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| Rassegna stampa
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Riordino dei licei, mercoledì il parere del Senato |
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sabato 23 gennaio 2010 |
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Da “La Discussione” del 23.1.2010, pag. 5 Dallo stop alle sperimentazioni alla riduzione delle ore di lezione fino all'istituzione di dipartimenti e comitati scientifici aperti ad esperti del mondo del lavoro per monitorare la riforma. I tre regolamenti per il riordino delle scuole superiori targati Gelmini, dopo il via il libera in commissione Cultura della Camera, sono in queste ore all'esame dell'altro ramo del Parlamento. Il parere della commissione Istruzione di Palazzo Madama «dovrebbe arrivare già mercoledì», come annuncia alla Discussione Giuseppe Valditara. Il senatore del Pdl mette in evidenza quelli che sono gli aspetti positivi di tali regolamenti, ma anche quelli che, a suo avviso, «andrebbero rivisti». «Il punto centrale - ha spiegato - è, senza dubbio, la riduzione del quadro orario». Meno ore di lezione che l'esponente del Popolo della libertà condivide in pieno. «Il motivo è molto semplice: il sistema italiano è quello che in Europa ha più ore di lezione, ma con un rendimento modesto». Il senatore milanese, però, non è d'accordo con chi in maniera semplicistica parla di una riforma modulata su esigenze di cassa e non formative: «È fuori discussione che ci sia un'esigenza di risparmiare, ma, in questo caso, non c'è nessun taglio all'istruzione. Si tratta solo di orientare le risorse sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Non a caso in quasi tutti i Paesi Ocse le ore di lezione sono in numero minore rispetto al sistema italiano ed i risultati migliori». Puntare alla qualità, tuttavia, significa anche «riformare il reclutamento degli insegnanti e il loro reddito. Solo con una riforma della valutazione, infatti, il sistema sarà veramente completo». Nella sua relazione al Senato, l'esponente del centrodestra ha messo in chiaro anche quelli che considera dei limiti da superare. Innanzitutto «bisognerebbe regionalizzare, lì dove è possibile, l'istruzione professionale: pieno consenso alla semplificazione degli indirizzi, pieno consenso allo stop delle sperimentazioni, ma attenzione a non statalizzare la formazione professionale». In Lombardia ad esempio «c'è una formazione professionale di alto livello - ha spiegato - e questa dovrebbe essere gestita dalla Regione». In pratica, si tratta di riprendere «il doppio canale della Moratti». Ma Valditara cita la riforma dell'ex ministro dell'Istruzione (durante il precedente governo Berlusconi, ndr) anche sollevando un'altra questione: «Non ci può essere un passaggio diretto dalle scuole tecniche alle università. Occorrerebbe far decollare un sistema tecnico-professionale superiore, sul modello tedesco, che non è un'università, ma una specializzazione». Su questi due aspetti, in particolare, il parlamentare ripone le sue speranze, auspicando «che siano accolti mercoledì nel parere della Commissione». Nel corso della sua analisi non si dimentica delle materie umanistiche: «Dobbiamo fare attenzione a non marginalizzarle. Non si può snaturare la funzione propria di un liceo che è quella di incoraggiare le sensibilità e aprire le menti. Non certo favorire competenze tecniche». La novità dei "comitati scientifici" e dei "dipartimenti", infine, piace al senatore: «Far entrare il mondo dell'impresa nei consigli di gestione è positivo perché agevolerà il confronto tra il mondo scolastico e quello lavorativo. Tutto sta a comprendere - ha concluso - che la scuola non è autoreferenziale. Non è in funzione dei docenti, ma degli studenti che, dopo gli studi, si interfacceranno con il lavoro». |
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“Nessun tetto a scuola per i nati in Italia” |
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lunedì 11 gennaio 2010 |
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Da “Il Corriere della Sera” dell’11.1.2010, pag. 8 Per gli studenti stranieri nati in Italia non vale il tetto del 30 per cento. Chi è venuto al mondo nel nostro Paese ed ha appreso nelle nostre scuole a leggere, scrivere e far di conto è, sotto il profilo didattico, uguale ai figli dei cittadini italiani. Per il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini intervenuto a «Mezz'ora su Rai3», nella percentuale che ha sollevato tante polemiche non vi è un intento ideologico ma solo buon senso. La precisazione ha piacevolmente sorpreso l'opposizione (…). «Nei fatti è la conferma che quello che dice Fini (possibilità per i nati in Italia di ottenere la cittadinanza dopo le elementari, ndr) è una cosa giusta - dichiara Giuseppe Valditara, senatore vicino al presidente della Camera -. E' una presa di distanza da qualsiasi posizione razzista, una misura che solo una persona priva di buon senso non appoggerebbe» (…). |
