vescovo per le sue doti morali, e un altro grande santo, Agostino, abbandona Roma e viene a Milano, come tanti altri suoi compatrioti, “nell’appassionata ricerca della verità e della sapienza”, come scriverà poi nelle Confessioni.

 

Del resto la capacità di milanesizzare è una caratteristica che questa città ha saputo mantenere nel corso dei secoli: Stendhal, volle scritto sulla sua tomba: “un milanese” e persino quello che la storiografia ha rappresentato come il nemico storico di Milano, il conte Johann Wenzel Radetzky von Radek, si stabilisce a Milano da pensionato per venire qui a morire.

 

L’altra caratteristica è la sua straordinaria apertura. Fra 3 anni ricorre una data simbolo della più autentica identità di questa città, i 1700 anni dall’editto di Milano, uno dei fatti più importanti per la storia della civiltà occidentale: “chiunque è libero di praticare la propria fede e nessuno può essere discriminato per il proprio credo religioso”. La battaglia dei martiri cristiani per l’affermazione della libertà religiosa trova in questa città la sua affermazione.

Milano ovvero la sua straordinaria capacità di evolvere che è poi alla base della sua capacità di innovare.

 

Da piccolo villaggio celtico, sconfitto da Roma alla fine del III secolo a.C., diventa capitale dell’impero romano proprio a scapito di Roma, e poi, dismesse le vesti di maestosa capitale della burocrazia imperiale, nel medioevo la ritroviamo, insieme con le altre città lombarde, all’avanguardia in Europa nella finanza e nel commercio, tanto che non vi è città europea che non abbia una Lombard street.

 

L’innovazione presuppone una grande attenzione all’istruzione. Plinio nel II secolo d.C. ci racconta che all’epoca Milano era nota perché le famiglie milanesi facevano a gara per scegliere per i propri figli i migliori maestri, e nel medioevo la città era fra le poche in Europa ad avere una rete di scuole comunali pagate dal comune e gratuite per tutti. Cattaneo già nei primi decenni del 1800 intuisce la straordinaria importanza dell’istruzione tecnico-professionale per lo sviluppo di Milano e della Lombardia. E ancora agli inizi del 1900, mentre a Palermo i maggiorenti della città chiedono la chiusura delle scuole elementari fonte di corruzione dei giovani, a Milano il comune discute su come trovare i soldi per pagare di più gli insegnanti per valorizzarne il ruolo.

 

Milano è anche la città della ragione, mai del fanatismo o dell’oscurantismo: Verri e Beccaria ne sono il simbolo.

 

L’apertura al futuro. Basti pensare alla Milano degli Sforza e a Leonardo che proprio qui trova il clima ideale per mettere le basi della ricerca scientifica moderna. Le riforme di Maria Teresa. All’inizio del 1800 Milano aveva 500 ingegneri, tanti quanti Parigi, il doppio di Torino. La rivista il Politecnico, la prima centrale elettrica italiana, il ruolo della chimica, dei suoi ospedali dove si fa ricerca di avanguardia. Non è un caso se il futurismo nasce proprio a Milano.  

 

La solidarietà: la trama odierna degli ospedali lombardi si costituisce nel medioevo. Milano è stata la prima città a sviluppare già 1000 anni fa una rete di istituzioni caritatevoli per orfani, vedove, vecchi. All’inizio dell’1800 c’erano a Milano tanti ospedali quanti a Londra, pur con un decimo della popolazione.

 

E fu un medico francese, innamorato di Milano, Federico Ozanam a fondare qui la San Vincenzo.

 

E’ del resto la città che in Italia ha la più alta percentuale di donazioni di sangue e di organi.

 

Infine tre caratteristiche che ne hanno fatto a buon diritto dall’unità e fino a 20 anni fa la capitale morale dell’Italia.

 

La legalità: sottolineava la professoressa Galbiati, in un bel seminario che abbiamo organizzato in preparazione di questo convegno, come nel film “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti l’unico dei numerosi fratelli immigrati a Milano che ce la fa sia colui che segue le regole, che si integra nel rispetto di quella identità milanese e lombarda fatta ancora una volta di lavoro e di onestà. E non è un caso se il presidente di Assoedilizia, Colombo Clerici, in un altro seminario organizzato sull’identità milanese, ci abbia ricordato che mentre Roma ha 8500 ha di lottizzazioni abusive, pari a 2/3 del territorio di Milano, nella nostra città il fenomeno è marginale.

 

Milano è stata del resto la città dei patari (Arialdo e Anselmo da Baggio) e del giansenismo, che in epoche diverse chiedevano un rinnovamento morale della società e delle istituzioni del tempo, innanzitutto la chiesa.

 

Una città borghese, si è detto, che ha fatto per molto tempo della misura, della discrezione, del garbo la sua identità, anche nella sua architettura: basti guardare ai suoi splendidi giardini interni, non ostentati, mai esibiti.

 

Una città in cui i nostri vecchi dicevano che bastava una stretta di mano, la parola data, per chiudere un accordo, forse una città un po’ingenua, come la dipinge certa cinematografia romana degli anni ’70, ma certamente con il culto della buona fede.

 

Da qui, da questi valori, che in parte sono ancora ben vivi nella nostra società, in parte sono tizzoni che ardono sotto la cenere, dobbiamo ripartire.

 

Quali sono i nodi strutturali?

 

Occorre innanzitutto ricostruire il tessuto sociale. Come altre grandi città occidentali, Milano presenta una società in cui si avvertono segni di disgregazione, una società sempre più frammentata. Il premier inglese Cameron, tanto caro a Gianfranco Fini, parla di broken society.

 

Qui vi è il più alto numero di single, un numero sempre più elevato di anziani soli, e spesso abbandonati a se stessi, pochi bambini, che richiedono attenzioni che non sempre hanno. Dobbiamo saper ricostruire una trama comune, che ridia quello spirito di serena unità e fiduciosa collaborazione che era così ben espressa per esempio dalle corti lombarde e dalle case di ringhiera.

 

E’ centrale il ruolo della famiglia come grande ammortizzatore sociale, e come collante fra generazioni. Le politiche per la famiglia devono assumere dunque un ruolo sempre più centrale per la amministrazione cittadina.  

