venerdì 30 luglio 2010
 
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Intervento in commissione del 2.3.2010 PDF Stampa E-mail
martedì 02 marzo 2010

Discorso di replica tenuto dal sen.Valditara in commissione VII nella seduta pomeridiana del 2 marzo 2010, a conclusione della discussione generale sul Ddl 1905 in tema di Norme in materia di organizzazione dell'università.  

Voglio aprire questa mia relazione di replica con un ringraziamento a tutta la commissione per l'eccellente lavoro prodotto in questi due mesi di dibattito. Abbiamo fatto 30 audizioni, ci sono stati numerosi ed autorevoli interventi di senatori esterni alla commissione. Il dibattito che si è sviluppato è stato alto, serio, pacato, approfondito. Insomma abbiamo fatto quello che dovrebbe sempre fare un Parlamento. Ho preso diligentemente nota di tutte le osservazioni potendo peraltro contare anche sulla efficiente verbalizzazione degli interventi della dr.Pazzaglia e della dr.De Cesare, che ringrazio. Dirò subito che emerge una ampia coincidenza nella valutazione del presente ddl fra maggioranza ed opposizione su molti punti decisivi. Proprio questa consonanza di accenti mi fa sperare nella possibilità che anche l'attività emendativa trovi forme di intesa trasversali nell'interesse esclusivo dell'università italiana e quindi della nazione, che qui rappresentiamo. Prima di entrare nel merito dei singoli argomenti sollevati dai colleghi voglio fare qualche considerazione di carattere generale. Se è diffuso il riconoscimento, in questa sede parlamentare e nel dibattito che si svolge all'esterno, che le linee generali del ddl governativo hanno il merito di affrontare positivamente i nodi principali dell'università italiana, emersi in questi anni, impianto generale che dunque va salvaguardato e difeso, è stato altrettanto unanime sia nelle audizioni, sia negli interventi dei parlamentari, il convincimento che il ddl risenta di un eccesso di regolamentazione, di prescrittività, di dirigismo, di burocratismo. Credo che sia innanzitutto su questo che noi dovremo intervenire in sede emendativa. Faccio qualche esempio: quasi tutti gli interventi hanno richiamato le norme sulla chiamata locale dei professori, auspicandone la modifica. Il ddl si perde in minuziosi dettagli che rischiano di allungare le procedure di chiamata, di indebolire la possibilità di una sana concorrenza fra modelli di selezione, di dare vita a ricorsi a non finire. Credo che compito dello Stato, secondo una concezione moderna e autenticamente liberale, sia solo quello di fissare i requisiti minimi per garantire la serietà delle procedure, valutando poi a valle, e quindi eventualmente sanzionando, i risultati. E' la logica liberale della responsabilizzazione mediante un sistema  di incentivi e disincentivi, ferme restando alcune regole chiare e generali che tutti devono rispettare. I requisiti di serietà della procedura di reclutamento che il ddl già prevede e che non vanno modificati sono a mio avviso da individuare: a) nel vaglio preventivo di una commissione nazionale estratta a sorte e composta esclusivamente da chi sia stato continuativamente presente ad alto livello nel dibattito scientifico degli ultimi anni con il compito di valutare la qualità scientifica e, aggiungerei, le competenze didattiche di ciascun candidato; b) nella valutazione comparativa effettuata localmente sui titoli espressi dai candidati interessati all'assunzione con conseguente proposta di assunzione deliberata a maggioranza (aggiungerei io) assoluta degli appartenenti al dipartimento; c) nella approvazione della proposta da parte del cda, che ovviamente deve solo controllare la trasparenza e la regolarità della procedura, rigettando proposte che siano palesemente viziate da interessi estranei al più generale interesse dell'ateneo. Altro esempio di eccesso di prescrittività è rappresentato dall'art. 2, comma 2 lettera p) con il divieto per i componenti il senato accademico di ricoprire la carica di direttore