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| Rassegna stampa
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Lettera aperta al Cav. di un senatore finiano |
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sabato 12 dicembre 2009 |
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Da “Il Foglio” del 12.12.2009, pag. 4 di GIUSEPPE VALDITARA Caro presidente, sono un senatore "finiano" che ha simpatia e stima nei tuoi confronti. Sono "finiano" perché mi piace quell'idea di destra repubblicana che il presidente della Camera, Gianfranco Fini, rappresenta e che ritengo sia la naturale evoluzione e il necessario completamento di quel modello di destra liberale che tu per la prima volta già nel 1994 hai introdotto in Italia. Come ti ho detto in un recente incontro ritengo sinceramente che l'Italia abbia bisogno di alcune riforme in tema di giustizia perché un premier democraticamente eletto, per la durata della carica, deve poter governare senza essere distratto da vicende giudiziarie e perché credo che non sia bene che chi rappresenta il vertice dell'esecutivo possa essere messo sul banco degli imputati in un'aula di tribunale. Già i romani lo sostenevano e molti ordinamenti moderni hanno seguito quell'esempio. Ritengo anche che i magistrati debbano essere responsabili: la separazione dei poteri non può significare l'esistenza di una sorta di giurisdizione domestica per giudici e pm che garantisca una sostanziale impunità disciplinare. Così come ritengo che avesse ragione Filangieri. quando scriveva che la libertà muore quando il giudice si trasforma in legislatore. La Corte costituzionale non può dunque rappresentare una sorta di terza camera che finisca con l'indebolire la sovranità del Parlamento. In questo senso penso si possa aumentare la percentuale di giudici nominati da organi espressione diretta o indiretta della sovranità popolare. Ricordo per esempio che nella cosiddetta devolution si coinvolgevano anche le regioni nella scelta di una parte dei giudici costituzionali. Ritengo infine che un vero processo accusatorio debba presupporre una separazione delle carriere fra pm e giudici e che un processo, in uno stato di diritto, non possa durare in eterno, pur nella salvaguardia delle esigenze di sicurezza dei cittadini. Queste affermazioni sono condivise anche da alcuni esponenti dell'opposizione, sono in ogni caso senz'altro legittime e penso che debbano finalmente, dopo tanto parlarne, essere tradotte in proposte concrete su cui avviare un serio dibattito parlamentare. Credo tuttavia anche che sarebbe un errore se dovessero prevalere coloro che spingono per una resa dei conti, che auspicano scontri frontali, che invocano soluzioni di tipo ordalico, che concepiscono l'opposizione come un nemico, che auspicano un'estensione della polemica che coinvolga anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e che tracimi verso uno scontro fra poteri dello stato. Sono stato candidato da Gianfranco Fini ed eletto grazie alla fiducia degli italiani nel progetto politico del Popolo della libertà che tu, insieme con Gianfranco, hai mirabilmente rappresentato. Appoggerò lealmente un percorso riformatore quale quello delineato, mi auguro che ciò possa avvenire abbassando da ogni parte i toni, in uno spirito di civile confronto e nella considerazione del più alto interesse della Repubblica. Penso che una equilibrata soluzione dei problemi sul tappeto sia a portata di mano, credo che essa dipenda in primo luogo da te. |
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Pronti allo sciopero degli immigrati |
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giovedì 10 dicembre 2009 |
