giovedì 11 marzo 2010
 
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Rassegna stampa
Riordino dei licei, mercoledì il parere del Senato PDF Stampa E-mail
sabato 23 gennaio 2010

Da “La Discussione” del 23.1.2010, pag. 5

 

 

 

Dallo stop alle sperimentazioni alla riduzione delle ore di lezione fino all'istituzione di di­partimenti e comitati scientifici aperti ad esperti del mondo del la­voro per monitorare la riforma. I tre regolamenti per il riordino del­le scuole superiori targati Gelmini, dopo il via il libera in commissione Cultura della Camera, sono in que­ste ore all'esame dell'altro ramo del Parlamento. Il parere della commis­sione Istruzione di Palazzo Mada­ma «dovrebbe arrivare già mercole­dì», come annuncia alla Discussio­ne Giuseppe Valditara. Il senatore del Pdl mette in evidenza quelli che sono gli aspetti positivi di tali rego­lamenti, ma anche quelli che, a suo avviso, «andrebbero rivisti». «Il punto centrale - ha spiegato - è, senza dubbio, la riduzione del qua­dro orario». Meno ore di lezione che l'esponente del Popolo della li­bertà condivide in pieno. «Il moti­vo è molto semplice: il sistema ita­liano è quello che in Europa ha più ore di lezione, ma con un rendi­mento modesto».

Il senatore milanese, però, non è d'accordo con chi in maniera sem­plicistica parla di una riforma mo­dulata su esigenze di cassa e non formative: «È fuori discussione che ci sia un'esigenza di risparmiare, ma, in questo caso, non c'è nessun taglio all'istruzione. Si tratta solo di orientare le risorse sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Non a caso in quasi tutti i Paesi Ocse le ore di lezione sono in numero mi­nore rispetto al sistema italiano ed i risultati migliori». Puntare al­la qualità, tuttavia, significa anche «riformare il reclutamento degli in­segnanti e il loro reddito. Solo con una riforma della valutazione, in­fatti, il sistema sarà veramente com­pleto». Nella sua relazione al Sena­to, l'esponente del centrodestra ha messo in chiaro anche quelli che  considera dei limiti da superare. In­nanzitutto «bisognerebbe regiona­lizzare, lì dove è possibile, l'istru­zione professionale: pieno consen­so alla semplificazione degli indi­rizzi, pieno consenso allo stop del­le sperimentazioni, ma attenzione a non statalizzare la formazione professionale». In Lombardia ad esempio «c'è una formazione pro­fessionale di alto livello - ha spiega­to - e questa dovrebbe essere gesti­ta dalla Regione». In pratica, si tratta di riprendere «il doppio canale della Moratti». Ma Valditara cita la riforma dell'ex ministro dell'Istru­zione (durante il precedente gover­no Berlusconi, ndr) anche sollevan­do un'altra questione: «Non ci può essere un passaggio diretto dalle scuole tecniche alle università. Oc­correrebbe far decollare un sistema tecnico-professionale superiore, sul modello tedesco, che non è un'uni­versità, ma una specializzazione». Su questi due aspetti, in particola­re, il parlamentare ripone le sue speranze, auspicando «che siano accolti mercoledì nel parere della Commissione». Nel corso della sua analisi non si dimentica delle materie umanistiche: «Dobbiamo fare attenzione a non marginaliz­zarle. Non si può snaturare la fun­zione propria di un liceo che è quella di incoraggiare le sensibili­tà e aprire le menti. Non certo fa­vorire competenze tecniche». La novità dei "comitati scientifici" e dei "dipartimenti", infine, piace al senatore: «Far entrare il mondo dell'impresa nei consigli di gestio­ne è positivo perché agevolerà il confronto tra il mondo scolastico e quello lavorativo. Tutto sta a comprendere - ha concluso - che la scuola non è autoreferenziale. Non è in funzione dei docenti, ma degli studenti che, dopo gli studi, si interfacceranno con il la­voro».

 
“Nessun tetto a scuola per i nati in Italia” PDF Stampa E-mail
lunedì 11 gennaio 2010

Da “Il Corriere della Sera” dell’11.1.2010, pag. 8

  

Per gli studenti stranieri nati in Italia non vale il tetto del 30 per cento. Chi è venuto al mondo nel nostro Paese ed ha appreso nelle nostre scuole a leggere, scrivere e far di conto è, sotto il profilo di­dattico, uguale ai figli dei citta­dini italiani. Per il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini intervenuto a «Mezz'ora su Rai3», nella percentuale che ha sollevato tante polemiche non vi è un intento ideologico ma solo buon senso. La precisa­zione ha piacevolmente sorpre­so l'opposizione (…).

