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Discorso del Sen.Giuseppe Valditara |
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lunedì 16 novembre 2009 |
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Discorso tenuto dal Sen. Giuseppe Valditara al convegno “Rilanciamo l'Italia dall'economia alla politica” tenutosi a Milano il 16.11.09
Riforme e libertà è una associazione costituita da parlamentari del Popolo della Libertà. Per capire che cosa ha ispirato la nostra iniziativa proverò a spiegare i nostri valori di riferimento e alcune nostre proposte, lasciando a Mario Baldassarri il compito di approfondire alcuni temi centrali e a Cristiana di concludere. C’è una parola che sta a fondamento della costituzione italiana, questa parola è persona. In un odg votato il 9 settembre del 1946 si riconosce infatti la “precedenza sostanziale della persona (intesa nella completezza dei suoi valori e dei suoi bisogni non solo materiali, ma anche spirituali) rispetto allo stato”. Persona è una parola coniata in Italia 2500 anni fa e proprio in Italia, nei secoli successivi, si è affermato il principio che il diritto e lo Stato sono costituiti per ciascun uomo, perché ciascun uomo possa godere di libertà, sicurezza, prosperità. Dunque per difendere i beni materiali e spirituali di ciascuno, per consentire a ciascuno di goderne senza timore, per favorire l’accesso di tutti i consociati a quei beni materiali ed immateriali. Questa idea di persona, come centro del diritto e della storia, si è estesa a tutto il mondo cosiddetto occidentale ed è stato il fondamento delle rivoluzioni liberali su cui si fonda la nostra civiltà.Vi è poi un altro concetto che riteniamo fondamentale: è sintetizzato in un passo dell’antico Testamento, nel libro I dei Maccabei, siamo dunque 200 anni prima di Cristo: qui sta scritto che un popolo era noto in tutto il mondo per una caratteristica che lo distingueva rispetto ad ogni altro, il popolo era quello di Roma, la caratteristica è la centralità della buona fede. Credo che da qui si debba ripartire, dalle origini della nostra storia, dalle radici della nostra identità: persona e buona fede. Se la politica deve essere fatta in funzione della persona dobbiamo porci innanzitutto il problema di come garantire ad ognuno di realizzare le proprie aspirazioni, di come garantire a ciascuno una opportunità per farcela nella vita. Perché questo non sia solo uno slogan, nostro compito è prenderci cura della società, superare le fratture sociali. Dobbiamo favorire l’inclusione e non la emarginazione sociale, dobbiamo essere consapevoli che il gretto egoismo individualistico, gli animal spirits della società, come vennero definiti, non sono adeguati a garantire il duraturo benessere e la prosperità dei cittadini di una nazione, ma semmai il benessere e la prosperità di alcuni a danno di altri. E’ interessante leggere lo slogan che ha caratterizzato il recente congresso dei conservatori britannici a Manchester: “Esiste la società, ma non si identifica con lo Stato”. E’ il rinnegamento dello slogan preferito da Margaret Thatcher che amava ripetere “non esiste una cosa chiamata società”, che accettava dunque l’idea che homo homini lupus e che solo il più forte ha diritto a sopravvivere. La centralità della società deriva dal fatto che è stata costituita per gli uomini. La società è essenziale per consentire agli uomini di vivere meglio. La società, come poi lo Stato, è nata per garantire libertà, sicurezza, e prosperità. Cameron, il futuro premier inglese, ha coniato uno slogan che farà discutere: conservatorismo progressista, un pensiero politico che torni ad occuparsi dei bisogni di ogni donna e di ogni uomo, che non lasci per strada nessuno e che metta dunque al centro delle proprie politiche la qualità della scuola, dell’ambiente, della sanità e dei servizi sociali, la sicurezza e la ricerca. In altre parole che abbia al centro la qualità della vita di ogni cittadino. Come farlo? Con una politica di riforme. Essendo la garanzia della libertà e la diffusione della prosperità due obiettivi fondamentali di una società organizzata, essenziale è la riforma delle tasse. Già diceva Cicerone che quando si tassa la proprietà in modo eccessivo e senza che il ricavato venga speso per finalità fondamentali e condivise, ben evidenti ad ognuno dei contribuenti, il cittadino perde l’affetto per lo Stato, sente come sempre più estraneo quel patto sociale su cui lo Stato si fonda. Abbassare le tasse sulle famiglie, sulla casa, sul lavoro, sulla intrapresa economica è un passaggio fondamentale per accrescere benessere, equità e opportunità e soprattutto per creare più ricchezza privata e pubblica, più risorse da spendere per realizzare i bisogni fondamentali di ciascuno. Ovviamente, siccome il realismo è una categoria politica essenziale, abbassare le tasse si può a patto che nel contempo si risani la spesa pubblica e si combatta l’evasione fiscale. Occorre dunque come prima cosa spostare la spesa, da quella improduttiva e parassitaria a quella che genera sviluppo. Il Governo ha affrontato bene l’emergenza. Ora, tuttavia, occorre andare oltre l’emergenza. Dobbiamo incoraggiare una timida ripresa. E’ proprio questo il momento per iniziare a mantenere gli impegni presi con gli elettori. Basta leggere le relazioni della Corte dei Conti per capire, per esempio, che non è accettabile una spesa sanitaria cresciuta negli ultimi 5 anni del 40%, non sono più accettabili casi come quello della Calabria dove un pacco di cerotti viene acquistato dalla sanità locale ad un prezzo 100 volte superiore alla media nazionale o dove una sacca per trasfusioni costa 4 volte più che in Lombardia e non possiamo aspettare, per eliminare questi sprechi, un federalismo fiscale che deve entrare in funzione fra 5 anni e che probabilmente ci metterà ancora più tempo per funzionare. Spendiamo 40 miliardi di euro l’anno per finanziamenti a fondo perduto alle imprese: i due terzi delle imprese private finanziate dopo 3 anni non esistono più. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le province anziché eliminarle. Da una economia assistita dobbiamo passare ad una economia di sviluppo. Per far crescere la competitività dell’Italia dobbiamo mettere al centro la ricerca. D’altro canto è dalla ricerca che si migliora la qualità della vita della gente. Dirò subito a questo riguardo che prima di ogni altra riforma dobbiamo investire nel merito: il merito dei docenti e dei ricercatori, pagando di più con contratti individuali integrativi chi fa ricerca e didattica di qualità; il merito degli studenti, con borse di studio per i più capaci; il merito dei progetti di ricerca: 100 milioni di euro per 100 progetti di eccellenza; il merito delle strutture di ricerca, come si è fatto in Germania e si sta facendo in Francia: concentrare cioè risorse importanti su quei dipartimenti che possono diventare eccellenze a livello mondiale. Possiamo reperire mezzo miliardo di euro dalle contribuzioni studentesche aggiuntive: se non è equo aumentare le tasse universitarie, è giusto che chi si è laureato, e ha trovato un lavoro, paghi nella sua prima dichiarazione dei redditi una modesta cifra, rateizzabile anche in 20 anni, per compensare il beneficio