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| Rassegna stampa
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Conviene davvero pensionare i baroni? |
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giovedì 29 luglio 2010 |
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Da “La Stampa” del 29.7.2010, pag. 13 Dopo tanto parlare e dopo tanto dichiarare da parte del ministro dell’Istruzione - ma pure della Lega e del Pd - anche stavolta non si parla minimamente di mandare i prof universitari in pensione a 65 anni. Costa troppo. A fare i primi calcoli è stato il Consiglio universitario nazionale, un organo istituzionale che ha il compito di dare pareri tecnici al ministero. Giovedì scorso si è riunito e ha approvato una mozione che è una condanna a morte di tutte le chiacchiere di questi mesi sullo svecchiamento nelle università. Circa 500 milioni di euro l'anno per cinque anni di spese in più a carico del Tesoro che ovviamente non darebbe mai via libera ad un'operazione del genere. Alla cifra si arriva piuttosto in fretta se si considera che ci saranno circa 1500 uscite di prof l’anno cui si dovrebbe corrispondere l’indennità di liquidazione - spiega il Cun nella sua mozione - e questo vuol dire spendere circa 300 milioni di euro l'anno. I restanti 200 arrivano dal calcolo delle pensioni aggiuntive, tutte con importi alti, pari a circa l’80% degli attuali stipendi. «La proposta del pensionamento a 65 anni prevede una riduzione troppo drastica e repentina - avverte Andrea Lenzi, presidente del Cun. Nessun comparto può permettersi di perdere il 50% della classe dirigente senza colpo ferire». La mozione del Consiglio si conclude con un ulteriore consiglio che suona come il de profundis definitivo: «Il trend generale in tutti i settori produttivi, per motivi sia economici che demografici (allungamento della durata media della vita) è decisamente avverso all'anticipazione dell'età pensionabile» (…). Ringiovanimento bocciato, insomma. Lo sostiene anche Giuseppe Valditara, senatore del Pdl e relatore del disegno di legge sulla riforma dell'Università stasera all’esame del Senato. «Si tratta di una proposta eccessivamente penalizzante. Molti professori a 65 anni sono al culmine della loro competenza. Perché privarsene? E poi penalizzerebbe i ricercatori attuali che si troverebbero ad andare in pensione con 34-35 anni di anzianità. E non si riuscirebbe mai a coprire il vuoto di professori che si creerebbe. Alla fine siamo riusciti a trovare un equilibrio ponendo nel disegno di legge come limite di età i 70 anni» (…). |
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Prime aperture del governo sullo sblocco degli stipendi |
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giovedì 29 luglio 2010 |
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Da “Il Sole 24 Ore” del 29.7.2010, pag. 30 Prime aperture del governo per lo sblocco degli scatti stipendiali di docenti e ricercatori universitari, congelati fino al 2013 dalla manovra di Tremonti. «Il tema merita un approfondimento», ha dichiarato il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, intervenendo in aula al senato durante l'esame dei 437 emendamenti al Ddl di riforma degli atenei. «Domani (oggi, ndr) - ha annunciato il ministro - presenteremo una proposta per risolvere la questione, concordata con il ministero dell'Economia, che conterrà pure «una rassicurazione sul tema delle risorse». Gelmini ha chiesto quindi all'aula di Palazzo Madama di accantonare i tre emendamenti bipartisan all'articolo 8 del Ddl presentati da Francesco Rutelli (Api), Giampiero D'Alia (Udc) e Francesco Bevilacqua (Pdl), che chiedevano invece il ripristino degli aumenti stipendiali per tutti i professori. Favorevole all'annuncio del ministro il relatore al provvedimento Giuseppe Valditara (Pdl), mentre ha accusato il Governo di « scarsa credibilità» la senatrice del Pd ed ex vice ministro dell'Istruzione, Mariangela Bastico (…). Il