 

«Nei fatti è la conferma che quello che dice Fini (possibilità per i nati in Ita­lia di ottenere la cittadinanza dopo le elementari, ndr) è una cosa giusta - dichiara Giusep­pe Valditara, senatore vicino al presidente della Camera -. E' una presa di distanza da qualsi­asi posizione razzista, una mi­sura che solo una persona pri­va di buon senso non appogge­rebbe» (…).

 
CHI MERITA L'ITALIA PDF Stampa E-mail
sabato 09 gennaio 2010

Da “Il Foglio” del 9.1.2010, p. 4

  

di GIUSEPPE VALDITARA

 

Il tema della cittadinanza è strategico per definire quale modello di Italia vogliamo per i prossimi decenni. La sua definizione presuppone che si facciano i conti con una certa idea di nazione e di identità. Bene hanno fatto dunque alcuni colleghi ad avere il coraggio di immettere nel dibattito politico questo argomento, certamente delicato. Al riguardo dirò subito che mi appaiono banali e strumentali certe polemiche, in verità più giornalistiche che politiche, che mirano a tacitare la discussione paventando un travaso di consensi a favore della Lega. Innanzitutto da recenti sondaggi risulta che la grande maggioranza degli italiani(negli ultimi 6 mesi fra il 79% e il 63%) sarebbe addirittura favorevole a concedere il diritto di voto alle amministrative, mentre l'86% è contrario, per esempio, a reintrodurre una generalizzata immunità parlamentare. Gli ultimi sondaggi non danno poi in crescita la Lega. E' noto piuttosto che il candidato presidente, polarizzando su di sè il dibattito, ha un effetto trascinamento: spetterà al presidente Berlusconi, in Veneto e in Piemonte, svolgere quella funzione di riequilibrio che ha saputo fare esemplarmente in Sardegna. Le elezioni ci sono poi in Italia ogni anno, questo vorrebbe dire che di alcuni argomenti non si dovrebbe mai parlare. Infine un partito che sfiora il 40% dei consensi non può presupporre parlamentari che rinuncino a pensare e a proporre stimolanti novità: sarebbe proprio questo il modo per perdere consenso e credibilità.

 

Importante è piuttosto lo spessore delle singole proposte.

 

Venendo più in particolare al tema, sarebbe errato tornare a vecchie contrapposizioni fra nazionalisti e internazionalisti. Si tratta di capire come garantire la migliore convivenza possibile a chi risiederà in Italia nei prossimi decenni. Credo che tutti siano d'accordo che il principio da cui si deve partire è quello di favorire la integrazione degli stranieri, nel rispetto di alcuni valori scritti nella prima parte della nostra costituzione. Credo anche che tutte le persone di buon senso siano concordi nel ritenere che ciò che bisogna evitare è che divenga definitivamente cittadino chi non vuole integrarsi. Se questi sono i presupposti, occorre rilevare che il dibattito si è spesso impantanato, come sovente capita in Italia, su questioni simboliche di impatto propagandistico senza concentrarsi sulle questioni reali. La polemica si è così ridotta a contrapporre coloro che ritenevano sufficienti, per richiedere la cittadinanza italiana, 5 anni (Granata e altri) ovvero 10 anni (Bertolini e altri), con una sorta di compromesso per cui dopo 8 anni inizierebbe la procedura. E' passato invece in sordina un serio dibattito culturale che rimetta in discussione l'idea stessa di nazione. Lo slogan coniato dalla destra francese, rilanciato in verità dal presidente Fini, "la Francia è di chi la ama", va di pari passo con la necessità di rivedere in senso meritocratico l'appartenenza alla comunità nazionale. Potremmo aggiungere a quello slogan che l'Italia è di chi la merita. Da questo punto di vista non trovo affatto scandalosa l'affermazione, che è stata fatta dal Presidente della Camera, per cui merita maggiormente di essere cittadino un asiatico o un africano che abbia illustrato la patria, magari per meriti sportivi, di un mafioso, italiano da sempre, che l'ha disonorata in tutto il mondo. Ripartire da questo presupposto significa agganciarsi alle radici stesse della nostra storia: il più straordinario esempio di integrazione, quello dell'antica Roma, si fondò per tutta l'epoca repubblicana e anche oltre, sull'idea che era un onore, non un diritto, appartenere alla civitas e che dunque questa potesse essere concessa a chiunque la meritasse.

 

Date queste premesse non è il numero di anni necessari per presentare la domanda, il cuore del problema. Fino al 1992 bastavano 5 anni, la legge attuale prevede 10 anni di residenza legale, e la condizione che la domanda venga accolta dal ministro degli Interni, sulla cui base si fonda il decreto presidenziale di concessione. 