ricevuto dalla sua università. E’ stata la rivoluzione di Blair per rilanciare i finanziamenti alle università britanniche. Ci apprestiamo a discutere la riforma universitaria: è una buona riforma, ma va finanziata. Dobbiamo collegare l’impresa all’università: ho proposto i research bond, titoli di debito, obbligazioni, ma anche azioni, che finanzino società costituite appositamente per investire in progetti di ricerca: detassiamo utili, plusvalenze, interessi, derivanti da queste società, rendiamo deducibili gli investimenti in queste società. In Messico creano zone franche per imprese high tech, noi dobbiamo creare franchigie fiscali per chi investe nell’high tech. Avere a cuore le necessità della gente significa investire in infrastrutture. Dico agli amici leghisti: anziché pensare al dialetto nelle scuole vogliamo impegnarci a far sì che entro 5 anni chi viene a Milano da Novara o da Bergamo non debba più stare in fila per un’ora sull’autostrada? A prevedere che quando gli svizzeri nel 2016 termineranno la nuova linea del Gottardo, da Lugano a Milano (70 Km.) non ci si metta come da Zurigo a Lugano (210 km.). Vogliamo liberalizzare gli slot di Malpensa per consentire alla Lombardia di tornare ad avere un grande aeroporto internazionale? Passato da 1873 voli settimanali a circa 300. Prendersi cura della società vuol dire favorire una società più solidale, verso chi ha bisogno, chi soffre, chi non ce la fa, chi rimane indietro. Solidarietà significa investire innanzitutto nella famiglia come primario ammortizzatore sociale e dunque trasformare finalmente in fatto concreto il cosiddetto quoziente famigliare, per diminuire le tasse sulle famiglie. Solidarietà significa favorire il credito alle imprese con un apposito fondo pubblico di garanzia: dalla stabilità delle banche dobbiamo passare ora alla stabilità delle imprese. Significa prevedere, come giustamente sta facendo il Governo, un ruolo forte degli ammortizzatori sociali, ma significa anche prevedere che chi rifiuta un lavoro, chi rifiuta di partecipare a corsi di qualificazione professionale, chi rifiuta di lavorare per servizi di pubblica utilità, veda diminuita la sua protezione sociale, fino alla cancellazione dalle liste di collocamento. Solidarietà significa lottare contro i falsi invalidi, contro i falsi malati, contro gli evasori fiscali, contro chi per egoismo sottrae a chi ha veramente bisogno. Il Governo sta facendo la sua parte nel rendere più efficiente e trasparente la Pubblica Amministrazione, va sostenuto in questa importante battaglia. Solidarietà significa anche predisporre un piano pluriennale per stabilizzare gradualmente, sui posti liberi, quei docenti della scuola che ogni anno insegnano con contratto a termine. Si tratta di insegnanti che in gran parte hanno vinto un concorso, o hanno fatto le scuole di specializzazione. E’ indegno di un Paese civile che migliaia di famiglie ogni anno non sappiano se potranno contare su uno stipendio per l’anno successivo; è indegno di un Paese civile che lo Stato ricorra da molti anni ormai a furberie levantine per risparmiare risorse, pagando 10 mesi di stipendio a chi insegna tutto l’anno. Occorre creare le condizioni perchè si possa finalmente avviare la riforma della formazione e del reclutamento meritocratico e selettivo dei docenti, che è la vera riforma della scuola. Bisogna differenziare le retribuzioni sulla base della preparazione e dell’impegno, si devono valutare i risultati ottenuti da ogni singolo istituto. Solidarietà significa anche consentire a tutte le famiglie, anche a quelle meno abbienti, di scegliere il modello educativo più conforme ai propri valori di riferimento. Prendersi cura della società vuol dire favorire una società più unita che ricomponga le frammentazioni e le disgregazioni sociali così presenti anche nel nostro Paese, non solo fra Nord e Sud, ma anche fra le categorie sociali e politiche. Significa, per esempio, saper integrare chi, pur essendo nato altrove, vuole essere italiano, perché è pronto a condividere i valori fondamentali del nostro popolo, che sono stati nei secoli l’umanità, e con essa il rispetto verso chiunque, e l’equità. A noi italiani è sempre stato estraneo il razzismo perché il popolo italiano fin dalle origini della sua storia è nato dalla fusione fra diversi e fra lontani, nella condivisione però di comuni valori. Siamo stati come l’America di oggi, ma come l’America abbiamo creato e creduto in una civiltà che ha plasmato il mondo. E’ la consapevolezza fortemente sentita di una civiltà ciò che consente di non aver paura di chi arriva da fuori. Dobbiamo tornare a coltivare questa consapevolezza, a iniziare dalle scuole e dalle famiglie. E’ anche ora di introdurre un concetto di cittadinanza che guardi al merito: merito la cittadinanza, la cittadinanza va concessa a chi se la merita e va revocata a chi non se ne è dimostrato degno, magari perché partecipa ad associazioni terroristiche o mafiose. Così è in Svizzera e negli Usa; già oggi accade in Italia con la revoca della cittadinanza all’adottato a cui sia stato revocato lo status di figlio e persino al cittadino che abbia prestato servizio per uno Stato estero nonostante la diffida del nostro governo. Solidarietà non significa accogliere chiunque. Chi delinque va espulso, le frontiere vanno protette. Bene ha fatto il Governo a stipulare appositi accordi internazionali e a triplicare i tempi di detenzione nei CPT. Così come bene fanno il viceministro Urso e il Presidente della Commissione Attività produttive del Senato, Cursi, a difendere la produzione italiana. Superare l’egoismo individualistico, gli animal spirits, in nome di una consapevolezza della appartenenza ad una comune società comporta due conseguenze importanti. La prima che non vi può essere una idea di diritti senza che ad essi corrispondano dei doveri. I diritti senza limiti ci sono solo nella giungla, alla base della nascita di ogni società e di ogni Stato sta innanzitutto una assunzione di doveri, che servono proprio a garantire i diritti fondamentali di ogni persona. Scrive Gianfranco Fini nella sua introduzione al libro di Aznar che “i diritti senza i doveri sono l’espressione di una concezione leggera, materiale, superficiale della società”. Doveri significa centralità della regola, rispetto della legalità, significa una società ordinata. Significa anche che si deve rispondere dei propri atti, che chi viola un dovere deve rispondere di ciò che ha fatto. Da qui la certezza della pena. La pena è nata insieme con la società, per difendere il più debole dalla prepotenza del più forte, dalla aggressione ai suoi beni ed alla sua libertà. Ecco perché molti Stati che credono nella libertà hanno messo a fondamento delle loro costituzioni la sicurezza del cittadino. Se ciò è vero occorre da una parte ridare credibilità ed autorevolezza alla magistratura, allontanando quei magistrati che proclamano di voler fare la rivoluzione con le sentenze, occorre riformare il Csm, perché non sussistano organi irresponsabili, e riformare la Corte Costituzionale, perché la sovranità popolare non sia svuotata, ma bisogna anche dare gli strumenti ai giudici perché chi delinque possa andare in galera e restarci. Ho presentato nel 2006 un ddl di