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sabato 09 gennaio 2010 |
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Da “Il Foglio” del 9.1.2010, p. 4 di GIUSEPPE VALDITARA Il tema della cittadinanza è strategico per definire quale modello di Italia vogliamo per i prossimi decenni. La sua definizione presuppone che si facciano i conti con una certa idea di nazione e di identità. Bene hanno fatto dunque alcuni colleghi ad avere il coraggio di immettere nel dibattito politico questo argomento, certamente delicato. Al riguardo dirò subito che mi appaiono banali e strumentali certe polemiche, in verità più giornalistiche che politiche, che mirano a tacitare la discussione paventando un travaso di consensi a favore della Lega. Innanzitutto da recenti sondaggi risulta che la grande maggioranza degli italiani(negli ultimi 6 mesi fra il 79% e il 63%) sarebbe addirittura favorevole a concedere il diritto di voto alle amministrative, mentre l'86% è contrario, per esempio, a reintrodurre una generalizzata immunità parlamentare. Gli ultimi sondaggi non danno poi in crescita la Lega. E' noto piuttosto che il candidato presidente, polarizzando su di sè il dibattito, ha un effetto trascinamento: spetterà al presidente Berlusconi, in Veneto e in Piemonte, svolgere quella funzione di riequilibrio che ha saputo fare esemplarmente in Sardegna. Le elezioni ci sono poi in Italia ogni anno, questo vorrebbe dire che di alcuni argomenti non si dovrebbe mai parlare. Infine un partito che sfiora il 40% dei consensi non può presupporre parlamentari che rinuncino a pensare e a proporre stimolanti novità: sarebbe proprio questo il modo per perdere consenso e credibilità. Importante è piuttosto lo spessore delle singole proposte. Venendo più in particolare al tema, sarebbe errato tornare a vecchie contrapposizioni fra nazionalisti e internazionalisti. Si tratta di capire come garantire la migliore convivenza possibile a chi risiederà in Italia nei prossimi decenni. Credo che tutti siano d'accordo che il principio da cui si deve partire è quello di favorire la integrazione degli stranieri, nel rispetto di alcuni valori scritti nella prima parte della nostra costituzione. Credo anche che tutte le persone di buon senso siano concordi nel ritenere che ciò che bisogna evitare è che divenga definitivamente cittadino chi non vuole integrarsi. Se questi sono i presupposti, occorre rilevare che il dibattito si è spesso impantanato, come sovente capita in Italia, su questioni simboliche di impatto propagandistico senza concentrarsi sulle questioni reali. La polemica si è così ridotta a contrapporre coloro che ritenevano sufficienti, per richiedere la cittadinanza italiana, 5 anni (Granata e altri) ovvero 10 anni (Bertolini e altri), con una sorta di compromesso per cui dopo 8 anni inizierebbe la procedura. E' passato invece in sordina un serio dibattito culturale che rimetta in discussione l'idea stessa di nazione. Lo slogan coniato dalla destra francese, rilanciato in verità dal presidente Fini, "la Francia è di chi la ama", va di pari passo con la necessità di rivedere in senso meritocratico l'appartenenza alla comunità nazionale. Potremmo aggiungere a quello slogan che l'Italia è di chi la merita. Da questo punto di vista non trovo affatto scandalosa l'affermazione, che è stata fatta dal Presidente della Camera, per cui merita maggiormente di essere cittadino un asiatico o un africano che abbia illustrato la patria, magari per meriti sportivi, di un mafioso, italiano da sempre, che l'ha disonorata in tutto il mondo. Ripartire da questo presupposto significa agganciarsi alle radici stesse della nostra storia: il più straordinario esempio di integrazione, quello dell'antica Roma, si fondò per tutta l'epoca repubblicana e anche oltre, sull'idea che era un onore, non un diritto, appartenere alla civitas e che dunque questa potesse essere concessa a chiunque la meritasse. Date queste premesse non è il numero di anni necessari per presentare la domanda, il cuore del problema. Fino al 1992 bastavano 5 anni, la legge attuale prevede 10 anni di residenza legale, e la condizione che la domanda venga accolta dal ministro degli Interni, sulla cui base si fonda il decreto presidenziale di concessione. Va subito osservato che