venerdì 30 luglio 2010
 
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Rassegna stampa
Conviene davvero pensionare i baroni? PDF Stampa E-mail
giovedì 29 luglio 2010

Da “La Stampa” del 29.7.2010, pag. 13

 

Dopo tanto parlare e do­po tanto dichiarare da parte del ministro del­l’Istruzione - ma pure della Lega e del Pd - anche stavolta non si parla minimamente di mandare i prof universitari in pensione a 65 anni. Costa troppo.

A fare i primi calcoli è stato il Consiglio universitario nazionale, un organo istituzionale che ha il compito di dare pareri tecnici al mi­nistero. Giovedì scorso si è riunito e ha approvato una mozione che è una condanna a morte di tutte le chiacchiere di questi mesi sullo svecchiamento nelle università. Circa 500 milioni di euro l'anno per cinque anni di spese in più a carico del Tesoro che ovviamente non da­rebbe mai via libera ad un'operazione del genere.

Alla cifra si arriva piuttosto in fretta se si considera che ci saran­no circa 1500 uscite di prof  l’anno cui si dovrebbe corrispondere l’in­dennità di liquidazione - spiega il Cun nella sua mozione - e questo vuol dire spendere circa 300 milio­ni di euro l'anno. I restanti 200 arri­vano dal calcolo delle pensioni aggiuntive, tutte con importi alti, pari a circa l’80% degli attuali stipendi.

«La proposta del pensionamento a 65 anni prevede una riduzione trop­po drastica e repentina - avverte Andrea Lenzi, presidente del Cun. Nessun comparto può permettersi di perdere il 50% della classe diri­gente senza colpo ferire». La mo­zione del Consiglio si conclude con un ulteriore consiglio che suona co­me il de profundis definitivo: «Il trend generale in tutti i settori produttivi, per motivi sia economici che demografici (allungamento del­la durata media della vita) è decisamente avverso all'anticipazione dell'età pensionabile» (…).

Ringiovanimento bocciato, in­somma. Lo sostiene anche Giusep­pe Valditara, senatore del Pdl e relatore del disegno di legge sulla ri­forma dell'Università stasera al­l’esame del Senato. «Si tratta di una proposta eccessivamente penaliz­zante. Molti professori a 65 anni sono al culmine della loro competenza. Perché privarsene? E poi penalizze­rebbe i ricercatori attuali che si tro­verebbero ad andare in pensione con 34-35 anni di anzianità. E non si riu­scirebbe mai a coprire il vuoto di professori che si creerebbe. Alla fine sia­mo riusciti a trovare un equilibrio po­nendo nel disegno di legge come limi­te di età i 70 anni» (…).

 
Prime aperture del governo sullo sblocco degli stipendi PDF Stampa E-mail
giovedì 29 luglio 2010

Da “Il Sole 24 Ore” del 29.7.2010, pag. 30

 

Prime aperture del gover­no per lo sblocco degli scatti stipendiali di docenti e ricerca­tori universitari, congelati fino al 2013 dalla manovra di Tremonti. «Il tema merita un ap­profondimento», ha dichiara­to il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, interve­nendo in aula al senato duran­te l'esame dei 437 emendamen­ti al Ddl di riforma degli atenei.

«Domani (oggi, ndr) - ha an­nunciato il ministro - presente­remo una proposta per risolve­re la questione, concordata con il ministero dell'Econo­mia, che conterrà pure «una rassicurazione sul tema delle risorse». Gelmini ha chiesto quindi all'aula di Palazzo Ma­dama di accantonare i tre emendamenti bipartisan all'ar­ticolo 8 del Ddl presentati da Francesco Rutelli (Api), Giampiero D'Alia (Udc) e Francesco Bevilacqua (Pdl), che chiedevano invece il ripristino degli aumenti stipendiali per tutti i professori.

Favorevole all'annuncio del ministro il relatore al provvedi­mento Giuseppe Valditara (Pdl), mentre ha accusato il Go­verno di « scarsa credibilità» la senatrice del Pd ed ex vice mi­nistro dell'Istruzione, Marian­gela Bastico (…).