riforma della legge Gozzini, ed è stato il primo ddl di riforma della Gozzini presentato nel Parlamento italiano; l’ho ripresentato in questa legislatura, sarebbe un peccato se dopo averne parlato in campagna elettorale, alla riforma del processo penale non si aggiungesse la riforma del diritto penale, per garantire innanzitutto i cittadini per bene. E’ poi inutile che qualcuno proponga rimedi inapplicabili, come il reato di clandestinità, e non si affronti la vera questione che serve a garantire la sicurezza del cittadino: sbattere in galera chi è pericoloso per la società e farcelo rimanere per tutta la durata della pena. Quando ero assessore provinciale avevo messo i poliziotti in pensione a vigilare davanti alle scuole: prima delle ronde, però, penserei ora a difendere il bilancio del ministero degli interni, mi preoccuperei di non far tagliare i soldi per la polizia, magari accettando in cambio di eliminare qualche provincia di troppo. Per venire alla nostra Lombardia si deve contrastare con determinazione la criminalità organizzata che qui si è ormai radicata: leggo sui giornali che l’hinterland milanese è in mano alla ‘ndrangheta, che detterebbe legge come a Platì, la politica faccia attenzione alle candidature. Vigiliamo su subappalti di servizi e opere pubbliche. Ne va della nostra libertà. E, consentitemi: facciamo rispettare quella norma che è stata introdotta con un mio emendamento e che consente finalmente di punire chi sporca i nostri monumenti e le nostre case. Responsabilità come correttivo della libertà: chi sbaglia paga. Alla responsabilità è strettamente connesso il merito, senza merito la responsabilità è una parola inefficace, priva di conseguenze. Rispondere dei propri atti, vuol dire che, se faccio bene, devo meritare un premio, se sbaglio, una sanzione. Il merito è lo strumento per rendere equa una società, per evitare che il più furbo o il più prepotente abbia la meglio e che il più bravo e il più onesto sia pregiudicato. Ed è qui che tocchiamo un punto decisivo per la nostra Italia: una etica condivisa, che non può prescindere dalla buona fede, da un’idea di bene comune. Una questione morale che non sia preda di fanatici o demagoghi, che non hanno alcun titolo per ergersi a giudici, ma che sia realmente vissuta e sentita come condizione per la rinascita del nostro Paese, consapevoli che nessuno può scagliare la prima pietra, ma che tuttavia ad ognuno si offre l’occasione per dimostrare che si vuole voltare pagina. E la pagina va voltata. Infine la politica, come strumento nobile e alto per governare la società, una politica a cui, iniziando da chi la pratica, dobbiamo ridare la dignità che le è dovuta. Da qui diventa fondamentale la possibilità per i cittadini di far sentire la propria voce, di scegliere chi li deve governare, di controllare che chi governa realizzi gli impegni presi, di partecipare alla vita dei partiti per “concorrere a determinare la politica nazionale”, come recita l’art.49 della nostra costituzione. Dunque un Presidente eletto dagli italiani e un Parlamento forte ed autorevole, che mai si riduca ad una fattoria di tacchini in preoccupata attesa del Natale, ma che sia sempre consapevole della dignità della propria funzione, che è quella di controllo, di stimolo, di collaborazione leale ed intelligente con il Governo. Diventa fondamentale dunque la piena realizzazione della democrazia, democrazia nella società e nei partiti, contro le oligarchie e contro qualsiasi deriva che favorisca clientele e familismi di vario genere. Una politica libera e trasparente. Infine una politica più educata, più corretta, per una società più educata e più corretta, per un’Italia più gentile e meno volgare, un’Italia civile, che torni ad essere das Land wo die Zitronen bluhen, ammirata e rispettata nel mondo per la sua bellezza e la sua armonia, non una sciatta, rozza, volgare repubblica delle banane. E’ giunto il momento di mettere fine alle contrapposizioni frontali, alla lotta per fazioni, di dire basta alle contrapposizioni selvagge, infantili, agli sciacallaggi, alla delegittimazione continua, agli urlatori isterici che criminalizzano l’avversario in un gioco al massacro che rischia di lasciare solo macerie. Dobbiamo riunire gli italiani, i tanti italiani per bene, che hanno a cuore il futuro della nostra Repubblica. Ecco perché Riforme e libertà, come abbiamo scritto nel nostro manifesto e come nella nostra funzione di parlamentari della Repubblica e del Pdl abbiamo cercato di tradurre nella realtà, con atti concreti, con fatti e non con chiacchiere, con lealtà, ma sempre con dignità. Uniti dunque per rilanciare l’Italia, uniti per dare libertà, sicurezza, e prosperità a noi ed ai nostri figli, uniti per ridarci l’orgoglio di sentirci italiani. |
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mercoledì 28 ottobre 2009 |
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ART. 2 Dopo il comma 4, aggiungere i seguenti: 4-bis. Il personale docente delle scuole statali che, entro il 31 gennaio 2010, con decorrenza dal successivo 1° settembre 2010, rassegni le dimissioni volontarie dall'impiego, può domandare di accedere al trattamento pensionistico di anzianità, in presenza di un'anzianità contributiva pari o superiore ad anni trentaquattro e di una età pari o superiore ad anni 59, di una anzianità contributiva pari o superiore a trentacinque anni e di un'età pari o superiore a 58 anni, oppure in presenza di un'anzianità contributiva pari o superiore a trentasei anni e di un'età pari o superiore a 57 anni, oppure, indipendentemente dall'età, in presenza di un requisito di anzianità contributiva pari o superiore a trentotto anni. 4-ter. Con decreto del Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca sono determinati i criteri per l'accettazione delle domande di pensionamento fino alla concorrenza della cifra stanziata. Nell'ipotesi di mancata accettazione della domanda il richiedente può rimanere in servizio. Conseguentemente, al relativo onere, valutato in 7 mil. di euro per il 2010, in 21 mln di euro per il 2011 e in 14 milioni di euro per il 2012, si provvede mediante corrispondente riduzione lineare degli stanziamenti di parte corrente iscritti in tabella C. |
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martedì 20 ottobre 2009 |
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SCUOLA: VALDITARA (PDL), DA FINANZIARIA SEGNALE PER PRECARI
(ANSA) - ROMA, 20 OTT - Per il senatore del PdL, Giuseppe Valditara, segretario della Commissione Istruzione 'non e' decoroso' un Paese che lascia 'senza certezze migliaia di persone, non piu' giovani, a cui peraltro si riconosce l'aspettativa di una futura assunzione'. Per questa ragione Valditara chiede 'un segnale chiaro' verso i precari della scuola gia' dalla Finanziaria all'esame delle Commissioni di Palazzo Madama. 'E' giunto il momento di affrontare e risolvere definitivamente - ha spiegato Valditara in una nota - il problema del precariato della scuola. Se si vuole fare la vera riforma della scuola, che e' quella della formazione e del reclutamento dei docenti, si deve prima avviare a soluzione il problema dei precari. Un segnale chiaro - ha concluso il senatore del PdL - va lanciato gia' in questa Finanziaria'.