di dipartimento, ovvero dalla lettera d) del comma 3 che entra in complesse distinzioni sul numero delle facoltà che si possono attivare a seconda del numero dei docenti, ovvero ancora dall'art.9 comma 3, che è materia riservata ad un esperto di alti calcoli matematici, relativo ai rapporti fra chiamate dall'esterno e dall'interno dell'ateneo, prima o dopo i primi 5 anni: un serio meccanismo di incentivazioni credo sarebbe più che sufficiente. Un eccesso di dirigismo si coglie infine quando si stabilisce all'art.12, comma 9 che il ministero nomina i commissari per poter valutare i candidati della quota nazionale dei ricercatori a contratto. Senza poi contare la norma sulla prescrizione di quante ore debbano essere dedicate alla ricerca, su cui già in tanti si sono espressi. Se è giusto determinare le ore da dedicare alla didattica, perché in esse, oltreché nella loro qualità, consiste il servizio reso agli studenti, (e a nessuno verrebbe mai in mente di prescrivere le ore necessarie per preparare una lezione!) è nei risultati della ricerca che consiste il servizio reso alla collettività e sono dunque i risultati da valutare, non il numero di ore necessarie per ottenerli. Va semmai previsto espressamente l'obbligo di certificare le ore di impegno didattico per evitare sgradevoli elusioni a tale prescrizione. Insomma per ravvivare i nostri lavori con un'immagine bucolica, il ddl è come un bel roseto, composto da rose di riconosciuta qualità, che è cresciuto a dismisura e che va dunque potato per evitare che si trasformi in un bosco inestricabile.Non mi sfuggono le ragioni di una certa prescrittività: reagire contro un uso distorto dell'autonomia. L'approccio credo debba essere tuttavia un altro. L'università italiana è stata costruita dal ddl Ruberti in poi solo sul principio di autonomia, è mancato totalmente il principio di responsabilità. Questo ddl ha il merito di aggiungere al criterio dell'autonomia quello della responsabilità, secondo una filosofia peraltro trasversalmente condivisa dai vari governi che si sono succeduti negli ultimi 10 anni, anche se con esiti non sempre convincenti e decisivi. E' evidente che intanto la responsabilità ha un senso, in quanto si sia autonomi nel decidere. Dirigismo e responsabilità sono incompatibili. Più in generale dobbiamo riformare l'università fuoriuscendo dalla cultura dell'emergenza che va bene se inserita in una Finanziaria e con durata limitata, in una riforma organica dobbiamo pensare a quella che sarà l'università italiana da qui a 15 anni, per evitare che il prossimo ministro si metta in testa di rifare tutto daccapo. Ed è partendo da questa permessa che noi oggi dobbiamo ragionare, anche tenendo conto di quello che ha recentemente ben evidenziato la Heritage Foundation nella sua valutazione sulla libertà economica dei vari Paesi: uno degli handicap più rilevanti del sistema italiano è il continuo cambiamento delle regole, che genera sforzi rilevanti, anche in termini economici, per il continuo adeguamento delle strutture. Prima di affrontare in dettaglio i temi sollevati dai singoli interventi, consentitemi di fare qualche osservazione di carattere generale. Non è vero come da qualche parte si è affermato che i professori sono troppi. Vi è stata una crescita anomala e disordinata, soprattutto di ordinari, in conseguenza della introduzione del 3+2 e della moltiplicazione dei corsi di laurea e quindi delle materie di insegnamento. Bene ha fatto il governo a porvi rimedio, in specie con la legge 1/2009, ma deve essere chiaro che quella legge non è una legge di sistema, è, quella sì, una legge che affronta una emergenza. Sulle sedi staccate bisogna anche evitare di confondere localismi inutilmente dispersivi di risorse pubbliche e sedi staccate che svolgono funzioni importanti di sviluppo del territorio. Voglio anche affrontare un tema che ritengo centrale e che spesso rimane confinato al malumore dell'Accademia: la valorizzazione di chi lavora è indilazionabile. Se non si dà