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Da “Il Secolo d’Italia” del 27.10.2009, pag. 10 di GIUSEPPE VALDITARA I precari della scuola iscritti nelle graduatorie ad esaurimento, che hanno una aspettativa di essere assunti, sono circa 200.000. Di questi, 130.000 hanno incarichi annuali. Si tratta di numeri abnormi, indegni di un Paese avanzato. Questo fenomeno nasce a seguito di un grave errore di impostazione della politica scolastica dei governi che si sono avvicendati negli ultimi decenni del secolo scorso, che hanno trascurato qualsiasi programmazione degli ingressi, privilegiando soluzioni demagogiche di stampo clientelare ed elettoralistico. E' chiaro che con numeri siffatti diventa problematico avviare qualsiasi seria riforma della formazione e del reclutamento dei docenti, che è senz'altro una delle riforme chiave per rilanciare, in prospettiva, la scuola italiana. Non è poi più accettabile che centinaia di migliaia di persone e dunque di famiglie non abbiano alcuna certezza sul proprio futuro, rischiando di anno in anno di non vedere confermato il proprio lavoro e dunque la fonte di sostentamento per sé e per i propri cari. La scuola italiana è caratterizzata inoltre da una età media dei suoi insegnanti particolarmente avanzata. In un contesto siffatto occorre mettere fra le priorità lo studio di un piano pluriennale che avvii a definitiva soluzione il problema del precariato immaginando di assorbire entro un numero di anni certo i precari iscritti nelle graduatorie ad esaurimento per poter contestualmente avviare nuove forme di selezione, più meritocratiche, dei docenti del futuro. Va poi osservato che la figura dell'insegnante ha subito negli ultimi quarant'anni una forte svalutazione sociale, mentre in parallelo sono cresciute le difficoltà di rapporto con un mondo giovanile profondamente cambiato: l'insegnamento è stato del resto giudicato dagli organismi internazionali fra i lavori più usuranti. Ne è conseguita una crescente demotivazione e stanchezza che caratterizza in particolare una larga fascia di insegnanti anziani. Da queste premesse è scaturita l'idea che sta alla base dell'emendamento che insieme ad altri colleghi ho presentato in Senato al disegno di legge finanziaria per il 2010. L'emendamento riconosce la possibilità di andare in pensione con due anni di anticipo per tutti coloro che abbiano raggiunto quota 93, calcolando cioè la somma fra gli anni di anzianità e quelli di di età anagrafica, partendo dal rapporto 34/59, per finire con quello 36/57, ovvero che abbiano almeno 38 anni di anzianità di servizio. Si calcola che almeno 20.000 docenti approfitteranno di questa opportunità, liberando posti per la assunzione di insegnanti più giovani e garantendo a tutti i precari la continuità nelle supplenze annuali. Queste nuove disponibilità di organico si aggiungeranno, fra l'altro, a quelle rese disponibili dai pensionamenti fisiologici. Il costo per le casse dello Stato di questa operazione è assai modesto, posto che non solo un insegnante anziano costa mediamente 16.000 euro in più di un neoassunto, ma anche perché l'anticipo pensionistico di due anni viene in parte coperto dall'assegno di disoccupazione che lo Stato paga per i precari "annuali" rimasti senza incarico, che è pari a circa 11.000 euro. L'emendamento, se passerà, dovrà essere riproposto anche nei prossimi anni così da contribuire al progressivo svuotamento del1le graduatorie ad esaurimento. Una cosa deve essere certa: è ormai giunto il momento di avviare a soluzione un problema sociale che toglie serenità e motivazione ad un numero rilevante di docenti. Queste persone devono avere certezza del loro futuro dopo tanti anni di duro lavoro e di sacrificio. Oltretutto la serenità di chi è impegnato nel difficile compito di educare e insegnare è fondamentale anche per chi è dall'altra parte della cattedra. Un docente sereno e motivato è garanzia di un insegnamento più efficace e proficuo.
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