venerdì 30 luglio 2010
 
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Un condono edilizio nella manovra? Bonaiuti: “Il Governo non lo sosterrà” PDF Stampa E-mail
lunedì 21 giugno 2010

Da “Sole24Ore”com del 21.6.2010  

Convenzioni ad hoc tramite i Confidi, cedolare secca al 20% sugli affitti calmierati, ripristino di almeno 800 milioni di euro per il funzionamento degli atenei. Mentre c'è un piccolo "giallo" sul condono edilizio "a doppia via". Proposto da alcuni senatori del Pdl, è stato subito smentito dal Governo, che per bocca del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, ha dichiarato che l'emendamento non sarà sostenuto dall'Esecutivo. Resta comunque ricco il cocktail di novità previsto dai 2.550 emendamenti presentati venerdì scorso alla manovra da 24,9 miliardi, attualmente all'esame della commissione Bilancio di Palazzo Madama. Una valanga di richieste di modifica (1.116 proposte dal Pdl, 823 dal Pd, 293 dall'Udc, 149 dall'Idv, 89 dalla Lega e 80 dal gruppo Misto), raccolte, stamane, in una sorta di piccola enciclopedia formata da 13 volumi, che in mattinata sono stati distribuiti ai gruppi parlamentari del Senato. L'esame degli emendamenti da parte della commissione Bilancio inizierà domani pomeriggio alle ore 15.

Rispunta il condono edilizio, ma difficilmente sarà approvato. A rafforzare le parole di Bonaiuti, è arrivata anche la presa di posizione del sottosegretario all'Economia Luigi Casero il quale dice che, «come già annunciato dal presidente del Consiglio e dal ministro dell'Economia», il «Governo non ha intenzione di approvare l'emendamento sulla riapertura del condono edilizio». La proposta era arrivata dai senatori del Pdl, Paolo Tancredi, Cosimo Latronico e Gilberto Pichetto Fratin, che prevedono la riapertura dei termini della sanatoria edilizia del 2003 per gli abusi, anche compiuti nelle aree sottoposte a vincoli paesaggistici, realizzati fino al 31 marzo 2010. Le domande per aderire al condono dovranno essere presentate entro il 31 dicembre 2010, anche qualora l'amministrazione abbia rifiutato le domande di condono edilizio precedentemente inoltrate. Sono inoltre "sospesi" tutti i procedimenti sanzionatori, di natura penale e amministrativa, già avviati, anche in esecuzione di sentenze passate in giudicato. Con un altro emendamento, invece, il senatore del Pdl Tancredi propone che gli edifici abusivi, una volta acquisiti al patrimonio comunale e successivamente dichiarati di interesse pubblico, entrino a far parte del patrimonio disponibile del comune e possano essere messi all'asta e venduti al miglior offerente. L'emendamento prevede poi, anche, che il responsabile dell'abuso avrà un diritto di prelazione sull'acquisto dell'immobile, pagando il prezzo finale determinato dall'asta. Le somme derivanti dalla vendita dell'immobile confluiranno in un apposito capitolo di bilancio e saranno destinate al recupero ambientale e del patrimonio comunale. E facendo seguito a una sentenza della Cassazione, arriva pure una richiesta di ampliare l'esenzione Ici sulla prima casa, da estendere anche al contribuente che non vive assieme alla propria famiglia, che, attualmente, non ha diritto all'agevolazione. Bipartisan, invece, la richiesta di sopprimere l'articolo 45 della manovra sui certificati verdi, «solo quando entrerà in vigore il decreto di recepimento della direttiva comunitaria del 2009 e, in ogni caso, dal 1° giugno 2011 ».

Dal cilindro emendamenti salta fuori poi la cedolare secca sugli affitti. La proposta porta la firma dei senatori "finiani" Maurizio Saia e Mario Baldassarri. L'aliquota è fissata al 20% e si applicherà sulle locazioni per contratti a canoni calmierati. Il senatore Pdl Paolo Tancredi, ha chiesto, invece, di aumentare l'addizionale comunale sui diritti di imbarco di 20 centesimi. «Tale incremento - ha detto - è destinato direttamente a favore dei Comuni del sedime aeroportuale o con lo stesso confinanti». Punta, invece, a sostenere le categorie professionali colpite dalla crisi, il deputato Udc, Pierluigi Mantini. Due gli emendamenti presentati. Con il primo, si chiede di poter rendere interamente deducibili le spese sostenute per la formazione permanente obbligatoria. Mentre con l'altro, si propone uno speciale accesso al credito agevolato attraverso i Confidi anche per le categorie professionale.

 

Tra le richieste, arriva anche un'imposta straordinaria, con aliquota del 2%, aggiuntiva a quelle sui redditi e all'Irap, da applicare al patrimonio delle fondazioni bancarie per gli anni di imposta 2011, 2012 e 2013. L'emendamento porta la firma del senatore Pdl, Giuseppe Menardi, che chiede inoltre che «i membri del Consiglio di indirizzo, del Consiglio di amministrazione, e comunque coloro che per qualsiasi ruolo anche di sindacato amministrano le fondazioni bancarie non possano essere consiglieri amministratori o sindaci di società e enti partecipati dalla Fondazione stessa. L'obiettivo, ha spiegato Menardi, per evitare che si creino «possibili situazione di conflitto di interessi».

 

Nutrito, come immaginabile, il pacchetto di richieste di modifica su università e scuola, che assieme a enti locali e forze dell'ordine, sono i settori più colpiti dalla manovra. Una decina gli emendamenti proposti dal senatore Pdl Giuseppe Valditara, che è anche il relatore del ddl di riforma dell'università, illustrati al Sole24Ore.com. Si parte con la richiesta di rimpinguare l'assegno 2011 destinato al fondo di funzionamento degli atenei, che ha subito una sforbiciata di 1,3 miliardi. Le nuove risorse, ha spiegato Valditara, dovranno arrivare dai risparmi del comparto Sanità e, in particolare, da quelli delle spese per i farmaci, se si adotta, dove possibile, la prassi già seguita in America di consentire la somministrazione (e quindi la vendita) di medicine monodose e non più confezionate. «Si fa già in diversi ospedali - ha detto - con risparmi del 20 per cento». Più precisa la richiesta del capogruppo Pd in Commissione Istruzione a Palazzo Madama, Antonio Rusconi: «ho chiesto di ripristinare almeno 800 milioni», ha detto al Sole24Ore.com. Rusconi, che ha annunciato come domani la Commissione Istruzione del Senato darà il parere sulla manovra («che è scontato che sia positivo», ha detto), ha chiesto anche il recupero dei fondi per il merito (circa 2 miliardi), da destinare a valorizzare insegnanti e Ata e non a pagare i debiti pregressi delle scuole e gli Lsu. Rusconi ha poi presentato un emendamento che "limi" il blocco degli scatti d'anzianità (che nella Scuola significa un taglio allo stipendio di 2-3mila euro l'anno a insegnante), consentendone il recupero, almeno, ai fini pensionistici e della buonuscita.