 

La sfida economica. Alcuni passaggi chiave: 1) la ricerca e l’innovazione, e qui dobbiamo avere il coraggio di resistere alle tentazioni della crisi, a iniziare dalle politiche del governo nazionale: si risparmi sui costi anomali delle spese per acquisti nella sanità (cresciute del 50% in 5 anni), si razionalizzino gli enti locali, province e comuni, si fissi un limite alle consulenze, etc., ma non si tagli sulla ricerca; 2) il credito e l’accesso al credito e un sistema di fideiussioni pubbliche per chi se le merita; 3) le infrastrutture, e a questo proposito vorrei sapere quando verranno liberalizzati gli slot di Malpensa; prioritarie sono le grandi direttrici con il Nord Europa e con Genova; 4) si incoraggi e si favorisca la imprenditoria locale sul modello dello small business act, che grazie alla mia mediazione venne adottato lo scorso autunno dal comune di Milano in accordo con tutte le associazioni artigiane. Ora però deve essere concretamente applicato. 

 

La qualità della vita.

 

Ci vuole una rivoluzione ambientale. Dobbiamo prendere in mano la battaglia per un ambiente vivibile, sappiamo tutti che la salute dei nostri figli è a rischio. La sfida per la qualità dell’aria e dell’acqua è la sfida del futuro.

 

Il decoro: più pulizia nelle strade; meno graffiti: ora, grazie anche ad un mio emendamento al decreto sicurezza accolto dal Parlamento, gli strumenti ci sono, i graffitari possono finalmente finire in galera.

 

Sicurezza.

 

Intanto la legalità. La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto: Gianfranco Fini ha detto “chi sbaglia paga”. I corrotti, a qualunque partito appartengono, devono essere cacciati dalla politica.

 

E lotta senza quartiere a mafia e ‘ndrangheta: il Governo sta facendo bene la sua parte. Attenzione proprio qui in Lombardia e soprattutto in alcuni comuni della provincia di Milano a non scendere mai a patti con ambienti vicini alle associazioni criminali, magari per avere in cambio qualche centinaio di voti. La mafia è un cancro che va estirpato dalle nostre terre senza esitazione. E poi più controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine. E al governo chiediamo: certezza della pena! Ricordo una dichiarazione di un giovane clandestino arrestato, ripresa tempo fa da alcuni giornali: “in Italia” disse “vengono più delinquenti che altrove perché in tutto il Mediterraneo è noto che da voi si può rubare senza problemi, tanto in galera non si va mai o al massimo si resta per poco”.   

 

I servizi.

 

Milano è certamente più avanti rispetto ad altre città italiane, ma il modello devono essere le capitali europee:

 

1) un sistema organico e integrato di trasporti come a Monaco;

 

2) una rapidità di risposte della pa alle imprese e ai cittadini, eliminando la carta, i documenti cartacei, e completando la informatizzazione delle procedure, in specie nei rapporti tra pa e imprese.

 

Infine le riforme. Non capisco perché sia stata abbandonata la proposta fatta da Formigoni nella scorsa legislatura di attribuire alla Lombardia alcune quote di autonomia particolare. Non capisco perché, per esempio, la istruzione professionale sia stata ristatalizzata, quando abbiamo già in Lombardia una eccellente formazione professionale. E’ giusto che ci siano modelli differenziati di federalismo.

 

Prima di concludere, una battuta sul federalismo fiscale. Dirò subito che sono a favore, non foss’altro per riequilibrare almeno in parte un residuo fiscale che penalizza oltre ogni misura la Lombardia, ma non capisco perché aspettare 5 anni per mettere in piedi un meccanismo particolarmente costoso, almeno nella sua fase iniziale, e non si impongano subito tagli a quelle regioni poco virtuose: perché dobbiamo aspettare 5 anni per far sì che in Calabria una sacca di sangue non costi più 4 volte che in Lombardia o una scatola di cerotti 100 volte più della media nazionale?

 

Quale futuro dunque per Milano? Quale ruolo? Una cosa deve essere chiara: noi non siamo l’ultima propaggine di un’Italia mediterranea. Noi siamo e vogliamo essere innanzitutto una grande città europea, uno dei motori dello sviluppo europeo per portare l’Italia intera in Europa. Ed è per questo che dobbiamo tornare ad essere l’altra capitale, è per questo che dobbiamo attrezzarci, per vincere la sfida con Francoforte, Monaco Barcellona, Lione, Amsterdam.

 

Quel ruolo di avanguardia che la nostra città ha saputo svolgere per oltre un secolo dall’unità d’Italia, vogliamo torni ad essere la cifra della nostra identità, come le querce della nostra terra: robuste radici ben piantate nel suolo e alti rami protesi nel cielo.

 
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lunedì 16 novembre 2009

Discorso tenuto dal Sen. Giuseppe Valditara al convegno “Rilanciamo l'Italia dall'economia alla politica” tenutosi a Milano il 16.11.09 