Il Senato ha chiuso ieri la pri­ma parte dei lavori sul Ddl Gelmini, esaminando e votando gli emendamenti a 16 articoli del testo, dei 22 totali. L'assem­blea riprenderà le votazioni og­gi alle ore 9,30, per arrivare al via libera finale entro la serata. Oggi, si affronterà l'esame dei temi caldi del provvedimento, a partire dalla sorte che atten­de i circa 26mila ricercatori a tempo indeterminato, penalizzati dall'arrivo della nuova fi­gura del ricercatore a tempo. L'attesa sarà anche per le even­tuali modifiche all'età pensio­nabile, che rimane orientata verso i 68 anni per i docenti associati e a 70 per gli ordinari.

Tra le novità approvate ieri, spicca invece la possibilità per gli atenei "virtuosi" di poter sperimentare nuove forme di governance. Servirà però l'ok da parte di viale Trastevere, ha sottolineato Valditara, padre dell'emendamento (…).

 
Il Pdl alza lo scudo: “Fini non riuscirà a fare caos pure qui” PDF Stampa E-mail
giovedì 29 luglio 2010

Da “Libero Milano” del 29.7.2010, pag. 47

 

«Vogliono solo portare anche a Milano un po' del ca­sino che hanno fatto a Ro­ma». Il PdL milanese replica così ai coordinatori lombardi di Generazione Italia (la cor­rente finiana del Popolo della libertà) che, in seguito allo scandalo di droga e mazzette che ha portato nei giorni scorsi alla chiusura di due no­te discoteche cittadine, han­no sollevato la questione mo­rale in città, chiedendo più controlli sull'operato dei fun­zionari della pubblica amministrazione e una presa di di­stanza più netta da parte del partito nei confronti dei poli­tici coinvolti in indagini giu­diziarie.

Per Alberto Garocchio, de­cano dei consiglieri comunali milanesi, il senatore Giusep­pe Valditara, l'europarlamen­tare Cristiana Muscardini, l'assessore Giampaolo Landi Di Chiavenna e l'onorevole Benedetto Della Vedova «so­no paracadutisti finiani sulla Madonnina. Gente che di Mi­lano sa poco e niente e che si inventa balle per avere visibi­lità. Qui noi abbiamo il sinda­co Moratti che è una garanzia assoluta sul piano della lega­lità, e il suo vice De Corato che è un mastino. Cosa vo­gliono di più?» (…).

 
Atenei, dubbi sulla pensione a 65 anni PDF Stampa E-mail
martedì 27 luglio 2010

Da “Il Corriere della Sera” del 27.7.2010, pag. 19

 

Parte il rush fina­le al Senato per la riforma dell'università, caldeggiata in tempi brevi anche dal presidente Giorgio Napolitano. Oggi in aula comincia la di­scussione generale. L'obietti­vo è licenziare il testo entro la fine della settimana. Poi la parola passerà alla Camera. Ma non prima di settembre o di ottobre, a questo punto.

Dopo la prima scrematura sono rimasti 300 emenda­menti al ddl Gelmini che - dopo il varo del governo - ha stazionato per mesi in commissione. E ancora ci so­no molti punti da risolvere. A cominciare dall'età della pensione per i professori uni­versitari. Il provvedimento, molto articolato per quanto riguarda la governance e l'or­ganizzazione degli atenei, al­lo stato attuale prevede la messa a riposo dei docenti a 70 anni. Il Pd ha però presen­tato un emendamento che, fra le varie norme, prevede il pensionamento a 65 anni «per favorire l'ingresso dei giovani». Una proposta che era stata avanzata anche dal ministro Gelmini in un'inter­vista al Corriere. Dopo la ri­volta dei professori, il centro‑destra ha frenato. «In ogni ca­so noi prevediamo la possibi­lità di utilizzare a contratto i professori migliori anche do­po i 65 anni per attività didat­tica, gruppi di ricerca e altre iniziative», spiega Marco Me­loni, responsabile delle poli­tiche per l'università nel Pd. La questione sarà oggetto si­curamente di discussione. E forse anche di scontro politi­co.

