giovedì 11 marzo 2010
 
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Atenei, controlli sulle ore dei prof.- Gelmini: necessari PDF Stampa E-mail
lunedì 21 dicembre 2009

Da “Il Mattino” del 21.12.2009, pag. 12

  

L'iniziale accoglienza bipartisan sulla riforma dell'università rischia di sfaldarsi in Parlamento. La lente d'in­grandimento delle Commissioni fa veni­re a galla molti punti controversi, che po­trebbero rallentare l'iter e renderlo più tortuoso. Lo scontro è sulle 1.500 ore, il tempo col quale si vuole misurare il lavo­ro dei docenti, fatto di didattica e ricerca. «Ma questo principio è suscettibile di im­pugnazione per irragionevolezza», scri­ve il relatore della legge Giuseppe Valditara.  Che aggiunge: «La norma rischia di risultare incostituzionale ed è foriera di possibili ricorsi».

 

Ma vediamo cosa viene contestato. Le 1.500 ore (8 al giorno, per 5 giorni) non prevedono alcuno spazio per le atti­vità «libero-professionali». I prof a tem­po determinato, però, non avendo con­tratto stabile, rifiutano il vincolo. Secon­do: nel monte ore è compre­sa anche l'attività di ricerca. «Ma - sostiene Valditara - è francamente impossibile una quantificazione seria delle ore dedicate alla ricerca. Sarebbero ingenuamente fantasiosi o arbitrari criteri volti a desumere presuntiva­mente dalle pubblicazioni ef­fettuate l'impegno annuale profuso in ricerca. Mentre la didattica è quantificata in molti Paesi Ocse, non vi è Pa­ese al mondo che quantifichi la ricerca. Come ben sa chi la pratica, la ricerca si può fare ovunque. Ciò che conta sono i risultati». E lo studio personale, i compiti organizzativi o il tempo per preparare le lezioni? Finiranno inevitabilmente per avere «una auto-certificazione soggetti­va», osserva il senatore. Dunque, sì al giu­dizio sui risultati, ma non convince il cri­terio di « misurazione» in ore. «Né possia­mo mettere tesserini e tornelli per entrare e uscire dall'università», osserva Vitto­ria Franco, senatrice del Pd, impegnata in Commissione cultura. Ma in qualche università spuntano i primi badge.

 

Mariastella Gelmini è però determi­nata: «E’ necessario che ci sia un monitoraggio delle presenze al lavoro dei profes­sori. Gli studenti lo pretendono, ci sono state lamentele nei confronti di docenti che non andavano a lezione e non riceve­vano. Questo non può accadere. Forme di controllo sono necessarie, sono pron­ta a discutere delle modalità». La Gelmi­ni dice che «non ha più senso operare in difesa di corporativismi che hanno fatto danni enormi all'università».

Altro problema. «Le 1.500 ore - scrive il senatore nella relazione a Palazzo Ma­dama - introducono una disparità di trat­tamento economico rispetto alla catego­ria dei docenti delle superiori, anch'essa foriera di ricorsi, dal momento che per ricercatori e professori universitari ri­chiede un impegno orario pari a quasi due volte e mezzo. Non a caso l'impegno delle 1.500 ore nella bozza iniziale del ddl era qualificato come "figurativo”. Valditara insiste: «Dobbiamo ottenere la valutazione dei risultati» fatta dalla co­munità scientifica, sulla base di pubbli­cazioni su riviste accreditate. E il malco­stume? L'assenteismo di tanti prof che disertano lezioni e incontri? O gli interes­si baronali fuori università? Per il relato­re si può intervenire «con sospensione dello stipendio e sanzioni patrimoniali, fino al licenziamento, togliendo ai prof. la possibilità di appellarsi al Consiglio universitario perché gli organi "domestici" finiscono sempre per assolvere». L'altro nodo riguarda la gestione di bonus e prestiti per gli studenti migliori (da restituire in parte dopo la laurea), criticati perché il ministero affida alla Consap Spa le «prove nazionali» di selezione dei meritevoli. I rettori obiettano che questo è un esproprio delle prerogative di «giudizio» dell'università. La Con­sap non ha competenze specifiche: è na­ta nel 1993 dall'Ina, con l'obiettivo di svolgere funzioni assicurative pubbliche e gestire fondi di previdenza e di garan­zia (per esempio per le vittime della stra­da e della caccia), nulla a che vedere con prove di merito per studenti universitari.

 

Altre contestazioni dai ricercatori. Ri­fiutano l'incarico "a tempo". L'introdu­zione di una sorta di tenure track, che consente alle università, accanto ad altre modalità di reclutamento, di assumere ricercatori a tempo determinato per due trienni, per poi promuoverli ad associati se conseguono l'abilitazione non con­vince. «Siamo d'accordo sui principi del merito - dicono - ma è inaccettabile la nomina con scadenza».

 
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