Riforme e libertà è una associazione costituita da parlamentari del Popolo della Libertà. Per capire che cosa ha ispirato la nostra iniziativa proverò a spiegare i nostri valori di riferimento e alcune nostre proposte, lasciando a Mario Baldassarri il compito di approfondire alcuni temi centrali e a Cristiana di concludere. C’è una parola che sta a fondamento della costituzione italiana, questa parola è persona. In un odg votato il 9 settembre del 1946 si riconosce infatti la “precedenza sostanziale della persona (intesa nella completezza dei suoi valori e dei suoi bisogni non solo materiali, ma anche spirituali) rispetto allo stato”. Persona è una parola coniata in Italia 2500 anni fa e proprio in Italia, nei secoli successivi, si è affermato il principio che il diritto e lo Stato sono costituiti per ciascun uomo, perché ciascun uomo possa godere di libertà, sicurezza, prosperità. Dunque per difendere i beni materiali e spirituali di ciascuno, per consentire a ciascuno di goderne senza timore, per favorire l’accesso di tutti i consociati a quei beni materiali ed immateriali. Questa idea di persona, come centro del diritto e della storia, si è estesa a tutto il mondo cosiddetto occidentale ed è stato il fondamento delle rivoluzioni liberali su cui si fonda la nostra civiltà.Vi è poi un altro concetto che riteniamo fondamentale: è sintetizzato in un passo  dell’antico Testamento, nel libro I dei Maccabei, siamo dunque 200 anni prima di Cristo: qui sta scritto che un popolo era noto in tutto il mondo per una caratteristica che lo distingueva rispetto ad ogni altro, il popolo era quello di Roma, la caratteristica è la centralità della buona fede. Credo che da qui si debba ripartire, dalle origini della nostra storia, dalle radici della nostra identità: persona e buona fede. Se la politica deve essere fatta in funzione della persona dobbiamo porci innanzitutto il problema di come garantire ad ognuno di realizzare le proprie aspirazioni, di come garantire a ciascuno una opportunità per farcela nella vita. Perché questo non sia solo uno slogan, nostro compito è prenderci cura della società, superare le fratture sociali. Dobbiamo favorire l’inclusione e non la emarginazione sociale, dobbiamo essere consapevoli che il gretto egoismo individualistico, gli animal spirits della società, come vennero definiti, non sono adeguati a garantire il duraturo benessere e la prosperità dei cittadini di una nazione, ma semmai il benessere e la prosperità di alcuni a danno di altri. E’ interessante leggere lo slogan che ha caratterizzato il recente congresso dei conservatori britannici a Manchester: “Esiste la società, ma non si identifica con lo Stato”. E’ il rinnegamento dello slogan preferito da Margaret Thatcher che amava ripetere “non esiste una cosa chiamata società”, che accettava dunque l’idea che homo homini lupus e che solo il più forte ha diritto a sopravvivere. La centralità della società deriva dal fatto che è stata costituita per gli uomini. La società è essenziale per consentire agli uomini di vivere meglio. La società, come poi lo Stato, è nata per garantire libertà, sicurezza, e prosperità.  Cameron, il futuro premier inglese, ha coniato uno slogan che farà discutere: conservatorismo progressista, un pensiero politico che torni ad occuparsi dei bisogni di ogni donna e di ogni uomo, che non lasci per strada nessuno e che metta dunque al centro delle proprie politiche la qualità della scuola, dell’ambiente, della sanità e dei servizi sociali, la sicurezza e la ricerca. In altre parole che abbia al centro la qualità della vita di ogni cittadino. Come farlo? Con una politica di riforme. Essendo la garanzia della libertà e la diffusione della prosperità due obiettivi fondamentali di una società organizzata, essenziale è la riforma delle tasse. Già diceva Cicerone che quando si tassa la proprietà in modo eccessivo e senza che il ricavato venga speso per finalità fondamentali e condivise, ben evidenti ad ognuno dei contribuenti, il cittadino perde l’affetto per lo Stato, sente come sempre più estraneo quel patto sociale su cui lo Stato si fonda. Abbassare le tasse sulle famiglie, sulla casa, sul lavoro, sulla intrapresa economica è un passaggio fondamentale per accrescere benessere, equità e opportunità e soprattutto per creare più ricchezza privata e pubblica, più risorse da spendere per realizzare i bisogni fondamentali di ciascuno. Ovviamente, siccome il realismo è una categoria politica essenziale, abbassare le tasse si può a patto che nel contempo si risani la spesa pubblica e si combatta l’evasione fiscale. Occorre dunque come prima cosa spostare la spesa, da quella improduttiva e parassitaria a quella che genera sviluppo.  Il Governo ha affrontato bene l’emergenza. Ora, tuttavia, occorre andare oltre l’emergenza. Dobbiamo incoraggiare una timida ripresa. E’ proprio questo il momento per iniziare a mantenere gli impegni presi con gli elettori. Basta leggere le relazioni della Corte dei Conti per capire, per esempio, che non è accettabile una spesa sanitaria cresciuta negli ultimi 5 anni del 40%, non sono più accettabili casi come quello della Calabria dove un pacco di cerotti viene acquistato dalla sanità locale ad un prezzo 100 volte superiore alla media nazionale o dove una sacca per trasfusioni costa  4 volte più che in Lombardia e non possiamo aspettare, per eliminare questi sprechi, un federalismo fiscale che deve entrare in funzione fra 5 anni e che probabilmente ci metterà ancora più tempo per funzionare. Spendiamo 40 miliardi di euro l’anno per finanziamenti a fondo perduto alle imprese: i due terzi delle imprese private finanziate dopo 3 anni non esistono più. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le province anziché eliminarle. Da una economia assistita dobbiamo passare ad una economia di sviluppo. Per far crescere la competitività dell’Italia dobbiamo mettere al centro la ricerca. D’altro canto è dalla ricerca che si migliora la qualità della vita della gente. Dirò subito a questo riguardo che prima di ogni altra riforma dobbiamo investire nel merito: il merito dei docenti e dei ricercatori, pagando di più con contratti individuali integrativi chi fa ricerca e didattica di qualità; il merito degli studenti, con borse di studio per i più capaci; il merito dei progetti di ricerca: 100 milioni di euro per 100 progetti di eccellenza; il merito delle strutture di ricerca, come si è fatto in Germania e si sta facendo in Francia: concentrare cioè risorse importanti su quei dipartimenti che possono diventare eccellenze a livello mondiale. Possiamo reperire mezzo miliardo di euro dalle contribuzioni studentesche aggiuntive: se non è equo aumentare le tasse universitarie, è giusto che chi si è laureato, e ha trovato un lavoro, paghi nella sua prima dichiarazione dei redditi una modesta cifra, rateizzabile anche in 20 anni, per compensare il beneficio ricevuto dalla sua università. E’ stata la rivoluzione di Blair per rilanciare i finanziamenti alle università britanniche. Ci apprestiamo a discutere la riforma universitaria: è una buona riforma, ma va finanziata.   Dobbiamo collegare l’impresa all’università: ho proposto i research bond, titoli di debito, obbligazioni, ma anche azioni, che finanzino società costituite appositamente per investire in progetti di ricerca: detassiamo utili, plusvalenze, interessi, derivanti da queste società, rendiamo deducibili gli investimenti in queste società. In Messico creano zone franche per imprese high tech, noi dobbiamo creare franchigie fiscali per chi investe nell’high tech. Avere a cuore le necessità della gente significa investire in infrastrutture. Dico agli amici leghisti: anziché pensare al dialetto nelle scuole vogliamo impegnarci a far sì che entro 5 anni chi viene a Milano da Novara o da Bergamo non debba più stare in fila per un’ora sull’autostrada? A prevedere che quando gli svizzeri nel 2016 termineranno la nuova linea del Gottardo, da Lugano a Milano (70 Km.) non ci si metta come da Zurigo a Lugano (210 km.). Vogliamo liberalizzare gli slot di Malpensa per consentire alla Lombardia di tornare ad avere un grande aeroporto internazionale? Passato da 1873 voli settimanali a circa 300. Prendersi cura della società vuol dire favorire una società più solidale, verso chi ha bisogno, chi soffre, chi non ce la fa, chi rimane indietro. Solidarietà significa investire innanzitutto nella famiglia come primario ammortizzatore sociale e dunque trasformare finalmente in fatto concreto il cosiddetto quoziente famigliare, per diminuire le tasse sulle famiglie. Solidarietà significa favorire il credito alle imprese con un apposito fondo pubblico di garanzia: dalla stabilità delle banche dobbiamo passare ora alla stabilità delle imprese. Significa prevedere, come giustamente sta facendo il Governo, un ruolo forte degli ammortizzatori sociali, ma significa anche prevedere che chi rifiuta un lavoro, chi rifiuta di partecipare a corsi di qualificazione professionale, chi rifiuta di lavorare per servizi di pubblica utilità, veda diminuita la sua protezione sociale, fino alla cancellazione dalle liste di collocamento. Solidarietà significa lottare contro i falsi invalidi, contro i falsi malati, contro gli evasori fiscali, contro chi per egoismo sottrae a chi ha veramente bisogno. Il Governo sta facendo la sua parte nel rendere più efficiente e trasparente la Pubblica Amministrazione, va sostenuto in questa importante battaglia. Solidarietà significa anche predisporre un piano pluriennale per stabilizzare gradualmente, sui posti liberi, quei docenti della scuola che ogni anno insegnano con contratto a termine. Si tratta di insegnanti che in gran parte hanno vinto un concorso, o hanno fatto le scuole di specializzazione. E’ indegno di un Paese civile che migliaia di famiglie ogni anno non sappiano se potranno contare su uno stipendio per l’anno successivo; è indegno di un Paese civile che lo Stato ricorra da molti anni ormai a furberie levantine per risparmiare risorse, pagando 10 mesi di stipendio a chi insegna tutto l’anno.  