percentuali di criminalità sensibilmente superiori alla media coinvolgono stranieri clandestini ovvero italiani appartenenti a comunità marginali, pur da lungo tempo residenti, ma mai integratesi. Cittadini italiani, stranieri di nascita, non manifestano una propensione criminale maggiore di coloro che siano italiani da più generazioni. Quello che conta è piuttosto, a mio avviso: 1) evitare automatismi che diano la cittadinanza anche a chi non è interessato, a chi non è pronto a integrarsi o vive in un ambiente famigliare ostile ai principi scritti nella nostra costituzione; 2) verificare la concreta possibilità di integrazione e la reale adesione ai valori della nostra comunità; 3) prevedere la revoca della cittadinanza in quei casi in cui chi l'abbia richiesta abbia manifestato la volontà di disgregare la comunità nazionale, tradendo quel patto fiduciario che è alla base di una concessione amministrativa del nuovo status. E' significativo che se la grande maggioranza degli italiani non si rivela ostile ad accogliere gli stranieri, ben il 77%, secondo un recente sondaggio di Ferrari Nasi pubblicato su Panorama, sarebbe favorevole alla revoca della cittadinanza. Da questo punto di vista i ddl presentanti alla Camera necessitano di alcune significative integrazioni. Se è giusto intanto che un bambino nato e vissuto in Italia, che abbia frequentato le scuole italiane, al termine del primo ciclo possa diventare cittadino, va anche detto che ciò deve avvenire solo su domanda di entrambi i genitori. La domanda presuppone un ambiente famigliare favorevole ai valori della nostra comunità nazionale, evita inoltre di far diventare cittadino chi abbia genitori che non sono interessati a integrarsi stabilmente e definitivamente all'interno della nostra comunità. Se è poi auspicabile che la concessione della cittadinanza non sia più un atto discrezionale di qualche prefetto, essa deve fondarsi tuttavia sulla verifica seria di una reale disponibilità e possibilità di integrarsi. La conoscenza della lingua, della storia e della costituzione italiane, la assenza di qualsiasi condanna penale o tributaria ovvero di procedimenti pendenti, il possesso di un reddito minimo, e il giuramento di rispettare i valori di equaglianza, libertà, democrazia sono presupposti necessari. Infine proprio il dibattito svoltosi in sede di assemblea costituente, incentrato sulla possibilità di garantire la revoca della cittadinanza, e alcuni passaggi contenuti nella legge del 1992, giustificano, anche giuridicamente, la necessità di togliere la cittadinanza, acquisita per concessione amministrativa, a chi abbia commesso atti di eversione o di terrorismo, di associazione mafiosa di stampo internazionale, ovvero reati aggravati dalla discriminazione razziale, religiosa, sessuale. Se si ha il coraggio di aprire un confronto intelligente e sereno, si darà un contributo importante non solo alla crescita ed alla modernizzazione culturale del nostro Paese, ma anche alla ulteriore affermazione elettorale del Pdl. Una cosa deve essere chiara: non possono avere legittimazione alcuna nel dibattito posizioni che partano da chiusure o da pregiudizi di tipo etnico-razziale, per fortuna finora estranei al Pdl, e confinati a certi ambienti culturali e politici minoritari. La comparsa nel dibattito di siffatti pregiudizi sarebbe, questa sì, politicamente devastante e personalmente inaccettabile. |
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PUGNO DI FERRO CONTRO I NUOVI SCHIAVISTI |
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sabato 09 gennaio 2010 |
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Da “Il Secolo d'Italia” del 9.1.2010, p. 3 di Giuseppe Valditara I fatti di Rosarno suscitano due possibili approcci al problema della immigrazione clandestina. Quello più rozzo e demagogico, direi pure venato di razzismo, è quello che invoca misure durissime contro i clandestini. Appartiene ad una destra estrema, becera, direi "fascistoide", considerando il fascismo storico qualcosa di persino più serio. Quello più lucido e concreto, è quello che invoca misure severe contro la clandestinità. E' proprio di una destra moderna, "repubblicana". Si tratta di due approcci solo a parole simili, in realtà antitetici. Il primo non capisco bene cosa proponga di concreto e dunque di esso non mi occuperò. Di certo se qualcuno dovesse auspicare la galera per i clandestini, si coprirebbe di ridicolo: per mettere in galera un milione di persone ci vorrebbero 30 volte le attuali strutture carcerarie con costi insostenibili. Il secondo passa attraverso una pluralità di azioni. Innanzitutto ci sono due