Dunque oggi si riparte con molte incognite. A comincia­re dai tempi. Perché - come ammettono dalla stessa mag­gioranza - «stiamo aspet­tando su molte questioni in­dicazioni precise dal gover­no». Però, spiega il relatore Giuseppe Valditara (Pdl), «il testo è innovativo ed esau­riente. Dopo il lavoro in com­missione l'articolato è com­pleto. Ma siamo aperti alle correzioni che l'aula riterrà opportune». Le linee guida della riforma prevedono la premialità del merito a tutti i livelli: per gli atenei, che rice­vono le risorse anche in base appunto ai meriti didattici e di ricerca; per le carriere del personale docente; per il re­clutamento dei ricercatori; per gli studenti. Inoltre per garantire trasparenza si pre­vede un albo unico dei pro­fessori al quale le università debbono attingere i docenti da mettere a contratto o assu­mere. E ancora il tetto massi­mo di 8 anni per la durata in carica dei rettori e nuove nor­me per facilitare l'assunzio­ne dei ricercatori. «Il proble­ma è che la riforma non indi­ca le risorse. E una riforma di questo tipo senza risorse è un castello di sabbia», dice ancora Marco Meloni. E Vin­cenzo Vita, senatore del Pd, aggiunge: «Per noi oltre al­l’età pensionabile a 65 anni, condizioni irrinunciabili so­no norme per il diritto allo studio e l'immissione in ruo­lo dei ricercatori», che inve­ce rischiano di vedere con la riforma la propria posizione congelata e i diritti acquisiti cancellati.

 
La chiamano riforma, sono tagli. Il Senato vota, atenei in rivolta PDF Stampa E-mail
venerdì 23 luglio 2010

Da “L’Unità” del 23.7.2010, pag. 4

 

Paese reale paese legale, nel paese reale 26.000 ricercatori coprono, as­solvendo un compito che non com­pete loro, il 30% degli insegnamenti universitari. In quello legale si discu­te una riforma del ministro Gelmini, ieri in Aula al Senato, che afferma alcuni principi condivisi e li nega su­bito dopo: autonomia e responsabi­lità, diritto allo studio, una percen­tuale di almeno il 7 per cento dei fon­di assegnati sulla base di un princi­pio valutativo naufragano sotto i col­pi d’ascia di Tremonti. Per far parti­re una riforma ci vorrebbe una dote, invece la manovra prevede il taglio di un miliardo e 300 milioni per il 2011. Il risultato è che la fascia più debole ma anche più essenziale al fun­zionamento degli atenei è in rivolta, soprattutto nelle sedi più qualificate, da Bologna a Firenze, a Pisa, a Modena-Reggio Emilia. E l’inizio del prossi­mo anno accademico a rischio. Una corsa contro il tempo: il ministro vor­rebbe il voto in Senato prima della chiusura estiva, per essere pronta al passaggio alla Camera in autunno.

Per i ricercatori c'è ìl danno e la beffa. Non si potrà fare i ricercatori per più di sei anni. È una misura - sostie­ne il ministro - che dovrebbe aprire ai giovani, senza chance d’ingresso, «non tutta la ricerca - sostiene Maria Stella Gelmini - deve concludersi con la carriera universitaria». Bel discorso virtuale, nel paese reale i ricercato­ri sono fra i 40 e i 50, sostituiscono i prof nella docenza da anni e da decen­ni. È il cane che si morde la coda da un quarantennio nella storia dell'uni­versità italiana. La beffa viene dalla manovra che blocca gli scatti di anzia­nità: è una imposta progressiva al con­trario che dura per l'eternità: oltre il 37 per cento di decurtazione per i giovani, intorno al 6 % per chi è a fine carriera. Di qui lo slogan della "Rete 29 aprile" che raccoglie la maggioran­za dei ricercatori: «Tremonti tassaci», una tassa non è per sempre ma per l'emergenza. Lo stesso relatore di maggioranza Giuseppe Valditara chiede che gli scatti, «già restituiti ai magistrati, siano ripristinati per gli universitari» (…).