SCUOLA: VALDITARA (PDL), IN FINANZIARIA SEGNALE PER SOLUZIONE PROBLEMA PRECARI
(Adnkronos) - "E' giunto il momento di affrontare e risolvere definitivamente il problema del precariato della scuola. Non e' decoroso un Paese in cui si lasciano senza certezze per il proprio avvenire parecchie decine di migliaia di persone, non piu' giovani, a cui peraltro si riconosce l'aspettativa di una futura assunzione". Lo afferma il parlamentare del Pdl Giuseppe Valditara, segretario della commissione Istruzione al Senato, che aggiunge: "Se si vuole fare la vera riforma della scuola, che e' quella della formazione e del reclutamento dei docenti, si deve prima avviare a soluzione il problema dei precari. Un segnale chiaro va lanciato gia' in questa Finanziaria". |
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Università: verso la riforma |
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martedì 14 luglio 2009 |
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Relazione tenuta dal sen. Giuseppe Valditara in occasione del seminario organizzato a Roma il 14.7.09 dal gruppo parlamentare Pdl Palazzo della Minerva, Roma
A partire dagli anni '90 il sistema universitario italiano è stato caratterizzato da un insieme di riforme volte a sostituire ad una visione centralistica ed omogenea dell'università, una concezione fondata sul principio di autonomia. L'idea era che si potesse così favorire lo sviluppo di distinte progettualità, diversificando l'offerta e adattandola alle differenti esigenze del contesto in cui ciascun ateneo si trovava ad operare. Come è noto alla autonomia non si è accompagnata la responsabilità. L'autonomia ha così spesso determinato un uso distorto delle risorse. L'analisi che stiamo conducendo in commissione VII al Senato sta dando una serie di testimonianze significative. Gli esempi di cattivo uso delle risorse sono numerosi. Si è prodotto un sistema non diverso da quello che ha caratterizzato enti locali e regioni. Il ritorno ad uno schema di tipo centralista non appare tuttavia opportuno perchè impedirebbe lo sviluppo di una sana competizione fra atenei, non sarebbe coerente con una attuazione del principio di sussidiarietà che valorizza anche costituzionalmente gli enti intermedi, non sarebbe in linea con l'art.33.6 della Costituzione ed appare antistorico, tanto che persino nel modello in assoluto più centralista, quello francese, si sta andando nella direzione di una sempre maggiore autonomia delle sedi universitarie. Occorre rendere concreto il principio di responsabilità. Perchè ciò possa attuarsi sono necessarie tre condizioni: 1) che i risultati degli atenei e delle singole strutture che li costituiscono siano noti in modo trasparente; 2) che una struttura indipendente valuti i risultati così da consentire un sistema di distribuzione delle risorse di tipo premiale sia tra atenei che all'interno dei singoli atenei; 3) che sia possibile individuare chiaramente chi è responsabile dei risultati ottenuti. A seguito di un mio emendamento al decreto 180 gli atenei dovranno ora pubblicizzare i risultati ottenuti nel campo della ricerca, della formazione e del trasferimento tecnologico. L'Anvur dovrebbe essere tra breve varato, il regolamento contiene fra l'altro molte significative novità rispetto al testo Mussi. La riforma della governance deve ora completare il cerchio. L'obiettivo di una seria riforma della governance deve essere innanzitutto quello di una più chiara individuazione di responsabilità all'interno degli atenei. Il ddl governativo va in questa direzione. Ministro, Governo e maggioranza sono determinati a realizzarlo. Quali sono invero le criticità attuali: 1) una eccessiva collegialità e una diffusa sovrapposizione di competenze fra organismi differenti che non consente di comprendere dove le decisioni si siano formate e chi ne sia il responsabile, arrivando all'immobilismo ovvero a soluzioni consociative e dunque alla deresponsabilizzazione del sistema. Oggi gran parte delle decisioni importanti per la vita di un ateneo sono subordinate alla approvazione da parte di Cda e senato accademico, che devono trovare continue mediazioni. 2) Il cda è normalmente pletorico, costituito mediamente da 25 membri, tipicamente espressione di un meccanismo di tipo corporativo, destinato non ad una efficiente gestione, ma alla rappresentanza delle rispettive istanze di corporazione: ci sono infatti i rappresentanti degli ordinari, degli associati, dei ricercatori, del personale non docente etc. 3) Il cda non ha alcun potere per verificare la reale rispondenza all'interesse generale dell'università delle chiamate di docenti e ricercatori, che sono coloro che in ultima istanza determineranno il successo di quello ateneo e dunque, all'interno di un corretto sistema di valutazione, i finanziamenti destinati a quella università. 4) Se uno dei problemi più seri del nostro sistema è lo scarso collegamento, a parte alcune felici esperienze, con il mondo della produzione, appare troppo autoreferenziale la composizione attuale del cda, poco aperta all'esterno, non in grado di coinvolgere adeguatamente quei privati che vogliano contribuire in modo concreto allo sviluppo futuro dell'università. 5) Circa poi la organizzazione interna, la separazione rigida fra didattica e ricerca appare superata e in contrasto con la funzione propria dell'università che è quella di legare la didattica ai risultati della ricerca. Occorre dunque: 1) separare nettamente le competenze fra senato e cda. Il senato, che rappresenta le strutture universitarie e le varie componenti interne, deve svolgere un fondamentale ruolo di indirizzo e di controllo a iniziare dalla approvazione del bilancio consuntivo e a mio avviso dalla possibilità di sfiduciare con maggioranza qualificata (almeno 2/3) il rettore. Il cda non può essere assembleare e rappresentativo, se non per la componente studentesca, deve invece attuare la strategia e pensare allo sviluppo dell'ateneo, alla programmazione e alla verifica degli obiettivi. Bisogna porre fine al potere di interdizione di pochi mediocri che utilizzano il voto di scambio per ottenere privilegi, e consentire invece una allocazione delle risorse sulla base del merito. 2) Per garantire una gestione efficace non ha senso prevedere una doppia governance. E' un modello che non esiste in nessun Paese, a parte la Gran Bretagna dove peraltro è necessitato dalle particolari modalità di nomina del rettore. Può essere utile prevederne la possibilità laddove si vogliano valorizzare personalità esterne all'università: grandi finanziatori, personalità di grande prestigio e con importanti relazioni etc. Non ha senso obbligare tutti gli atenei a dotarsi di un presidente eletto in competizione con il rettore. Il rischio è di creare conflittualità permanente che indebolisce proprio quella governance che si vuole rafforzare e responsabilizzare. 3) I poteri del rettore e del cda vanno rafforzati. E' una tendenza in atto in altri Paesi. Così si è fatto di recente nei Laender tedeschi, così in Giappone, così si sta cercando di fare in Francia. Ciò comporta necessariamente un limite ai mandati. Personalmente vedrei bene che il rettore, purchè eletto, possa essere oltre che un ordinario anche un esterno, magari con candidature vagliate dal senato accademico e con il requisito di un grande prestigio ed esperienza gestionale. 4) Il cda deve poter assumere i docenti e i ricercatori. La proposta di chiamata deve sempre partire dalle strutture intermedie sulla base di regole che ogni università si darà autonomamente, ma le proposte devono trovare una supervisione negli organi che si assumono la responsabilità dei risultati complessivi dell'ateneo e cioè appunto il cda. Nel contempo gli organismi che propongono le chiamate devono essere giudicati sugli effetti di queste chiamate. 