 

Un altro emendamento presentato è poi quello di concentrare i servizi provinciali e che lo Stato esercita a livello locale nelle province con più di 200mila abitanti. Si risparmierebbero circa 650 milioni. Valditara ha proposto, anche, di "liberalizzare" le tasse universitarie per quei "ritardatari" (stimati in circa 700mila studenti) che restano parcheggiati nelle università oltre il primo anno fuori corso e chiesto, poi, di sopprimere la perdita secca degli scatti meritocratici: il costo, per il 2011, sarebbe di circa 87 milioni, coperti con l'aumento dell'accise sui tabacchi e le sigarette '1ow cost”, che dovrebbe, a sua volta, finanziare anche la proroga al 20 dicembre 2010 della sospensione delle tasse in Abruzzo. L'aumento, invece, dell'accise sui superalcolici, ha proposto sempre Valditara, consentirebbe di destinare 25 milioni per le borse di studio e altri 20 milioni per il fondo giovani ricercatori, che finanzia anche i dottorati e le borse Erasmus. Da correggere, poi, tra le misure che impongono sacrifici nel pubblico impiego, è la riduzione del 50% dei contratti a termine (penalizzerebbero i precari e i giovani ricercatori). E da recuperare sono anche 5 milioni per consentire le missioni all'estero per fini di studio e ricerca. Una curiosità: il senatore Pdl Maurizio Saia ha presentato un emendamento che consente ai contribuenti di poter destinare il 5 per mille alle università e facoltà pontificie.

 
Una valanga di emendamenti: la sfida si gioca tutta nel Pdl PDF Stampa E-mail
sabato 19 giugno 2010

Da “Il Secolo d’Italia” del 19.6.2010, pag. 6

 

Alle tredici di ieri s'è chiuso il cassetto della commissione Bilan­cio del Senato, nel quale sono finiti 2.250 emendamenti su cui si gioche­rà la sfida della manovra da 24 mi­liardi di euro. Una partita che dalla prossima settimana si consumerà soprattutto nel campo di gioco della maggioranza, dove - a "saldi inva­riati" - il Pdl proverà a correggere la manovra cercando un'intesa col governo, da portare poi alla Came­ra per un voto che con tutta proba­bilità sarà "blindato". Quasi la metà degli emendamenti sono della mag­gioranza (il Pdl è in testa con 1.116, quelli della Lega sono 89, quelli del Pd 823) ma al momento non sono state presentate proposte di modifi­ca dal relatore Antonio Azzolini e dal governo.

Anche a Palazzo Madama la com­ponente finiana del Popolo della li­bertà porterà una propria idea di po­litica economica, nel tentativo - co­me spiega il presidente della Commissione Finanze Mario Baldassarri - «di dare a questa Finanziaria un contributo di idee in funzione delle crescita e a supporto dell'obiettivo fi­nale, che è il contenimento del deficit». Un "pacchetto" che Baldassarri ama definire di "rigore e sviluppo". E sul quale il Popolo della libertà di­scuterà in via preliminare all'interno di un comitato-filtro, come hanno annunciato ieri il presidente e il vice presidente del gruppo, Maurizio Ga­sparri e Gaetano Quagliariello. «Le proposte sono numerose anche per­ché tante sono state le sollecitazioni e le richieste di confronto pervenute al gruppo», spiegano i due. Ma su questo punto c'è un piccolo giallo. Nella riunione svolta qualche giorno fa dal Pdl alla presenza del ministro Tremonti, l'accordo era stato di crea­re il "filtro" attraverso la costituzio­ne di un comitato composto da mem­bri della Commissione Bilancio e dai presidenti di tutte le Commissioni interessate alla manovra. Ovvia­mente, anche di quella Finanze, pre­sieduta da Baldassarri, il quale però, ieri pomeriggio, non ne sa­peva nulla, ma non sembrava parti­colarmente preoccupato da quel pas­saggio della nota di Gasparri e Qua­gliariello in cui si fa riferimento esclusivo alla commissione Bilancio: «Mah, io sto a quell'accordo, del re­sto mi sembrerebbe curioso se in una manovra composta per il 45% di entrate, gli emendamenti del Pdl non fossero valutati anche dal presidente della commissione Finanze», spiega Baldassarri. Del resto è lui il termi­nale di tutte le proposte di modifica della manovra che fanno capo all’area politica vicina al presidente della Camera e alla corrente più am­pia di "Spazio aperto", che ingloba anche diversi berlusconiani.

Due le direttrici in cui si muove la proposta di modifica: tagliare ulte­riormente la spesa pubblica sul fron­te dei consumi intermedi e su quello dei fondi perduti, per liberare risor­se da destinare a famiglie, imprese, università, tecnologia. «I nostri emendamenti, presentati come moduli, per dare la possibilità di effet­tuare correzioni nel tempo in base alla disponibilità, prevedono in pri­mis risparmi sull'acquisto di beni e servizi della pubblica amministra­zione, che valgono 137 miliardi di eu­ro l'anno, costi che negli ultimi cin­que anni, nel solo settore della sani­tà, sono aumentati del 50%, secondo i dati del Ruef, la Relazione Unificata dell'Economia e della Finanza». Ri­sparmi da destinare alla rimozione del blocco degli aumenti salariali ai dipendenti pubblici, alla riduzione del taglio orizzontale delle spese ai ministeri, al ripristino dei trasferi­menti alle Regioni (imponendo però un tetto sugli acquisti).