 
Riforma università a fine anno PDF Stampa E-mail
venerdì 23 luglio 2010

Da “Il Sole 24 Ore” del 23.7.2010, pag. 27

 

È sbarcato ieri in aula al Se­nato il Ddl di riforma degli ate­nei italiani, con quasi due mesi di ritardo dalla chiusura dei la­vori in commissione.

Il testo, accompagnato da ben 437 emendamenti, di cui un centinaio presentati dalla mag­gioranza, si preannuncia "blin­dato". Palazzo Madama dovreb­be accogliere solo le richieste di modifica che hanno ottenuto l'ok da parte del governo, vale a dire circa una trentina, anticipa­te dal Sole24ore.com lo scorso 20 luglio.

Il relatore del provvedimen­to e professore universitario, Giuseppe Valditara (Pdl), si è mostrato fiducioso di chiudere l'esame del Ddl entro mercole­dì  della prossima settimana, o al massimo, prima della pausa esti­va. La palla passerà poi a Monte­citorio, che dovrebbe licenzia­re definitivamente la riforma Gelmini tra novembre e dicem­bre. Pochissime le possibilità di chiudere prima, come ammette Valditara, considerato come, in quel periodo, ha spiegato, «la Camera sarà probabilmente im­pegnata nell'esame della finan­ziaria d'autunno, che, come è ac­caduto con la manovra estiva, monopolizzerà i lavori del parlamento». Per Valditara il Sena­to si appresta a votare «una ri­forma di alto profilo», e probabilmente, «la più importante di questa legislatura nel settore dell'istruzione e della ricerca». Giudizio diametralmente oppo­sto per il capogruppo Pd in commissione cultura a Palazzo Ma­dama, Antonio Rusconi che ha parlato, invece, di «pessima riforma», partita peraltro con il piede sbagliato, vale a dire «sen­za risorse economiche suffi­cienti». Rusconi ha ricordato in­fatti come la manovra di Tremonti, al giro di boa definitivo alla Camera, abbia confermato la cura dimagrante di 1,3 miliar­di di euro al fondo di funziona­mento degli atenei, tagliando di fatto le ali a qualsiasi tentati­vo di modifica del settore.

Un punto che registra malu­mori anche all'interno della maggioranza e rilanciato dallo stesso Valditara, che nella rela­zione illustrativa del Ddl Gelmi­ni in Senato ha chiesto al gover­no di assicurare «risorse ade­guate». Altrimenti, ha detto, «non si potranno fare assunzio­ni personale e i ricercatori non avranno adeguate prospet­tive di carriera». Senza dimenti­care, ha aggiunto, come dal prossimo anno accademico è at­tesa una riduzione del 20% dei corsi di laurea.

Una volta approvata, la rifor­ma produrrà un radicale cam­biamento nelle università italia­ne, dove attualmente lavorano circa 40mila professori e 25mila ricercatori.

Oltre al test obbligatorio di lingua straniera per i ricercato­ri, le nuove norme impongono agli ordinari a tempo indetermi­nato di svolgere attività lavora­tiva per almeno 1.500 ore nell'anno solare, di cui 350 ore di didattica. Sul fronte del reclu­tamento, arriva l'obbligo per gli atenei di stanziare i fondi neces­sari per sbloccare i concorsi per associato. I ricercatori, poi, avranno tutti un contratto a tempo determinato: tre anni rin­novabili di altri tre. Entro que­sto termine dovranno, però, conseguire l'abilitazione scien­tifica per diventare associati, al­trimenti si finisce fuori. Resta­no, invece, "a esaurimento" i ri­cercatori di ruolo. Per Carmen Mariano, 34 anni, da due anni ri­cercatrice a tempo indetermi­nato alla Sapienza, «si blocca qualsiasi progressione merito­cratica, con un danno in busta paga, pensione e buonuscita».

Dal 2016 il dottorato diventerà requisito per accedere ai con­tratti di ricerca. Mentre salta il cosiddetto “biennio Amato” che consentiva il fuori ruolo ai docenti universitari. E dopo va­ri annunci e smentite si fissa un punto fermo: la pensione arrive­rà per tutti a 70 anni.

