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| Rassegna stampa
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Alfano intercetta la mossa di Fini |
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mercoledì 02 giugno 2010 |
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Da “Italia Oggi” del 2.6.2010, pag. 6 Ancora otto giorni per trovare un compromesso nel Pdl sulla retroattività e sui reati collegati alla mafia (racket, usura e estorsione). I finiani ci sperano, ma non vogliono compiere alcun passo indietro. Così, sul ddl intercettazioni ad essere intercettata per ora è stata soltanto la mossa del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Il no incassato ieri dai finiani al termine del vertice di palazzo Madama con il Guardasigilli Angolino Alfano non è definitivo (se ne riparlerà, appunto, in commissione Giustizia martedì 8 giugno), ma non si vede come se ne possa uscire senza vincitori né vinti all'interno dello stesso partito. In mattinata la terza carica dello Stato aveva riunito i parlamentari della sua componente, a Montecitorio per ribadire che la norma transitoria che prevede l'applicabilità del disegno di legge sulle intercettazioni anche ai processi in corso deve essere stralciata. Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi questo non lo vuole. Si tratta, dunque, di un braccio di ferro in piena regola. Per quanto riguarda, invece, i nove emendamenti già approvati ieri dalla commissione Giustizia del Senato si tratta della pubblicabilità degli atti d'indagine non coperti da segreto soltanto per riassunto, della riduzione delle sanzioni per gli editori, del divieto di dichiarazione per i magistrati, dell'autorizzazione da parte del giudice collegiale. Durante le indagini, dunque, potranno essere pubblicati per riassunto gli atti (anche relativi ad intercettazioni) il cui contenuto integrale resta comunque segreto, affinché 1’imputato non sia informato e non oltre la chiusura delle indagini preliminari. Divieto assoluto invece di pubblicazione delle intercettazioni, mentre il contenuto delle ordinanze di custodia cautelare potrà essere reso noto dopo che il diretto interessato ne abbia avuto conoscenza. Un'altra norma modifica riguarda le sanzioni a carico degli editori e dei giornalisti: le violazioni alle regole di pubblicazione vengono colpite con l'arresto fino a trenta giorni o l'ammenda da mille a 5mila euro per i giornalisti, mentre per quanto riguarda gli editori diminuiscono le pene rispetto al testo precedentemente licenziato dalla commissione e varieranno da un minimo di 25mila 800 euro a un massimo di 309mila 800 euro. Sempre nell'ambito dell'informazione, gli ultimi emendamenti della maggioranza prevedono che il pm non possa rilasciare dichiarazioni. Inoltre, se una parte rifiuta il consenso non si potranno più effettuare riprese durante il dibattimento. I giornalisti professionisti e pubblicisti, ma non i free-lance, potranno invece riprendere o registrare una conversazione all'insaputa dell'interlocutore. Ancora, sarà possibile ricorrere alle intercettazioni solo in presenza di gravi indizi di reato, ma, con i nuovi emendamenti, il pm dovrà produrre l'esistenza di specifici atti di indagine che provino la responsabilità di chi è posto sotto controllo. Inoltre, i pm dovranno chiedere l'autorizzazione a intercettare non più al gip, ma a un collegio composto da tre giudici. E per i due emendamenti rimasti in sospeso? «Nonostante le difficoltà io ho fiducía in un accordo», spiega a Italia Oggi il senatore finiano Giuseppe Valditara, «secondo me la volontà nel Pdl c'è». |
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mercoledì 02 giugno 2010 |
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INTERCETTAZIONI: GENERAZIONE ITALIA, SU RETROATTIVITA' E PEDOFILI