Ma c'è da razionalizzare anche la spesa derivante dalla destinazione di incentivi a fondo perduto, 44 miliar­di di euro. «Una metà sono destinati a Ferrovie, Anas e trasporti pubblici locali, e lì non si tocca nulla. Altri 24 miliardi, che si disperdono in leggi di sostegno alle imprese disarmoniche e spesso distribuite a pioggia, an­drebbero trasformati in credito d'im­posta alle imprese. Che non perdono i fondi, anzi, solo che invece di incas­sarli li risparmiano negli anni suc­cessivi sotto forma di carico fiscale, soldi che lo Stato non è costretto a sborsare subito ma che può ammor­tizzare nel tempo, liberando da subi­to 20 miliardi di risorse. Da destina­re, in gran parte, all'alleggerimento dell'Irap alle stesse imprese».

Ma nel pacchetto di emendamenti finiani c'è anche l'introduzione della cedolare secca sui fitti, il ripristi­no della percentuale di invalidità al 74%, la cancellazione della norma che permette a un'impresa stranie­ra che investa in Italia di applicare il regime fiscale di uno dei ventiset­te paesi della Ue, ovviamente il più favorevole. Ed ancora, l'allunga­mento della sospensiva per l'esecu­zione di atti di accertamento fiscale, per dare al cittadino la possibilità di attendere l'esito del contenzioso, so­stegno alle infrastrutture (a firma Menardi), ripristino dei fondi al­l'università (Valditara), per l'inter­nazionalizzazione delle imprese con l'accorpamento di enti secondari, incentivi per la banda larga (Della Vedova), eliminazione delle provin­ce al di sopra dei 400mila abitanti e dell'associazione dei segretari co­munali (Bocchino).

 
“Del tutto ingiustificati i tagli all’Università” PDF Stampa E-mail
mercoledì 16 giugno 2010

Da “Il Sole 24 Ore” del 16.6.2010, pag. 20

 

Intervista al Sen. Valditara

 

«I tagli all'università sono inaccettabili e se non verran­no modificati gli atenei italiani saranno in ginocchio. Non ci saranno neppure fondi suffi­cienti a pagare gli stipendi. Un fatto incomprensibile, soprat­tutto alla vigilia di una riforma universitaria che convintamente sosteniamo e che can­cella i vecchi automatismi, an­cora presenti invece in altri comparti pubblici, legando le retribuzioni dei docenti ai ri­sultati raggiunti».

 

Giuseppe Valditara, sena­tore finiano e relatore della ri­forma universitaria all'esame del Senato, attacca l'assenza di risorse nella manovra per gli atenei.

 

Ma davvero sono a rischio gli stipendi?

 

Lo dicono i numeri. Il fondo per il finanziamento ordinario con cui si sostiene l'università, al netto dei pensionamenti e del blocco del reclutamento, nel 2010 è di 7,206 miliardi, di cui 7,329 destinati a copertura delle spese per il personale. Nel 2011, con il taglio imposto dalla scorsa Finanziaria di oltre un miliardo, avremo complessi­vamente a disposizione soltan­to 6,130 miliardi. Di conseguen­za, poiché solo per pagare gli sti­pendi servirebbero 7,383 miliar­di, ci troviamo di fronte a un bu­co di 3,253 miliardi.

In altri paesi però hanno direttamente tagliato gli sti­pendi... 

Ma non si taglia mai la scuo­la, l'università, la ricerca. La Germania, che ha fatto una ma­novra per certi aspetti signifi­cativamente più poderosa, non ha lesinato sulla ricerca, anzi ha aumentato gli stanzia­menti di 12 miliardi. In questa manovra invece non c'è nulla. Anzi vengono decurtati del 50% i finanziamenti per i con­tratti a termine con cui si paga­no i ricercatori. Senza contare la stretta sulle borse di studio: oltre un terzo non potranno più essere finanziate.

 
Il blocco delle ruspe sanato in Finanziaria PDF Stampa E-mail
giovedì 10 giugno 2010

Da “Il Riformista” del 10.6.2010, pag. 3

 

Prima che Amedeo Laboccetta si presti a fare da scudo umano contro le ruspe in Campania, come ha minacciato ieri, è probabile che il decreto che bloccava le demolizioni degli immobili nella regione, decaduto martedì alla Camera, rispunti in finanziaria sotto forma di emendamento. È lo stesso deputato del Pdl a confermare i boatos dei corridoi del Senato, dov'è in discussione la manovra di bilancio. «Non finisce qui: quel gesto della Bindi mette nei guai de­cine di migliaia di famiglie, è stato un colpo di mano contro la po­vera gente», spiega al Riformista: «Molto probabilmente», dunque, il provvedimento che blocca le demolizioni delle costruzioni abu­sive «verrà presentato come emendamento alla Finanziaria».

Le indiscrezioni su quel provvedimento non finiscono qui: se­condo qualcuno, una volta ripresentato a Palazzo Madama, potreb­be diventare il cavallo di Troia di un nuovo condono edilizio tom­bale. Ma intanto, è già certo che i parlamentari finiani presenteran­no una serie di emendamenti che manterranno fede al diktat tre­montiano dei "saldi invariati" ma che ambiranno ad introdurre del­le modifiche sostanziali al provvedimento. Del resto, secondo in­discrezioni, lo stesso presidente della Camera, Gianfranco Fini, si sarebbe lamentato durante la cena di Farefuturo di martedì di una finanziaria «troppo sbilanciata a favore della Lega». La filosofia del­le richieste dei finiani, spiega Baldassarri sarà quello di «redistri­buire in maniera più equilibrata i sacrifici della manovra».

Lo stesso Baldassarri, ma anche Giuseppe Valditara e altri se­natori finiani stanno già mettendo a punto gli emendamenti che sa­ranno discussi martedì prossimo in una riunione. Si parla di una riforma degli enti locali che accorpi comuni e comunità montane per creare province ad «alta efficienza amministrativa» per dirla con Val­ditara, mentre altre comunità montane potrebbero essere accorpate in consorzi dei comuni. Potrebbe arrivare anche la proposta di rim­pinguare il fondo per l'università, un taglio alle auto blu o una stret­ta sui redditi alti ma anche emendamenti che erano già state avanzati da Baldassarri durante la scorsa Finanziaria (…).