la possibilità di pagare di più di quanto avvenga oggi chi per qualità della didattica e della ricerca raggiunga risultati significativi, non si favorirà la competitività dei nostri atenei e non si internazionalizzerà il nostro sistema universitario, che è ancora troppo chiuso e autarchico.Vengo infine ai singoli punti sollevati nel dibattito. Inizierò da una considerazione sollevata dal senatore Vita: che cosa si intende per università? Domanda difficile, a cui tuttavia non mi sottrarrò. Più che una definizione, che rischia di essere banale, dirò come vedo io l'università. Innanzitutto una comunità umana e più in particolare una societas, in cui cioè lo stare insieme è frutto di un atto di libertà e di reciproca responsabilità. I soggetti sono docenti ricercatori  (l'uso di "ricercatori" come apposizione non è casuale) e studenti; una comunità/societas non chiusa su se stessa, non concepita per coltivare antistorici narcisismi, ma finalizzata, con una sensibilità all'apertura universale, alla crescita complessiva dei livelli formativi, della dimensione culturale e della competitività materiale della nazione. In cui dunque didattica e ricerca siano strettamente collegate, perché la didattica universitaria non è didattica ripetitiva, di secondo livello, ma è innanzitutto il risultato di ciò che uno studioso ha elaborato, individuato, scoperto, è trasmissione e promozione di sapere innovativo, oltreché insegnamento di metodi rigorosi, è in ogni caso elaborazione critica di conoscenza. Lo strumento per raggiungere i suddetti fini sono la libertà della didattica e della ricerca, la libera scelta cioè dei metodi e delle filosofie per raggiungere le finalità indicate, insieme con la libertà della organizzazione, ciò che la nostra costituzione riassume come autonomia ordinamentale; la verifica della loro rispondenza ad un interesse generale è di competenza dello stato ed è rappresentata dalla valutazione dei risultati accompagnata da incentivi premiali e disincentivi penalizzanti. Nell'intervento della sen.Garavaglia ho colto un'espressione che mi è piaciuta perché riassume una filosofia senz'altro condivisibile e coerente con quanto ho osservato fin qui: la centralità dello statuto. Avrei invece qualche perplessità sulla proposta di limitare per la elezione del rettore l'elettorato attivo ai soli membri del senato accademico, anche se condivido, come già ebbi modo di affermare nella mia relazione introduttiva, che il ruolo del senato di controllo e di stimolo debba essere rafforzato. Anche nel rispetto della tradizione millenaria della università italiana, quella universitas che per secoli ha insegnato al mondo la scienza, penso tuttavia che il rettore debba essere espressione di una più ampia comunità accademica. Colgo una sostanziale coincidenza di valutazioni nell'ampio ed articolato intervento del sen.Possa di cui mi piace ricordare, fra l'altro, le acute motivazioni della inopportunità di vietare ai membri del senato di ricoprire altre cariche accademiche (non estenderei invece il discorso ai membri cda, che deve essere necessariamente terzo): il rischio di strutturare un potere del tutto sganciato rispetto alla linea gestionale interna (direttori di dipartimento, direttori di facoltà), peraltro già democraticamente eletta e dunque rappresentativa, dando vita ad un senato tipicamente autoreferenziale e "politicizzato". Non mi sfugge il senso delle riserve avanzate sulla concreta attuabilità di prove nazionali standard per accedere al fondo per il merito. Un unico punto non mi sento di condividere, e cioè laddove sembra in qualche modo circoscrivere il ruolo dell'università alla cosiddetta ricerca di base, partendo dalla premessa che ricerca e didattica richiedono "culture, attenzioni e linguaggi tra di loro assai differenziati". Molto importante è il ruolo di stimolo che viene assegnato al ministero per segnalare l'attenzione verso nuove discipline in via di sviluppo nel mondo e per mantenere materie necessarie a salvaguardare