Senato ha chiuso ieri la prima parte dei lavori sul Ddl Gelmini, esaminando e votando gli emendamenti a 16 articoli del testo, dei 22 totali. L'assemblea riprenderà le votazioni oggi alle ore 9,30, per arrivare al via libera finale entro la serata. Oggi, si affronterà l'esame dei temi caldi del provvedimento, a partire dalla sorte che attende i circa 26mila ricercatori a tempo indeterminato, penalizzati dall'arrivo della nuova figura del ricercatore a tempo. L'attesa sarà anche per le eventuali modifiche all'età pensionabile, che rimane orientata verso i 68 anni per i docenti associati e a 70 per gli ordinari. Tra le novità approvate ieri, spicca invece la possibilità per gli atenei "virtuosi" di poter sperimentare nuove forme di governance. Servirà però l'ok da parte di viale Trastevere, ha sottolineato Valditara, padre dell'emendamento (…). |
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Il Pdl alza lo scudo: “Fini non riuscirà a fare caos pure qui” |
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giovedì 29 luglio 2010 |
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Da “Libero Milano” del 29.7.2010, pag. 47 «Vogliono solo portare anche a Milano un po' del casino che hanno fatto a Roma». Il PdL milanese replica così ai coordinatori lombardi di Generazione Italia (la corrente finiana del Popolo della libertà) che, in seguito allo scandalo di droga e mazzette che ha portato nei giorni scorsi alla chiusura di due note discoteche cittadine, hanno sollevato la questione morale in città, chiedendo più controlli sull'operato dei funzionari della pubblica amministrazione e una presa di distanza più netta da parte del partito nei confronti dei politici coinvolti in indagini giudiziarie. Per Alberto Garocchio, decano dei consiglieri comunali milanesi, il senatore Giuseppe Valditara, l'europarlamentare Cristiana Muscardini, l'assessore Giampaolo Landi Di Chiavenna e l'onorevole Benedetto Della Vedova «sono paracadutisti finiani sulla Madonnina. Gente che di Milano sa poco e niente e che si inventa balle per avere visibilità. Qui noi abbiamo il sindaco Moratti che è una garanzia assoluta sul piano della legalità, e il suo vice De Corato che è un mastino. Cosa vogliono di più?» (…). |
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Atenei, dubbi sulla pensione a 65 anni |
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martedì 27 luglio 2010 |
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Da “Il Corriere della Sera” del 27.7.2010, pag. 19 Parte il rush finale al Senato per la riforma dell'università, caldeggiata in tempi brevi anche dal presidente Giorgio Napolitano. Oggi in aula comincia la discussione generale. L'obiettivo è licenziare il testo entro la fine della settimana. Poi la parola passerà alla Camera. Ma non prima di settembre o di ottobre, a questo punto. Dopo la prima scrematura sono rimasti 300 emendamenti al ddl Gelmini che - dopo il varo del governo - ha stazionato per mesi in commissione. E ancora ci sono molti punti da risolvere. A cominciare dall'età della pensione per i professori universitari. Il provvedimento, molto articolato per quanto riguarda la governance e l'organizzazione degli atenei, allo stato attuale prevede la messa a riposo dei docenti a 70 anni. Il Pd ha però presentato un emendamento che, fra le varie norme, prevede il pensionamento a 65 anni «per favorire l'ingresso dei giovani». Una proposta che era stata avanzata anche dal ministro Gelmini in un'intervista al Corriere. Dopo la rivolta dei professori, il centro‑destra ha frenato. «In ogni caso noi prevediamo la possibilità di utilizzare a contratto i professori migliori anche dopo i 65 anni per attività didattica, gruppi di ricerca e altre iniziative», spiega Marco Meloni, responsabile delle politiche per l'università nel Pd. La questione sarà oggetto sicuramente di discussione. E forse anche di scontro politico. Dunque oggi si riparte con molte incognite. A cominciare dai