 
Fini chiede dialogo sulla manovra e frena sul federalismo fiscale PDF Stampa E-mail
giovedì 10 giugno 2010

Da “Il Sole 24 Ore” del 10.6.2010, pag. 21

  

Per un fronte che si chiude (le intercettazioni) nella mag­gioranza ce ne sono altri due che si riaprono (il federalismo fi­scale da attuare nella manovra da convertire in parlamento). En­trambi per iniziativa diretta di Gianfranco Fini.

Intervenendo ieri mattina a Montecitorio alla presentazio­ne del volume "100 Anni di im­prese. Storia della Confindu­stria 1910-2010", il presidente della Camera ha ricordato che «il federalismo non può essere un destino ineluttabile se per realizzarlo si mette a repentaglio la coesione nazionale». Pur defi­nendo la riforma cara alla Lega «una grande opportunità per­ché impone il principio della responsabilità degli amministra­tori locali e dell'introduzione di costi standard», il cofondatore del Pdl ha invitato il governo a sciogliere il nodo sui costi e a «stabilire la consistenza del fon­do perequativo affinché le regio­ni del Sud non siano penalizza­te». Ricordando come anche il capo dello stato Giorgio Napoli­tano nei giorni scorsi abbia sot­tolineato che «non c'è alternati­va al crescere insieme».

Concetti probabilmente riba­diti di persona al ministro dell'Economia Giulio Tremonti durante il faccia a faccia di un'ora tenutosi nel pomeriggio nello studio di Fini. Proprio Tremonti infatti dovrà presentare entro il 30 giugno la relazione al­le Camere con le prime simula­zioni sull'impatto della riforma. In quella sede, confermano i tec­nici che ci stanno lavorando, verrà messo nero su bianco che il federalismo non produrrà nuovi oneri per lo stato ma che anzi introdurrà cospicui rispar­mi di spesa per effetto dell'intro­duzione dei costi standard.

Anche se Tremonti l'ha smen­tito, è probabile che nel corso dell'incontro si sia parlato an­che della manovra correttiva che ha appena cominciato l’iter al Senato. Un tema su cui l’ex lea­der di An - come avrebbe confidato martedì sera durante una cena organizzata dalla fondazio­ne "amica" Farefuturo - avreb­be intenzione di chiedere un «confronto serio» in parlamen­to per evitare il rischio che risul­ti troppo sbilanciata sulle posi­zioni della Lega. In quella sede Fini avrebbe parlato di «aspetti discutibili» contenuti nella ma­novra, dando mandato al presi­dente della commissione Finanze di Palazzo Madama, Mario Baldassarri, di mettere a punto le proposte da discutere marte­dì prossimo in una riunione ad hoc. L'attenzione di Baldassarri dovrebbe concentrarsi sull'in­troduzione della cedolare secca sugli affitti, applicata ai piccoli proprietari e non alle immobilia­ri, con la deducibilità del cano­ne per l'inquilino, e sull'Irap, agendo sul costo del lavoro. Mentre il suo collega Giuseppe Valditara punterà sul rifinanzia­mento del fondo ordinario all'università e sull’alleggerimen­to dei tagli alla scuola. E sulla manovra Fini sembrerebbe inte­ressato a fare fronte comune con il leader dell’Udc Pier Ferdi­nando Casini. Come testimonia l'incontro di mezz'ora tra i due avvenuto sempre ieri (…).

 
Intercettazioni, anche Fini dà il via libera PDF Stampa E-mail
domenica 06 giugno 2010

Da “Il Messaggero” del 6.6.2010, pag. 1

 

Il via libera di Fini al ddl sulle intercettazioni c'è. Salvo sorprese dell'ultimo mo­mento. Intanto, piovono nuo­ve proteste dei poliziotti del Siulp sul disegno di legge che regola le intercettazioni che dopodomani, martedì, arrive­rà in aula al Senato, dopo un ultimo passaggio assaggio in commis­sione Giustizia. A preoccupa­re il sindacato di polizia che fa riferimento alla Cgil è, in parti­colare, l'emendamento che proroga di 48 ore in 48 ore il termine di 75 giorni per gli ascolti. «Una norma che potrebbe complicare moltissimo le indagini», avverte il segretario del Siulp, Claudio Giardullo.

E mentre i finiani attendono di «vedere le carte» per dire l'ultima parola sul testo, comunque emendato nei punti critici, rilevati dal presidente della Camera, la pubblicazione per riassunto degli atti giudiziari, la durata degli ascolti che va oltre il termine di 75 giorni e le sanzio­ni più lievi per gli editori, il premier Berlusconi, in un mes­saggio video ai Promotori del­la Libertà, cerca di spiegare il perché dell'urgenza del varo del ddl. «Noi auspichiamo che si possa vivere nella libertà, con le garanzie che uno Stato liberale deve dare ai suoi citta­dini anche rispetto alla "vexa­ta quaestio" della privacy, al rispetto della riservatezza del­le nostre corrispondenze e tele­fonate, che è una parte impor­tante del nostro diritto di liber­tà. Ci stiamo battendo anche per questo», insiste.

Martedì si saprà, dunque, se il testo che verrà consegnato all'aula di Palazzo Madama, sarà quello concordato dalla consulta giustizia del Pdl, o se ci saranno ulteriori sorprese. A dire il sì definitivo sarà l'uffi­cio di presidenza del Pdl, convocato prima del dibatto in aula, nel quale, chiarisce Altero Matteoli, «si approfondirà il testo della legge, che verrà approvato a maggioranza».