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Da “Il Clandestino” del 10.12.2009, pag. 5 Uno sciopero degli immigrati sul modello della iniziativa '24 ore senza di noi' lanciata dalle comunità immigrate in Francia dove l'hanno chiamata '24 heures sans nous`. Emma Bonino, vicepresidente del Senato, radicale ed ex Ministro, lancia - parlando con il Clandestino - la proposta di una mobilitazione sul tema dell'immigrazione. "Dipende - spiega - da quanto si riesce a pubblicizzarla e da come le comunità di immigrati riusciranno ad organizzarsi (…). Sulla mobilitazione, poi, la vicepresidente del Senato, sottolinea di "aver saputo da alcune persone della comunità degli immigrati che, tempo fa, avrebbero fatto la proposta di uno sciopero di 24 ore ai sindacati ma che pare soltanto l’Ugl avesse detto subito di sì. Manca - aggiunge - nelle politiche verso l’immigrazione il buon senso: come si può pensare di legalizzare le badanti e di rimandare a casa i mariti che fanno altri lavori?". Qui, la Bonino, cita un disegno di legge, l'1666, presentato in luglio al Senato e firmato da diversi parlamentari dei due schieramenti (tra gli altri Ghedini, Valditara, la Finocchiaro, Baldassari, Ichino e la Poli Bortone) dove si chiede la "regolarizzazione del lavoro di cittadini stranieri non comunitari, richiedenti un nullaosta di lavoro". Il titolo del primo articolo è lapalissiano: "Dichiarazione di emersione di lavoro irregolare". E per capirlo non c'è bisogno di scomodare l'angoscia de "Lo straniero" di Albert Camus: "Oggi la mamma è morta". Speriamo di no: che diamine, in Italia teniamo tutti famiglia. |
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“E’ un nuovo metodo di lavoro fra associazioni e Comune” |
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giovedì 10 dicembre 2009 |
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Da “Il Giorno-Milano” del 10.12.2009, pag. 18 di GIUSEPPE VALDITARA Quello avvenuto con la ratifica da parte dell'Amministrazione comunale di Milano, guidata dal sindaco Letizia. Moratti, delle linee guida per interventi di sostegno alle piccole imprese artigiane è un passaggio molto importante (…). In questo modo si inaugura un nuovo metodo nei rapporti fra Comune e associazioni di categoria fondato su un dialogo costante attorno ad un tavolo di consultazione permanente e adotta per la prima volta misure concrete per favorire le piccole imprese artigiane che siano localizzate sul territorio milanese. La delibera crea le premesse per lavoro e opportunità di sviluppo alle imprese milanesi. |
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mercoledì 09 dicembre 2009 |
UNIVERSITA': VALDITARA (PDL), DDL RIFORMA CONDIVISIBILE NELLE LINEE PORTANTI
(Adnkronos) - "Il ddl sulla riforma universitaria, incardinato oggi in Senato, e' senz'altro condivisibile nelle sue linee portanti". E' quanto ha detto nella sua relazione in commissione Istruzione il parlamentare del Pdl e relatore del provvedimento Giuseppe Valditara, che ha anche suggerito "una serie di possibili emendamenti". "Il dibattito che ne conseguira' -ha aggiunto Valditara- auspico possa determinare una larga intesa sui punti qualificanti il disegno di legge e, inoltre, dovra' vedere un ruolo non marginale del Parlamento a cui spettera' in ogni caso il compito di esprimere la parola definitiva sul testo". |
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martedì 08 dicembre 2009 |
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Da "Il Foglio" dell'8.12.2009, pag. 3 di GIUSEPPE VALDITARA Due fatti giudiziari di questi ultimi giorni, l'interrogatorio di Gaspare Spatuzza e l'avviso di garanzia per Formigoni, Moratti e Podestà per il superamento dei livelli minimi di polveri sottili immesse nell'aria, rischiano di essere un boomerang dalle conseguenze molto gravi.Quanto al processo di Torino, risulta del tutto evidente la inconsistenza di una accusa fondata su un sentito dire, basata su chiacchiere e supposizioni. Nei sistemi giudiziari occidentali dichiarazioni come quelle rilasciate a Torino dal pentito Spatuzza non sarebbero mai considerate sufficienti per avviare alcun tipo di procedimento. Prova ne è il giudizio di media e luminari del foro americani persino sul processo di Perugia, fondato invece su prove ben più concrete e condotto con ben altra accuratezza, e che tuttavia è stato bollato come "una montagna di insignificanti congetture, improponibili secondo i più alti standard delle corti Usa". A questo riguardo, peraltro, i media americani, a iniziare dal NYT, dovrebbero decidersi: non possono considerare quello italiano un sistema giudiziario di tipo "medievale" quando è in ballo una cittadina