5) E' utile prevedere che una parte dei membri del cda sia esterna, proprio per diminuire la autoreferenzialità e favorire rapporti sempre più intensi con il mondo dell'impresa. Su questo punto occorre tuttavia essere chiari: un conto è che nel cda siano chiamato a sedere finanziatori dell'ateneo (anche pubblico, se finanzia adeguatamente), o comunque personalità che per prestigio e competenze possano contribuire alla crescita dell'ateneo, magari anche ex alumni (è il modello anglosassone), un altro che siano delegati di associazioni, sindacati, indirettamente rappresentanti di partiti etc.Questo sarebbe il modello Asl, un modello superato, consociativo, datato anni '70 e che nel mondo ha un solo esempio, peraltro per quote marginali: non a caso è quello francese. L'università non deve rappresentare, mediandoli, interessi esterni, deve fare buona ricerca e buona formazione. 6) Ai maggiori poteri del rettore e del cda devono corrispondere non solo efficaci controlli interni da parte del Senato, ma anche esterni, e in particolare del principale finanziatore, lo stato. Innanzitutto i revisori dei conti devono essere tutti nominati dal ministero dell'Economia e dal Miur fra esperti di contabilità. Deve essere previsto il commissariamento di tutti gli organi di ateneo nel caso di dissesto finanziario. I membri del nucleo interno di valutazione devono essere in prevalenza esterni. 7) Occorre poi una separazione fra le scelte "politiche" e la gestione corrente. Oggi i rettori si devono spesso occupare di attività di gestione spicciola, di microdecisioni invece di potersi dedicare pienamente alla elaborazione di politiche di sviluppo, alla attuazione di indirizzi di governo. Ci vuole dunque un vero e proprio direttore generale a cui sia assegnata la responsabilità della gestione delle risorse e che possa valutare e motivare il personale non docente. Se è pacifico che debba essere liberamente scelto dal rettore e confermato dal cda, si potrebbe discutere se sia opportuno immaginare, sul modello francese, che il rinnovo del contratto sia subordinato al nulla osta ministeriale, previa verifica della corretta gestione dell'ateneo. 8) Infine occorre superare la divisione fra facoltà e dipartimenti, salvaguardando le scuole, penso in particolare a giurisprudenza e medicina: oggi non è possibile individuare chi sia responsabile di assicurare la coerenza fra i compiti attribuiti ai docenti e le priorità dell'Ateneo. Occorre una struttura unica in grado di definire le priorità di azione per i singoli docenti, per esempio attribuendo in modo flessibile i compiti didattici ai docenti, caricando di meno chi abbia la possibilità di acquisire e gestire importanti progetti di ricerca. In ogni caso ritengo opportuno limitarsi a dettare alcuni principi generali evitando una eccessiva e analitica regolamentazione e responsabilizzando le singole università. Una legge troppo dettagliata, troppo prescrittiva (lo dicevano già i giuristi romani!), non è una buona legge. Infine il capitolo risorse. La Finanziaria 2009 ha avuto il merito di dare una scossa al sistema universitario italiano spingendolo ad un risanamento che altrimenti non si sarebbe mai avviato. Se è vero infatti che il numero dei docenti e dei ricercatori in assoluto è inferiore a quello di altri Paesi europei come Germania, Francia e Gran Bretagna (che hanno però più studenti iscritti), ed equivalente a quello della Spagna, è anche vero che negli ultimi 6 anni è cresciuto del 38% senza una seria programmazione e la crescita è stata del tutto abnorme con riguardo al numero di ordinari. Da una indagine avviata in Senato emergono dati inquietanti: penso per esempio al rapporto fra personale non docente e docente/ricercatore. In alcune università, ad es. Napoli II e fino a poco tempo fa pure Messina, il rapporto è di 2,2, in altri atenei, pure sedi di policlinici a gestione diretta, e di dimensioni ben maggiori, come Roma La Sapienza, è di 1,03. Le assunzioni di personale non docente in molte sedi hanno avuto un carattere meramente clientelare. Va detto per inciso che non si comprende peraltro per quale motivo il bilancio del Miur debba farsi carico del pagamento di personale (infermieri, portantini etc.) che svolge esclusivamente compiti assistenziali. Un trasferimento dei costi al Ministero della Salute sarebbe auspicabile. In alcune sedi, cito Messina perchè abbiamo appena avuto in Commissione la testimonianza del rettore Tomasello, il numero dei docenti può scendere ancora di un 15% senza causare inefficienze al sistema. Va detto peraltro che altre sedi, per esempio i due Politecnici del Nord, hanno invece bisogno di nuove immissioni per essere competive. Il panorama al riguardo non appare omogeneo ma alquanto variegato, più che regole uniformi sarebbero opportuni accordi di programma con le singole università. Vi è ancora un enorme differenziale fra università nella capacità di utilizzare i fondi europei, si va dai 275 euro per docente di Parma agli 8758 di Trento, senza contare le Scuole Speciali. Si avvertono peraltro pure qui interessanti novità. Infine la crescita costante di atenei che superano il rapporto del 90% nel rapporto fra spese per il personale/FFO (a dicembre 2008 più 3%, siamo al 43%) brucia risorse solo per pagare stipendi. Nel 2009 è stato comunque avviato per la prima volta un importante risanamento del sistema: il blocco delle assunzioni per chi supera il 90% nel rapporto spese per il personale/FFO; il limite, previsto per tutte le sedi, alle assunzioni, che non possono superare il 50% delle cessazioni; la norma che tende a ristabilire una corretta piramide nel rapporto ricercatori/ professori; le norme sui pensionamenti; persino la progressiva eliminazione (con emendamento al 180) degli automatismi retributivi (voglio peraltro ricordare che gli scatti automatici erano stati previsti perchè il personale docente non ha il rinnovo contrattuale). Ora sarebbe opportuno che queste norme si estendessero anche a magistrati e militari. Va detto per onestà che l'università è in questo momento il settore della Pa che più sta facendo la sua parte. Per il 2010 è attesa una diminuzione dei corsi del 20%, dopo di chè ne avremo 300 meno della Francia e 500 meno della Gran Bretagna. Che il risanamento sia partito appare con tutta evidenza se si considerano a campione due università in passato con gravi problemi di inefficiente gestione. Penso a Messina il cui personale docente passerà da 1428 unità del 2008 a 1350 del 2009 per arrivare entro due anni a 1150 mentre il personale tecnico da 1985 del 2004 scenderà a 1534 nel 2009. Siena che aveva un passivo di bilancio di 35 milioni entro 4 anni dovrebbe arrivare al pareggio, con fra l'altro una diminuzione dei corsi da 118 a 84, dei dipartimenti da 47 a 20 e dei docenti da 1060 a 800. Va anche detto che oltre una certa misura la contrazione dei docenti, che ripeto non può essere opportuna per tutte le sedi, rischia di penalizzare il nostro sistema. Ricordo per esempio che secondo l'ultima indagine del Times Higher Education Supplement le nostre università si collocano nella parte medio bassa non per qualità della ricerca o per reputazione internazionale, ma per scarsa internazionalizzazione e per un rapporto più basso rispetto alla media fra docenti e studenti. Più in generale i tagli previsti per i prossimi anni sono senz'altro insostenibili dal sistema. Voglio ricordare del resto che lo stanziamento per istruzione superiore in rapporto al pil è stato nel 2008 il penultimo fra tutti i Paesi Ocse. Un problema che caratterizza il nostro sistema universitario è inoltre quello della mancanza della eccellenza a cui è collegata la scarsa internazionalizzazione. 