Le opposizioni attendono di vedere la stesura definitiva della legge. «Un eventuale dia­logo sul ddl sulle intercettazio­ni dipende dal governo. Se anche su altri punti qualificanti ascolterà le richieste ragione­voli delle opposizioni, il prov­vedimento può cambiare», ha detto il presidente del Copasir, Massimo D'Alema, che è stato promotore della richiesta di stralciare le norme riguardanti i servizi. «Noi facciamo la no­stra parte - ha aggiunto - e cioè facciamo opposizione ed an­che proposte ragionevoli. Io ho chiesto una cosa al sottose­gretario Letta e l'ho ottenuta, questo non è un muro contro muro, è la politica». Ma il segretario del Pd, Pierluigi Ber­sani, sottolinea che «la legge resta molto negativa, anche se vengono corrette alcune aber­razioni per merito nostro». Va con i piedi di piombo il vice capogruppo del Pdl in Senato, Gaetano Quagliariello, secon­do il quale «le reazioni dell’op­posizione non promettono niente di buono».

I finiani, al momento, sono ottimisti. «Ci sono stati significativi passi avanti», rilevano Italo Bocchino, Andrea Augel­lo e Fabio Granata, rassicurati anche dalla dichiarazione del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, il quale garantisce che«la disciplina delle intercet­tazioni resta inalterata per i reati di mafia e terrorismo. Si potrà, inoltre, continuare a in­tercettare anche per i cosiddet­ti reati satellite e per quelli comuni. Neppure un reato è stato sottratto alla possibilità di disporre intercettazioni. An­zi nella lista ne abbiamo inserito un altro, quello di stalking», annuncia. Tuttavia, l'attenzione resta massima per evitare scivoloni. Brucia ancora, infat­ti, l'introduzione dell'emendamento 1710 al testo originale del ddl, che doveva essere ap­plicato ai processi in corso e modificava, tra gli altri, l'arti­colo 53 del codice di procedu­ra penale, prevedendo «l'im­mediata sostituzione di tutti i Pubblici ministeri che avesse­ro reso dichiarazioni pubbli­che sul procedimento penale ad essi affidato». Se l’emenda­mento fosse stato accettato, avrebbe provocato enormi ri­tardi per migliaia di processi in corso. Ma questa norma ha provocato una sollevazione al­l'interno del Pdl, a cominciare dai senatori finiani Augello e Valditara, ed è stata respinta anche perché «palesemente in­costituzionale». Un incidente che spiega bene le diffidenze che ancora covano nel Pdl e che verranno esplicitate nel­l'ufficio di presidenza di marte­dì.

 
Accordo bipartisan sugli 007 PDF Stampa E-mail
sabato 05 giugno 2010

Da “Il Sole 24 Ore” del 5.6.2010, pag. 16

 

Sulle intercettazioni si cambia ancora. La norma che avrebbe consentito di apporre il sigillo del segreto di stato su tutte le conversazioni degli 007 è stata cancellata. Una de­cisione bipartisan, di cui sono stati protagonisti il ministro della giustizia Angolino Alfano, il sottosegretario alla presi­denza del consiglio Gianni Let­ta e Massimo D'Alema, presi­dente del Copasir, il comitato .parlamentare per la sicurezza, che hanno deciso, di comune accordo, di lasciare il segreto di stato all'interno della revi­sione della legge 124 sui servizi segreti. «Do atto al Governo di avere compiuto una scelta ragionevole che conclude una tormentata vicenda», ha confermato D'Alema.

All'indomani della svolta di riaprire il termine di 75 giorni sulla durata delle intercettazio­ni, governo e maggioranza offrono dunque un nuovo segnale di disponibilità all'opposizione, ai finiani ma soprattutto alle perplessità sollevate dal Quirinale. Non a caso Letta, nel commentare come la «soluzione migliore» lo stralcio della norma sugli 007, ha sotto­lineato che quando le «inutili polemiche» vengono sostitui­te dal «confronto serio», non è difficile arrivare a quella solu­zione «accettabile per tutti» auspicata da Giorgio Napolita­no: «Abbiamo individuato un punto di equilibrio tra le esi­genze delle indagini, della ri­servatezza e del non abuso del­le intercettazioni», ha spiegato Alfano che auspica a questo punto una «condivisione» par­lamentare. Un obiettivo che al momento pare ancora lontano. I finiani restano cauti, evita­no di infierire sul dietrofront della maggioranza berlusco­niana e attendono di vedere il testo degli emendamenti. «Se le nostre proposte saranno accolte dal Governo sarà solo una vittoria della ragionevolezza e della legalità e non quel­la di una corrente», commenta Fabio Granata», vicepresiden­te finiano della commissione antimafia. Il punto più delica­to resta soprattutto quello rela­tivo alla durata delle intercettazioni. Il limite dei 75 giorni è stato superato consentendo a chi indaga di poter chiedere di volta in volta al tribunale una proroga di 48 ore. Una procedura che appare macchinosa e di difficile attuazione. «Il pro­blema si risolverà solo se coin­ciderà con il termine delle in­dagini preliminari», ha detto ieri il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, che punta l'attenzione anche sulla norma (probabilmente cassa­ta) che consentiva di sostituire automaticamente il magi­strato che sta indagando qualo­ra si verifichi una fuga di noti­zie. «Questa norma inizial­mente veniva applicata anche ai procedimenti in corso e le conseguenze sarebbero state pericolosissime per indagini come quelle relative agli ap­palti del G-8», dice il senato­re finivano Giuseppe Valditara. «Non ci sono né vincitori né vinti», ammonisce Gaeta­no Quagliariello, vicepresi­dente del Pdl al Senato e tra i più vicini al premier, che non si pronuncia sull'eventuale ri­corso alla fiducia da parte del governo: «Allo stato non una possibilità presa in consi­derazione ma dipenderà an­che da quanti emendamenti presenterà l'opposizione». Il giorno della verità sarà martedì: alle 9 sì riunirà l'ufficio di presidenza del Pdl e poi al Senato per il verdetto finale.

 
Il triangolo del potere PDF Stampa E-mail
sabato 05 giugno 2010

Da “Liberal” del 5.6.2010, pag. 8

 

I1 triangolo Silvio Berlusconi non l'aveva considerato ma adesso deve farci i conti con lo schema a tre punte che sta ridisegnando il centro-destra e che vede differenziarsi o contrapporsi alla sua leader­ship da un lato l'asse nordista Tremonti-Bossi e dall'altro il presidente della Camera Gian­franco Fini.