 

Va subito osservato che percentuali di criminalità sensibilmente superiori alla media coinvolgono stranieri clandestini ovvero italiani appartenenti a comunità marginali, pur da lungo tempo residenti, ma mai integratesi. Cittadini italiani, stranieri di nascita, non manifestano una propensione criminale maggiore di coloro che siano italiani da più generazioni. Quello che conta è piuttosto, a mio avviso: 1) evitare automatismi che diano la cittadinanza anche a chi non è interessato, a chi non è pronto a integrarsi o vive in un ambiente famigliare ostile ai principi scritti nella nostra costituzione; 2) verificare la concreta possibilità di integrazione e la reale adesione ai valori della nostra comunità; 3) prevedere la revoca della cittadinanza in quei casi in cui chi l'abbia richiesta abbia manifestato la volontà di disgregare la comunità nazionale, tradendo quel patto fiduciario che è alla base di una concessione amministrativa del nuovo status. E' significativo che se la grande maggioranza degli italiani non si rivela ostile ad accogliere gli stranieri, ben il 77%, secondo un recente sondaggio di Ferrari Nasi pubblicato su Panorama, sarebbe favorevole alla revoca della cittadinanza.

 

Da questo punto di vista i ddl presentanti alla Camera necessitano di alcune significative integrazioni.

 

Se è giusto intanto che un bambino nato e vissuto in Italia, che abbia frequentato le scuole italiane, al termine del primo ciclo possa diventare cittadino, va anche detto che ciò deve avvenire solo su domanda di entrambi i genitori. La domanda presuppone un ambiente famigliare favorevole ai valori della nostra comunità nazionale, evita inoltre di far diventare cittadino chi abbia genitori che non sono interessati a integrarsi stabilmente e definitivamente all'interno della nostra comunità.

 

Se è poi auspicabile che la concessione della cittadinanza non sia più un atto discrezionale di qualche prefetto, essa deve fondarsi tuttavia sulla verifica seria di una reale disponibilità e possibilità di integrarsi. La conoscenza della lingua, della storia e della costituzione italiane, la assenza di qualsiasi condanna penale o tributaria ovvero di procedimenti pendenti, il possesso di un reddito minimo, e il giuramento di rispettare i valori di equaglianza, libertà, democrazia sono presupposti necessari.

 

Infine proprio il dibattito svoltosi in sede di assemblea costituente, incentrato sulla possibilità di garantire la revoca della cittadinanza, e alcuni passaggi contenuti nella legge del 1992, giustificano, anche giuridicamente, la necessità di togliere la cittadinanza, acquisita per concessione amministrativa, a chi abbia commesso atti di eversione o di terrorismo, di associazione mafiosa di stampo internazionale, ovvero reati aggravati dalla discriminazione razziale, religiosa, sessuale. 

Se si ha il coraggio di aprire un confronto intelligente e sereno, si darà un contributo importante non solo alla crescita ed alla modernizzazione culturale del nostro Paese, ma anche alla ulteriore affermazione elettorale del Pdl. Una cosa deve  essere chiara: non possono avere legittimazione alcuna nel dibattito posizioni che partano da chiusure o da pregiudizi di tipo etnico-razziale, per fortuna finora estranei al Pdl, e confinati a certi ambienti culturali e politici minoritari. La comparsa nel dibattito di siffatti pregiudizi sarebbe, questa sì, politicamente devastante e personalmente inaccettabile.

 
PUGNO DI FERRO CONTRO I NUOVI SCHIAVISTI PDF Stampa E-mail
sabato 09 gennaio 2010

Da Il Secolo d'Italia del 9.1.2010, p. 3 

di Giuseppe Valditara  

I fatti di Rosarno suscitano due possibili approcci al problema della immigrazione clandestina. Quello più rozzo e demagogico, direi pure venato di razzismo, è quello che invoca misure durissime contro i clandestini.

Appartiene ad una destra estrema, becera, direi  "fascistoide", considerando il fascismo storico qualcosa di persino più serio. Quello più lucido e concreto, è quello che invoca misure severe contro la clandestinità. E' proprio di una destra moderna, "repubblicana".

 

Si tratta di due approcci solo a parole simili, in realtà antitetici.

 

Il primo non capisco bene cosa proponga di concreto e dunque di esso non mi occuperò. Di certo se qualcuno dovesse auspicare la galera per i clandestini, si coprirebbe di ridicolo: per mettere in galera un milione di persone ci vorrebbero 30

volte le attuali strutture carcerarie con costi insostenibili.

 

Il secondo passa attraverso una pluralità di azioni.

 

Innanzitutto ci sono due tipi di clandestini: quelli che vengono qui per lavorare in nero e quelli che vengono in Italia per delinquere. Questi ultimi sono una piccola minoranza, ma sono tuttavia molti di più che altrove perchè il nostro Paese è una sorta di Bengodi della illegalità. Come dissero alcuni nomadi rumeni dopo l'arresto, in tanti vengono da noi perchè si è sparsa la voce in tutto il Mediterraneo che in Italia, per la gran parte dei reati, in galera non si va mai.