tipi di clandestini: quelli che vengono qui per lavorare in nero e quelli che vengono in Italia per delinquere. Questi ultimi sono una piccola minoranza, ma sono tuttavia molti di più che altrove perchè il nostro Paese è una sorta di Bengodi della illegalità. Come dissero alcuni nomadi rumeni dopo l'arresto, in tanti vengono da noi perchè si è sparsa la voce in tutto il Mediterraneo che in Italia, per la gran parte dei reati, in galera non si va mai. Vi sono poi, più che altrove, organizzazioni criminali che usano i clandestini come bassa manovalanza per tutta una serie di reati, in primo luogo lo spaccio, e il commercio abusivo. Le organizzazioni sono in gran parte italiane, la manovalanza è anche straniera. E' evidente dunque che il nostro sistema repressivo dovrebbe essere rafforzato sviluppando quella che è la vera battaglia di una destra autentica e cioè la certezza della pena e la legalità. Sono certo che quegli immigrati che a Rosano hanno sfasciato e distrutto, o semplicemente che hanno bloccato il traffico, in galera non ci andranno, e non ci resteranno, come non ci vanno quegli italiani che bloccano una autostrada o una ferrovia per le varie forme di protesta illegale che spesso accadono in questo Paese, e come non ci vanno quelle donne che in molti quartieri di città italiane assaltano la polizia per consentire ai congiunti ricercati di fuggire. La grande maggioranza dei clandestini non è composta però da delinquenti, vive in condizioni di degrado e di sfruttamento che alimentano la marginalità, la devianza, la povertà, lo squallore. E che sono soprattutto intollerabili per un Paese civile. Nei confronti di questi clandestini non ha alcun senso auspicare forme repressive particolari, occorre semmai colpire duramente chi sfrutta il lavoro nero. Il Mezzogiorno ha ancora oggi una delle percentuali più alte in Europa di disoccupazione, e ha nel contempo una delle percentuali più elevate di lavoro nero, cioè di lavoro non retribuito, non protetto, non garantito. La logica di chi sfrutta per pochi euro al giorno gli immigrati clandestini è la stessa logica degli schiavisti che usavano i negrieri per procurarsi manodopera a buon mercato trovando poco conveniente pagare coloni europei, liberi coltivatori. E' una logica che va spezzata prevedendo pene molto dure contro chi organizza e sfrutta gli immigrati, contro i moderni negrieri e i moderni schiavisti. Infine sarebbe forse opportuno battersi per aumentare gli stanziamenti necessari per espellere i clandestini, altro problema che viene spesso sottaciuto. Urlare: "fuori i clandestini", senza prima assicurarsi le risorse necessarie per una seria politica di espulsioni sarebbe una presa in giro demagogica. |
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Sen. Valditara: l'attività dei docenti |
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giovedì 24 dicembre 2009 |
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Da "Il Corriere della Sera" del 24.12.2009, pag. 47 Interventi & Repliche Vorrei rettificare una affermazione contenuta nel pezzo «Gelmini: regole condivise, partiamo dall'Università» (Corriere di ieri), firmato da Andrea Garibaldi laddove sostiene genericamente che io non sarei favorevole ai controlli sulla attività dei professori universitari. La mia posizione è scritta nella mia relazione in commissione e dunque è inequivocabile. Affermo che deve essere controllata in modo rigoroso l'attività didattica dei professori prevedendo forme di verifica sul suo adempimento. Aggiungo che il ddl dovrebbe essere reso più stringente nella effettività delle sanzioni. Al riguardo ho proposto di eliminare la giurisdizione domestica del Cun per rendere più rapide ed effettive le sanzioni. Ritengo invece che la ricerca debba essere valutata sui risultati, non ha senso che sia giudicata in base ad un impegno orario. Una ricerca vale per la sua qualità non per il numero di ore che vi si dedicano. La mia differenza sul punto, rispetto alle posizioni contenute nel ddl, sta in questo. Giuseppe, Valditara, senatore PdL |
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Il Cav. pacificatore tende la mano e Napolitano la stringe |
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mercoledì 23 dicembre 2009 |