Deve considerarlo dunque il triangolo il Cavaliere facendo attenzione a restare la base della nuova forma che sembra assumere la coalizione di go­verno. Anche perché arbitro di questa partita interna sempre più spesso sembra essere il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al quale di volta in volta i singoli attori del confronto si rivolgono per ave­re copertura.

I sorrisi tra il Cavaliere e l'in­quilino del Colle alla parata del 2 giugno si spiegano anche con il pressing esercitato da Napo­litano su Tremonti per stralcia­re dall'elenco dei tagli gli enti e le fondazioni culturali. Un assist al ministro dei Beni culturali Sandro Bondi ma soprattutto una sponda oggettiva per il presidente del Consiglio per arginare l'azione in solitaria del ministro dell'Economia. D'altra parte per poter naviga­re con sufficiente tranquillità tra i marosi che causeranno i sacrifici richiesti al Paese Ber­lusconi ha bisogno del soste­gno del Quirinale e di ritrovare una sintonia almeno tattica con Gianfranco Fini.

Un annacquamento del ddl in­tercettazioni, a partire dall'e­mendamento alla norma tran­sitoria, serve a non ripetere l'esperienza dei due lodi e ri­sponde evidentemente a que­sta necessità. Un passaggio che rappresenta il nuovo at­teggiamento del premier alle prese con una situazione eco­nomica critica, resa ancora più difficile per il governo dal­la reazione di molte categorie colpite dalla manovra, dagli enti locali al sindacato, dal personale degli enti cosiddetti inutili ai magistrati. Ma la nuova intesa tattica tra l'area berlusconiana e quella finiana non toglie nulla al dato della precarietà e della mutevolezza degli equilibri sempre più va­riabili all'interno del Pdl.

Non solo perché settori dell'a­rea berlusconiana - soprattutto quelli riconducibili all'area de­gli ex colonnelli di Alleanza nazionale - su ogni passaggio dirimente, compreso quest'ultimo delle intercettazioni, spin­gono per la rottura col presidente della Camera (accusato nell'ultimo ufficio di presiden­za del Pdl di lanciare «provo­cazioni continue, continui se­gnali di guerra») ma anche perché l'asse del nord sembra sempre più esasperato rispetto a quella che viene definita la progressiva meridionalizzazio­ne del Pdl. Francesco Speroni, eurodepu­tato e vecchia guardia leghista, auspica che il giorno in cui Berlusconi diventerà presi­dente della Repubblica Tremonti diventi presidente del Consiglio.

Un'ostilità quella nei confronti di Fini che non ha però impedi­to a Berlusconi di decidere co­munque di venire incontro alle richieste che sul ddl intercetta­zioni vengono non solo dai fi­niani ma anche dal capo dello Stato che aveva parlato della necessità di una "maggiore condivisione": «Il presidente Napolitano in questa fase è un interlocutore importante e non possiamo deluderlo», ha spie­gato il premier. Se però Berlusconi pare cedere un po'di cor­da Fini non si fida ancora com­pletamente.

E se i pontieri dell'ex leader di An Italo Bocchino e Andrea Augello parlano di un risultato soddisfacente raggiunto grazie a una efficace mediazione il fi­niano Carmelo Briguglio arri­va addirittura a chiedere un Berlusconi-bis e un partito completamente rinnovato per­ché quel che c'è è «vecchio e superato», mentre i siti vicini al presidente della Camera, Gene­razione Italia e Farefuturo, chiedono di tenere alta la «ban­diera della legalità» e di tutela­re il diritto alla prima serata nella Tv pubblica di Roberto Saviano. Un triangolo di inte­ressi confliggenti che Berlusco­ni fa fatica a tenere in equili­brio. Anche se c'è chi sdram­matizza, come Giorgio Strac­quadanio, esponente del Pdl e berlusconiano di prima linea. «È vero che ci sono tre protago­nisti in questa partita ma il lea­der resta uno. Partiamo da Tremonti: parliamo di un politico accreditato nelle elíte che però non ha un suo consenso politi­co. Per questo il suo talento e le sue capacità richiedono sem­pre l'abbinamento a una lea­dership, e una relazione forte con Bossi. E oggi qualsiasi go­verno ha bisogno di forte con­senso politico visto che siamo in tempi dove bisogna chiedere più che dare. Per questo è stato lo stesso Tremonti a smentire le voci che parlavano di una fred­dezza tra lui e Berlusconi». Tra Berlusconi e Tremonti insom­ma ci potranno essere frizioni, differenze caratteriali, ma Tremonti - ricorda Stracquadanio - «è il regista della saldatura tra Berlusconi e Bossi: un rap­porto che può essere difficile e controverso, ma che resta so­stanzialmente saldo. Tremonti può diventare il primo ministro forte di Berlusconi con Berlu­sconi al Colle, ma non sarà mai un competitor del Cavaliere».

Tutto diverso è il rapporto con Fini, perché il presidente della Camera «crede che Ber­lusconi sia un usurpatore, un'anomalia politica, e trova insopportabile tutta la sua co­struzione di politico tradizionale». Per questo è dal versan­te finiano che potrebbero ve­nire le sorprese: «La vittoria sulle intercettazioni di Fini gli frutta evidentemente un rico­noscimento politico: se Alfano e Ghedini devono parlare con Bocchino è evidente - dice Stracquadanio - che questo un peso ce l'ha. Ma se qualcuno si illude di fare il partito tradi­zionale, coi correntoni e i cor­rentini tenendo in piedi la struttura coi voti del Cavalie­re, si sbaglia di grosso. In poli­tica serve il consenso, oggi più che mai». Così suona la cam­pana berlusconiana. Quella fi­niana, per voce del senatore Giuseppe Valditara, è diversa: «All'interno del Pdl c'è una componente che ha le idee molto chiare a partire dall'e­conomia per finire con l'immi­grazione passando per il fede­ralismo. Idee con cui ci stiamo connotando in modo molto preciso e che ci rendono poli­ticamente molto efficaci ri­spetto a chi ha numeri più pesanti ma idee meno chiare. Poi c'è questa soggettività sempre più forte di Tremonti che evidentemente ha bisogno d'es­sere equilibrata. Il primo ad averlo capito - continua Valditara - sembra proprio il pre­mier: i no feroci di qualche no­stro ex colonnello alle modifi­che al ddl intercettazioni sono stati smentiti da Berlusconi».