 

Vi sono poi, più che altrove, organizzazioni criminali che usano i clandestini come bassa manovalanza per tutta una serie di reati, in primo luogo lo spaccio, e il commercio abusivo. Le organizzazioni sono in gran parte italiane, la manovalanza è anche straniera.

 

E' evidente dunque che il nostro sistema repressivo dovrebbe essere rafforzato sviluppando quella che è la vera battaglia di una destra autentica e cioè la certezza della pena e la legalità. Sono certo che quegli immigrati che a Rosano hanno sfasciato e distrutto, o semplicemente che hanno bloccato il traffico, in galera non ci andranno, e non ci resteranno, come non ci vanno quegli italiani che bloccano una autostrada o una ferrovia per le varie forme di protesta illegale che spesso accadono in questo Paese, e come non ci vanno quelle donne che in molti quartieri di città italiane assaltano la polizia per consentire ai congiunti ricercati di fuggire.

La grande maggioranza dei clandestini non è composta però da delinquenti, vive in condizioni di degrado e di sfruttamento che alimentano la marginalità, la devianza, la povertà, lo squallore. E che sono soprattutto intollerabili per un Paese civile.

 

Nei confronti di questi clandestini non ha alcun senso auspicare forme repressive particolari, occorre semmai colpire duramente chi sfrutta il lavoro nero. Il Mezzogiorno ha ancora oggi una delle percentuali più alte in Europa di disoccupazione, e ha nel contempo una delle percentuali più elevate di lavoro nero, cioè di lavoro non retribuito, non protetto, non garantito. La logica di chi sfrutta per pochi euro al giorno gli immigrati clandestini è la stessa logica degli schiavisti che usavano i negrieri per procurarsi manodopera a buon mercato trovando poco conveniente pagare coloni europei, liberi coltivatori.

E' una logica che va spezzata prevedendo pene molto dure contro chi organizza e sfrutta gli immigrati, contro i moderni negrieri e i moderni schiavisti.

Infine sarebbe forse opportuno battersi per aumentare gli stanziamenti necessari per espellere i clandestini, altro problema che viene spesso sottaciuto. Urlare: "fuori i clandestini", senza prima assicurarsi le risorse necessarie per una seria politica di espulsioni sarebbe una presa in giro demagogica.

 
Sen. Valditara: l'attività dei docenti PDF Stampa E-mail
giovedì 24 dicembre 2009

Da "Il Corriere della Sera" del 24.12.2009, pag. 47

 

Interventi & Repliche

  

Vorrei rettificare una affermazione contenuta nel pezzo «Gelmini: regole condivise, partiamo dall'Università» (Corriere di ieri), firmato da Andrea Garibaldi laddove sostiene genericamente che io non sarei favorevole ai controlli sulla attività dei professori universitari. La mia posizione è scritta nella mia relazione in commissione e dunque è inequivocabile. Affermo che deve essere controllata in modo rigoroso l'attività didattica dei professori prevedendo forme di verifica sul suo adempimento. Aggiungo che il ddl dovrebbe essere reso più stringente nella effettività delle sanzioni. Al riguardo ho proposto di eliminare la giurisdizione domestica del Cun per rendere più rapide ed effettive le sanzioni. Ritengo invece che la ricerca debba essere valutata sui risultati, non ha senso che sia giudicata in base ad un impegno orario. Una ricerca vale per la sua qualità non per il numero di ore che vi si dedicano. La mia differenza sul punto, rispetto alle posizioni contenute nel ddl, sta in questo.

 

Giuseppe, Valditara, senatore PdL

 
Il Cav. pacificatore tende la mano e Napolitano la stringe PDF Stampa E-mail
mercoledì 23 dicembre 2009

Da “Il Foglio” del 23.12.2009, pag. 1

 

 

Stavolta Silvio Berlusconi sem­bra fare sul serio. Obiettivo: ottenere il ri­lancio delle riforme attraverso un appea­sement istituzionale con la presidenza del­la Repubblica, con il cofondatore del Pdl Gianfranco Fini e con le opposizioni. Il premier ieri mattina ha telefonato a Gior­gio Napolitano non soltanto per gli auguri di Natale ma per tendergli una mano e manifestargli apprezza­mento per l'intervento pubblico con il quale, martedì, il presidente ave­va puntellato il governo ed esortato a un nuovo impe­gno riformista. E' stato il capo dello stato a rendere pubblica la cordiale te­lefonata: "Con Berlusconi i rapporti personali sono sempre stati buoni. Mi ha fatto piacere che oggi mi abbia chiamato e che abbia apprezzato le linee generali del mio discorso" (…).