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Da “Il Foglio” del 23.12.2009, pag. 1 Stavolta Silvio Berlusconi sembra fare sul serio. Obiettivo: ottenere il rilancio delle riforme attraverso un appeasement istituzionale con la presidenza della Repubblica, con il cofondatore del Pdl Gianfranco Fini e con le opposizioni. Il premier ieri mattina ha telefonato a Giorgio Napolitano non soltanto per gli auguri di Natale ma per tendergli una mano e manifestargli apprezzamento per l'intervento pubblico con il quale, martedì, il presidente aveva puntellato il governo ed esortato a un nuovo impegno riformista. E' stato il capo dello stato a rendere pubblica la cordiale telefonata: "Con Berlusconi i rapporti personali sono sempre stati buoni. Mi ha fatto piacere che oggi mi abbia chiamato e che abbia apprezzato le linee generali del mio discorso" (…). A completare l'immagine di un Pdl disteso e nuovamente compatto c'è anche il decorso positivo della legge sulla cittadinanza il cui dibattito è iniziato ieri alla Camera. Al di là delle apparenze e di certi toni sopra le righe, su questo argomento nessuno ha voglia di forzare la mano. I finiani hanno già ottenuto un successo imponendo il tema nel dibattito pubblico. Al Senato il finiano Giuseppe Valditara ha presentato un altro disegno di legge sulla scorta della Sarubbi-Granata, un testo firmato anche da senatori dell'ex Forza Italia. Si tratta di una mediazione politica che oltre a contemplare - novità - l'ipotesi di revoca della cittadinanza, insiste sulla volontà di legiferare ma contemporaneamente segnala l'interesse a tenere in considerazione le obiezioni che provengono dal Pdl. Un po' meno quelle della Lega. |
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“Eretico? No, vede oltre” |
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martedì 22 dicembre 2009 |
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Da “La Discussione” del 22.12.2009, pag. 3 Colloquio con il senatore Giuseppe Valditara Sorride quando gli si chiede conto della sua "fede" in Gianfranco Fini il senatore Giuseppe Valditara, già responsabile Istruzione di Alleanza nazionale. E questo perché «ritengo improprio parlare di una corrente vera e propria, mentre posso sinceramente affermare che io apprezzo molto l'idea di una destra repubblicana, naturale completamento di quella rivoluzione che è stata avviata dal premier, Silvio Berlusconi». E non sono in antitesi le posizioni che vanno esprimendo sempre più spesso i due cofondatori del Pdl, secondo lei? “No, non sono in antitesi. Vede, Fini sta anticipando l'evoluzione naturale dei tempi, andando verso una destra europea. Ciò che dice, a qualcuno può sembrare eretico. E, invece, la sua è una voce che guarda al futuro”. Delle incongruenze ci sono, però. Prendiamo il biotestamento: l'ex leader di An si è impegnato affinché l'imminente dibattito alla Camera si possa svolgere «nel doveroso rispetto del diritto di ogni deputato ad esprimersi secondo coscienza». “Premetto che sul fine vita ho assunto una posizione diversa da ciò che ha affermato il presidente della Camera, appoggiando a Palazzo Madama il testo del senatore Calabrò (che decine di deputati del centrodestra dichiarano di non essere disposti ad approvare senza sostanziali modifiche, ndr). Apprezzo, tuttavia, quella destra, incarnata da Fini, che lascia libertà di scelta sui temi etici. E che apprezza le posizioni controcorrente”. Questo scorcio di lavori parlamentari viene accompagnato da un intenso dibattito sull'opportunità di realizzare riforme condivise. Il solito buon proposito in vista del nuovo anno o è davvero il momento giusto? “Io confido nel fatto che siamo in presenza di un'occasione storica che non va sciupata. Le aperture di D'Alema confermano ciò che sostenevo prima dell'attentato a Berlusconi, a Milano: anche nell'opposizione ci sono importanti esponenti intenzionati a riformare insieme a noi la giustizia e a rivedere la Costituzione. E non si deve intervenire soltanto su singoli aspetti, come nel caso del processo breve, bensì lavorare per garantire una reale e forte autorevolezza della magistratura”. |
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Docenti, lite sulle 40 ore settimanali |
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lunedì 21 dicembre 2009 |
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Da “Il Messaggero” del 21.12.2009, pag. 1 L'iniziale accoglienza bipartisan sulla riforma dell'università rischia di sfaldarsi in Parlamento. La lente d'ingrandimento delle Commissioni fa venire a galla molti punti controversi, che potrebbero rallentare l'iter e renderlo più tortuoso. Lo scontro è sulle 1.500 ore, in pratica 40 settimanali, il tempo con il quale si vuole misurare il lavoro dei docenti, fatto di attività didattica e di ricerca. «Ma questo principio è suscettibile di impugnazione per irragionevolezza», scrive il relatore della legge Giuseppe Valditara Che aggiunge: «La norma rischia di risultare incostituzionale ed è foriera di possibili