Il prossimo passaggio sarà l'approvazione della manovra aggiuntiva; ebbene i finiani av­vertono che non accetteranno blindature. La manovra deve essere discussa in parlamento. «E Berlusconi ha detto che in Parlamento se ne discuterà - dice Valditara - dimostrando di volere una collaborazione positiva con Fini». Per ora.

 
Intercettazioni, intesa nel Pdl. Cade il limite dei 75 giorni PDF Stampa E-mail
venerdì 04 giugno 2010

Da “Il Corriere della Sera” del 4.6.2010, pag. 2

 

La maggioranza an­nuncia una seconda cura d'ur­genza per il ddl intercettazioni. Il testo cambierà ancora in una decina di punti controversi - segnalati dall'opposizione e dai finiani - ma non vedrà snatu­rata la sua impostazione finaliz­zata a ridurre il numero degli ascolti autorizzati dalla magistratura e a cancellare le pubblicazioni dei verbali prima del processo.

La svolta messa a punto dai vertici del Pdl si tradurrà in un maxi emendamento del gover­no da presentare nell'aula del Senato già la prossima settima­na. Prevista una raffica di modi­fiche che in buona sostanza smussano i più vistosi intralci alle indagini previsti dal ddl: ca­de, per esempio, il limite di 75 giorni per la durata massima delle intercettazioni. Ma ci sono anche altre novità in vista - mirate con chirurgica preci­sione dal ministro Angelino Al­fano e dal consigliere giuridico del premier Niccolò Ghedini - che riguardano le intercettazio­ni ambientali: le cimici infatti, secondo il testo attuale, si pos­sono piazzare solo se la magi­stratura ha la certezza che in un determinato luogo si stia consu­mando un reato (…).

Tra le modifiche concordate, la più importante, dunque, riguarda la caduta del muro dei 75 gior­ni che appena due giorni fa sembrava invalicabile: il termi­ne massimo entro il quale il pm deve contenere le intercettazio­ni, dunque, potrà essere proro­gato (di 48 ore in 48 ore) se que­sto serve ad evitare la consuma­zione di un altro reato o a favorire la cattura di un latitante. Co­sì, segnala il relatore Roberto Centaro, viene riformulata an­che la norma transitoria: per le intercettazioni in corso, al mo­mento di entrata in vigore della legge, vengono fatti salvi gli at­ti già raccolti ed è stabilito che gli ascolti (salvo le proroghe di 48 ore) possono andare avanti per «ulteriori 75 giorni».

Questo è un punto molto im­portante, osserva il senatore fi­niano Giuseppe Valditara, che sottolinea anche un altro suc­cesso: «Viene meno l'automati­smo secondo il quale anche per i procedimenti in corso il procuratore generale deve sostituire il pm che ha espresso pubblica­mente una valutazione sull'in­chiesta. Ma ve lo immaginate che impatto avrebbe questa nor­ma sui processi?» (…)

 
Via il limite dei 75 giorni per le intercettazioni PDF Stampa E-mail
venerdì 04 giugno 2010

Da “Il Sole 24 Ore” del 4.6.2010, pag. 21

 

Non proprio svuotato, ma fortemente dimagrito. Ne esce così il ddl intercettazioni, dopo due vertici del Pdl in rapida successione. Tanto che i falchi del partito, neppure più a bassa vo­ce, spingono per accantonarlo. Ufficialmente, però, si punta ad approvarlo presto e con «un'ampia condivisione».

Il provvedimento perde pez­zi ritenuti finora intoccabili, come la durata massima di 75 gorni per intercettare (si potrà an­dare avanti di 48 ore in 48 ore, fino al termine delle indagini se emergono nuovi elementi); la ricusazione automatica del pm titolare dell'inchiesta che abbia espresso opinioni sull'indagi­ne; la rimozione del magistrato sospettato di aver rivelato se­greti d'ufficio; il divieto di ripre­se televisive e radiofoniche dei processi; la possibilità di piazza­re "cimici" solo dove si sta com­mettendo un delitto; la norma transitoria che faceva scattare tutto questo anche nei processi in corso; l'estensione del segre­to di stato. Quelli che fino a ieri erano considerati "pilastri" in­toccabili non hanno retto l'im­patto con le critiche del Quirina­le, dei finiani, dell'opposizione, dei magistrati. Si cambia - si de­ve cambiare - hanno deciso ie­ri, in un vertice apalazzo Mada­ma, il ministro Alfano e il sotto­segretario Caliendo, gli avvoca­ti del premier Ghedini e Longo, i capigruppo del senato Qua­gliariello e Gasparri. Il presiden­te della commissione giustizia Berselli e il relatore Centaro.

Un boccone amaro da ingoia­re, più che una "revisione criti­ca" vera e propria. Ma tant'è: la decisione è stata ratificata poco dopo dalla Consulta giustizia Pdl, presieduta da Ghedini. Da qui è uscita l'indicazione di met­tere a punto una serie di emen­damenti della maggioranza «finalizzati a precisare taluni pro­fili del testo». Non si parla di passi indietro, ma i titoli dei punti da «precisare» lasciano intendere che la moral suasion del Quirinale, le richieste dei fi­niani e le critiche dell'opposi­zione hanno fatto centro. Ma mentre la Consulta «auspica» che ora il testo possa essere ap­provato «con un'ampia condivi­sione», Pd, Idv e Udc frenano e aspettano di leggere queste «precisazioni», quando si tra­durranno in emendamenti per l'aula di martedí.