Occorre creare le condizioni perchè si possa finalmente avviare la  riforma della formazione e del reclutamento meritocratico e selettivo dei docenti, che è la vera riforma della scuola. Bisogna differenziare le retribuzioni sulla base della preparazione e dell’impegno, si devono valutare i risultati ottenuti da ogni singolo istituto. Solidarietà significa anche consentire a tutte le famiglie, anche a quelle meno abbienti, di scegliere il modello educativo più conforme ai propri valori di riferimento. Prendersi cura della società vuol dire favorire una società più unita che ricomponga le frammentazioni e le disgregazioni sociali così presenti anche nel nostro Paese, non solo fra Nord e Sud, ma anche fra le categorie sociali e politiche. Significa, per esempio, saper integrare chi, pur essendo nato altrove, vuole essere italiano, perché è pronto a condividere i valori fondamentali del nostro popolo, che sono stati nei secoli l’umanità, e con essa il rispetto verso chiunque, e l’equità. A noi italiani è sempre stato estraneo il razzismo perché il popolo italiano fin dalle origini della sua storia è nato dalla fusione fra diversi e fra lontani, nella condivisione però di comuni valori. Siamo stati come l’America di oggi, ma come l’America abbiamo creato e creduto in una civiltà che ha plasmato il mondo. E’ la consapevolezza fortemente sentita di una civiltà ciò che consente di non aver paura di chi arriva da fuori.  Dobbiamo tornare a coltivare questa consapevolezza, a iniziare dalle scuole e dalle famiglie.  E’ anche ora di introdurre un concetto di cittadinanza che guardi al merito: merito la cittadinanza, la cittadinanza va concessa a chi se la merita e va revocata a chi non se ne è dimostrato degno, magari perché partecipa ad associazioni terroristiche o mafiose. Così è in Svizzera e negli Usa; già oggi accade in Italia con la revoca della cittadinanza all’adottato a cui sia stato revocato lo status di figlio e persino al cittadino che abbia prestato servizio per uno Stato estero nonostante la diffida del nostro governo. Solidarietà non significa accogliere chiunque. Chi delinque va espulso, le frontiere vanno protette. Bene ha fatto il Governo a stipulare appositi accordi internazionali e a triplicare i tempi di detenzione nei CPT. Così come bene fanno il viceministro Urso e il Presidente della Commissione Attività produttive del Senato, Cursi, a difendere la produzione italiana. Superare l’egoismo individualistico, gli animal spirits, in nome di una consapevolezza della appartenenza ad una comune società comporta due conseguenze importanti. La prima che non vi può essere una idea di diritti senza che ad essi corrispondano dei doveri. I diritti senza limiti ci sono solo nella giungla, alla base della nascita di ogni società e di ogni Stato sta innanzitutto una assunzione di doveri, che servono proprio a garantire i diritti fondamentali di ogni persona. Scrive Gianfranco Fini nella sua introduzione al libro di Aznar che “i diritti senza i doveri sono l’espressione di una concezione leggera, materiale, superficiale della società”. Doveri significa centralità della regola, rispetto della legalità, significa una società ordinata. Significa anche che si deve rispondere dei propri atti, che chi viola un dovere deve rispondere di ciò che ha fatto. Da qui la certezza della pena. La pena è nata insieme con la società, per difendere il più debole dalla prepotenza del più forte, dalla aggressione ai suoi beni ed alla sua libertà. Ecco perché molti Stati che credono nella libertà hanno messo a fondamento delle loro costituzioni la sicurezza del cittadino.  Se ciò è vero occorre da una parte ridare credibilità ed autorevolezza alla magistratura, allontanando quei magistrati che proclamano di voler fare la rivoluzione con le sentenze, occorre riformare il Csm, perché non sussistano organi irresponsabili, e riformare la Corte Costituzionale, perché la sovranità popolare non sia svuotata, ma bisogna anche dare gli strumenti ai giudici perché chi delinque possa andare in galera e restarci. Ho presentato nel 2006 un ddl di riforma della legge Gozzini, ed è stato il primo ddl di riforma della Gozzini presentato nel Parlamento italiano; l’ho ripresentato in questa legislatura, sarebbe un peccato se dopo averne parlato in campagna elettorale, alla riforma del processo penale non si aggiungesse la riforma del diritto penale, per garantire innanzitutto i cittadini per bene.  E’ poi inutile che qualcuno proponga rimedi inapplicabili, come il reato di clandestinità, e non si affronti la vera questione che serve a garantire la sicurezza del cittadino: sbattere in galera chi è pericoloso per la società e farcelo rimanere per tutta la durata della pena.  Quando ero assessore provinciale avevo messo i poliziotti in pensione a vigilare davanti alle scuole: prima delle ronde, però, penserei ora a difendere il bilancio del ministero degli interni, mi preoccuperei di non far tagliare i soldi per la polizia, magari accettando in cambio di eliminare qualche provincia di troppo.  Per venire alla nostra Lombardia si deve contrastare con determinazione la criminalità organizzata che qui si è ormai radicata: leggo sui giornali che l’hinterland milanese è in mano alla ‘ndrangheta, che detterebbe legge come a Platì, la politica faccia attenzione alle candidature. Vigiliamo su subappalti di servizi e opere pubbliche. Ne va della nostra libertà. E, consentitemi: facciamo rispettare quella norma che è stata introdotta con un mio emendamento e che consente finalmente di punire chi sporca i nostri monumenti e le nostre case. Responsabilità come correttivo della libertà: chi sbaglia paga. Alla responsabilità è strettamente connesso il merito, senza merito la responsabilità è una parola inefficace, priva di conseguenze.  Rispondere dei propri atti, vuol dire che, se faccio bene, devo meritare un premio, se sbaglio, una sanzione. Il merito è lo strumento per rendere equa una società, per evitare che il più furbo o il più prepotente abbia la meglio e che il più bravo e il più onesto sia pregiudicato. Ed è qui che tocchiamo un punto decisivo per la nostra Italia:  una etica condivisa, che non può prescindere dalla buona fede, da un’idea di bene comune. Una questione morale che non sia preda di fanatici o demagoghi, che non hanno alcun titolo per ergersi a giudici, ma che sia realmente vissuta e sentita come condizione per la rinascita del nostro Paese, consapevoli che nessuno può scagliare la prima pietra, ma che tuttavia ad ognuno si offre l’occasione per dimostrare che si vuole voltare pagina. E la pagina va voltata.  Infine la politica, come strumento nobile e alto per governare la società, una politica a cui, iniziando da chi la pratica, dobbiamo ridare la dignità che le è dovuta. Da qui diventa fondamentale la possibilità per i cittadini di far sentire la propria voce, di scegliere chi li deve governare, di controllare che chi governa realizzi gli impegni presi, di partecipare alla vita dei partiti per “concorrere a determinare la politica nazionale”, come recita l’art.49 della nostra costituzione. Dunque un Presidente eletto dagli italiani e un Parlamento forte ed autorevole, che mai si riduca ad una fattoria di tacchini in preoccupata attesa del Natale, ma che sia sempre consapevole della dignità della propria funzione, che è quella di controllo, di stimolo, di collaborazione leale ed intelligente con il Governo. Diventa fondamentale dunque la piena realizzazione della democrazia, democrazia nella società e nei partiti, contro le oligarchie e contro qualsiasi deriva che favorisca clientele e familismi di vario genere. Una politica libera e trasparente.  Infine una politica più educata, più corretta, per una società più educata e più corretta, per un’Italia più gentile e meno volgare, un’Italia civile, che torni ad essere das Land wo die Zitronen bluhen, ammirata e rispettata nel mondo per la sua bellezza e la sua armonia, non una sciatta, rozza, volgare repubblica delle banane.  E’ giunto il momento di mettere fine alle contrapposizioni frontali, alla lotta per fazioni, di dire basta alle contrapposizioni selvagge, infantili, agli sciacallaggi, alla delegittimazione continua, agli urlatori isterici che criminalizzano l’avversario in un gioco al massacro che rischia di lasciare solo macerie. Dobbiamo riunire gli italiani, i tanti italiani per bene, che hanno a cuore il futuro della nostra Repubblica. Ecco perché Riforme e libertà, come abbiamo scritto nel nostro manifesto e come nella nostra funzione di parlamentari della Repubblica e del Pdl abbiamo cercato di tradurre nella realtà, con atti concreti, con fatti e non con chiacchiere, con lealtà, ma sempre con dignità.  Uniti dunque per rilanciare l’Italia, uniti per dare libertà, sicurezza, e prosperità a noi ed ai nostri figli, uniti per ridarci l’orgoglio di sentirci italiani.