americana e poi pretendere di costruire la delegittimazione del nostro premier, fondandosi su atti giudiziari di quello stesso sistema. Quanto alla vicenda lombarda, a parte l'assai discutibile rilievo penale dei fatti, l'anomalia è di per sè già evidente nella circostanza che lo stesso pubblico ministero avesse chiesto l'archiviazione e un giudice abbia invece deciso la prosecuzione delle indagini, cosa che in un qualsiasi sistema accusatorio evoluto non potrebbe accadere. Il rischio è che costruendo atti giudiziari di scarsa attendibilità, discenda una progressiva delegittimazione della magistratura nell'immaginario collettivo e il diffondersi della convinzione di una prevenzione ideologica dei magistrati. A farne le spese sarebbe proprio l'azione di contrasto verso i reati contro la pubblica amministrazione che, stando non solo alle statistiche internazionali, ma anche al sentire comune non sono significativamente diminuiti rispetto alla prima repubblica e che richiedono invece una magistratura attenta e mai prevenuta. Il "tutti colpevoli" e dunque nessuno è colpevole, metterebbe a rischio la qualità della democrazia nel nostro Paese. Proprio per questo motivo è arrivato il momento di chiedere alla magistratura un deciso cambiamento di rotta. Certe dichiarazioni, certi comportamenti militanti, certe indagini disinvolte, a cui siamo stati abituati negli ultimi trent'anni non sono più accettabili, nell'interesse stesso di quei tanti magistrati, che con un alto senso dello Stato, e in mezzo a molte difficoltà garantiscono la difesa della legalità, che significa innanzitutto difesa della libertà. La magistratura deve tornare ad essere e ad apparire rigorosamente imparziale. La politica non può perdere l'occasione offerta da questa legislatura per fare le due vere riforme che il nostro sistema giudiziario da tempo necessita: la separazione delle carriere e una equilibrata riorganizzazione del Csm che consenta di introdurre il principio di responsabilità anche nel nostro sistema giudiziario. A quel punto spetterà ai cittadini decidere di non rieleggere politici che, laddove condannati, a buon diritto potremo considerare corrotti. |
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Supplenze, corsa per riaprirle |
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martedì 24 novembre 2009 |
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Da “Italia Oggi” del 24.11.2009, pag. 41 Via libera alle supplenze con precedenza anche per i docenti precari con 180 giorni di servizio. E’ questa la novità più importante contenuta nella legge di conversione del decreto legge salvaprecari, approvata definitivamente dal senato il 18 novembre scorso. Il ministero dell'Istruzione, dunque, dovrà emanare ulteriori disposizioni alle scuole e agli uffici scolastici provinciali, per consentire agli interessati di accedere agli elenchi e far valere la precedenza. Nella versione originale il decreto legge 134/2009 prevedeva questo vantaggio solo per coloro che avevano svolto nello scorso anno scolastico almeno un incarico di supplenza fino a termine delle attività didattiche (30 giugno). Adesso, invece, nel novero degli aventi titolo rientrano anche coloro che, hanno svolto una supplenza di almeno 180 giorni, sempre nello scorso anno. E quindi l'amministrazione centrale dovrà impartire le relative disposizioni di attuazione alle amministrazioni periferiche, che dovranno procedere ad acquisire e valutare le domande. Dopo di che gli uffici scolastici compileranno materialmente gli elenchi prioritari inserendo tutti gli aventi diritto. Restano confermate le disposizioni introdotte dal decreto legge 134 per quanto riguarda i docenti precari che hanno già presentato le domande , in quanto aventi titolo per avere effettuato supplenze nel trascorso anno scolastico almeno fino al termine delle attività didattiche. Il testo approvato dal senato, peraltro, non fa altro che ricalcare quello approvato alla camera, con le relative modificazioni introdotte in quella sede. E' confermata, dunque, la cancellazione della disposizione del decreto legge che prevedeva il divieto di corrispondere ai precari gli aumenti per l'anzianità