ricorsi». Ma vediamo che cosa viene contestato. Le 1.500 ore (8 al giorno, per 5 giorni) non prevedono alcuno spazio per le attività "libero-professionali". I prof a tempo determinato, però, non avendo un contratto stabile, rifiutano il vincolo. Secondo punto: nel monte ore è compresa anche l'attività di ricerca. «Ma -sostiene Valditara- è francamente impossibile una quantificazione seria delle ore dedicate alla ricerca. Sarebbero ingenuamente fantasiosi o del tutto arbitrari criteri volti a desumere presuntivamente dalle pubblicazioni effettuate l'impegno annuale profuso in ricerca. Mentre la didattica è quantificata in molti Paesi Ocse, non vi è Paese al mondo che quantifichi la ricerca. Come ben sa chi la pratica, la ricerca si può fare ovunque. Ciò che conta sono i risultati». E lo studio personale, i compiti organizzativi o il tempo trascorso per la preparazione delle lezioni? Finiranno inevitabilmente per avere «una auto-certificazione soggettiva», osserva il senatore. Dunque, sì al giudizio sui risultati, ma non convince il criterio di "misurazione" in ore. «Né possiamo mettere tesserini e tornelli per entrare e uscire dall'università», osserva Vittoria Franco, senatrice del Pd, impegnata in Commissione cultura. Intanto, in qualche università spuntano i primi badge. Mariastella Gemini è però determinata: «E' necessario che ci sia un monitoraggio delle presenze al lavoro dei professori. Gli studenti lo pretendono, ci sono state delle segnalazioni nei confronti di docenti che non vanno a lezione e non ricevono. Questo non può accadere. Forme di controllo sono necessarie, sono pronta a discutere delle modalità, tutelando anche la giusta richiesta di quei professori che fanno ricerca talvolta fuorisede». Ma c'è anche un altro problema. «Le 1.500 ore - scrive il senatore nella relazione illustrata a Palazzo Madama - introducono una disparità di trattamento economico rispetto alla categoria dei docenti delle superiori, anch'essa foriera di ricorsi, dal momento che per ricercatori e professori universitari si richiede un impegno orario pari a quasi due volte e mezzo. Non a caso l'impegno delle 1.500 ore nella bozza iniziale del ddl era qualificato come "figurativo"». Intanto Valditara insiste su un punto: «Dobbiamo ottenere la valutazione dei risultati» fatta dalla comunità scientifica, sulla base di pubblicazioni su riviste accreditate. E il malcostume? L'assenteismo di tanti prof che disertano lezioni e incontri? O gli interessi baronali fuori dalle università per incarichi ben remunerati a danno della didattica? Per il relatore della riforma si può intervenire «con la sospensione dello stipendio e con le sanzioni patrimoniali, fino al licenziamento, togliendo ai prof la possibilità di appellarsi al Consiglio universitario perché gli organi "domestici" finiscono sempre per assolvere» (...). |
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Atenei, controlli sulle ore dei prof.- Gelmini: necessari |
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lunedì 21 dicembre 2009 |
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Da “Il Mattino” del 21.12.2009, pag. 12 L'iniziale accoglienza bipartisan sulla riforma dell'università rischia di sfaldarsi in Parlamento. La lente d'ingrandimento delle Commissioni fa venire a galla molti punti controversi, che potrebbero rallentare l'iter e renderlo più tortuoso. Lo scontro è sulle 1.500 ore, il tempo col quale si vuole misurare il lavoro dei docenti, fatto di didattica e ricerca. «Ma questo principio è suscettibile di impugnazione per irragionevolezza», scrive il relatore della legge Giuseppe Valditara. Che aggiunge: «La norma rischia di risultare incostituzionale ed è foriera di possibili ricorsi». Ma vediamo cosa viene contestato. Le 1.500 ore (8 al giorno, per 5 giorni) non prevedono alcuno spazio per le attività «libero-professionali». I prof a tempo determinato, però, non avendo contratto stabile, rifiutano il vincolo. Secondo: nel monte ore è compresa anche l'attività di ricerca. «Ma - sostiene Valditara - è francamente impossibile una quantificazione seria delle ore dedicate alla ricerca. Sarebbero ingenuamente fantasiosi o arbitrari criteri volti a desumere presuntivamente dalle pubblicazioni effettuate l'impegno annuale profuso in ricerca. Mentre la didattica è quantificata in molti Paesi Ocse, non vi è Paese al mondo che quantifichi la ricerca. Come ben sa chi la pratica, la ricerca si può fare ovunque. Ciò che conta sono i risultati». E lo studio personale, i compiti organizzativi o il tempo per preparare le lezioni? Finiranno inevitabilmente per avere «una auto-certificazione