(AGI) - Roma, 2 giu. - "Una destra democratica ed europea deve porsi come priorita' il tema della difesa della legalita'. Il ddl sulle intercettazioni e' sorto per garantire la privacy dei cittadini di fronte ai numerosi casi di abusi verificatisi sui media". Lo dicono alcuni parlamentari finiani di Generazione Italia, Giuseppe Valditara, Cristiana Muscardini, Benedetto della Vedova e Gian Paolo Landi di Chiavenna, che aggiungono: "Questo provvedimento non puo' in nessun modo contenere norme che possano anche solo dare l'impressione di voler indebolire la lotta dello Stato contro la criminalita'. E' per questo che prima di varare una legge cosi' importante occorre saper ascoltare critiche positive e suggerimenti costruttivi per rendere il testo inattaccabile. Ci sono in ogni caso due priorita': non ci puo' essere una retroattivita' di norme del ddl che rischierebbero di avere conseguenze pesanti sui processi di corruzione in corso; inoltre, nessuno sconto ai pedofili. Auspichiamo un accordo all'interno della maggioranza su questi due punti per noi essenziali". (AGI) INTERCETTAZIONI: G. ITALIA LOMBARDIA; NO SCONTI AI PEDOFILI
(ANSA) - ROMA, 2 GIU - "Una destra democratica ed europea deve porsi come priorità il tema della difesa della legalità. Il ddl sulle intercettazioni è sorto per garantire la privacy dei cittadini di fronte ai numerosi casi di abusi verificatisi sui media. Questo provvedimento non può in nessun modo contenere norme che possano anche solo dare l'impressione di voler indebolire la lotta dello Stato contro la criminalità. E' per questo che prima di varare una legge così importante occorre saper ascoltare critiche positive e suggerimenti costruttivi per rendere il testo inattaccabile. Ci sono in ogni caso due priorità: non ci può essere una retroattività di norme del ddl che rischierebbero di avere conseguenze pesanti sui processi di corruzione in corso; inoltre, nessuno sconto ai pedofili. Auspichiamo un accordo all'interno della maggioranza su questi due punti per noi essenziali". E' quanto dichiarano gli esponenti del Pdl, che sostengono Generazione Italia della Lombardia, Giuseppe Valditara, Cristiana Muscardini, Benedetto della Vedova e Gian Paolo Landi di Chiavenna. |
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Atenei, no a baroni e prof. assenteisti. Arriva la riforma |
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lunedì 31 maggio 2010 |
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Da “Il Mattino” del 31.5.2010. pag. 6 «Questo è il primo provvedimento organico che riforma l'intero sistema universitario - lo dichiara il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini nella relazione al disegno di legge sull'università - Il ddl afferma il principio che l'autonomia delle università deve essere coniugata con una forte responsabilità: finanziaria, scientifica e didattica. Se saranno gestite male riceveranno meno finanziamenti». È iniziato il conto alla rovescia. La riforma degli atenei andrà in aula in Senato il 15 giugno: il sì della maggioranza è scontato, l'opposizione darà battaglia. Ma vediamo che cos'altro prevede il provvedimento: i docenti avranno l'obbligo di certificare la loro presenza a lezione, per evitare che si riproponga senza soluzione il problema delle assenze dei professori. Inoltre; per la prima volta, viene stabilito un riferimento uniforme per l'impegno dei professori a tempo pieno per il complesso delle attività didattiche che non dovranno essere meno di 350 ore, compreso il servizio agli studenti. Un tema controverso, questo del lavoro certificato. «Vero - spiega Giuseppe Valditara, relatore della legge in Senato - ma ora il testo funziona perché se è giusto documentare la didattica, non è possibile quantificare in ore la ricerca- Perciò abbiamo cancellato l'obbligo delle 1.500 ore per studio e ricerca, che devono essere valutati sulla base dei risultati ottenuti». Ma come certificheranno i prof. le ore in aula? Rispunta l'ipotesi di badge e tornelli? «Dovranno pensarci gli atenei, forse utilizzando dei registri», risponde il senatore Valditara. Dunque, più, controlli, trasparenza, un massimo di otto anni per il mandato dei rettori, un codice etico per evitare i conflitti di interesse legati a «parentele» e criteri meritocratici. Inoltre la governance dovrà garantire più trasparenza nelle assunzioni e nell'amministrazione. Tutto per combattere la piaga del nepotismo (…). |
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Atenei, si avvicina la riforma: meno facoltà, fondi al merito |
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lunedì 31 maggio 2010 |