la nostra identità culturale. Senz'altro interessante è il suggerimento del sen.Calabrò che per favorire la mobilità fra sedi universitarie propone che una parte del budget del docente sia legata alla persona piuttosto che all'ateneo. Questo rafforzerebbe anche il potere contrattuale di chi fa ricerca e didattica di qualità. Condivisibile è pure il suggerimento che la valutazione della ricerca avvenga per ambiti disciplinari secondo criteri e modalità differenziati come pure condivisibile è l'invito a valorizzare l'attività per conto terzi. Comprendo che la triennalizzazione degli scatti comporta un pregiudizio economico, ma d'altro canto va anche riconosciuto che una valutazione triennale dell'attività svolta appare più adeguata. Per evitare ricorsi a non finire e anche per consentire l'operatività concreta della innovazione legislativa, suggerisco peraltro di far salvi gli scatti in corso di maturazione. Quanto al sen.Ceruti credo si debba prestare attenzione al suo invito a non limitarsi a mutuare esempi stranieri la cui mera trasposizione nell'ordinamento italiano rischia di determinarne una banalizzazione, così come ritengo con lui che si debba procedere ad una riduzione delle deleghe, che in specie su alcuni aspetti dello stato giuridico, rischiano di determinare un eccesso di regolamentazione. Senz'altro condivisibile l'opinione del sen.Baldassarri per cui il diritto allo studio si garantisce innanzitutto creando le condizioni perché lo studente possa scegliere l'università da frequentare, così come la considerazione che l'equità sociale deve essere garantita attraverso borse di studio e sostegno alle famiglie, "evitando una falsa perequazione sociale ottenuta attraverso la dequalificazione del sistema universitario". Ho alcune perplessità circa la proposta della sen.Aderenti di mettere un limite fissato nel 10% alle borse di studio per studenti stranieri. L'Italia è semmai penalizzata nei ranking internazionali per avere pochissimi studenti stranieri, ben vengano nel nostro Paese giovani meritevoli. Un appoggio importante alle tesi qui sostenute l'ho trovato nell'intervento del sen.Quagliariello che parla correttamente di trasferire il baricentro sui controlli ex post, spostando l'enfasi, cito alla lettera, "sulla valutazione a posteriori basata su meccanismi premiali per gli atenei e per i docenti"; auspica infine correttamente uno snellimento delle procedure decisionali. Il sen.Quagliariello propone peraltro la chiamata diretta nell'ambito dei concorsi locali: la proposta è stata avanzata anche dai sen.Livi Bacci e Asciutti, e credo sia condivisa pure dal sen.Ceruti. Ritengo debba essere oggetto di discussione in fase emendativa. Il sen.Treu rileva possibili aspetti di incostituzionalità nella quantificazione di un certo monte ore obbligatorio da dedicare alla ricerca, dubbi che avevo già espresso in sede di mia relazione introduttiva. Noto pure con piacere che condivida, come del resto già il sen.Calabrò,  il mio auspicio di una correlazione fra risultati ottenuti e retribuzione dei docenti, ben al di là della eliminazione degli automatismi retributivi. Il sen.Livi Bacci, come pure i sen.Possa, Baldassarri e Serafini, ritengono rischiosa la fissazione per legge di una determinata quota di esterni. Si potrebbe sottoporre a verifica questa innovazione legislativa, prevedendo per questa come per altre disposizioni un tagliando a 3 anni dall'entrata in funzione della normativa Quagliariello. Qualche maggiore distanza rispetto all'indirizzo generale, ho colto nell'intervento del sen.Giambrone. Non condivido per esempio la critica che il metodo di elezione dei rettori accentui l'influenza dei professori ordinari: gli ordinari sono semmai una minoranza nel corpo elettorale. Non condivisibile è senz'altro, a mio avviso, la critica al sistema di accreditamento delle università, che a detta del senatore Giambrone rischia di differenziare fra università di serie A e di serie B. L'accreditamento è uno dei passaggi più