 

A completare l'immagine di un Pdl di­steso e nuovamente compatto c'è anche il decorso positivo della legge sulla cittadi­nanza il cui dibattito è iniziato ieri alla Ca­mera. Al di là delle apparenze e di certi toni sopra le righe, su questo argomento nessuno ha voglia di forzare la mano. I fi­niani hanno già ottenuto un successo im­ponendo il tema nel dibattito pubblico. Al Senato il finiano Giuseppe Valditara ha presentato un altro disegno di legge sulla scorta della Sarubbi-Granata, un testo fir­mato anche da senatori dell'ex Forza Ita­lia. Si tratta di una mediazione politica che oltre a contemplare - novità - l'ipotesi di revoca della cittadinanza, insiste sulla volontà di legiferare ma contemporanea­mente segnala l'interesse a tenere in con­siderazione le obiezioni che provengono dal Pdl. Un po' meno quelle della Lega.

 
“Eretico? No, vede oltre” PDF Stampa E-mail
martedì 22 dicembre 2009

Da “La Discussione” del 22.12.2009, pag. 3

 

Colloquio con il senatore Giuseppe Valditara

 

 

Sorride quando gli si chiede conto della sua "fede" in Gianfranco Fini il senatore Giuseppe Valditara, già responsabile Istruzione di Alleanza nazionale. E questo perché «ritengo improprio

parlare di una corrente vera e propria, mentre posso sinceramente affermare che io apprezzo molto l'idea di una destra repubblicana, naturale completamento di quella rivoluzione che è stata avviata dal premier, Silvio Berlusconi».

 

E non sono in antitesi le po­sizioni che vanno esprimen­do sempre più spesso i due cofondatori del Pdl, secon­do lei?

 

“No, non sono in antitesi. Vede, Fi­ni sta anticipando l'evoluzione na­turale dei tempi, andando verso una destra europea. Ciò che dice, a qualcuno può sembrare eretico. E, invece, la sua è una voce che guar­da al futuro”.

 

Delle incongruenze ci sono, però. Prendiamo il biotesta­mento: l'ex leader di An si è impegnato affinché l'immi­nente dibattito alla Camera si possa svolgere «nel dove­roso rispetto del diritto di ogni deputato ad esprimersi secondo coscienza».

 

“Premetto che sul fine vita ho assunto una posizione diversa da ciò che ha affermato il presidente della Camera, appoggiando a Palazzo Madama il testo del senatore Cala­brò (che decine di deputati del cen­trodestra dichiara­no di non essere disposti ad appro­vare senza sostan­ziali modifiche, ndr). Apprezzo, tuttavia, quella de­stra, incarnata da Fini, che lascia li­bertà di scelta sui temi etici. E che apprezza le posi­zioni controcor­rente”.

 

Questo scorcio di lavori par­lamentari viene accompa­gnato da un intenso dibatti­to sull'opportunità di realiz­zare riforme condivise. Il so­lito buon proposito in vista del nuovo anno o è davvero il momento giusto?

 

“Io confido nel fatto che siamo in presenza di un'occasione storica che non va sciupata. Le aperture di D'Alema confermano ciò che so­stenevo prima dell'attentato a Ber­lusconi, a Milano: anche nell'op­posizione ci sono importanti espo­nenti intenzionati a riformare in­sieme a noi la giustizia e a rivedere la Costituzione. E non si deve in­tervenire soltanto su singoli aspet­ti, come nel caso del processo bre­ve, bensì lavorare per garantire una reale e forte autorevolezza della magistratura”.

 

 
Docenti, lite sulle 40 ore settimanali PDF Stampa E-mail
lunedì 21 dicembre 2009

Da “Il Messaggero” del 21.12.2009, pag. 1

  

L'iniziale accoglienza bipartisan sulla riforma del­l'università rischia di sfaldarsi in Parlamento. La lente d'in­grandimento delle Commissio­ni fa venire a galla molti punti controversi, che potrebbero ral­lentare l'iter e renderlo più tor­tuoso. Lo scontro è sulle 1.500 ore, in pratica 40 settima­nali, il tempo con il quale si vuole misu­rare il lavoro dei docenti, fatto di at­tività didattica e di ricerca. «Ma que­sto principio è su­scettibile di impu­gnazione per irra­gionevolezza», scri­ve il relatore della legge Giuseppe Valditara  Che aggiunge: «La norma rischia di risulta­re incostituzionale ed è foriera di possibili ricorsi». Ma vedia­mo che cosa viene contestato. Le 1.500 ore (8 al giorno, per 5 giorni) non prevedono alcuno spazio per le attività "libe­ro-professionali". I prof a tem­po determinato, però, non aven­do un contratto stabile, rifiuta­no il vincolo. Secondo punto: nel monte ore è compresa an­che l'attività di ricerca. «Ma -sostiene Valditara- è franca­mente impossibile una quantifi­cazione seria delle ore dedicate alla ricerca. Sarebbero ingenua­mente fantasiosi o del tutto arbitrari criteri volti a desume­re presuntivamente dalle pub­blicazioni effettuate l'impegno annuale profuso in ricerca. Mentre la didattica è quantifi­cata in molti Paesi Ocse, non vi è Paese al mondo che quantifi­chi la ricerca. Come ben sa chi la pratica, la ricerca si può fare ovunque. Ciò che conta sono i risultati». E lo studio persona­le, i compiti organizzativi o il tempo trascorso per la prepara­zione delle lezioni? Finiranno inevitabilmente per avere «una auto-certificazione soggetti­va», osserva il senatore. Dun­que, sì al giudizio sui risultati, ma non convince il criterio di "misurazione" in ore. «Né pos­siamo mettere tesserini e tornel­li per entrare e uscire dall'uni­versità», osserva Vittoria Fran­co, senatrice del Pd, impegnata in Commissione cultura. Intan­to, in qualche università spunta­no i primi badge.