di servizio. E ciò ribadisce implicitamente l'orientamento giurisprudenziale, secondo il quale gli scatti di anzianità spettano sia ai lavoratori a tempo indeterminato che a quelli a tempo determinato. Si tratta peraltro di un filone intepretativo inaugurato dalla Corte di giustizia europea e ormai consolidato da almeno 4 diverse pronunce dei giudici di merito italiani. Confermato anche l'onere di ripresentare la documentazione per fruire dei benefici delle legge 104/92, sull'assistenza ai disabili, in caso di trasferimento da una provincia a un'altra. Idem per quanto riguarda la cancellazione delle code alle graduatorie a esaurimento. Dal 2011 chi vorrà trasferirsi da una provincia all'altra potrà farlo, ma sarà cancellato dalla graduatoria di partenza per essere inserito a pettine, armi e bagagli, nella graduatoria delle provincia di arrivo. In buona sostanza, dunque, dal 2011 ritornerà in auge la disciplina che era in vigore prima dell'invenzione delle code. E quindi chi vorrà trasferirsi potrà farlo liberamente. Confermata anche la precedente disciplina del reclutamento. E quindi le immissioni in ruolo continueranno ad essere tratte a metà dalle graduatorie dei concorsi ordinari e per il rimanente 50% dalle graduatorie a esaurimento. Infine, è stata confermata l'introduzione dell'esame preliminare per i candidati privatìsti che intendano sostenere gli esami di stato. Nulla di fatto, invece, per il pensionamento anticipato, proposto da Giuseppe Valditara, senatore del Pdl, che si è dovuto accontentare di un ordine del giorno accolto direttamente dal governo. Con il quale l'esecutivo si è impegnato a varare un piano pluriennale per la progressiva stabilizzazione del personale precario della scuola entro l'approvazione del prossimo documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef). In ogni caso, la proposta ha raccolto già molti consensi all'interno della maggioranza e si sta facendo strada l'ipotesi che essa possa essere recepita in un provvedimento legislativo ad hoc. Probabilmente un decreto legge. Recepito dal governo anche l'ordine del giorno del relatore, Francesco Bevilacqua (Pdl) che sbarra il passo alla valutazione nelle graduatorie dei servizi prestati nelle scuole paritarie in assenza del versamento dei contributi previdenziali. |
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martedì 24 novembre 2009 |
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Da “Il Foglio” del 24.11.2009, pag. 2 Immunità per le cariche di governo e separazione degli ordini delle toghe sono alle origini della nostra civiltà
di GIUSEPPE VALDITARA La Repubblica romana si fondava su alcuni valori fortemente sentiti: la libertas, che coincideva con l'idea di autogoverno e che diede poi vita all'affermazione della sovranità popolare; la maiestas del popolo, che si traduceva nella altissima dignità della Repubblica; la auctoritas dei magistrati, alla cui base era il prestigio della carica. I magistrati avevano il compito di dare voce e volontà allo stato, in essi si impersonava lo stato. Da questo complesso di principi traeva spunto una regola che non fu mai disattesa: i magistrati maggiori, quelli cioè a cui spettava dettare l'indirizzo politico della res publica, quelli dotati del potere sovrano, non potevano essere citati in giudizio, processati o arrestati fino al termine della carica. Come chiariscono le fonti, siffatto principio era funzionale alla difesa della alta dignità della istituzione e dunque della stessa maestà del popolo. Il magistrato, all'inizio delle sue funzioni, giurava inoltre di curare gli interessi della Repubblica: è implicita l'idea che dovesse anche essere messo in condizione di poter curare efficacemente e autorevolmente gli affari dello stato. Non è un caso che non si trattasse di una immunità generalizzata a tutte le cariche pubbliche: i magistrati minori, quelli che avevano compiti meramente esecutivi, i magistrati municipali, non avevano siffatta forma di tutela. Ad essi non era legata la dignità, la autorevolezza e la stabilità dello stato, non avendo un potere sovrano e non esprimendo l'indirizzo politico della Repubblica. Inoltre, una volta uscito dalla