innovativi e condivisibili del ddl, che va nella direzione di una effettiva trasparenza e di un utilissimo strumento a tutela in primo luogo degli studenti. Ben venga una seria differenziazione, purchè, e qui faccio una proposta concreta, si dia vita con accordi di programma ad un risanamento profondo di tutte le università in difficoltà. Non condivido nemmeno le critiche al commissariamento degli atenei in stato di dissesto, che rivendico di aver inserito già nel ddl della maggioranza e che venne a suo tempo inserito nel presente ddl su mia espressa richiesta. I soldi versati dai contribuenti vanno amministrati con oculatezza e non possiamo tollerare che università sull'orlo del fallimento continuino a dissipare risorse pubbliche senza che lo stato possa intervenire. Non possiamo accettare altri casi come quello dell'università di Siena. Reagire alla mala gestione delle università non ha nulla a che vedere con una presunta volontà privatizzatrice. Né mi convincono le critiche alle chiamate effettuate in loco, sotto "il controllo delle università": sarebbe impossibile responsabilizzare le università per le scelte fatte se la chiamata dei professori dovesse essere imposta dall'esterno. Circa la figura del ricercatore a contratto, giudicata negativamente dal sen.Giambrone, ritengo infine che essa possa stimolare la produttività scientifica, l'impegno all'interno dell'accademia, consentendo una più adeguata selezione senza prefigurare intoccabili rendite di posizione. Importante è semmai una programmazione seria delle chiamate a professore associato e dei relativi stanziamenti per evitare che non vi siano adeguate prospettive di carriera per i giovani ricercatori. Ritengo invece ragionevole e da me in passato già auspicato che gli assegnisti possano godere di una tutela previdenziale. Del sen.Vetrella condivido senz'altro la forte accentuazione sulla necessità di una politica premiale verso chi ottenga risultati di qualità, accompagnata da più efficaci sanzioni verso chi non faccia il proprio dovere. Accolgo l'invito della sen.Franco a garantire la posizione di coloro che abbiano conseguito l'idoneità prima dell'entrata in vigore di questo ddl e che non siano stati ancora assunti perché "i rispettivi atenei non erano nelle condizioni di farlo". Prometto che valuterò positivamente un emendamento in questa direzione. Avevo peraltro già auspicato nella mia relazione che i tempi lunghi per l'avvio delle procedure concorsuali che questo ddl comporterà non devono paralizzare l'assunzione di chi abbia acquisito l'idoneità con i concorsi attualmente in svolgimento.Quanto all'intervento del sen.Procacci non ritengo corretto "censurare la riduzione della rappresentanza del personale tecnico-amministrativo" e tanto meno quella degli studenti. Quanto ai primi si rinvia, come del resto oggi, agli statuti, quanto ai secondi, essi sono anzi gli unici soggetti dell'accademia ad essere espressamente rappresentati nel cda, ed una pluralità di norme ne garantisce la presenza nei vari organismi, arrivando a prevedere, all'interno dei dipartimenti, commissioni paritetiche docenti-studenti per svolgere attività di monitoraggio dell'offerta formativa, contribuendo alla valutazione della stessa, formulando pareri sull'attivazione o soppressione di corsi di studio.E' invece condivisibile auspicare un superamento delle distinzioni di carriera tra ricercatori a contratto e a tempo indeterminato. Al riguardo proporrò di estendere il meccanismo della cosiddetta tenure track anche ai ricercatori a tempo indeterminato. Ricco di suggestioni e di stimoli è stato l'intervento del sen.Pittoni. Dirò subito che condivido senz'altro la richiesta di assegnare alle università sotto finanziate fondi aggiuntivi finalizzati al riequilibrio, ritengo tuttavia che questa istanza possa realizzarsi soltanto prevedendo risorse fresche, con un aumento degli stanziamenti complessivi al sistema universitario. Senza risorse nuove, il combinato disposto della diminuzione dei finanziamenti