Mariastella Gemini è però determinata: «E' necessario che ci sia un monitoraggio delle presenze al lavoro dei professo­ri. Gli studenti lo pretendono, ci sono state delle segnalazioni nei confronti di docenti che non vanno a lezione e non ricevono. Questo non può accadere. Forme di controllo sono necessarie, sono pronta a discu­tere delle modalità, tutelando anche la giusta richiesta di quei professori che fanno ricerca tal­volta fuorisede».

 

Ma c'è anche un altro problema. «Le 1.500 ore - scrive il senatore nella relazione illustra­ta a Palazzo Madama - introdu­cono una disparità di tratta­mento economico rispetto alla categoria dei docenti delle supe­riori, anch'essa foriera di ricor­si, dal momento che per ricercatori e professori universitari si richiede un impegno orario pa­ri a quasi due volte e mezzo. Non a caso l'impegno delle 1.500 ore nella bozza iniziale del ddl era qualificato come "figurativo"».

 

Intanto Valditara insiste su un punto: «Dobbiamo ottenere la valutazione dei risultati» fat­ta dalla comunità scientifica, sulla base di pubblicazioni su riviste accreditate. E il malco­stume? L'assenteismo di tanti prof che disertano lezioni e in­contri? O gli interessi baronali fuori dalle università per incari­chi ben remunerati a danno della didattica? Per il relatore della riforma si può intervenire «con la sospensione dello sti­pendio e con le sanzioni patri­moniali, fino al licenziamento, togliendo ai prof la possibilità di appellarsi al Consiglio uni­versitario perché gli organi "do­mestici" finiscono sempre per assolvere» (...).

 
Atenei, controlli sulle ore dei prof.- Gelmini: necessari PDF Stampa E-mail
lunedì 21 dicembre 2009

Da “Il Mattino” del 21.12.2009, pag. 12

  

L'iniziale accoglienza bipartisan sulla riforma dell'università rischia di sfaldarsi in Parlamento. La lente d'in­grandimento delle Commissioni fa veni­re a galla molti punti controversi, che po­trebbero rallentare l'iter e renderlo più tortuoso. Lo scontro è sulle 1.500 ore, il tempo col quale si vuole misurare il lavo­ro dei docenti, fatto di didattica e ricerca. «Ma questo principio è suscettibile di im­pugnazione per irragionevolezza», scri­ve il relatore della legge Giuseppe Valditara.  Che aggiunge: «La norma rischia di risultare incostituzionale ed è foriera di possibili ricorsi».

 

Ma vediamo cosa viene contestato. Le 1.500 ore (8 al giorno, per 5 giorni) non prevedono alcuno spazio per le atti­vità «libero-professionali». I prof a tem­po determinato, però, non avendo con­tratto stabile, rifiutano il vincolo. Secon­do: nel monte ore è compre­sa anche l'attività di ricerca. «Ma - sostiene Valditara - è francamente impossibile una quantificazione seria delle ore dedicate alla ricerca. Sarebbero ingenuamente fantasiosi o arbitrari criteri volti a desumere presuntiva­mente dalle pubblicazioni ef­fettuate l'impegno annuale profuso in ricerca. Mentre la didattica è quantificata in molti Paesi Ocse, non vi è Pa­ese al mondo che quantifichi la ricerca. Come ben sa chi la pratica, la ricerca si può fare ovunque. Ciò che conta sono i risultati». E lo studio personale, i compiti organizzativi o il tempo per preparare le lezioni? Finiranno inevitabilmente per avere «una auto-certificazione soggetti­va», osserva il senatore. Dunque, sì al giu­dizio sui risultati, ma non convince il cri­terio di « misurazione» in ore. «Né possia­mo mettere tesserini e tornelli per entrare e uscire dall'università», osserva Vitto­ria Franco, senatrice del Pd, impegnata in Commissione cultura. Ma in qualche università spuntano i primi badge.