 
EMENDAMENTO "PRECARI" PDF Stampa E-mail
mercoledì 28 ottobre 2009

ART. 2

 

 

Dopo il comma 4, aggiungere i seguenti: 

 

4-bis. Il personale docente delle scuole statali che, entro il 31 gennaio 2010, con decorrenza dal successivo 1° settembre 2010, rassegni le dimissioni volontarie dall'impiego, può domandare di accedere al trattamento pensionistico di anzianità, in presenza di un'anzianità contributiva pari o superiore ad anni trentaquattro e di una età pari o superiore ad anni 59, di una anzianità contributiva pari o superiore a trentacinque anni e di un'età pari o superiore a 58 anni, oppure in presenza di un'anzianità contributiva pari o superiore a trentasei anni e di un'età pari o superiore a 57 anni, oppure, indipendentemente dall'età, in presenza di un requisito di anzianità contributiva pari o superiore a trentotto anni. 

4-ter. Con decreto del Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca sono determinati i criteri per l'accettazione delle domande di pensionamento fino alla concorrenza della cifra stanziata. Nell'ipotesi di mancata accettazione della domanda il richiedente può rimanere in servizio.

Conseguentemente, al relativo onere, valutato in 7 mil. di euro per il 2010,  in 21 mln di euro per il 2011 e in 14 milioni di euro per il 2012, si provvede mediante corrispondente riduzione lineare degli stanziamenti di parte corrente iscritti in tabella C.