soggettiva», osserva il senatore. Dunque, sì al giudizio sui risultati, ma non convince il criterio di « misurazione» in ore. «Né possiamo mettere tesserini e tornelli per entrare e uscire dall'università», osserva Vittoria Franco, senatrice del Pd, impegnata in Commissione cultura. Ma in qualche università spuntano i primi badge. Mariastella Gelmini è però determinata: «E’ necessario che ci sia un monitoraggio delle presenze al lavoro dei professori. Gli studenti lo pretendono, ci sono state lamentele nei confronti di docenti che non andavano a lezione e non ricevevano. Questo non può accadere. Forme di controllo sono necessarie, sono pronta a discutere delle modalità». La Gelmini dice che «non ha più senso operare in difesa di corporativismi che hanno fatto danni enormi all'università». Altro problema. «Le 1.500 ore - scrive il senatore nella relazione a Palazzo Madama - introducono una disparità di trattamento economico rispetto alla categoria dei docenti delle superiori, anch'essa foriera di ricorsi, dal momento che per ricercatori e professori universitari richiede un impegno orario pari a quasi due volte e mezzo. Non a caso l'impegno delle 1.500 ore nella bozza iniziale del ddl era qualificato come "figurativo”. Valditara insiste: «Dobbiamo ottenere la valutazione dei risultati» fatta dalla comunità scientifica, sulla base di pubblicazioni su riviste accreditate. E il malcostume? L'assenteismo di tanti prof che disertano lezioni e incontri? O gli interessi baronali fuori università? Per il relatore si può intervenire «con sospensione dello stipendio e sanzioni patrimoniali, fino al licenziamento, togliendo ai prof. la possibilità di appellarsi al Consiglio universitario perché gli organi "domestici" finiscono sempre per assolvere». L'altro nodo riguarda la gestione di bonus e prestiti per gli studenti migliori (da restituire in parte dopo la laurea), criticati perché il ministero affida alla Consap Spa le «prove nazionali» di selezione dei meritevoli. I rettori obiettano che questo è un esproprio delle prerogative di «giudizio» dell'università. La Consap non ha competenze specifiche: è nata nel 1993 dall'Ina, con l'obiettivo di svolgere funzioni assicurative pubbliche e gestire fondi di previdenza e di garanzia (per esempio per le vittime della strada e della caccia), nulla a che vedere con prove di merito per studenti universitari. Altre contestazioni dai ricercatori. Rifiutano l'incarico "a tempo". L'introduzione di una sorta di tenure track, che consente alle università, accanto ad altre modalità di reclutamento, di assumere ricercatori a tempo determinato per due trienni, per poi promuoverli ad associati se conseguono l'abilitazione non convince. «Siamo d'accordo sui principi del merito - dicono - ma è inaccettabile la nomina con scadenza». |
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Così Fini richiama a corte i colonnelli di An, ma senza rompere con il Cav. |
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giovedì 17 dicembre 2009 |
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Da “Il Foglio” del 17.12.2009, pag. 1 "Speriamo che Berlusconi esca presto da quel maledetto ospedale e cominci a lavorare. Poi tutto si supera", dice Umberto Bossi in Transatlantico dopo aver votato la fiducia sulla Finanziaria. Il leader della Lega si riferisce al nervosismo che ha attraversato il Pdl in seguito alla censura che Gianfranco Fini ha fatto precipitare sulla fiducia e sulle parole accese pronunciate martedì dal capogruppo Fabrizio Cicchitto intorno alle responsabilità dell'aggressione subita dal premier. Ma l'impressione è che, contro le apparenze, le novità emerse ieri, dall'accordo sulle regionali fino all'offerta di un patto democratico a Pd e Udc, dirigano verso una stabilizzazione più di quanto non evochino il disseppellimento di vecchie obbedienze di partito. Fini ha riunito a pranzo i propri ex colonnelli, anche quelli più distanti come Maurizio Gasparri e Altero Matteoli. Ha chiesto loro di fare un passo indietro delegandogli la facoltà di trattare con Berlusconi. Il patto è stato accettato e il presidente della Camera lo considera un primo passo per quella che ha definito "la ripartenza del Pdl" sulla base di "un rapporto di reciprocità" con il premier. I due si dovrebbero incontrare a breve e non è escluso che Fini avesse preallertato il Cav. delle sue intenzioni. Dice al Foglio il ministro Andrea Ronchi, uno degli uomini più vicini all'ex leader di An: "Fini non è isolato in An. Da oggi si discuterà tutti, in piena libertà, ma sarà poi necessario riunirsi intorno alla sua leadership". Giuseppe Valditara, altro finiano puro, aggiunge: "E’un fatto positivo che garantisce la serietà dell'operazione con la quale si vuole rilanciare il Pdl”. Dai colonnelli arriva un'esortazione: "L'accordo va benissimo, ma Fini rappresenti An in tutte le sue sfaccettature". Non facile. La solidità dell'intesa va valutata nel tempo. D'altra parte quali sono gli strumenti di cui dispone Fini per imporre un vero aut aut? Solo la minaccia di una scissione, sullo schema siciliano, dal gruppo parlamentare. Un'ipotesi che sfiora la fantapolitica, tanto più che l'ex leader di An ha interesse a tenere unito il Pdl e non a dividerlo (…). |