 

Mariastella Gelmini è però determi­nata: «E’ necessario che ci sia un monitoraggio delle presenze al lavoro dei profes­sori. Gli studenti lo pretendono, ci sono state lamentele nei confronti di docenti che non andavano a lezione e non riceve­vano. Questo non può accadere. Forme di controllo sono necessarie, sono pron­ta a discutere delle modalità». La Gelmi­ni dice che «non ha più senso operare in difesa di corporativismi che hanno fatto danni enormi all'università».

Altro problema. «Le 1.500 ore - scrive il senatore nella relazione a Palazzo Ma­dama - introducono una disparità di trat­tamento economico rispetto alla catego­ria dei docenti delle superiori, anch'essa foriera di ricorsi, dal momento che per ricercatori e professori universitari ri­chiede un impegno orario pari a quasi due volte e mezzo. Non a caso l'impegno delle 1.500 ore nella bozza iniziale del ddl era qualificato come "figurativo”. Valditara insiste: «Dobbiamo ottenere la valutazione dei risultati» fatta dalla co­munità scientifica, sulla base di pubbli­cazioni su riviste accreditate. E il malco­stume? L'assenteismo di tanti prof che disertano lezioni e incontri? O gli interes­si baronali fuori università? Per il relato­re si può intervenire «con sospensione dello stipendio e sanzioni patrimoniali, fino al licenziamento, togliendo ai prof. la possibilità di appellarsi al Consiglio universitario perché gli organi "domestici" finiscono sempre per assolvere». L'altro nodo riguarda la gestione di bonus e prestiti per gli studenti migliori (da restituire in parte dopo la laurea), criticati perché il ministero affida alla Consap Spa le «prove nazionali» di selezione dei meritevoli. I rettori obiettano che questo è un esproprio delle prerogative di «giudizio» dell'università. La Con­sap non ha competenze specifiche: è na­ta nel 1993 dall'Ina, con l'obiettivo di svolgere funzioni assicurative pubbliche e gestire fondi di previdenza e di garan­zia (per esempio per le vittime della stra­da e della caccia), nulla a che vedere con prove di merito per studenti universitari.

 

Altre contestazioni dai ricercatori. Ri­fiutano l'incarico "a tempo". L'introdu­zione di una sorta di tenure track, che consente alle università, accanto ad altre modalità di reclutamento, di assumere ricercatori a tempo determinato per due trienni, per poi promuoverli ad associati se conseguono l'abilitazione non con­vince. «Siamo d'accordo sui principi del merito - dicono - ma è inaccettabile la nomina con scadenza».

 
Così Fini richiama a corte i colonnelli di An, ma senza rompere con il Cav. PDF Stampa E-mail
giovedì 17 dicembre 2009

Da “Il Foglio” del 17.12.2009, pag. 1

 

 

"Speriamo che Berlusconi esca presto da quel maledetto ospedale e comin­ci a lavorare. Poi tutto si supera", dice Um­berto Bossi in Transatlantico dopo aver vo­tato la fiducia sulla Finanziaria. Il leader della Lega si riferisce al nervosismo che ha attraversato il Pdl in seguito alla censura che Gianfranco Fini ha fatto precipitare sulla fiducia e sulle parole accese pronun­ciate martedì dal capo­gruppo Fabrizio Cicchitto intorno alle responsabilità dell'aggressione subita dal premier. Ma l'impressione è che, contro le apparenze, le novità emerse ieri, dal­l'accordo sulle regionali fi­no all'offerta di un patto democratico a Pd e Udc, dirigano verso una stabiliz­zazione più di quanto non evochino il disseppelli­mento di vecchie obbedienze di partito. Fi­ni ha riunito a pranzo i propri ex colonnel­li, anche quelli più distanti come Maurizio Gasparri e Altero Matteoli. Ha chiesto loro di fare un passo indietro delegandogli la fa­coltà di trattare con Berlusconi. Il patto è stato accettato e il presidente della Came­ra lo considera un primo passo per quella che ha definito "la ripartenza del Pdl" sul­la base di "un rapporto di reciprocità" con il premier. I due si dovrebbero incontrare a breve e non è escluso che Fini avesse preallertato il Cav. delle sue intenzioni. Di­ce al Foglio il ministro Andrea Ronchi, uno degli uomini più vicini all'ex leader di An: "Fini non è isolato in An. Da oggi si discu­terà tutti, in piena libertà, ma sarà poi ne­cessario riunirsi intorno alla sua leader­ship". Giuseppe Valditara, altro finiano pu­ro, aggiunge: "E’un fatto positivo che garantisce la serietà dell'operazione con la quale si vuole rilanciare il Pdl”. Dai colonnel­li arriva un'esortazione: "L'accordo va be­nissimo, ma Fini rappresenti An in tutte le sue sfaccettature". Non facile. La solidità dell'intesa va valutata nel tempo. D'altra parte quali sono gli strumenti di cui dispo­ne Fini per imporre un vero aut aut? Solo la minaccia di una scissione, sullo schema siciliano, dal gruppo parlamentare. Un'ipo­tesi che sfiora la fantapolitica, tanto più che l'ex leader di An ha interesse a tenere unito il Pdl e non a dividerlo (…).