 
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martedì 20 ottobre 2009

SCUOLA: VALDITARA (PDL), DA FINANZIARIA SEGNALE PER PRECARI

 

 

(ANSA) - ROMA, 20 OTT - Per il senatore del PdL, Giuseppe Valditara, segretario della Commissione Istruzione 'non e' decoroso' un Paese che lascia 'senza certezze migliaia di persone, non piu' giovani, a cui peraltro si riconosce l'aspettativa di una futura assunzione'. Per questa ragione Valditara chiede 'un segnale chiaro' verso i precari della scuola gia' dalla Finanziaria all'esame delle Commissioni di Palazzo Madama. 'E' giunto il momento di affrontare e risolvere definitivamente - ha spiegato Valditara in una nota - il problema del precariato della scuola. Se si vuole fare la vera riforma della scuola, che e' quella della formazione e del reclutamento dei docenti, si deve prima avviare a soluzione il problema dei precari. Un segnale chiaro - ha concluso il senatore del PdL - va lanciato gia' in questa Finanziaria'.

 
SCUOLA: VALDITARA (PDL), IN FINANZIARIA SEGNALE PER SOLUZIONE
PROBLEMA PRECARI

 

(Adnkronos) - "E' giunto il momento di affrontare e risolvere definitivamente il problema del precariato della scuola. Non e' decoroso un Paese in cui si lasciano senza certezze per il proprio avvenire parecchie decine di migliaia di persone, non piu' giovani, a cui peraltro si riconosce l'aspettativa di una futura assunzione". Lo afferma il parlamentare del Pdl Giuseppe Valditara, segretario della commissione Istruzione al Senato, che aggiunge: "Se si vuole fare la vera riforma della scuola, che e' quella della formazione e del reclutamento dei docenti, si deve prima avviare a soluzione il problema dei precari. Un segnale chiaro va lanciato gia' in questa Finanziaria".

 
Università: verso la riforma PDF Stampa E-mail
martedì 14 luglio 2009

Relazione tenuta dal sen. Giuseppe Valditara in occasione del seminario organizzato a Roma il 14.7.09 dal gruppo parlamentare Pdl Palazzo della Minerva, Roma


 

A partire dagli anni '90 il sistema universitario italiano è stato caratterizzato da un insieme di riforme volte a sostituire ad una visione centralistica ed omogenea dell'università, una concezione fondata sul principio di autonomia. L'idea era che si potesse così favorire lo sviluppo di distinte progettualità, diversificando l'offerta e adattandola alle differenti esigenze del contesto in cui ciascun ateneo si trovava ad operare.

 Come è noto alla autonomia non si è accompagnata la responsabilità. L'autonomia ha così spesso determinato un uso distorto delle risorse. L'analisi che stiamo conducendo in commissione VII al Senato sta dando una serie di testimonianze significative. Gli esempi di cattivo uso delle risorse sono numerosi. Si è prodotto un sistema non diverso da quello che ha caratterizzato enti locali e regioni.

 

Il ritorno ad uno schema di tipo centralista non appare tuttavia opportuno perchè impedirebbe lo sviluppo di una sana competizione fra atenei, non sarebbe coerente con una attuazione del principio di sussidiarietà che valorizza anche costituzionalmente gli enti intermedi, non sarebbe in linea con l'art.33.6 della Costituzione ed appare antistorico, tanto che persino nel modello in assoluto più centralista, quello francese, si sta andando nella direzione di una sempre maggiore autonomia delle sedi universitarie.

 

Occorre rendere concreto il principio di responsabilità.

 

Perchè ciò possa attuarsi sono necessarie tre condizioni:

 

1) che i risultati degli atenei e delle singole strutture che li costituiscono siano noti in modo trasparente;

 

2) che una struttura indipendente valuti i risultati così da consentire un sistema di distribuzione delle risorse di tipo premiale sia tra atenei che all'interno dei singoli atenei;

 

3) che sia possibile individuare chiaramente chi è responsabile dei risultati ottenuti.

 

A seguito di un mio emendamento al decreto 180 gli atenei dovranno ora pubblicizzare i risultati ottenuti nel campo della ricerca, della formazione e del trasferimento tecnologico.

 

L'Anvur dovrebbe essere tra breve varato, il regolamento contiene fra l'altro molte significative novità rispetto al testo Mussi.

 

La riforma della governance deve ora completare il cerchio.

 

L'obiettivo di una seria riforma della governance deve essere innanzitutto quello di una più chiara individuazione di responsabilità all'interno degli atenei. Il ddl governativo va in questa direzione. Ministro, Governo e maggioranza sono determinati a realizzarlo.

 

Quali sono invero le criticità attuali:

 

1) una eccessiva collegialità e una diffusa sovrapposizione di competenze fra organismi differenti che non consente di comprendere dove le decisioni si siano formate e chi ne sia il responsabile, arrivando all'immobilismo ovvero a soluzioni consociative e dunque alla deresponsabilizzazione del sistema. Oggi gran parte delle decisioni importanti per la vita di un ateneo sono subordinate alla approvazione da parte di Cda e senato accademico, che devono trovare continue mediazioni.

 

2) Il cda è normalmente pletorico, costituito mediamente da 25 membri, tipicamente espressione di un meccanismo di tipo corporativo, destinato non ad una efficiente gestione, ma alla rappresentanza delle rispettive istanze di corporazione: ci sono infatti i rappresentanti degli ordinari, degli associati, dei ricercatori, del personale non docente etc.

 

3) Il cda non ha alcun potere per verificare la reale rispondenza all'interesse generale dell'università delle  chiamate di docenti e ricercatori, che sono coloro che in ultima istanza determineranno il successo di quello ateneo e dunque, all'interno di un corretto sistema di valutazione, i finanziamenti destinati a quella università.

 

4) Se uno dei problemi più seri del nostro sistema è lo scarso collegamento, a parte alcune felici esperienze, con il mondo della produzione, appare troppo autoreferenziale la composizione attuale del cda, poco aperta all'esterno, non in grado di coinvolgere adeguatamente quei privati che vogliano contribuire in modo concreto allo sviluppo futuro dell'università.

 

5) Circa poi la organizzazione interna, la separazione rigida fra didattica e ricerca appare superata e in contrasto con la funzione propria dell'università che è quella di legare la didattica ai risultati della ricerca.