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E’ il momento di dire basta agli “opposti isterismi” |
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martedì 15 dicembre 2009 |
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Da “Il Secolo d’Italia” del 15.12.2009, pag. 4 Adesso che Berlusconi si è trasformato in un'icona sanguinante è il momento della riflessione responsabile. Una fase difficile e complicata, perché sembra prevalere ancora di più quella caotica tendenza a intruppa re il Paese in uno degli opposti estremismi radicalizzati in "opposti isterismi": da una parte chi tende a vedere in quello che è accaduto il culmine di un complotto teso a fomentare odio e avversione verso il premier; dall'altro chi tende a giustificare l'aggressione minimizzandone la gravità e addirittura addossando al presidente del Consiglio la responsabilità di un clima ormai da. settimane sopra le righe, un clima destabilizzante, un'atmosfera in cui sembra difficile recuperare i termini di un dialogo civile e corretto. Ecco allora che il gesto di un folle, sbavatura inaccettabile e ingiustificabile dei comportamenti di una società civile sovreccitata dai contrapposti fanatismi, diventa a suo modo il simbolo di un Paese anormale, precipitato nella mancanza di razionalità. Lo ha notato anche Piero Sansonetti: «Il fatto che l'autore del gesto abbia dei problemi mentali rappresenta un aspetto simbolico quasi letterario: perché tutta l'Italia oggi ha dei problemi mentali» (…). E anche i media, da una e dall'altra parte, non sono senza macchia e senza colpa. Da tempo rileviamo che i toni apocalittici e aggressivi utilizzati dal “Giornale” non fanno bene alla serietà del dibattito politico e anzi alimentano in modo estenuante il muro contro muro. La metafora del derby politico, utilizzata più volte da Gianfranco Fini, non appare neanche più sufficiente a rappresentare il quadro. Qui siamo passati alla rabbia schiumante, alle accuse lanciate senza senso della misura. Un invito implicito a metterci tutti, statuine alla mano, a colpire l'avversario per farlo sanguinare, in nome dell'assoluta vendetta. Non c'è stata solo qualche giorno fa la prima pagina con Berlusconi che stava per azionare una ghigliottina sulla testa di Fini e Napolitano. La prima pagina del “Giornale” di ieri era ancora più chiara nell'esprimere questo sentimento di irrazionale partigianeria Intanto il titolo, "violenza costituzionale” che alludeva alle parole dette da Napolitano: «No agli attacchi violenti alle istituzioni». Che si vuole arrivare a dire? Che chi difende la Costituzione è il vero mandante dell'atto compiuto da Tartaglia? Poi c'è il vicedirettore Alessandro Sallusti che si diffonde in un attacco a tutto campo contro chi ha criticato Berlusconi, inserendo nella partita sia Casini, che aveva parlato di un fronte democratico contro l'emergenza costituita dalla deriva populista di Berlusconi, sia Fini per il colloquio in cui definiva una "bomba" le rivelazioni di Spatuzza. Entrambi, secondo allusti «hanno dato copertura alla campagna di odio della sinistra per mere questioni di potere personale». Ecco, questa è esattamente la mancanza di razionalità di chi, sospinto dall'emotività del momento, si slancia in una personale caccia ai colpevoli non accontentandosi del dato di fatto che Tartaglia è malato di mente ed è stato arrestato e che, per fortuna, la vita del premier non è in pericolo. Una strada su cui Sallusti è volentieri seguito da Daniela Santanchè, che adombra il complotto: «Bisogna smettere di dire che gli attentatori sono tutti pazzi. Voglio chiedere se questo signore si sa cosa ha fatto nell'ultimo mese, chi ha frequentato, a chi ha scritto». In ogni caso le allusioni di Sallusti dimostrano il fatto che i "cattivi maestri" sono sempre pronti a eseguire il loro compito, approfittando di ogni sbandamento. Per questo i senatori del Pdl Valditara e Saro lo accusano di "linciaggio medìatico ne chiedono le dimissioni (…). |
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