tempi. Perché - come ammettono dalla stessa maggioranza - «stiamo aspettando su molte questioni indicazioni precise dal governo». Però, spiega il relatore Giuseppe Valditara (Pdl), «il testo è innovativo ed esauriente. Dopo il lavoro in commissione l'articolato è completo. Ma siamo aperti alle correzioni che l'aula riterrà opportune». Le linee guida della riforma prevedono la premialità del merito a tutti i livelli: per gli atenei, che ricevono le risorse anche in base appunto ai meriti didattici e di ricerca; per le carriere del personale docente; per il reclutamento dei ricercatori; per gli studenti. Inoltre per garantire trasparenza si prevede un albo unico dei professori al quale le università debbono attingere i docenti da mettere a contratto o assumere. E ancora il tetto massimo di 8 anni per la durata in carica dei rettori e nuove norme per facilitare l'assunzione dei ricercatori. «Il problema è che la riforma non indica le risorse. E una riforma di questo tipo senza risorse è un castello di sabbia», dice ancora Marco Meloni. E Vincenzo Vita, senatore del Pd, aggiunge: «Per noi oltre all’età pensionabile a 65 anni, condizioni irrinunciabili sono norme per il diritto allo studio e l'immissione in ruolo dei ricercatori», che invece rischiano di vedere con la riforma la propria posizione congelata e i diritti acquisiti cancellati. |
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La chiamano riforma, sono tagli. Il Senato vota, atenei in rivolta |
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venerdì 23 luglio 2010 |
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Da “L’Unità” del 23.7.2010, pag. 4 Paese reale paese legale, nel paese reale 26.000 ricercatori coprono, assolvendo un compito che non compete loro, il 30% degli insegnamenti universitari. In quello legale si discute una riforma del ministro Gelmini, ieri in Aula al Senato, che afferma alcuni principi condivisi e li nega subito dopo: autonomia e responsabilità, diritto allo studio, una percentuale di almeno il 7 per cento dei fondi assegnati sulla base di un principio valutativo naufragano sotto i colpi d’ascia di Tremonti. Per far partire una riforma ci vorrebbe una dote, invece la manovra prevede il taglio di un miliardo e 300 milioni per il 2011. Il risultato è che la fascia più debole ma anche più essenziale al funzionamento degli atenei è in rivolta, soprattutto nelle sedi più qualificate, da Bologna a Firenze, a Pisa, a Modena-Reggio Emilia. E l’inizio del prossimo anno accademico a rischio. Una corsa contro il tempo: il ministro vorrebbe il voto in Senato prima della chiusura estiva, per essere pronta al passaggio alla Camera in autunno. Per i ricercatori c'è ìl danno e la beffa. Non si potrà fare i ricercatori per più di sei anni. È una misura - sostiene il ministro - che dovrebbe aprire ai giovani, senza chance d’ingresso, «non tutta la ricerca - sostiene Maria Stella Gelmini - deve concludersi con la carriera universitaria». Bel discorso virtuale, nel paese reale i ricercatori sono fra i 40 e i 50, sostituiscono i prof nella docenza da anni e da decenni. È il cane che si morde la coda da un quarantennio nella storia dell'università italiana. La beffa viene dalla manovra che blocca gli scatti di anzianità: è una imposta progressiva al contrario che dura per l'eternità: oltre il 37 per cento di decurtazione per i giovani, intorno al 6 % per chi è a fine carriera. Di qui lo slogan della "Rete 29 aprile" che raccoglie la maggioranza dei ricercatori: «Tremonti tassaci», una tassa non è per sempre ma per l'emergenza. Lo stesso relatore di maggioranza Giuseppe Valditara chiede che gli scatti, «già restituiti ai magistrati, siano ripristinati per gli universitari» (…). |
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Riforma università a fine anno |
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venerdì 23 luglio 2010 |