 

Occorre dunque:

 

1) separare nettamente le competenze fra senato e cda. Il senato, che rappresenta le strutture universitarie e le varie componenti interne, deve svolgere un fondamentale ruolo di indirizzo e di controllo a iniziare dalla approvazione del bilancio consuntivo e a mio avviso dalla possibilità di sfiduciare con maggioranza qualificata (almeno 2/3) il rettore. Il cda non può essere assembleare e rappresentativo, se non per la componente studentesca,  deve invece attuare la strategia e pensare allo sviluppo dell'ateneo, alla programmazione e alla verifica degli obiettivi. Bisogna porre fine al potere di interdizione di pochi mediocri che utilizzano il voto di scambio per ottenere privilegi, e consentire invece una allocazione delle risorse sulla base del merito.

 

2) Per garantire una gestione efficace non ha senso prevedere una doppia governance. E' un modello che non esiste in nessun Paese, a parte la Gran Bretagna dove peraltro è necessitato dalle particolari modalità di nomina del rettore. Può essere utile prevederne la possibilità laddove si vogliano valorizzare personalità esterne all'università: grandi finanziatori, personalità di grande prestigio e con importanti relazioni etc. Non ha senso obbligare tutti gli atenei a dotarsi di un presidente eletto in competizione con il rettore. Il rischio è di creare conflittualità permanente che indebolisce proprio quella governance che si vuole rafforzare e responsabilizzare.

 

3) I poteri del rettore e del cda vanno rafforzati. E' una tendenza in atto in altri Paesi. Così si è fatto di recente nei Laender tedeschi, così in Giappone, così si sta cercando di fare in Francia. Ciò comporta necessariamente un limite ai mandati. Personalmente vedrei bene che il rettore, purchè eletto, possa essere oltre che un ordinario anche un esterno, magari con candidature vagliate dal senato accademico e con il requisito di un grande prestigio ed esperienza gestionale.

 

4) Il cda deve poter assumere i docenti e i ricercatori. La proposta di chiamata deve sempre partire dalle strutture intermedie sulla base di regole che ogni università si darà autonomamente, ma le proposte devono trovare una supervisione negli organi che si assumono la responsabilità dei risultati complessivi dell'ateneo e cioè appunto il cda. Nel contempo gli organismi che propongono le chiamate devono essere giudicati sugli effetti di queste chiamate.

 

5) E' utile prevedere che una parte dei membri del cda sia esterna, proprio per diminuire la autoreferenzialità e favorire rapporti sempre più intensi con il mondo dell'impresa. Su questo punto occorre tuttavia essere chiari: un conto è che nel cda siano chiamato a sedere finanziatori dell'ateneo (anche pubblico, se finanzia adeguatamente), o comunque personalità che per prestigio e competenze possano contribuire alla crescita dell'ateneo, magari anche ex alumni (è il modello anglosassone), un altro che siano delegati di associazioni, sindacati, indirettamente rappresentanti di partiti etc.Questo sarebbe il modello Asl, un modello superato, consociativo, datato anni '70 e che nel mondo ha un solo esempio, peraltro per quote marginali: non a caso è quello francese.  L'università non deve rappresentare, mediandoli, interessi esterni, deve fare buona ricerca e buona formazione.

 

6) Ai maggiori poteri del rettore e del cda devono corrispondere non solo efficaci controlli interni da parte del Senato, ma anche esterni, e in particolare del principale finanziatore, lo stato.

 

Innanzitutto i revisori dei conti devono essere tutti nominati dal ministero dell'Economia e dal Miur fra esperti di contabilità. Deve essere previsto il commissariamento di tutti gli organi di ateneo nel caso di dissesto finanziario. I membri del nucleo interno di valutazione devono essere in prevalenza esterni.

 

7) Occorre poi una separazione fra le scelte "politiche" e la gestione corrente. Oggi i rettori si devono spesso occupare di attività di gestione spicciola, di microdecisioni invece di potersi dedicare pienamente alla elaborazione di politiche di sviluppo, alla attuazione di indirizzi di governo.

 

Ci vuole dunque un vero e proprio direttore generale a cui sia assegnata la responsabilità della gestione delle risorse e che possa valutare e motivare il personale non docente. Se è pacifico che debba essere liberamente scelto dal rettore e confermato dal cda, si potrebbe discutere se sia opportuno immaginare, sul modello francese, che il rinnovo del contratto sia subordinato al nulla osta ministeriale, previa verifica della corretta gestione dell'ateneo.

 

8) Infine occorre superare la divisione fra facoltà e dipartimenti, salvaguardando le scuole, penso in particolare a giurisprudenza e medicina: oggi non è possibile individuare chi sia responsabile di assicurare la coerenza fra i compiti attribuiti ai docenti e le priorità dell'Ateneo. Occorre una struttura unica in grado di definire le priorità di azione per i singoli docenti, per esempio attribuendo in modo flessibile i compiti didattici ai docenti, caricando di meno chi abbia la possibilità di acquisire e gestire importanti progetti di ricerca. In ogni caso ritengo opportuno limitarsi a dettare alcuni principi generali evitando una eccessiva e analitica regolamentazione e responsabilizzando le singole università. Una legge troppo dettagliata, troppo prescrittiva (lo dicevano già i giuristi romani!), non è una buona legge.

 

Infine il capitolo risorse.

 

La Finanziaria 2009 ha avuto il merito di dare una scossa al sistema universitario italiano spingendolo ad un risanamento che altrimenti non si sarebbe mai avviato.

 

Se è vero infatti che il numero dei docenti e dei ricercatori in assoluto è inferiore a quello di altri Paesi europei come Germania, Francia e Gran Bretagna (che hanno però più studenti iscritti), ed equivalente a quello della Spagna, è anche vero che negli ultimi 6 anni è cresciuto del 38% senza una seria programmazione e la crescita è stata del tutto abnorme con riguardo al numero di ordinari. Da una indagine avviata in Senato emergono dati inquietanti: penso per esempio al rapporto fra personale non docente e docente/ricercatore. In alcune università, ad es. Napoli II e fino a poco tempo fa pure Messina, il rapporto è di 2,2, in altri atenei, pure sedi di policlinici a gestione diretta, e di dimensioni ben maggiori, come Roma La Sapienza, è di 1,03. Le assunzioni di personale non docente in molte sedi hanno avuto un carattere meramente clientelare. Va detto per inciso che non si comprende peraltro per quale motivo il bilancio del Miur debba farsi carico del pagamento di personale (infermieri, portantini etc.) che svolge esclusivamente compiti assistenziali. Un trasferimento dei costi al Ministero della Salute sarebbe auspicabile.