La svolta c'è stata quando Silvio Berlusconi ha capito che il problema non era Gianfranco Fini - o solo Gianfranco Fini - ma il Quirinale. Il presidente della Repubblica ha chiarito al premier (ancora una volta) che il testo del senato «non è accet­tabile» e che il problema non si annida soltanto nella norma transitoria ma in quelle «a regi­me», a cominciare da quei 75 giorni stabiliti come termine massimo di durata delle inter­cettazioni. Non a caso, anche il presidente della Camera ne ave­va parlato. E così, ieri Berselli ha spiegato che i 75 giorni po­tranno essere prorogati di 48 ore, e poi di altre 48, fino a che il magistrato dimostrerà che da­gli ascolti o dagli atti processua­li sono emersi nuovi elementi. Motivazioni che dovranno esse­re ratificate dal tribunale colle­giale, a pena di nullità. Una mo­difica destinata a inglobare (al­meno in parte) quella chiesta per i «reati spia» della mafia e per la norma transitoria. Cam­bio di marcia pure per le «am­bientali»: si potranno disporre, ha spiegato sempre Berselli «anche se non si stanno per compiere reati» (limite «assur­do», secondo toghe e poliziot­ti) ma «non nei luoghi privati».

È invece Quagliariello ad an­nunciare la marcia indietro sul divieto di riprese tv e radiofoni­che dei processi e sulla ricusazione automatica dei pm: quest'ultimo punto era tra quel­li che più preoccupavano il Qui­rinale e i finiani (lo ha ricordato ieri Giuseppe Valditara), desti­nato a far saltare tantissimi pro­cessi in corso. Centaro, poi, ha spiegato che non basterà una denuncia per fuga di notizia ad escludere un pm dall'inchiesta, ma «occorreranno elementi og­gettivi». Ce n'è anche per il se­greto di Stato, esteso all'ultimo minuto ad ogni comunicazione di servizio (o ad esse riconduci­bili) degli 007, per volontà della Presidenza del Consiglio: il Pd chiede lo stralcio dell'intero ar­ticolo sul segreto di stato e il Pdl l'accoglie. «Valuteremo se inserirlo in una legge ad hoc», dice Gasparri. Quanto alla nor­ma transitoria, sminata la legge, non sarà più così deflagrante co­me prima sui processi in corso, e verrà comunque «esplicita­to» che gli atti compiuti fino all'entrata in vigore della rifor­ma sono utilizzabili.

«Così il ddl viene stravolto; meglio accantonarlo e occupar­ci della manovra economica e sociale» protestava ieri un pa­sdaran del Pdl, dando voce ai sentimenti di Berlusconi. Che ufficialmente, però, insiste per avere la legge entro l'estate. Il fi­niano Italo Bocchino invita ad attendere il testo definitivo. E l'opposizione, come san Tom­maso, aspetta di vedere i testi prima di dire se c'è davvero qualcosa di nuovo sotto il sole.

 
Il Pdl: ascoltato il Colle. Gelo sul cofondatore PDF Stampa E-mail
venerdì 04 giugno 2010

Da “La Stampa” del 4.6.2010, pag. 9

 

La partita che Gianfranco Fini aveva aperto e che Giorgio Napolitano dall'alto del Colle ave­va guidato, si chiude, appa­rentemente, con una clamo­rosa ridiscussione. I vertici del Pdl che per giorni aveva­no dichiarato «intoccabili» i paletti del ddl, ieri hanno an­nunciato una raffica di modi­fiche. E chissà quanto deve essere pesata questa riscrit­tura, articolo per articolo, ef­fettuata sotto la pressione delle polemiche, delle mani­festazioni, di una stampa compatta, di un'opposizione scatenata, ma soprattutto dei parenti-serpenti annida­ti alla guida della Camera dei deputati. Ecco perciò che dagli ambienti berlusco­niani si spiega che «sì, le mo­difiche le abbiamo dovute fa­re, ma per venire incontro alle puntuali richieste del Quirinale». Su Fini, nemme­no una parola.

Se però si va a sondare dalle parti dei finiani, si ascol­ta una soddisfazione che la di­ce lunga su chi vince e chi per­de in questa giornata. «Sulle intercettazioni è doveroso at­tendere il testo definitivo delle ulteriori modifiche, ma sem­bra che ci siano dei passi in avanti positivi», dice Italo Boc­chino. «Attendiamo di leggere il testo finale degli emenda­menti, ma non possiamo non registrare notevoli passi in avanti sulle questioni su cui maggiormente si è discusso al­l'interno della maggioranza negli ultimi giorni», gli fa eco il sottosegretario alla Funzione pubblica, An­drea Augello.

In questi giorni, Augello ha svolto un delicato compito di pontiere all'interno del Pdl. E ora dice: «Non sono affatto stupito per­ché le posizioni sulla norma transitoria e sul limite dei 75 giorni erano, già da ieri (inten­de mercoledì, ndr) molto più vicine di quanto non apparis­se nei resoconti giornalistici. Il Pdl sta compiendo ogni sfor­zo per tenere in equilibrio la volontà di tutelare la privacy dei cittadini con l'ovvia neces­sità di non danneggiare le po­tenzialità dell'attività investigativa della magistratura».

«Posso solo dire che la sag­gezza alla fine paga», aggiun­ge il senatore Giuseppe Valditara, uno dei pochissimi finia­ni a Palazzo Madama. «L'osti­nazione con cui abbiamo por­tato avanti alcune obiezioni, in particolare quelle sulla norma transitoria, era giusta. Adesso è chiaro che non ci sarà più al­cuna retroattività che avrebbe potuto creare ostacoli ai pro­cessi in corso. Sì, abbiamo fat­to bene a tenere duro». Imme­diato risultato politico, si nota un barometro che tende al bello nei rapporti interni alla maggioranza. «Beh, politica­mente parlando, questo è un segnale importante di disten­sione», conferma Valditara.

L'opposizione a sua volta è sorpresa e quindi attende di capire meglio. «Al di là dei rammendi apportati dal gover­no per indorare la pillola, re­stiamo convinti dell'inutilità del provvedimento e, soprattutto, della sua dannosità», dice Antonio Di Pietro. Andrea Orlando, Pd, dice: «L'impianto andrebbe completamente ripensato. Detto questo, le proposte che sembrano usci­re dal vertice del Pdl affronta­no alcuni dei punti da noi indi­cati come critici. Ora devono diventare emendamenti». E ironizza il presidente dei sena­tori dell'Udc, Gianpiero D'Alia: «Un modo davvero confuso di operare. Se conti­nuiamo così, l'iter di questo provvedimento avrà la stessa durata dei lavori sulla Salerno-Reggio Calabria e, temo, con effetti ancor più devastanti».

 
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