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Da “Il Sole 24 Ore” del 23.7.2010, pag. 27 È sbarcato ieri in aula al Senato il Ddl di riforma degli atenei italiani, con quasi due mesi di ritardo dalla chiusura dei lavori in commissione. Il testo, accompagnato da ben 437 emendamenti, di cui un centinaio presentati dalla maggioranza, si preannuncia "blindato". Palazzo Madama dovrebbe accogliere solo le richieste di modifica che hanno ottenuto l'ok da parte del governo, vale a dire circa una trentina, anticipate dal Sole24ore.com lo scorso 20 luglio. Il relatore del provvedimento e professore universitario, Giuseppe Valditara (Pdl), si è mostrato fiducioso di chiudere l'esame del Ddl entro mercoledì della prossima settimana, o al massimo, prima della pausa estiva. La palla passerà poi a Montecitorio, che dovrebbe licenziare definitivamente la riforma Gelmini tra novembre e dicembre. Pochissime le possibilità di chiudere prima, come ammette Valditara, considerato come, in quel periodo, ha spiegato, «la Camera sarà probabilmente impegnata nell'esame della finanziaria d'autunno, che, come è accaduto con la manovra estiva, monopolizzerà i lavori del parlamento». Per Valditara il Senato si appresta a votare «una riforma di alto profilo», e probabilmente, «la più importante di questa legislatura nel settore dell'istruzione e della ricerca». Giudizio diametralmente opposto per il capogruppo Pd in commissione cultura a Palazzo Madama, Antonio Rusconi che ha parlato, invece, di «pessima riforma», partita peraltro con il piede sbagliato, vale a dire «senza risorse economiche sufficienti». Rusconi ha ricordato infatti come la manovra di Tremonti, al giro di boa definitivo alla Camera, abbia confermato la cura dimagrante di 1,3 miliardi di euro al fondo di funzionamento degli atenei, tagliando di fatto le ali a qualsiasi tentativo di modifica del settore. Un punto che registra malumori anche all'interno della maggioranza e rilanciato dallo stesso Valditara, che nella relazione illustrativa del Ddl Gelmini in Senato ha chiesto al governo di assicurare «risorse adeguate». Altrimenti, ha detto, «non si potranno fare assunzioni personale e i ricercatori non avranno adeguate prospettive di carriera». Senza dimenticare, ha aggiunto, come dal prossimo anno accademico è attesa una riduzione del 20% dei corsi di laurea. Una volta approvata, la riforma produrrà un radicale cambiamento nelle università italiane, dove attualmente lavorano circa 40mila professori e 25mila ricercatori. Oltre al test obbligatorio di lingua straniera per i ricercatori, le nuove norme impongono agli ordinari a tempo indeterminato di svolgere attività lavorativa per almeno 1.500 ore nell'anno solare, di cui 350 ore di didattica. Sul fronte del reclutamento, arriva l'obbligo per gli atenei di stanziare i fondi necessari per sbloccare i concorsi per associato. I ricercatori, poi, avranno tutti un contratto a tempo determinato: tre anni rinnovabili di altri tre. Entro questo termine dovranno, però, conseguire l'abilitazione scientifica per diventare associati, altrimenti si finisce fuori. Restano, invece, "a esaurimento" i ricercatori di ruolo. Per Carmen Mariano, 34 anni, da due anni ricercatrice a tempo indeterminato alla Sapienza, «si blocca qualsiasi progressione meritocratica, con un danno in busta paga, pensione e buonuscita». Dal 2016 il dottorato diventerà requisito per accedere ai contratti di ricerca. Mentre salta il cosiddetto “biennio Amato” che consentiva il fuori ruolo ai docenti universitari. E dopo vari annunci e smentite si fissa un punto fermo: la pensione arriverà per tutti a 70 anni. |
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Per i ricercatori universitari test d’inglese obbligatorio |
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venerdì 23 luglio 2010 |