 

In alcune sedi, cito Messina perchè abbiamo appena avuto in Commissione la testimonianza del rettore Tomasello, il numero dei docenti può scendere ancora di un 15% senza causare inefficienze al sistema. Va detto peraltro che altre sedi, per esempio i due Politecnici del Nord, hanno invece bisogno di nuove immissioni per essere competive. Il panorama al riguardo non appare omogeneo ma alquanto variegato, più che regole uniformi sarebbero opportuni accordi di programma con le singole università.

 

Vi è ancora un enorme differenziale fra università nella capacità di utilizzare i fondi europei, si va dai 275 euro per docente di Parma agli 8758 di Trento, senza contare le Scuole Speciali. Si avvertono peraltro pure qui interessanti novità.

 

Infine la crescita costante di atenei che superano il rapporto del 90% nel rapporto fra spese per il personale/FFO (a dicembre 2008 più 3%, siamo al 43%) brucia risorse solo per pagare stipendi.

 

Nel 2009 è stato comunque avviato per la prima volta un importante risanamento del sistema: il blocco delle assunzioni per chi supera il 90% nel rapporto spese per il personale/FFO; il limite, previsto per tutte le sedi, alle assunzioni, che non possono superare il 50% delle cessazioni; la norma che tende a ristabilire una corretta piramide nel rapporto ricercatori/ professori; le norme sui pensionamenti; persino la progressiva eliminazione (con emendamento al 180) degli automatismi retributivi (voglio peraltro ricordare che gli scatti automatici erano stati previsti perchè il personale docente non ha il rinnovo contrattuale). Ora sarebbe opportuno che queste norme si estendessero anche a magistrati e militari. Va detto per onestà che l'università è in questo momento il settore della Pa che più sta facendo la sua parte.

 

Per il 2010 è attesa una diminuzione dei corsi del 20%, dopo di chè ne avremo 300 meno della Francia e 500 meno della Gran Bretagna.

 

Che il risanamento sia partito appare con tutta evidenza se si considerano a campione due università in passato con gravi problemi di inefficiente gestione.

 

Penso a Messina il cui personale docente passerà da 1428 unità del 2008 a 1350 del 2009 per arrivare entro due anni a 1150 mentre il personale tecnico da 1985 del 2004 scenderà a 1534 nel 2009. Siena che aveva un passivo di bilancio di 35 milioni entro 4 anni dovrebbe arrivare al pareggio, con fra l'altro una diminuzione dei corsi da 118 a 84, dei dipartimenti da 47 a 20 e dei docenti da 1060 a 800.

 

Va anche detto che oltre una certa misura la contrazione dei docenti, che ripeto non può essere opportuna per tutte le sedi, rischia di penalizzare il nostro sistema. Ricordo per esempio che secondo l'ultima indagine del Times Higher Education Supplement le nostre università si collocano nella parte medio bassa non per qualità della ricerca o per reputazione internazionale, ma per scarsa internazionalizzazione e per un rapporto più basso rispetto alla media fra docenti e studenti.

 

Più in generale i tagli previsti per i prossimi anni sono senz'altro insostenibili dal sistema. Voglio ricordare del resto che lo stanziamento per istruzione superiore in rapporto al pil è stato nel 2008 il penultimo fra tutti i Paesi Ocse.

 

Un problema che caratterizza il nostro sistema universitario è inoltre quello della mancanza della eccellenza a cui è collegata la scarsa internazionalizzazione.

 

5 proposte concrete:

 

1) un fondo specifico per pagare di più chi per qualità della ricerca e della didattica sia meritevole, non ha senso pagare tutti allo stesso modo, soprattutto se si avvia un meccanismo di valutazione che dovrebbe legare i finanziamenti ai risultati;

 

2) un incremento delle borse di studio per gli studenti più bravi e privi di mezzi; il nostro sistema è fra quelli che meno determina promozione sociale.

 

3) un fondo extra FFO per premiare le 10 migliori università al fine di creare anche in Italia poli di eccellenza;

 

4) un revisione dei prin (attualmente pochi soldi e distribuiti in modo discutibile) e nel contempo un finanziamento speciale particolarmente consistente per 100 progetti di particolare rilevanza;

 

5) un fondo per assumere in Italia, a condizioni di mercato, 500 professori stranieri che siano nei rispettivi campi delle eccellenze.

Come reperire le risorse è compito del ministro dell'Economia.

 

Qui faccio solo qualche riflessione:

 

a) una riallocazione della spesa pubblica viene suggerita indirettamente dall'Ocse laddove certifica che abbiamo il più alto numero di docenti di scuola rispetto agli alunni; abbiamo una articolazione degli enti locali (comuni, province, comunità montane) che è considerata da tutti eccessiva; abbiamo un età pensionabile più bassa rispetto a quanto l'Europa ci chiede.

 

b) Una tassazione universitaria generalmente molto bassa fa pagare la formazione universitaria dei ricchi a tutti i contribuenti anche agli operai e agli impiegati. Va detto poi che vi è un differenziale di contribuzione del tutto sperequato fra Nord e Sud. Quando al Nord il 50% degli studenti paga tra i 1000 e i 2000 euro l'anno mentre al Sud tale percentuale scende all'8% e il grosso della contribuzione (circa il 60%) paga tra 200 e 500 euro vuol dire che c'è qualcosa che non funziona.   Aumentare le tasse universitarie sarebbe in questo momento impopolare, tranne che sui fuori corso, che per il numero del tutto sproporzionato (700.000 su 1 milione e 800 mila iscritti) sono una anomalia del nostro sistema; sarebbe invece senz'altro equo incrementare la contribuzione studentesca esigendo il credito dopo la laurea nella prima dichiarazione dei redditi, eventualmente rateizzando il debito anche per 10 e più anni (modello australiano e inglese). E' una formula che consentirebbe di superare le difficoltà che ha incontrato lo stesso  sistema dei prestiti d'onore che pur rimangono un passaggio importante per favorire il diritto allo studio.

 

c) Rimangono infine sempre le tasse di scopo su consumi voluttuari o dannosi. Penso ai 5 miliardi di pacchetti di sigarette consumati ogni anno, un consumo fra l'altro anelastico. Nella Finanziaria 2005 un aumento minimo del pacchetto fruttò 450 milioni di euro l'anno.

 

Una cosa è certa: avviato il risanamento ora va programmato il rilancio.

 
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