 
Per i ricercatori universitari test d’inglese obbligatorio PDF Stampa E-mail
venerdì 23 luglio 2010

Da “Il Corriere della Sera” del 23.7.2010, pag. 6

 

Un esame obbliga­torio di lingua straniera, non necessariamente l'inglese, per chi vuole diventare ricercato­re. Sarà questa una delle modi­fiche alla riforma dell'università introdotte dall'Aula del Senato che comincia oggi l’esame del disegno di legge. La proposta è contenuta in uno degli emendamenti del relato­re Giuseppe Valditara, Pdl. «Non è pensabile - spiega il senatore - che un ricercatore non debba conoscere almeno una lingua straniera. Anche per questo il principale difetto delle università italiane è la scarsa internazionalizzazio­ne». Oggi, per chi sale il primo gradino della carriera universi­taria, l'esame di lingua non è obbligatorio: in alcuni casi è previsto, in altri no. Il test d'in­glese o francese sarebbe una novità, forse non l'unica.

Tra i 396 emendamenti alla riforma, che cambia il sistema di governo degli atenei, uno in particolare farà discutere. Arri­va dal Pd e propone di estendere a tutti i liberi professionisti il principio dell'intra moenia, oggi valido solo per i medici. In sostanza il professore di di­ritto che fa anche l'avvocato o il commercialista dovrebbe gi­rare all'università una percen­tuale di quello che incassa con il suo studio. L'emendamento non fissa la percentuale e dice che devono essere le singole università a decidere se segui­re questa strada oppure no. Ma sarebbe una piccola rivoluzione. Si discuterà di nuovo dell'età pensionabile dei pro­fessori ordinari. Il partito democratico ripresenterà l'emen­damento che abbassa il tetto da 70 a 65 anni, in linea con gli altri Paesi europei. La proposta era stata già bocciata tre mesi fa in commissione, con il parere negativo del governo. Ma dopo l'apertura del mini­stro dell'Istruzione Mariastella Gelmini - che su questo pun­to si è detta «personalmente favorevole», ipotizzando an­che un proprio emendamento - non sono da escludere novi­tà. Quando aveva criticato il tentativo di allungare la carrie­ra dei docenti il ministro ave­va fatto l'esempio della Sapien­za di Roma, con i professori senior che arrivano a 75 anni: «Altro non sono - spiega il rettore Luigi Frati - che pro­fessori pensionati titolare di fondi per la ricerca che non vo­gliamo regalare a qualche uni­versità privata. Negli ultimi tre anni la Sapienza ha perso 500 professori e fatto prende­re servizio a 300 ricercatori».

Il nodo è proprio questo. I soldi risparmiati con l’abbassa­mento dell'età pensionabile dovrebbero servire ad assume­re giovani. «Come Pd - dice Marco Meloni, responsabile università - proponiamo un piano di reclutamento che nei prossimi 6/8 anni permetta l'ingresso di almeno 15 mila professori, da trovare anche tra gli attuali precari». In atte­sa dei fondi e della Finanziaria per i futuri ricercatori una ga­ranzia in più potrebbe arrivare da due emendamenti simili presentati dal relatore Valdita­ra e dal Pd. La riforma prevede due contratti di tre anni ciascu­no. Alla firma del secondo, l'università dovrebbe già ac­cantonare i fondi che servireb­bero per assumere il ricercato­re in caso di abilitazione da professore associato.

 
Il Senato accelera sulla riforma Gelmini PDF Stampa E-mail
venerdì 23 luglio 2010

Da “Finanza Mercati” del 23.7.2010, pag. 16

 

Il Senato ha avviato ieri l’esame del ddl Gelmini di riforma dell'Università con l'intervento del relatore Giuseppe Valditara (Pdl). L'obiettivo, apertamente dichiarato dal ministro, è che l'aula appro­vi «un provvedimento di impronta riformista», che potrebbe essere votato «sicuramente prima della pausa estiva». Gli emendamenti presentati al ddl sono in tutto 438. Di questi circa 80 sono stati pre­sentati dalla maggioranza. Nella relazione presentata in aula, Valditara ha spiegato che i principi ispiratori di questa riforma sono «responsabilità e merito» e ha sottolineato come questa riforma arriva in Senato dopo un «ampio confronto che si è svolto in commissione con un livello di dibattito molto alto, come si conviene per una riforma così significativa». Il ddl non ha mancato di suscitare polemiche. In particolare, secondo l'Unione degli universitari, l’incontro previsto per oggi tra il ministro e alcuni rappresentanti degli studenti sarebbe poco significativo, in quanto la rappresentativa (parte di Azione universitaria) , non esprimerebbe tutte le  posizioni del mondo studentesco sulla riforma, in particolare quelle in contrasto.

