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Da “Il Mattino” del 21.12.2009, pag. 12 L'iniziale accoglienza bipartisan sulla riforma dell'università rischia di sfaldarsi in Parlamento. La lente d'ingrandimento delle Commissioni fa venire a galla molti punti controversi, che potrebbero rallentare l'iter e renderlo più tortuoso. Lo scontro è sulle 1.500 ore, il tempo col quale si vuole misurare il lavoro dei docenti, fatto di didattica e ricerca. «Ma questo principio è suscettibile di impugnazione per irragionevolezza», scrive il relatore della legge Giuseppe Valditara. Che aggiunge: «La norma rischia di risultare incostituzionale ed è foriera di possibili ricorsi». Ma vediamo cosa viene contestato. Le 1.500 ore (8 al giorno, per 5 giorni) non prevedono alcuno spazio per le attività «libero-professionali». I prof a tempo determinato, però, non avendo contratto stabile, rifiutano il vincolo. Secondo: nel monte ore è compresa anche l'attività di ricerca. «Ma - sostiene Valditara - è francamente impossibile una quantificazione seria delle ore dedicate alla ricerca. Sarebbero ingenuamente fantasiosi o arbitrari criteri volti a desumere presuntivamente dalle pubblicazioni effettuate l'impegno annuale profuso in ricerca. Mentre la didattica è quantificata in molti Paesi Ocse, non vi è Paese al mondo che quantifichi la ricerca. Come ben sa chi la pratica, la ricerca si può fare ovunque. Ciò che conta sono i risultati». E lo studio personale, i compiti organizzativi o il tempo per preparare le lezioni? Finiranno inevitabilmente per avere «una auto-certificazione soggettiva», osserva il senatore. Dunque, sì al giudizio sui risultati, ma non convince il criterio di « misurazione» in ore. «Né possiamo mettere tesserini e tornelli per entrare e uscire dall'università», osserva Vittoria Franco, senatrice del Pd, impegnata in Commissione cultura. Ma in qualche università spuntano i primi badge. Mariastella Gelmini è però determinata: «E’ necessario che ci sia un monitoraggio delle presenze al lavoro dei professori. Gli studenti lo pretendono, ci sono state lamentele nei confronti di docenti che non andavano a lezione e non ricevevano. Questo non può accadere. Forme di controllo sono necessarie, sono pronta a discutere delle modalità». La Gelmini dice che «non ha più senso operare in difesa di corporativismi che hanno fatto danni enormi all'università». Altro problema. «Le 1.500 ore - scrive il senatore nella relazione a Palazzo Madama - introducono una disparità di trattamento economico rispetto alla categoria dei docenti delle superiori, anch'essa foriera di ricorsi, dal momento che per ricercatori e professori universitari richiede un impegno orario pari a quasi due volte e mezzo. Non a caso l'impegno delle 1.500 ore nella bozza iniziale del ddl era qualificato come "figurativo”. Valditara insiste: «Dobbiamo ottenere la valutazione dei risultati» fatta dalla comunità scientifica, sulla base di pubblicazioni su riviste accreditate. E il malcostume? L'assenteismo di tanti prof che disertano lezioni e incontri? O gli interessi baronali fuori università? Per il relatore si può intervenire «con sospensione dello stipendio e sanzioni patrimoniali, fino al licenziamento, togliendo ai prof. la possibilità di appellarsi al Consiglio universitario perché gli organi "domestici" finiscono sempre per assolvere». L'altro nodo riguarda la gestione di bonus e prestiti per gli studenti migliori (da restituire in parte dopo la laurea), criticati perché il ministero affida alla Consap Spa le «prove nazionali» di selezione dei meritevoli. I rettori obiettano che questo è un esproprio delle prerogative di «giudizio» dell'università. La Consap non ha competenze specifiche: è nata nel 1993 dall'Ina, con l'obiettivo di svolgere funzioni assicurative pubbliche e gestire fondi di previdenza e di garanzia (per esempio per le vittime della strada e della caccia), nulla a che vedere con prove di merito per studenti universitari. Altre contestazioni dai ricercatori. Rifiutano l'incarico "a tempo". L'introduzione di una sorta di tenure track, che consente alle università, accanto ad altre modalità di reclutamento, di assumere ricercatori a tempo determinato per due trienni, per poi promuoverli ad associati se conseguono l'abilitazione non convince. «Siamo d'accordo sui principi del merito - dicono - ma è inaccettabile la nomina con scadenza».
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