5 proposte concrete: 1) un fondo specifico per pagare di più chi per qualità della ricerca e della didattica sia meritevole, non ha senso pagare tutti allo stesso modo, soprattutto se si avvia un meccanismo di valutazione che dovrebbe legare i finanziamenti ai risultati; 2) un incremento delle borse di studio per gli studenti più bravi e privi di mezzi; il nostro sistema è fra quelli che meno determina promozione sociale. 3) un fondo extra FFO per premiare le 10 migliori università al fine di creare anche in Italia poli di eccellenza; 4) un revisione dei prin (attualmente pochi soldi e distribuiti in modo discutibile) e nel contempo un finanziamento speciale particolarmente consistente per 100 progetti di particolare rilevanza; 5) un fondo per assumere in Italia, a condizioni di mercato, 500 professori stranieri che siano nei rispettivi campi delle eccellenze. Come reperire le risorse è compito del ministro dell'Economia. Qui faccio solo qualche riflessione: a) una riallocazione della spesa pubblica viene suggerita indirettamente dall'Ocse laddove certifica che abbiamo il più alto numero di docenti di scuola rispetto agli alunni; abbiamo una articolazione degli enti locali (comuni, province, comunità montane) che è considerata da tutti eccessiva; abbiamo un età pensionabile più bassa rispetto a quanto l'Europa ci chiede. b) Una tassazione universitaria generalmente molto bassa fa pagare la formazione universitaria dei ricchi a tutti i contribuenti anche agli operai e agli impiegati. Va detto poi che vi è un differenziale di contribuzione del tutto sperequato fra Nord e Sud. Quando al Nord il 50% degli studenti paga tra i 1000 e i 2000 euro l'anno mentre al Sud tale percentuale scende all'8% e il grosso della contribuzione (circa il 60%) paga tra 200 e 500 euro vuol dire che c'è qualcosa che non funziona. Aumentare le tasse universitarie sarebbe in questo momento impopolare, tranne che sui fuori corso, che per il numero del tutto sproporzionato (700.000 su 1 milione e 800 mila iscritti) sono una anomalia del nostro sistema; sarebbe invece senz'altro equo incrementare la contribuzione studentesca esigendo il credito dopo la laurea nella prima dichiarazione dei redditi, eventualmente rateizzando il debito anche per 10 e più anni (modello australiano e inglese). E' una formula che consentirebbe di superare le difficoltà che ha incontrato lo stesso sistema dei prestiti d'onore che pur rimangono un passaggio importante per favorire il diritto allo studio. c) Rimangono infine sempre le tasse di scopo su consumi voluttuari o dannosi. Penso ai 5 miliardi di pacchetti di sigarette consumati ogni anno, un consumo fra l'altro anelastico. Nella Finanziaria 2005 un aumento minimo del pacchetto fruttò 450 milioni di euro l'anno. Una cosa è certa: avviato il risanamento ora va programmato il rilancio. |
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Discorso tenuto dal Sen. Prof. Valditara presso la Scuola S. Anna di Pisa |
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venerdì 12 giugno 2009 |
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Innanzitutto una considerazione di carattere costituzionale: parliamo tanto di federalismo, federalismo fiscale, istituzionale, etc. ma nella nostra costituzione il federalismo non è riconosciuto. Quello che doveva essere l'ordinamento federale della repubblica si è trasformato nella riforma del 2001 in un titolo di basso profilo: "Le regioni, le provincie, i comuni". La nostra non è, almeno formalmente, una repubblica federale.Il punto è che questa parola tanto abusata nel linguaggio politico quando deve essere trasformata in una pratica concreta incontra molte resistenze. E in qualche modo si è visto pure nel dibattito sul federalismo fiscale: sia a sinistra, ma anche a destra si sono ancora sentite parole preoccupate, è stato citato Sartori "i paesi federali funzionano perché nascono federali": basta guardare la Spagna per capire che non è così. Queste posizioni sono rimaste minoritarie solo perché il progetto originario sul federalismo fiscale è stato in qualche modo modificato sino a renderlo accettabile da un fronte ampio e composito.
E bene ha fatto il Governo, su un tema così delicato, a non ripetere l’errore commesso dal centrosinistra nel 2001 e poi dal centrodestra nella legislatura successiva, cercando ora con grande tenacia una intesa trasversale.
La riforma è senz’altro un passo avanti molto importante, penso solo al superamento della spesa storica che favoriva vere e proprie rendite clientelari, e che ha costretto a interventi di ripianamento a piè di lista del deficit di molti regioni inefficienti, come quello del giugno 2007 e della successiva Finanziaria che stanziò 12,1 miliardi di euro a favore di Abruzzo, Campania, Lazio, Molise, Sicilia. Adesso se una regione vorrà superare il costo standard dovrà aumentare le tasse sui propri cittadini, prima ripianava lo stato. Faccio un esempio clamoroso: in Calabria le scatole di cerotti costano 100 volte più della media nazionale, tanto paga lo Stato, da domani pagheranno i cittadini calabresi che forse si accorgeranno che vanno cacciate le amministrazioni responsabili di siffatte politiche. Si inserisce il principio di "tracciabilità dei tributi". La riforma fiscale della prima metà degli anni '70 determinò un accentramento delle entrate in capo allo stato per oltre il 95% mentre circa il 50% della spesa era fatta da enti locali e regioni. Con il federalismo fiscale per i servizi forniti dalla regione o dall'ente locale il contribuente, almeno in parte, verserà le imposte direttamente all'ente territoriale, si potrà dunque verificare per quale qualità di servizi sono chiesti i tributi: si attua il principio democratico per cui "pago, vedo, voto". Sarà possibile dare vita ad un sistema di esenzioni, detrazioni e deduzioni, che potranno per esempio favorire le famiglie o l'impresa. Alle regioni andrà il gettito dell’Iva effettivamente percepito e non più quello virtuale calcolato sui consumi Istat, in cui rientravano anche i consumi in nero vale a dire con evasione di imposta.
Non è ancora però, non dico il modello svizzero, difficilmente raggiungibile dato che la Calabria non è il Canton Ticino, ma non è nemmeno il modello spagnolo in cui il 30% dell'Irpef ritorna sul territorio. Non aver previsto una aliquota riservata alle regioni, di certo rischia di penalizzare proprio quelle con maggiore capacità fiscale come la Lombardia o la Toscana. La solidarietà è sacrosanta, purchè non divenga approfittamento. Non solo: alla perequazione prevista dall'art.119 della costituzione si è aggiunta la cd perequazione infrastrutturale richiamata dall'art.22. E' indubbio che se non si procede ad una definizione chiara, essenziale e definitiva, una sorta di censimento fatto dal Governo, del fabbisogno infrastrutturale delle regioni meridionali l'art.22 rischia di legittimare una nuova Cassa del Mezzogiorno. Vanno previste alcune infrastrutture essenziali per lo sviluppo delle regioni meridionali e poi si deve chiudere il rubinetto dell’intervento straordinario. In Germania per l'Est hanno fissato un termine di 10 anni, si sono fatti interventi infrastrutturali fondamentali e poi l'intervento speciale è terminato. Vi sono inoltre nel testo incrostazioni stataliste che affiorano qui e là, in parte comprensibili dato il particolare scenario italiano, e che tuttavia prevedono uno stato regolatore che rischia di ingessare l'autonomia regionale: penso all'art.2 con la definizione degli obiettivi di servizio a cui devono tendere "tutte" le amministrazioni regionali e locali, o al cd. Patto di convergenza di cui all'art. 18.