 
E’ il momento di dire basta agli “opposti isterismi” PDF Stampa E-mail
martedì 15 dicembre 2009

Da “Il Secolo d’Italia” del 15.12.2009, pag. 4

  

Adesso che Berlusconi si è trasformato in un'icona sanguinante è il momento della riflessione responsabile. Una fase difficile e complicata, perché sembra prevalere ancora di più quella caotica tendenza a intruppa re il Paese in uno degli opposti estremismi radicalizzati in "oppo­sti isterismi": da una parte chi ten­de a vedere in quello che è accadu­to il culmine di un complotto teso a fomentare odio e avversione verso il premier; dall'altro chi tende a giustificare l'aggressione minimiz­zandone la gravità e addirittura ad­dossando al presidente del Consiglio la responsabilità di un clima ormai da. settimane sopra le righe, un clima destabilizzante, un'atmo­sfera in cui sembra difficile recupe­rare i termini di un dialogo civile e corretto. Ecco allora che il gesto di un folle, sbavatura inaccettabile e ingiustificabile dei comportamenti di una società civile sovreccitata dai contrapposti fanatismi, diventa a suo modo il simbolo di un Paese anormale, precipitato nella man­canza di razionalità. Lo ha notato anche Piero Sansonetti: «Il fatto che l'autore del gesto abbia dei pro­blemi mentali rappresenta un aspetto simbolico quasi letterario: perché tutta l'Italia oggi ha dei pro­blemi mentali» (…).

 

E anche i media, da una e dall'al­tra parte, non sono senza macchia e senza colpa. Da tempo rileviamo che i toni apocalittici e aggressivi utilizzati dal “Giornale” non fanno bene alla serietà del dibattito poli­tico e anzi alimentano in modo este­nuante il muro contro muro. La metafora del derby politico, utiliz­zata più volte da Gianfranco Fini, non appare neanche più sufficiente a rappresentare il quadro. Qui sia­mo passati alla rabbia schiumante, alle accuse lanciate senza senso della misura. Un invito implicito a metterci tutti, statuine alla mano, a colpire l'avversario per farlo san­guinare, in nome dell'assoluta ven­detta. Non c'è stata solo qualche giorno fa la prima pagina con Ber­lusconi che stava per azionare una ghigliottina sulla testa di Fini e Na­politano. La prima pagina del “Gior­nale” di ieri era ancora più chiara nell'esprimere questo sentimento di irrazionale partigianeria Intan­to il titolo, "violenza costituziona­le” che alludeva alle parole dette da Napolitano: «No agli attacchi violenti alle istituzioni». Che si vuo­le arrivare a dire? Che chi difende la Costituzione è il vero mandante dell'atto compiuto da Tartaglia? Poi c'è il vicedirettore Alessandro Sal­lusti che si diffonde in un attacco a tutto campo contro chi ha criticato Berlusconi, inserendo nella partita sia Casini, che aveva parlato di un fronte democratico contro l'emer­genza costituita dalla deriva popu­lista di Berlusconi, sia Fini per il colloquio in cui definiva una "bom­ba" le rivelazioni di Spatuzza. En­trambi, secondo allusti «hanno dato copertura alla campagna di odio della sinistra per mere que­stioni di potere personale». Ecco, questa è esattamente la mancanza di razionalità di chi, sospinto dal­l'emotività del momento, si slancia in una personale caccia ai colpevo­li non accontentandosi del dato di fatto che Tartaglia è malato di men­te ed è stato arrestato e che, per for­tuna, la vita del premier non è in pericolo. Una strada su cui Sallusti è volentieri seguito da Daniela Santanchè, che adombra il complotto: «Bisogna smettere di dire che gli at­tentatori sono tutti pazzi. Voglio chiedere se questo signore si sa co­sa ha fatto nell'ultimo mese, chi ha frequentato, a chi ha scritto». In ogni caso le allusioni di Sallusti di­mostrano il fatto che i "cattivi maestri" sono sempre pronti a ese­guire il loro compito, approfittan­do di ogni sbandamento. Per que­sto i senatori del Pdl Valditara e Saro lo accusano di "linciaggio me­dìatico ne chiedono le dimissio­ni (…).

 
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