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Da “Il Corriere della Sera” del 23.7.2010, pag. 6 Un esame obbligatorio di lingua straniera, non necessariamente l'inglese, per chi vuole diventare ricercatore. Sarà questa una delle modifiche alla riforma dell'università introdotte dall'Aula del Senato che comincia oggi l’esame del disegno di legge. La proposta è contenuta in uno degli emendamenti del relatore Giuseppe Valditara, Pdl. «Non è pensabile - spiega il senatore - che un ricercatore non debba conoscere almeno una lingua straniera. Anche per questo il principale difetto delle università italiane è la scarsa internazionalizzazione». Oggi, per chi sale il primo gradino della carriera universitaria, l'esame di lingua non è obbligatorio: in alcuni casi è previsto, in altri no. Il test d'inglese o francese sarebbe una novità, forse non l'unica. Tra i 396 emendamenti alla riforma, che cambia il sistema di governo degli atenei, uno in particolare farà discutere. Arriva dal Pd e propone di estendere a tutti i liberi professionisti il principio dell'intra moenia, oggi valido solo per i medici. In sostanza il professore di diritto che fa anche l'avvocato o il commercialista dovrebbe girare all'università una percentuale di quello che incassa con il suo studio. L'emendamento non fissa la percentuale e dice che devono essere le singole università a decidere se seguire questa strada oppure no. Ma sarebbe una piccola rivoluzione. Si discuterà di nuovo dell'età pensionabile dei professori ordinari. Il partito democratico ripresenterà l'emendamento che abbassa il tetto da 70 a 65 anni, in linea con gli altri Paesi europei. La proposta era stata già bocciata tre mesi fa in commissione, con il parere negativo del governo. Ma dopo l'apertura del ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini - che su questo punto si è detta «personalmente favorevole», ipotizzando anche un proprio emendamento - non sono da escludere novità. Quando aveva criticato il tentativo di allungare la carriera dei docenti il ministro aveva fatto l'esempio della Sapienza di Roma, con i professori senior che arrivano a 75 anni: «Altro non sono - spiega il rettore Luigi Frati - che professori pensionati titolare di fondi per la ricerca che non vogliamo regalare a qualche università privata. Negli ultimi tre anni la Sapienza ha perso 500 professori e fatto prendere servizio a 300 ricercatori». Il nodo è proprio questo. I soldi risparmiati con l’abbassamento dell'età pensionabile dovrebbero servire ad assumere giovani. «Come Pd - dice Marco Meloni, responsabile università - proponiamo un piano di reclutamento che nei prossimi 6/8 anni permetta l'ingresso di almeno 15 mila professori, da trovare anche tra gli attuali precari». In attesa dei fondi e della Finanziaria per i futuri ricercatori una garanzia in più potrebbe arrivare da due emendamenti simili presentati dal relatore Valditara e dal Pd. La riforma prevede due contratti di tre anni ciascuno. Alla firma del secondo, l'università dovrebbe già accantonare i fondi che servirebbero per assumere il ricercatore in caso di abilitazione da professore associato. |
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Il Senato accelera sulla riforma Gelmini |
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venerdì 23 luglio 2010 |
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Da “Finanza Mercati” del 23.7.2010, pag. 16 Il Senato ha avviato ieri l’esame del ddl Gelmini di riforma dell'Università con l'intervento del relatore Giuseppe Valditara (Pdl). L'obiettivo, apertamente dichiarato dal ministro, è che l'aula approvi «un provvedimento di impronta riformista», che potrebbe essere votato «sicuramente prima della pausa estiva». Gli emendamenti presentati al ddl sono in tutto 438. Di questi circa 80 sono stati presentati dalla maggioranza. Nella relazione presentata in aula, Valditara ha spiegato che i principi ispiratori di questa riforma sono «responsabilità e merito» e ha sottolineato come questa riforma arriva in Senato dopo un «ampio confronto che si è svolto in commissione con un livello di dibattito molto alto, come si conviene per una riforma così significativa». Il ddl non ha mancato di suscitare polemiche. In particolare, secondo l'Unione degli universitari, l’incontro previsto per oggi tra il ministro e alcuni rappresentanti degli studenti sarebbe poco significativo, in quanto la rappresentativa (parte di Azione universitaria) , non esprimerebbe tutte le posizioni del mondo studentesco sulla riforma, in particolare quelle in contrasto. |