La sorte della legge, la sua efficacia, la reale portata i novativa dipenderà molto da come verranno fatti i decreti attuativi, da come verrà applicata e qui ritengo sia ora di fare un ragionamento più ampio: il rischio è, come spesso è accaduto in passato, che nella applicazione le ragioni del centralismo, dello statalismo o più semplicemente del clientelismo assistenziale finiscano con il prevalere.
Se tuttavia ci dovessimo accontentare del federalismo fiscale, magari per trasformarlo in una bandiera politica da sventolare agli elettori, sbaglieremmo.
Quando parliamo di federalismo fiscale dobbiamo essere consapevoli che è strumentale, funzionale cioè ad un miglior funzionamento dell'autonomia prevista dalla costituzione, ma quale deve essere questa autonomia?
Per cercare di dare una risposta efficace bisogna essere chiari sul suo presupposto: perché è nata in Italia, dopo decenni di accettazione passiva di logiche centraliste, la questione federale?
Essenzialmente per quattro motivi:
1) una gestione sempre più inefficiente e clientelare della cosa pubblica, sentita come ormai non più sopportabile in particolare nelle regioni più avanzate del Paese, quelle il cui ceto produttivo si confronta tutti i giorni con quanto avviene nel resto d'Europa. Il naturale termine di riferimento della Lombardia è la Baviera o il Baden.
L'esplosione del malessere di queste regioni non ci sarebbe stata senza Tangentopoli -che non bisogna mai dimenticarlo fu un cancro devastante- e senza la mala gestione fatta dai governi della prima repubblica dei soldi dei cittadini italiani. Negli anni '70 e '80 è nata la debolezza degli anni '90 e 2000, con un debito pubblico che è la vera palla al piede del sistema Italia, gli anni in cui, solo per fare un esempio, la PA era diventata un vero e proprio centro di collocamento per risolvere i problemi occupazionali che il sistema produttivo non riusciva ad affrontare efficacemente, gli anni in cui la grande impresa scaricava sui conti pubblici, cioè sulle tasche dei cittadini, le proprie inefficienze. Gli anni in cui il 90% delle leggi finanziarie veniva votato consociativamente da Dc, Psi e Pci.
2) Il residuo fiscale, vale a dire il sado fra ciò che una regione versa al centro e ciò che viene restituito in termini di spesa sul territorio: uno studio del Sole 24 ore riportava per il giugno 2007 questi dati: -3292 euro pro capite Lombardia, -2643 Emilia, -2513 Veneto; +3473 Calabria, +3186 Sardegna, +3060 Sicilia, +2204 Campania. Unioncamere Veneto ha dimostrato che il residuo fiscale continua a crescere e in compenso, nonostante i sempre maggiori trasferimenti al Sud, la produttività nel Mezzogiorno continua a scendere.
3) vi era poi la considerazione che se al Nord le opere pubbliche non si facevano, al Sud i soldi del Nord venivano dilapidati senza ritegno. Cito dati recenti, uno frutto di una mia indagine, altri delle relazioni della Corte dei Conti: come è possibile che la seconda università di Napoli abbia un rapporto spese per il personale non docente/ricercatori e docenti pari a 2.2 quando a Genova, Milano, Torino il rapporto si aggira sullo 0,7. Come è possibile che una sacca per trasfusioni costi in Calabria quattro volte di più che in Emilia, o che la spesa pro capite di un bambino in un asilo nido sia a Roma 16.000 euro contro i 7.000 di Modena? O che in Calabria ci sia un ospedale con 12 posti letto e 325 dipendenti? Lo ricordò in Senato Livia Turco. E ancora: in Campania arrivano più risorse pro capite per la sanità che in Lombardia, ma la sanità lombarda ha un indice di qualità pari a +0.9, la Campania a -1.4. Quando il cittadino lombardo, che alla mattina impiega mediamente quasi due ore per fare 20 km di tangenziale e arrivare a Milano a lavorare, viene a sapere che il 78% del debito sanitario è concentrato in tre regioni: Lazio, Campania, Sicilia, ha un moto che definisco eufemisticamente di indignazione.
4) Al Nord vi era la considerazione sempre più chiara di non contare politicamente: la gran parte della classe politica, a iniziare dai segretari di partito e dai presidenti del Consiglio, e più in generale della classe dirigente dello Stato era nata da Roma in giù. Questa fu peraltro una colpa storica della borghesia settentrionale a cui è mancata del tutto l'idea del civil servant.
Da qui la richiesta forte delle regioni più virtuose di avere più autonomia, di realizzare in sostanza il selfgovernment nei settori chiave del loro sviluppo.
Una prima considerazione: è decisivo il federalismo istituzionale, che a sua volta può essere reso possibile da un efficace federalismo fiscale.
Una seconda considerazione: occorre migliorare la qualità del ceto politico locale che deve assumersi nuovi compiti, iniziando con il ridurne il numero e probabilmente riducendo anche gli enti locali.
C'è da chiedersi seriamente se non ci siano troppi comuni in Italia e se le province abbiano ancora un senso. I partiti sono chiamati in ogni caso ad assumersi la responsabilità, nella selezione del personale politico, di scelte più meritocratiche.
Una risposta all’esigenza di maggiore autonomia diffusa in certe aree del Paese, fu tentata con la devolution. Fu a mio avviso una risposta sbagliata. Intanto perchè era una risposta debole per il Nord, pensata nel 2000, come base dell'accordo fra Casa delle libertà e Lega, nata dunque prima della riforma del 2001.
Ma soprattutto non era accettabile dal Sud.
E' pensabile attribuire l'organizzazione sanitaria alla Calabria? Se vogliamo fare retorica diremo sì, se vogliamo essere seri risponderemo no. Era ovvio che il Sud massicciamente avrebbe bocciato la devolution.
Sino a quando il Sud non è in grado di camminare sulle sue gambe non è pensabile che possa accogliere un vero federalismo istituzionale.
Questo dibattito ci riporta alle origini della storia unitaria: Cavour parte dall'idea del selfgovernment, influenzato dalla cultura anglosassone, ma poi l'abbandona perché Napoli non poteva autogovernarsi. Basta leggere le parole del luogotenente Farini sulle condizioni di Napoli.
E tuttavia il Nord, ma non solo il Nord, pure la Toscana, non possono più aspettare.
E' ora di realizzare un percorso istituzionale diversificato regione da regione. In costituzione è già previsto, e sarebbe stato un errore volerlo cancellare come pretendeva di fare la legge sulla devolution. Va anche aggiunto però che questa possibilità non è stata usata. Anche quando vi è stata una pur timida iniziativa in questa direzione, come quella che la regione Lombardia ha presentato nel 2007, si è arenata davanti alla ostilità politica trasversale. Ecco che ritorna poi nel concreto, al di là di tante affermazioni di principio, la avversione culturale o di convenienza verso l'attuazione di principi realmente federalistici.
Forse è giunto il momento di porre due domande che non si sono mai volute affrontare:
1) quale è la identità nazionale italiana?
