|
Da “Il Foglio” del 17.9.2009, pag. 4 di GIUSEPPE VALDITARA Al direttore - Nel Pdl si sta sviluppando un dibattito sul modello organizzativo. La questione non è marginale. La Costituzione ha considerato i partiti un momento fondamentale della nostra vita pubblica. Si è ritenuto che solo forme partitiche stabilmente organizzate possano garantire appieno la democrazia, cioè possano consentire la partecipazione dei cittadini alla politica e la possibilità per i cittadini di, far sentire la propria voce. Si è autorevolmente dichiarato, nel dibattito interno al Pdl, che i partiti devono organizzarsi nei momenti elettorali, ma chi decide la politica prima delle elezioni? Mi si risponderà il governo. Ma chi stimola e controlla il governo? Chi si incarica della mediazione fra le istanze dell'elettorato e la visione di chi governa? In democrazia è il Parlamento. Non è un caso che le leggi in tutte le democrazie le approvino i parlamenti, non i governi. Persino nella antica Roma, dove chi governava era scelto direttamente dal popolo, il magistrato poteva solo presentare una proposta di legge, ma spettava al popolo approvarla o respingerla. In una grande democrazia contemporanea come quella americana vediamo presidenti repubblicani o democratici che devono convincere il proprio schieramento politico, non solo l'opposizione parlamentare, della bontà di certe riforme, venendo talvolta a mediazioni che risentono dei valori e degli umori degli elettori. Nelle democrazie moderne i parlamenti rappresentano il popolo. Perché non è direttamente il governo a poter approvare le leggi? Per dare la più efficace tutela e la più ampia, rappresentanza degli interessi generali dei cittadini e degli elettori. Per evitare che si scivoli verso una monarchia, ancorché limitata nel tempo, ovvero verso una oligarchia. Chi deve dunque scegliere chi può andare in Parlamento? Se è chi governa che sceglie i candidati della futura maggioranza è evidente che si crea un cortocircuito che non esiste in nessun paese democratico, gli, elettori sono destinati a non contare nulla e con il tempo si formerà inevitabilmente una consorteria chiusa destinata a perpetuare il suo potere al di fuori di ogni controllo. Se poi vi è una legge elettorale come quella attuale dove chi è eletto è nominato, dove cioè il popolo non ha il potere di scegliere il singolo candidato, il rischio che i parlamenti finiscano con l'essere solo un'appendice di chi governa è malto alto. Ne va della qualità della democrazia, dell'esigenza di un'adeguata selezione della classe politica e alla lunga della stessa, effettiva rappresentanza degli interessi degli elettori. Se non c'è un partito, strutturato in modo democratico e rappresentativo di iscritti veri, che elabora proposte, che le discute con gli elettori sul territorio, e che individua le candidature, si rimette tutto nelle mani di chi detiene il potere che sceglierà discrezionalmente chi dovrà, entrare in Consiglio comunale, in Consiglio provinciale, in Consiglio regionale, fino al Parlamento nazionale ed europeo, e che prima o poi potrà essere tentato di selezionare a suo piacimento la classe dirigente del paese. Con governi di coalizione il presidente del Consiglio, per ovvie ragioni di equilibri politici, può essere costretto a sposare integralmente le posizioni di un alleato: se non vi è un partito organizzato alle spalle, che a sua volta cerca di riequilibrare la pressione politica dell'alleato con sue proposte alternative e che offre la possibilità di una mediazione più avanzata, è possibile che su certi temi gli elettori di quel partito privo di struttura non siano rappresentati. E' anche possibile, se non c'è un partito che elabora proposte e una visione della realtà, che poteri esterni alla politica impongano di volta in volta ad alcuni ministri l'agenda delle riforme. Ecco perché ritengo, e con me molti altri colleghi, che partiti stabilmente organizzati, con vertici democraticamente scelti dai cittadini, siano essenziali per la nostra democrazia.
|