 
Università, sprint sulla riforma: si cerca l’accordo sui ricercatori PDF Stampa E-mail
venerdì 23 luglio 2010

Da “Il Messaggero” del 23.7.2010, pag. 15

 

La riforma dell'univer­sità tenta lo sprint al Senato. Ieri, dopo due mesi di stallo (il disegno di legge ha avuto il sì in commissione lo scorso 19 mag­gio), il testo targato Mariastella Gelmini ha fatto il suo ingresso in aula, dopo aver fatto spazio al ddl intercettazioni, al decreto sugli enti lirici, alla manovra economica. Il ministro vuole il sì a palazzo Madama prima della pausa estiva. Il relatore, il pidiellino Giuseppe Valditara, è sicuro che per «mercoledì pros­simo» la partita sarà chiusa.

In commissione il provvedi­mento ha già subito importanti modifiche: è stato istituito un fondo per il merito dei docenti, si è deciso che il Senato Accademico potrà sfiduciare il rettore, è stato eliminato l'obbligo per i professori di certificare l’attività di ricerca, ma sono state inasprite le regole di certificazione della didattica, sono stati indicate le modalità per assegnare gli scatti stipendiali in base alla produttivi­tà, è arrivata la regola, nei concorsi à ricercatore, di fare una prova di lingue. Ma ci sono ancora alcuni nodi da sciogliere. Innanzitutto bisognerà ga­rantire una carriera ai ricercato­ri a tempo indeterminato (oltre 26.000) che minacciano di non insegnare più da settembre poi­ché il ddl non offre loro spiragli per diventare docenti, mentre istituisce la nuova figura del ricercatore a contratto. Gli ate­nei meritevoli, invece, chiedo­no maggiore autonomia in ma­teria di assunzioni e organizza­zione interna. Infine bisognerà per far sì che ci siano i fondi affinché le nuove leve della ricerca dopo i due contratti a termine previsti dalla legge Gelmini, possano realmente essere assunte e non finiscano per stra­da per mancanza di soldi.

L'universi­tà sta col fiato sospeso. Alla politica l'one­re di trovare soluzioni, so­prattutto per i ricercatori, vi­sto che è a ri­schio la partenza dei cor­si a causa del­la loro prote­sta. Pd e Pdl si giocano la fac­cia in questa partita, per questo hanno presentato emendamenti che offrono soluzioni ad hoc. Il relatore Valditara chiede che i contratti a tempo determinato, di ricerca previsti dalla riforma, dopo il primo triennio, possano essere rinnovati per altri tre anni solo se ci sono i soldi e le prospettive per poter garantire a chi è bravo l'assunzione come docente. Al­trimenti meglio fermarsi pri­ma. Un altro emendamento pre­vede che «nei primi sei anni dall'approvazione della legge le università, con possibilità di co­finanziamento da parte del mi­nistero, debbano stanziare risor­se ad hoc per poter bandire posti da associato e favorire l’inserimento degli attuali ricer­catori a tempo indeterminato». II Pd chiede «un piano progressi­vo di assunzione dei ricercatori a tempo indeterminato attuali. Per un certo numero di anni devono essere garantiti, oltre ai posti normalmente banditi -spiega il senatore Antonio Ru­sconi - anche ulteriori posti cofi­nanziati dal ministero per 100 milioni all’anno per assumere nuovi associati ». Il ministro si augura che la riforma esca «raf­forzata» dal Senato e che venga approvata «prima della pausa estiva». Per Gelmini il testo in discussione «è un provvedimen­to forte, frutto di una grande concertazione».