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Università, sprint sulla riforma: si cerca l’accordo sui ricercatori |
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venerdì 23 luglio 2010 |
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Da “Il Messaggero” del 23.7.2010, pag. 15 La riforma dell'università tenta lo sprint al Senato. Ieri, dopo due mesi di stallo (il disegno di legge ha avuto il sì in commissione lo scorso 19 maggio), il testo targato Mariastella Gelmini ha fatto il suo ingresso in aula, dopo aver fatto spazio al ddl intercettazioni, al decreto sugli enti lirici, alla manovra economica. Il ministro vuole il sì a palazzo Madama prima della pausa estiva. Il relatore, il pidiellino Giuseppe Valditara, è sicuro che per «mercoledì prossimo» la partita sarà chiusa. In commissione il provvedimento ha già subito importanti modifiche: è stato istituito un fondo per il merito dei docenti, si è deciso che il Senato Accademico potrà sfiduciare il rettore, è stato eliminato l'obbligo per i professori di certificare l’attività di ricerca, ma sono state inasprite le regole di certificazione della didattica, sono stati indicate le modalità per assegnare gli scatti stipendiali in base alla produttività, è arrivata la regola, nei concorsi à ricercatore, di fare una prova di lingue. Ma ci sono ancora alcuni nodi da sciogliere. Innanzitutto bisognerà garantire una carriera ai ricercatori a tempo indeterminato (oltre 26.000) che minacciano di non insegnare più da settembre poiché il ddl non offre loro spiragli per diventare docenti, mentre istituisce la nuova figura del ricercatore a contratto. Gli atenei meritevoli, invece, chiedono maggiore autonomia in materia di assunzioni e organizzazione interna. Infine bisognerà per far sì che ci siano i fondi affinché le nuove leve della ricerca dopo i due contratti a termine previsti dalla legge Gelmini, possano realmente essere assunte e non finiscano per strada per mancanza di soldi. L'università sta col fiato sospeso. Alla politica l'onere di trovare soluzioni, soprattutto per i ricercatori, visto che è a rischio la partenza dei corsi a causa della loro protesta. Pd e Pdl si giocano la faccia in questa partita, per questo hanno presentato emendamenti che offrono soluzioni ad hoc. Il relatore Valditara chiede che i contratti a tempo determinato, di ricerca previsti dalla riforma, dopo il primo triennio, possano essere rinnovati per altri tre anni solo se ci sono i soldi e le prospettive per poter garantire a chi è bravo l'assunzione come docente. Altrimenti meglio fermarsi prima. Un altro emendamento prevede che «nei primi sei anni dall'approvazione della legge le università, con possibilità di cofinanziamento da parte del ministero, debbano stanziare risorse ad hoc per poter bandire posti da associato e favorire l’inserimento degli attuali ricercatori a tempo indeterminato». II Pd chiede «un piano progressivo di assunzione dei ricercatori a tempo indeterminato attuali. Per un certo numero di anni devono essere garantiti, oltre ai posti normalmente banditi -spiega il senatore Antonio Rusconi - anche ulteriori posti cofinanziati dal ministero per 100 milioni all’anno per assumere nuovi associati ». Il ministro si augura che la riforma esca «rafforzata» dal Senato e che venga approvata «prima della pausa estiva». Per Gelmini il testo in discussione «è un provvedimento forte, frutto di una grande concertazione». |
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Università, arriva la rivoluzione Gelmini |
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venerdì 23 luglio 2010 |