pubblici e del meccanismo premiale del 7%, che già trasferisce risorse all'interno dello stesso sistema universitario, renderebbero impraticabile un semplice ed ulteriore spostamento di risorse tra università finalizzato al riequilibrio. Dobbiamo evitare di chiudere molte università. Lascerei per ultimo l'intervento del sen.Rusconi perché mi offre il destro per una importante precisazione. Estremamente informato, in particolare sul recente modello austriaco, è l'intervento del sen.Asciutti. Voglio qui ricordare peraltro che la tendenza a rafforzare la governance di ateneo ha caratterizzato recentemente diversi modelli in Europa e nel mondo: penso per esempio a quanto è avvenuto in alcuni laender tedeschi, o al sistema universitario giapponese. E' tuttavia necessario che a tale rafforzamento corrisponda un bilanciamento di poteri, conferendo ad organi rappresentativi della comunità accademica poteri di controllo e di iniziativa. In questo contesto non condivido la soluzione individuata dal legislatore austriaco volta ad attribuire al rettore il potere di nomina dei direttori dei dipartimenti, che rischia di sbilanciare a tutto favore dell'organo di governo centrale i rapporti interni agli atenei. Fra i molti stimoli che il discorso del sen.Asciutti suggerisce commenterò quelli di più semplice attuazione, partendo innanzitutto dalla necessità di migliorare il testo in materia di governo del cda. Se la riserva al rettore del ruolo di presidente del cda appare forse troppo rigida, va senz'altro garantita la possibilità di attribuire agli statuti la scelta fra una governance monocratica ovvero duale. Una prospettiva che imponga per legge soluzioni diverse rischia di essere poco rispettosa dell'autonomia universitaria e foriera di possibili inefficienze di gestione. Senz'altro condivisibile è anche l'istanza volta a rendere più effettivi i poteri sanzionatori del cda, credo che la mia proposta di eliminare la giurisdizione domestica del Cun, prevedendo nel contempo una certificazione delle ore di didattica, dia concretezza a questa istanza. Pure condivisibile è una rinnovata attenzione ai rapporti fra atenei e facoltà mediche: nell'ambito della attività emendativa auspico che qualcosa di concreto possa essere proposto. Infine condivisibile è l'auspicio ad una diminuzione delle deleghe legislative. Ho apprezzato da ultimo l'intervento del sen.Pardi laddove rifiuta l'idea di trasformare il ricercatore in una sorta di impiegato che timbra il cartellino. Mi è piaciuto in particolare il suo "no alla dittatura del tempo". Last but non least l'intervento del sen.Rusconi. Premesso che ho apprezzato la disponibilità a nome del suo gruppo a collaborare al miglioramento del testo, e ribadendo la intenzione di procedere ad una riscrittura di alcuni passaggi del ddl, voglio peraltro invitarlo a non confondere un dibattito libero e serio, come quello che ha caratterizzato tutti gli interventi dei commissari di maggioranza, oltreché di opposizione, con un disimpegno di alcuni verso il presente ddl. La maggioranza c'è, è responsabile e compatta, ha dato tuttavia prova di voler onorare appieno la dignità ed il ruolo del Parlamento non limitandosi, come troppo spesso è accaduto da un po' di anni a questa parte, a farsi amplificatore di progetti governativi, ma intervenendo con la volontà di dare un contributo approfondito alla redazione di una riforma così importante per l'università italiana. La serietà con cui la maggioranza ha onorato il suo ruolo dovrebbe essere una garanzia per un'opposizione che realmente si voglia confrontare costruttivamente sui grandi temi trattati, assumendo ciascuno, secondo i propri valori e le proprie sensibilità, precise responsabilità.Abbiamo l'occasione perché questa riforma veda un ruolo determinante del Parlamento: sono certo che questa grande opportunità non andrà sprecata.

 
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© 2010 Giuseppe Valditara
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