2) quale è la base di uno stato, la sua legittimità?
1) L'Italia è una nazione giovane con un'anima antica. Croce diceva che la nazione italiana nasce con lo stato nazionale nel 1870, un sentimento nazionale come volontà di vivere un comune destino politico (penso a Rousseau, così metto d'accordo molti), si ha solo con la rivoluzione francese. Personalmente ritengo che la nazione sia un plebiscito quotidiano (è la famosa affermazione di Renan). Ma quale è l'identità culturale che sta a fondamento di questa idea nazionale? Se guardiamo alla nostra storia il tratto caratterizzante è la pluralità non certo l'unitarietà, la differenza non l'omogeneità, una pluralità che ha radici antiche e che ha caratterizzato tutto il nostro passato fino al 1861. In ogni capitale d'Europa c'è una Lombard street, una rue des Italiennes si ha a Parigi solo dopo la rivoluzione, il fiorino dei Medici ha dato il suo nome ad alcune monete europee. Questa pluralità è però anche la nostra straordinaria ricchezza e forza, che si riproduce nella straordinaria varietà del nostro sistema produttivo. Dunque non sono confacenti con la nostra identità soluzioni unitarie ovvero indifferenziate.
2) Il secondo quesito è quello più delicato. Dobbiamo ripudiare l’idea giacobina della illimitatezza del potere politico che è all’origine del dirigismo statalista. Dobbiamo rinnegare Hegel e gran parte della nostra tradizione culturale a iniziare da Croce, da Gentile e da Gramsci. Dobbiamo riscoprire Locke per risalire fino a Cicerone. C'è una bella frase di Cicerone che considera lo stato come una societas aggregata sulla base della communio utilitatis e del consensus sullo ius. Quando parliamo di centralità della persona queste sono le radici. Se non siamo d'accordo con questa visione e continuiamo a riproporre vecchie cariatidi idealiste è inutile che diciamo di essere per il primato della persona. Se siamo veramente liberali e crediamo in ciò che diciamo dobbiamo rifiutare l'idea che prima venga lo stato e che ogni individuo sia in funzione dello stato. Lo stato ha il suo fondamento in un libero accordo fra i suoi membri e presuppone la comune utilità di quell'aggregazione statuale e dunque l'adesione volontaria ad un certo ordinamento. E' il parallelo istituzionale dell'idea di nazione intesa come plebiscito quotidiano.
Mi rendo conto che il fascino della triade idealista è superiore alla lucida concretezza di un Rosmini, di Cattaneo, di Ferrari, o di Einaudi, ma dobbiamo iniziare a sostituire il mito affabulante della parola con il realismo dei fatti.
Da qui la risposta: un percorso riformatore non può che ispirarsi al seguente principio "ad ognuno secondo le sue necessità". Più autonomia al Nord, più stato efficiente al Sud per ripristinare condizioni minime di sviluppo e di sana competitività.
Le grandi regioni del Nord ma anche la Toscana, l'Umbria, le Marche, forse la stessa Puglia, attivino, d’intesa con lo stato, un percorso di devoluzione di competenze secondo ciò che a loro conviene: dall'istruzione tecnica e professionale, alla organizzazione sanitaria, dalla giustizia di pace, alla tutela dell'ambiente e dei beni culturali, al sistema aeroportuale con annessa gestione dei famosi slot, così si evita che Malpensa venga penalizzata. Ritengo inoltre che si debba andare verso una territorializzazione della contrattazione sindacale, che è cosa diversa dalle gabbie salariali proposte dalla Lega, sulla cui costituzionalità ho seri dubbi. Il contratto nazionale non garantisce più i lavoratori, garantisce le oligarchie sindacali, il loro potere e i loro privilegi.
Lo stato deve, se del caso, commissariare alcune amministrazioni locali in cui sono certe logiche malavitose a farla da padrona -che poi siano di destra o di sinistra quelle amministrazioni poco importa- e prevedere un piano straordinario di risanamento di alcune grandi regioni del Sud, a iniziare da Campania e Calabria. In questo contesto l'art.22 della legge sul federalismo fiscale può essere una occasione importante: una serie di interventi definiti in un arco temporale ristretto, possibilmente controllati dalle regioni che ci mettono i soldi. Il controllo sul loro impiego da parte delle regioni da cui provengono le risorse può essere una novità importante. Insomma il ruolo dello stato nella perequazione non deve essere eterno, ma deve essere finalizzato a ricreare condizioni di competitività perché anche le regioni del Sud possano iniziare a camminare con le proprie gambe.
Qualcuno si scandalizzerà, ma questo è in sostanza il modello spagnolo: quello di una autonomia a livello variabile, calibrata sulle potenzialità di ogni singola regione. Questo è il modello che con Fini e Tatarella venne lanciato a Verona nel 1998 e che poi rimase sulla carta perchè troppo forti furono le resistenze di una certa cultura centralista e assistenzial-clientelare non solo nella sinistra, ma anche nel centrodestra.
La cornice in cui questo contesto può ben operare presuppone un Senato federale con competenze diverse dalla Camera, che tuttavia come la Camera voti la legge legge Finanziaria; una riduzione delle materie di competenza concorrente per evitare la paralisi delle decisioni e ridurre l’esplosione dei ricorsi seguiti alla riforma del 2001; una Corte Costituzionale che abbia al suo interno una rappresentanza dei territori.
Siccome l’equilibrio è un principio fondamentale per la vita di uno stato, a questo percorso riformatore deve corrispondere però anche un rafforzamento dei poteri dell'esecutivo, sul modello francese, con un Presidente della Repubblica eletto da tutti gli italiani insieme ad un rafforzamento del ruolo di controllo e della autorevolezza del Parlamento, a iniziare da una diversa legge elettorale, che abbandoni il principio oligarchico della nomina per ritornare a quello democratico della scelta da parte degli elettori. A questo riguardo il maggioritario a turno unico con un 25 % di seggi riservati ai migliori secondi può essere la soluzione ideale.
Questo modello, sia ben chiaro, ha un presupposto: la consapevolezza che la nostra Nazione è l'Italia, non altre realtà di dubbia consistenza, un'Italia diversa da quella costruita sui timori e i pregiudizi postunitari, sulla roboante demagogia del ventennio, o sulla furberia degli ultimi 30 anni della prima repubblica. Insomma al mito della Padania dobbiamo opporre l'idea di una nuova Italia, un'Italia plurale, che sappia liberare la straordinaria vitalità dei suoi territori.
L'Italia è una nazione con straordinarie potenzialità. Qui si è realizzato il più significativo esempio nella storia di società aperta, capace di integrare ogni diversità all'insegna di valori comuni e condivisi: penso alla storia di Roma. Nel II secolo d.C. tutti i suoi imperatori erano spagnoli o nordafricani eppure tutti erano orgogliosamente consapevoli di essere romani. L'universalismo di Roma e del Cristianesimo è uno dei tratti più caratteristici del nostro passato. Quando l'Italia è stata plurale è stata un esempio nel mondo, torni ad investire nella fantasia delle sue straordinarie diversità per ritornare ad essere competitiva e per dare a tutti i suoi cittadini un futuro di benessere e di prosperità, per ritornare ad essere das Land wo die Zitronen bluhen, la terra della bellezza e della civiltà. |
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