 
Università, arriva la rivoluzione Gelmini PDF Stampa E-mail
venerdì 23 luglio 2010

Da “Il Secolo XIX” del 23.7.2010, pag. 5

 

Il decreto legge che potrebbe rivoluzionare l'università italiana è arrivato in Senato. La riforma, elabo­rata dal ministro dell'Istruzione Ma­riastella Gelmini, è stata illustrata ie­ri in Aula dal relatore di maggioranza Giuseppe Valditara (Pdl). Presentati complessivamente 438 emenda­menti, 80 dei quali sono del centro-destra. L'obiettivo, ha spiegato il mi­nistro, è ottenere il via libera di Pa­lazzo Madama entro l'estate per poi riprendere la discussione alla Came­ra nel prossimo settembre. Si tratta, comunque, di una proposta di rifor­ma che potrebbe cambiare radical­mente la struttura dell'università italiana con interventi che colpisco­no sia la sfera della didattica che quella organizzativa. Attualmente nella galassia universitaria italiana lavorano 59490 persone, tra cui 36566 professori e 22924 ricercato­ri. Gli iscritti, invece, sono 1799041.

Innanzitutto la riforma fissa a due il numero dei mandati per i Rettori in tutte le università. Complessiva­mente, quindi, un Rettore potrà re­stare in carica al massimo per otto anni. Se il rettore, che sarà eletto tra i professori ordinari, non ha ammini­strato in modo adeguato l'ateneo, può essere sfiduciato dal Senato ac­cademico con una maggioranza dei 3/4.

La riforma Gelmini, poi, prevede un cambiamento radicale per l'assunzione di nuovi professori. Per il reclutamento, infatti, si intro­duce l'abilitazio­ne scientifica na­zionale a lista aperta, con com­missioni estratte a sorte all'inter­no di liste di pro­fessori di prima fascia la cui pro­duzione scientifica sia stata valutata positivamente dall'Anvur (Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universita­rio e della ricerca, ente pubblico vigi­lato dal ministero dell'Istruzione). Le successive assunzioni, poi, saran­no gestite dalle università locali che però dovranno attingere esclusiva­mente dalla lista nazionale. Cambie­rà, inoltre, anche l'età per andare in pensione che passerà obbligatoriamente a 70 anni. Con la riforma, inol­tre, i professori a tempo pieno sono tenuti a svolgere attività lavorativa per almeno 1500 ore annue, di cui 350 destinate alla didattica. Per do­centi e ricercatori, inoltre, è previsto un test di valutazione ogni tre anni. Se i risultati saranno negativi, non ci sarà alcuno scatto di stipendio.

Non saranno più a tempo indeter­minato, invece, i ricercatori che avranno un primo contratto di dura­ta triennale che poi potrà essere rin­novato una sola volta per altri 3 anni (modello "tenure track"). Entro que­sto termine, poi, dovranno consegui­re l'abilitazione scientifica per di­ventare professori associati, altri­menti sono "tagliati fuori". In questo caso, però, l'attività di ricerca sarà ri­conosciuta come titolo preferenziale per entrare nella pubblica ammini­strazione. Ogni ricercatore, inoltre, prima di ottenere la qualifica dovrà superare obbligatoriamente un esa­me di lingua straniera.

Novità in vista anche per gli stu­denti, con l'introduzione di un fondo per il merito destinato a promuovere l'eccellenza fra gli studenti. Indipen­dentemente dal reddito. Il fondo farà capo al ministero ma, ai finanzia­menti, potranno contribuire anche le Regioni o i singoli privati.

Verrà introdotta, inoltre, anche una netta separazione tra Cda e Se­nato accademico. I Consigli di ammi­nistrazione dovranno avere un minimo di 3 componenti esterni, per lo più del mondo delle imprese. Il Cda, inoltre, adotterà in via esclusiva tutte le decisioni più significative ri­guardanti la propria università: dal­l’approvazione del piano triennale di sviluppo alla decisione definitiva in materia di apertura o chiusura di sedi e di corsi di studio, fino all'ultima pa­rola in materia di assunzioni del per­sonale docente e all'adozione di provvedimenti disciplinari su pro­fessori e ricercatori. Il Senato acca­demico, invece, svolgerà una funzio­ne di proposta, di stimolo e di con­trollo: dei suoi pareri è obbligato a te­ner conto il rettore per l'elaborazione del piano triennale di sviluppo. Previsto inoltre il parere obbligatorio del Senato sul bilancio di previsione e sul conto consuntivo.