carica, il magistrato poteva essere perseguito liberamente. Non è un caso che Cesare abbia sempre cercato di farsi rieleggere al consolato per evitare di essere processato. D'altro canto, difficilmente vi sarebbe stato un interesse strumentale a perseguire un soggetto che non svolgesse più un alto ruolo politico. Va aggiunto che per i casi in cui si ritenesse che i magistrati avessero tradito gli impegni presi con gli elettori, si affermò una tendenza a legittimare con voto popolare la loro destituzione: nella odierna democrazia rappresentativa equivarrebbe a un voto di sfiducia. Si era creato dunque un sistema equilibrato imperniato sul primato della volontà popolare e sulla centralità del principio democratico. Vi era una sola eccezione in cui il magistrato, come chiunque altro, poteva essere sottoposto a giudizio: qualora avesse attentato alla Costituzione, ovvero il caso in cui avesse tentato di instaurare un regime di tipo monarchico. Era un caso di "parricidium patriae", un caso in cui il magistrato non poteva più considerarsi incarnazione dello stato, e rappresentante del popolo romano. E’ questo anche l'unico caso in cui già in età repubblicana il rito processuale previsto per reprimere siffatti reati era di tipo inquisitorio: la gravità del crimine era tale che si legittimava una deroga al principio accusatorio. Proprio per difendere la libertà e la sovranità del popolo, durante la Repubblica fu invero sempre tenuto nettamente separato l'esercizio delle funzioni accusatorie da quelle giudicanti. Il processo criminale romano di età repubblicana fu sempre di tipo accusatorio. A promuovere l'accusa poteva essere un magistrato ovvero direttamente un privato cittadino, ma il giudice era normalmente il popolo ovvero una giuria in qualche modo rappresentativa. Sarà poi nell'impero, con la trasformazione del cittadino in suddito e con la assoluta preminenza dell'interesse repressivo dell'imperatore rispetto a qualsiasi altro interesse e valore, che si diffonderà un sistema processuale di tipo inquisitorio, in cui cioè non vi sarà separazione fra l'organo deputato a promuovere l'accusa e a formulare la sentenza. Proprio nel Dominato i magistrati e i funzionari potranno essere del resto liberamente processati, eventualmente destituiti e puniti, perché ogni loro mancanza era innanzitutto una offesa al dominus et deus, l'imperatore. Immunità processuale per le cariche di governo e separazione degli ordini requirenti e giudicanti vennero considerate pilastri di una autentica democrazia fin dalle origini della nostra civiltà. |
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martedì 24 novembre 2009 |
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Da “Il Riformista” del 24.11.2009, pag. 1 E ora parte l'assalto alla Finanziaria. Per colpire Tremonti. Gli emendamenti sono pronti e pure la strategia per farli passare alla Camera. Sono quelli della contro-Finanziaria targata Baldassarri. Ormai la miccia ha preso fuoco, nonostante il premier abbia provato a sdrammatizzare lo scontro nel governo parlando ai cronisti da Doha, durante la sua visita in Qatar: «Una dialettica che meglio sarebbe che fosse solo interna. Ma nulla di preoccupante». Fatto sta, che il durissimo j'accuse di Renato Brunetta a Giulio Tremonti ha avuto, appunto, l'effetto di una miccia, forse anche a prescindere dalle intenzioni. E in un clima da resa dei conti finale, più fonti parlamentari raccontano di un Tremonti furioso al punto, secondo la Velina rossa di Pasquale Laurito, da chiedere le dimissioni di Brunetta (…). Punto di partenza sono gli emendamenti che i senatori Andrea Augello e Giuseppe Valditara hanno presentato al Senato sulla base della contro-finanziaria scritta da Baldassarri. Tre i principali. Uno, rivolto alle imprese, che prevede un progressivo abbattimento dell'Irap. Un altro, per le famiglie, che agisca sull'Irpef. E un terzo che fissi un tetto del 20 per cento - e non del 23 come oggi - sugli affitti, in modo da far emergere il nero. Tremonti li ha rispediti al mittente senza troppe perifrasi. E al Senato, quando si è votato su parere contrario del governo, il gruppo dei dissidenti - ventisei tra ex An e