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Da “Il Secolo XIX” del 23.7.2010, pag. 5 Il decreto legge che potrebbe rivoluzionare l'università italiana è arrivato in Senato. La riforma, elaborata dal ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, è stata illustrata ieri in Aula dal relatore di maggioranza Giuseppe Valditara (Pdl). Presentati complessivamente 438 emendamenti, 80 dei quali sono del centro-destra. L'obiettivo, ha spiegato il ministro, è ottenere il via libera di Palazzo Madama entro l'estate per poi riprendere la discussione alla Camera nel prossimo settembre. Si tratta, comunque, di una proposta di riforma che potrebbe cambiare radicalmente la struttura dell'università italiana con interventi che colpiscono sia la sfera della didattica che quella organizzativa. Attualmente nella galassia universitaria italiana lavorano 59490 persone, tra cui 36566 professori e 22924 ricercatori. Gli iscritti, invece, sono 1799041. Innanzitutto la riforma fissa a due il numero dei mandati per i Rettori in tutte le università. Complessivamente, quindi, un Rettore potrà restare in carica al massimo per otto anni. Se il rettore, che sarà eletto tra i professori ordinari, non ha amministrato in modo adeguato l'ateneo, può essere sfiduciato dal Senato accademico con una maggioranza dei 3/4. La riforma Gelmini, poi, prevede un cambiamento radicale per l'assunzione di nuovi professori. Per il reclutamento, infatti, si introduce l'abilitazione scientifica nazionale a lista aperta, con commissioni estratte a sorte all'interno di liste di professori di prima fascia la cui produzione scientifica sia stata valutata positivamente dall'Anvur (Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca, ente pubblico vigilato dal ministero dell'Istruzione). Le successive assunzioni, poi, saranno gestite dalle università locali che però dovranno attingere esclusivamente dalla lista nazionale. Cambierà, inoltre, anche l'età per andare in pensione che passerà obbligatoriamente a 70 anni. Con la riforma, inoltre, i professori a tempo pieno sono tenuti a svolgere attività lavorativa per almeno 1500 ore annue, di cui 350 destinate alla didattica. Per docenti e ricercatori, inoltre, è previsto un test di valutazione ogni tre anni. Se i risultati saranno negativi, non ci sarà alcuno scatto di stipendio. Non saranno più a tempo indeterminato, invece, i ricercatori che avranno un primo contratto di durata triennale che poi potrà essere rinnovato una sola volta per altri 3 anni (modello "tenure track"). Entro questo termine, poi, dovranno conseguire l'abilitazione scientifica per diventare professori associati, altrimenti sono "tagliati fuori". In questo caso, però, l'attività di ricerca sarà riconosciuta come titolo preferenziale per entrare nella pubblica amministrazione. Ogni ricercatore, inoltre, prima di ottenere la qualifica dovrà superare obbligatoriamente un esame di lingua straniera. Novità in vista anche per gli studenti, con l'introduzione di un fondo per il merito destinato a promuovere l'eccellenza fra gli studenti. Indipendentemente dal reddito. Il fondo farà capo al ministero ma, ai finanziamenti, potranno contribuire anche le Regioni o i singoli privati. Verrà introdotta, inoltre, anche una netta separazione tra Cda e Senato accademico. I Consigli di amministrazione dovranno avere un minimo di 3 componenti esterni, per lo più del mondo delle imprese. Il Cda, inoltre, adotterà in via esclusiva tutte le decisioni più significative riguardanti la propria università: dall’approvazione del piano triennale di sviluppo alla decisione definitiva in materia di apertura o chiusura di sedi e di corsi di studio, fino all'ultima parola in materia di assunzioni del personale docente e all'adozione di provvedimenti disciplinari su professori e ricercatori. Il Senato accademico, invece, svolgerà una funzione di proposta, di stimolo e di controllo: dei suoi pareri è obbligato a