Prima ancora che approdasse in aula, però, la riforma Gelmini ha già suscitato notevoli polemiche in tutta Italia con proteste variegate che, in questi giorni, si stanno svolgendo in diversi atenei. Tra le manifestazioni più originali, anche lezioni all'aperto e sedute di laurea in piazza. «La rifor­ma Gelmini non è certo un'opportu­nità storica - spiega il sentore del Pd Mauro Ceruti - purtroppo il governo ha deluso tutti, a partire dagli atenei che saranno privati dell’autonomia necessaria per l'assunzione della re­sponsabilità dei loro progetti. Il me­rito resterà una parola vuota».

 
Università, il ddl tenta lo sprint PDF Stampa E-mail
giovedì 22 luglio 2010

Da “Italia Oggi” del 22.7.2010, pag. 26

 

La riforma dell'univer­sità tenta l'accelerata prima della pausa estiva. L'intenzione del governo è infatti quella di accaparrarsi la fiducia dei se­natori di Palazzo Madama già la prossima settimana. Dopo l'approvazione, circa due mesi fa, della commissione istru­zione del Senato, il disegno di legge è infatti da oggi in Aula dove s'inizierà la discussione dei circa 300 emendamenti presentati da maggioranza e opposizione. Ma secondo il relatore al provvedimento Giuseppe Valditara (Pdl) non ci sono dubbi, il testo sarà li­cenziato già mercoledì 28 luglio e in ogni caso prima della chiusura estiva dei lavori parlamentari. Un'ac­celerata certamente non gradita alle frange di protesta diffuse in quasi tutti gli atenei italiani che non accennano a placarsi.

Sono circa una decina gli emendamenti presentati dal relatore che hanno ricevuto l’ok da parte del Governo e che puntano soprattutto a semplificare alcu­ni adempimenti amministrativi degli atenei, dalle chiamate dei docenti, alla maggiore fles­sibilità sull’organizzazione del lavoro interno. Quest'ultima possibilità, però, sottolinea Valditara, viene limitata ai soli atenei virtuosi e servirà, comunque, il via libera di piazzale Kennedy. In sostanza l'obiettivo è quello di valorizzare l'autonomia statutaria dei singoli atenei prevedendo che possano scegliere da sé come organizzare alcuni aspetti della gover­nance e si dà la possibilità per il ministero, in relazione alla particolare qualità dei risultati raggiun­ti dai singoli atenei, di stipu­lare accordi di programma con cui consentire a quelli particolarmente meritevoli di sperimentare modelli in­novativi in tema di organiz­zazione, reclutamento, stato giuridico. Diverse novità poi, precisa il senatore del Pdl, sulla questione ricercatori. La prima prevede l'obbligo per gli atenei di stanziare risorse ad hoc per i concorsi da associato e dare così sboc­chi nuovi ai ricercatori e una successiva impone agli atenei di accantonare le risorse per i ricercatori a contratto. Que­sti soldi, ha spiegato Valditara, serviranno per garantire il secondo rinnovo dei contratti triennali.

E mentre la riforma ha ripreso il suo cammino la protesta delle diverse fasce della docenza monta ogni giorno di più. Il Comitato del 29 aprile, nato da un gruppo di ricercatori per seguire la riforma, fa sapere, numeri alla mano, che la percentuale dei ricercatori che ha dichia­rato l'indisponibilità alla didattica per il prossimo anno accademico cresce ogni giorno. Se infatti solo tre settimane fa lo sciopero dalla cattedra riguardava circa 7 mila ricercatori sul totale di 29 università, ora il numero è salito ad oltre 9 mila (i ricercatori in tutta Italia sono 20 mila) e coinvol­gerà 39 atenei diversi. Per ora solo intenzioni che se venissero attuate porterebbero alla paralisi della didattica in molti atenei d'Italia, fino alla scomparsa di numerosi corsi di laurea.

 
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