ex Fi - si è astenuto, in modo da non mandare sotto l'esecutivo evitando, al contempo, di votare con l'opposizione. È stata una manifestazione di un forte disagio, al punto che il capogruppo Gasparri e il suo vice Quagliariello hanno deciso di astenersi per coprire il dissenso. Ebbene in queste settimane in molti hanno lavorato per ripresentare gli stessi emendamenti alla Camera, dove la Finanziaria arriva tra due giorni. I tempi sono stretti, visto che il testo approderà in Aula il 4 dicembre. E che il termine per la presentazione per gli emendamenti è fissato a venerdì. Ma la fronda è partita, e i tre emendamenti sono nero su bianco: «Bisogna evitare - spiega un finiano di stretta osservanza - che la commissione sia costretta a esaminare un migliaio di emendamenti inutili girando a vuoto per poi trovarsi di fronte al maxiemendamento del governo negoziato da Tremonti con la Lega con le nostre richieste fuori». Per evitare questo rischio i finiani (dialoganti) Silvano Moffa e Marcello De Angelis hanno svolto il ruolo di pontieri col gruppo del Senato recependo le linee guida di Baldassarri. Confidando nella copertura di Berlusconi: nell'incontro di qualche giorno fa con Augello e Valditara, a margine del ragionamento sulla giustizia il premier ha dato un via libera alle misure su Irpef e Irap perché «contenute nel programma di governo» (…). |
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Il Senato approva il decreto sui precari. Ora è legge |
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giovedì 19 novembre 2009 |
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Da “Il Giornale” del 19.11.2009, pag. 17 Via libera definitivo dal Senato al decreto sui precari della scuola. Il testo, approvato con 137 sì di Pdl e Lega, 113 no di Pd e Idv e sette astenuti di Udc e Svp, è legge, visto che non ha subito modifiche rispetto all'esame della Camera. La maggioranza, infatti, ha blindato il testo che scadeva il 23 novembre, ma è stato approvato un ordine del giorno del senatore Giuseppe Valditara (Pdl) che impegna il governo «a varare un piano pluriennale per la progressiva stabilizzazione del personale precario della scuola italiana entro l'approvazione del prossimo Dpef. Secondo la nuova legge, i precari della scuola che l'anno scorso avevano un contratto annuale e rimasti quest'anno disoccupati avranno la precedenza assoluta a prescindere dall'inserimento nelle graduatorie di istituto per le supplenze brevi per le assenze temporanee dei titolari. Accede alle supplenze anche chi, attraverso graduatorie di istituto, ha maturato lo scorso anno, almeno sei mesi di sup-plenza. I precari che percepiscono la disoccupazione possono essere impiegati percependo una indennità in progetti «di carattere straordinario» che possono durare fino a 8 mesi e che le scuole possono promuovere, in collaborazione con le regioni (che li finanziano). Non è escluso che i contratti di supplenza dei precari si possano trasformare in contratti a tempo indeterminato ma questo accadrà solo nel caso, di immissione in ruolo. |
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Dl precari, sì del Senato. E’ legge |
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giovedì 19 novembre 2009 |
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Da “L’Avvenire” del 19.11.2009, pag. 9 Il Senato con 137 sì, 113 no e sette astenuti ha approvato ieri il decreto sui precari nel testo pervenuto dalla Camera, bocciando .gli emendamenti presentati dall' opposizione. Il decreto di un solo articolo, che reca disposizioni urgenti per garantire la continuità del servizio scolastico per l'anno 2009 - 2010, è definitivamente convertito in legge. Hanno votato a favore Pdl e Lega, contro Pd e Idv, i quali hanno contestato il fatto che questo provvedimento sia stato definito «salva precari», ritenendo i suoi effetti del tutto opposti, mentre l’Udc e la Svp si sono astenuti. Soddisfazione è stata espressa dal ministro Gelmini, che parla «di un segnale importante» in vista del «regolare svolgimento dell'anno scolastico» e della continuità didattica. |
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E Silvio convoca i senatori finiani |