tener conto il rettore per l'elaborazione del piano triennale di sviluppo. Previsto inoltre il parere obbligatorio del Senato sul bilancio di previsione e sul conto consuntivo. Prima ancora che approdasse in aula, però, la riforma Gelmini ha già suscitato notevoli polemiche in tutta Italia con proteste variegate che, in questi giorni, si stanno svolgendo in diversi atenei. Tra le manifestazioni più originali, anche lezioni all'aperto e sedute di laurea in piazza. «La riforma Gelmini non è certo un'opportunità storica - spiega il sentore del Pd Mauro Ceruti - purtroppo il governo ha deluso tutti, a partire dagli atenei che saranno privati dell’autonomia necessaria per l'assunzione della responsabilità dei loro progetti. Il merito resterà una parola vuota». |
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Università, il ddl tenta lo sprint |
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giovedì 22 luglio 2010 |
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Da “Italia Oggi” del 22.7.2010, pag. 26 La riforma dell'università tenta l'accelerata prima della pausa estiva. L'intenzione del governo è infatti quella di accaparrarsi la fiducia dei senatori di Palazzo Madama già la prossima settimana. Dopo l'approvazione, circa due mesi fa, della commissione istruzione del Senato, il disegno di legge è infatti da oggi in Aula dove s'inizierà la discussione dei circa 300 emendamenti presentati da maggioranza e opposizione. Ma secondo il relatore al provvedimento Giuseppe Valditara (Pdl) non ci sono dubbi, il testo sarà licenziato già mercoledì 28 luglio e in ogni caso prima della chiusura estiva dei lavori parlamentari. Un'accelerata certamente non gradita alle frange di protesta diffuse in quasi tutti gli atenei italiani che non accennano a placarsi. Sono circa una decina gli emendamenti presentati dal relatore che hanno ricevuto l’ok da parte del Governo e che puntano soprattutto a semplificare alcuni adempimenti amministrativi degli atenei, dalle chiamate dei docenti, alla maggiore flessibilità sull’organizzazione del lavoro interno. Quest'ultima possibilità, però, sottolinea Valditara, viene limitata ai soli atenei virtuosi e servirà, comunque, il via libera di piazzale Kennedy. In sostanza l'obiettivo è quello di valorizzare l'autonomia statutaria dei singoli atenei prevedendo che possano scegliere da sé come organizzare alcuni aspetti della governance e si dà la possibilità per il ministero, in relazione alla particolare qualità dei risultati raggiunti dai singoli atenei, di stipulare accordi di programma con cui consentire a quelli particolarmente meritevoli di sperimentare modelli innovativi in tema di organizzazione, reclutamento, stato giuridico. Diverse novità poi, precisa il senatore del Pdl, sulla questione ricercatori. La prima prevede l'obbligo per gli atenei di stanziare risorse ad hoc per i concorsi da associato e dare così sbocchi nuovi ai ricercatori e una successiva impone agli atenei di accantonare le risorse per i ricercatori a contratto. Questi soldi, ha spiegato Valditara, serviranno per garantire il secondo rinnovo dei contratti triennali. E mentre la riforma ha ripreso il suo cammino la protesta delle diverse fasce della docenza monta ogni giorno di più. Il Comitato del 29 aprile, nato da un gruppo di ricercatori per seguire la riforma, fa sapere, numeri alla mano, che la percentuale dei ricercatori che ha dichiarato l'indisponibilità alla didattica per il prossimo anno accademico cresce ogni giorno. Se infatti solo tre settimane fa lo sciopero dalla cattedra riguardava circa 7 mila ricercatori sul totale di 29 università, ora il numero è salito ad oltre 9 mila (i ricercatori in tutta Italia sono 20 mila) e coinvolgerà 39 atenei diversi. Per ora solo intenzioni che se venissero attuate porterebbero alla paralisi della didattica in molti atenei d'Italia, fino alla scomparsa di numerosi corsi di laurea. |
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