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Giuseppe Valditara - Il Secolo d'Italia La discussione sul futuro di An si arricchisce ogni giorno di nuovi contributi. Ciò testimonia la notevole vitalità del partito e il successo dell’iniziativa. Credo che la riflessione non possa prescindere da qualche dato simbolico: il Msi nel 1992 aveva a Milano il 2,5 per cento dei voti, An alle politiche del 2006 ha sfiorato nella stessa città il 12 per cento. Se a Milano An con “Fini premier” ha raggiunto ad aprile il 12 per cento, un mese dopo, senza Fini capolista, scendeva all’8 per cento. Fini è del resto in ogni sondaggio il politico che gode del maggiorc consenso personale. Per crescere ancora occorre dunque una maggiore discontinuità di An rispetto al passato, e ci vuole un partito che assomigli sempre di più al suo leader.
Mi è poi sembrato molto interessante il passaggio che ho ritenuto di leggere nella relazione diffusa all’esecutivo che fa volvere il percorso valoriale dalla centralità della nazione alla centralità della persona; la nazione, come in misura minore il municipio, diventa il luogo in cui la persona esplica la sua libertà e progetta al meglio il suo destino entro una più forte solidarietà. Colgo un’altra esigenza: la riflessione sul futuro di An non può essere improvvisata, non può essere “fai da te”. Bene ha fatto il presidente a prospettare il coinvolgimento di forze intellettuali: i tuttologi non servono.
Questa è anche l’occasione per un’altra riflessione: fino agli anni ’50 l’intellighenzia del Paese non era in prevalenza di sinistra; in passato aveva guardato alle forze liberali e allo stesso fascismo, pur nella peculiarità, non secondaria, dell’essere questo un regime. Successivamente la cultura è diventata di sinistra: dalle università alla scuola, dai giornali alla letteratura, alle arti. Certamente il Pci. ha condotto un abile gioco egemonico, anche usando spregiudicatamente i soldi sovietici e il ricatto crescente di una certa editoria, sapientemente colonizzata, ma le forze moderate non hanno saputo avere un’adeguata attenzione alla cultura. Anche la destra, a parte alcune interessanti effervescenze, peraltro ghettizzate nel panorama culturale del dopoguerra, ha finito con l’ostentare una certa sufficienza verso il mondo della cultura. Questa rinnovata attenzione verso il mondo dell’istruzione, dell’università e della cultura, che non nasce per caso, può condurre a recuperare il terreno perduto: del resto occorre essere consapevoli che senza forze intellettuali qualsiasi proposta politica rischia di essere debole e di corto respiro. Non credo poi che nel futuro di An vi debba essere l’esigenza di saper rappresentare “più destra”. Destra e sinistra sono concetti in buona parte superati, insieme con il Novecento; costituiscono semmai un blocco all’acquisizione di nuove fasce d’elettorato. Del resto, in questi anni non vi è stato un significativo spostamento di voti a destra: la Mussolini e le varie liste a destra di An hanno fatto flop, e la stessa Lega al Nord è in evidente crisi. Occorre piuttosto saper dare una risposta politica rassicurante, coerente, competente alle istanze di «modernizzazione inclusiva». Mi sembra questo un concetto assai efficace. Gli italiani hanno capito che le esibizioni muscolari sono inutili e inconcludenti. Vogliono che alle parole seguano i fatti a iniziare per esempio dalla certezza della pena di cui tanto si parla, ma che è un po’ come l’araba Fenice, e dall’espulsione di quei tanti sfaccendati o piccoli criminali che brulicano attorno alle nostre stazioni, agli incroci delle strade, sui vagoni delle nostre metropolitane. Vi è semmai l’esigenza di un partito capace di ascoltare, senza arroganza, con attenzione, i bisogni dei cittadini. Dobbiamo ricostruire un Paese gentile, e autenticamente solidale, che faccia del rispetto del prossimo, delle regole e del bene comune la priorità. In Italia c'è tanta gente normale, semplice, onesta, con i suoi problemi, le proprie ansie, legittime aspirazioni, paure quotidiane. Gente che vive senza eccessi e senza volgarità, per la propria famiglia, per i propri figli, che vuole serenità e sicurezza, che coltiva dei sogni. Questa gente, per chiunque abbia votato nel passato, noi dobbiamo saper rappresentare. Dobbiamo delineare una Repubblica che dia un’opportunità a tutti e che non lasci indietro nessuno; piuttosto che ispirarsi a logiche egualitarie e di controllo, dobbiamo aprire sempre maggiori spazi di libertà, proprio nella consapevolezza che solo la libertà, coniugata con il merito e la responsabilità, sa moltiplicare le opportunità e dunque diffondere più benessere materiale. Questa dev’essere una priorità: diffondere più benessere e più serenità. An deve poi proporre all’intero Paese, con umiltà e senza presunzione, nella quotidianità dei comportamenti, l’esigenza di un livello etico più alto. La moralità collettiva è senz’altro scesa negli ultimi trent’anni a livelli molto bassi, a causa di un individualismo egoistico, amorale, incapace di collocarsi positivamente all’interno di una comunità, incoraggiato da logiche reresponsabilizzanti che si ritrovano nei luoghi capaci di formare l’identità collettiva: c’è bisogno di una svolta. Ci sono poi tre problemi specifici. Occorre saper coinvolgere gli immigrati che intendono inserirsi nella nostra società ben sapendo che prima o poi essi saranno una massa di voti in libera uscita e sarebbe un suicidio politico regalarli a una sinistra che spesso è persino lontana dai valori tradizionali delle comunità straniere. Fra questi immigrati vi è tanta gente onesta e pulita, che sente la cittadinanza italiana come una promozione sociale e vi aspira con un trasporto sentimentale a noi ormai in gran parte sconosciuto. Vi deve essere poi la consapevolezza che al Nord vi è un elettorato crescente che guarda con cauto interesse ad An. Dobbiamo sempre più farci carico, con coerenza e continuità, di un patrimonio di voti che in prospettiva sarà sempre più significativo, sapendo estendere all’intero Paese quell’esigenza di modernizzazione che il Nord da tempo rivendica, assicurando nel contempo un maggior ritorno sul territorio dei versamenti fiscali. E qui si coniuga la questione meridionale, che deve essere affrontata con uno spirito nuovo: credo che il Sud sia ormai pronto per una svolta culturale. Occorrono investimenti mirati per assicurare un riallineamento così da consentire lo sviluppo di logiche finalmente competitive. La vera sfida del Sud è però quella della modernizzazione culturale. Le potenzialità sono grandi, le attese altrettanto, ci vuole una classe dirigente capace di accenderle. La prima globalizzazione della storia l’attuarono del resto proprio quei coloni ellenici che, prima ancora dei romani, fecero del Mediterraneo un unico spazio di civiltà, senza la forza delle armi, ma grazie all’intraprendenza dei propri mercanti e artigiani. Ci vuole un partito unito. Ha fatto bene Gianfranco Fini a rompere la logica correntizia che non ha arrecato alcun vantaggio alla crescita e all’immagine di An. Infine il partito unico è l’obiettivo finale, e giustamente si è detto che esso deve passare per un ingresso nel Ppe: il partito unico non può essere un’annessione a Forza Italia, deve presupporre un’evoluzione del quadro politico che non precostituisca leadership scontate. Vi è una maggioranza morale che con coerenza ha espresso nelle vicende politiche di questi ultimi trent’anni un’idea d’Italia libera e moderna, sicura e prospera: questo è l’elettorato potenziale di An.
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