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giovedì 19 novembre 2009 |
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Da “Il Tempo” del 19.11.2009, pag. 1 Una girandola di incontri, dalle dieci di martedì sera fino a notte fonda. Tutti a palazzo Grazioli, tutti convocati da Berlusconi per comprendere la situazione reale nel Pdl dopo il putiferio scatenato dalla minaccia del presidente del Senato Renato Schifani di andare a elezioni anticipate. E da quelle riunioni, una volta avute ampie rassicurazioni sulla fedeltà dei parlamentari, è scaturita la dichiarazione di ieri mattina del premier: di voto anticipato non se ne parla. Martedì sera Berlusconi è preoccupato, vuole capire fino a che punto si può fidare della maggioranza a palazzo Madama, fino a che punto vuole arrivare Gianfranco Fini, fino a che punto resterà leale. Anche perché il Cavaliere non condivide la «bordata» di Renato Schifani. Quella «accelerazione», di cui comunque è stato informato, spiegano i suoi collaboratori, è stata una decisione presa dai «falchi», dal presidente del Senato e dal capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri. Una esternazione per forzare chi negli ultimi tempi ha contestato la mancanza di collegialità nel partito. Ma il presidente del Consiglio non la condivide. È per questo che chiama quelli che considera gli uomini più vicini a Fini al Senato. A Palazzo Grazioli arrivano, alle dieci di sera, prima Andrea Augello e Giuseppe Valentino, poi Giuseppe Saro e Romano Comincioli. Si fa vedere anche uno dei coordinatori, Sandro Bondi, gli altri due Ignazio La Russa e Denis Verdini il premier li contatta telefonicamente. Ma è dal gruppetto ristretto, ristrettissimo, dei dissidenti che riceve la rassicurazione che voleva, che lo porterà il giorno dopo a spiegare che non c'è l'ipotesi di andare a elezioni anticipate, smentendo Schifani e i «falchi» Augello, Saro, Valditara gli ribadiscono che non ci sono complotti, non c'è alcuna volontà di aprire spaccature dentro il PdL Anzi, gli spiegano che il loro impegno è proprio quelle di ricucire le due posizioni, le due anime del partito, quella degli ex di An e degli ex di Forza Italia Gli sottolineano che non ci sono i «finiani» ma c'è un pezzo di Pdl ,cioè la gran parte di Alleanza Nazionale, di cui si può fidare. Non per niente ieri, il giorno dopo la riunione a palazzo Grazioli, quattro senatori del gruppo dei «dissidenti» - Andrea Augello, Mario Baldassarri, Ferruccio Saro e Giuseppe Valditara - affidano a un comunicato la loro soddisfazione: «Il comunicato perentorio, con cui Silvio Berlusconi ha messo fine alle polemiche e agli incessanti annunci di imminenti quanto paradossali elezioni anticipate, costituisce la più evidente smentita rispetto alle grida, non sempre composte, di chi tende a confondere il confronto interno con un'ordalia. Degno di nota è, in particolare, l'apprezzamento verso una leale dialettica interna che accentua le capacità ideative del partito». E ancora: «Esprimiamo la nostra soddisfazione consapevoli che esistono tutte le condizioni per voltare pagina, proseguire con passo sicuro l'esperienza di Governo, realizzare il programma sottoscritto con gli elettori e completare la costruzione organizzativa del partito». Ma martedí sera a palazzo Grazioli Berlusconi riceve anche un'altra assicurazione che gli fa tirare un sospiro di sollievo: il ddl sulla giustizia proseguirà il suo esame al Senato senza stravolgimenti. Il presidente della commissione giustizia Filippo Berselli e il relatore, Giuseppe Valentino, fanno parte proprio di quel gruppo che i «falchi» continuano a considerare dissidenti. Ma da loro non arriveranno sgambetti: dal testo verrà tolta la parte sul reato di immigrazione (voluta dalla Lega) e ci sarà qualche aggiustamento sulla parte attuativa. Ma niente di più. Dopo averli ascoltati, poco dopo le undici, Berlusconi convoca a palazzo Grazioli anche i capigruppo a palazzo Madama, Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello. Ma a quel punto il premier sa già quello che dirà il giorno dopo: di elezioni anticipate non se ne parli più. |
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