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Da “Il Messaggero” del 31.5.2010, pag. 6 Università, la riforma si avvicina. Il 15 giugno il ddl andrà in aula al Senato. «Questo è il primo provvedimento - spiega il ministro dell'Istruzione Gelmini - che riforma l'intero sistema un universitario». Si prevedono meno facoltà, più finanziamenti alla qualità della ricerca e i docenti avranno l'obbligo di certificare la loro presenza a lezione. Sarà varato un codice etico per le assunzioni evitando, così, le possibilità di nepotismo. I rettori non potranno restare in carica più di 8 anni. Il relatore Valditara: «Abbiamo rafforzato il senato accademico, bastano tre quarti dei componenti per sfiduciare un rettore che non lavora bene». «Questo è il primo provvedimento organico che riforma l'intero sistema universitario - lo dichiara il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini nella relazione al disegno .di legge sull'università - Il ddl afferma il principio che l'autonomia delle università deve essere coniugata con una forte responsabilità: finanziaria, scientifica e didattica. Se saranno gestite male riceveranno meno finanziamenti». E' iniziato il conto alla rovescia. La riforma degli atenei andrà in aula in Senato il 15 giugno: il sì della maggioranza è scontato, l'opposizione darà battaglia. Ma vediamo che cos'altro prevede il l'impegno dei professori a tempo pieno per il complesso delle attività didattiche che non dovranno essere meno di 350 ore, compreso il servizio agli studenti. Un tema controverso, questo del lavoro certificato. «Vero - spiega, Giuseppe Valditara, relatore della legge in Senato - ma ora il testo funziona perché se è giusto documentare la didattica, non è possibile quantificare in ore la ricerca. Perciò abbiamo cancellato l'obbligo delle 1.500 ore per studio e ricerca, che devono essere valutati sulla base dei risultati ottenuti». Ma come certificheranno i prof. le ore in aula? Rispunta l'ipotesi di badge e tornelli? «Dovranno pensarci gli atenei, forse utilizzando dei registri», risponde il senatore Valditara. Dunque, più controlli, trasparenza, un massimo di otto anni per il mandato dei rettori, un codice etico per evitare i conflitti di interesse legati a "parentele" e criteri meritocratici. Inoltre la governance dovrà garantire più trasparenza nelle assunzioni e nell'amministrazione. Tutto per combattere la piaga del nepotismo. «Mi auguro che questa. riforma non sia stravolta né dalla maggioranza, né dall'opposizione, ma che sia confermata, è un'occasione unica per dare una svolta al sistema e metterci al passo con il resto d'Europa», è l'appello del ministro Gelmini. «Tutto ciò che porta cambiamento giova al sistema, dalla riduzione dei corsi agli interventi sulla governance, agli esterni nel Cda», Franco Cuccurullo rettore di Chieti e presidente del Comitato di valutazione della ricerca dà giudizi positivi. «Sì, ma non basta, questa è ancora una riformina - sostiene l'economista Giacomo Vaciago - perché non risolve alcuni problemi principali: continuiamo a fare finta che le università siano tutte uguali, mentre Sarkozy in Francia ne ha selezionate dieci di serie "A" e la Merkel in Germania 16. A queste, che sono state fatte a numero chiuso, danno una barca di soldi, le altre sono mediocri». Un altro analista, Roger Abravanel, autore del best seller "Meritocrazia", è soddisfatto per «il fondo sul merito, l'ho proposto ed è stato accolto», dice. Ma è critico su un altro punto: "Nel Cda gli esterni sono ancora una minoranza, se il consiglio di amministrazione è ancora dominato dai professori, che sono il corpo elettorale, carriere e retribuzioni non saranno trasparenti". Per il relatore Valditara i poteri sono bilanciati. La riforma prevede anche un drastico taglio delle facoltà. «Non potranno essere più di 12 per ciascun ateneo. Noi ci siamo già adeguati, l'ho messo nel nuovo Statuto. Una perdita? No, una razionalizzazione», afferma il rettore della Sapienza, Luigi Frati. E' d'accordo con Frati Andrea Lenzi, presidente del Consiglio universitario nazionale: «Per i nuovi che si dimostrano bravi c'è il posto da associato e a quelli da anni in servizio che gli diciamo? Vanno valutati per passare a un grado superiore». «Finora il ddl non dà una soluzione vera» incalza Marco Merafina, portavoce del Coordinamento dei ricercatori universitari. |
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Rigore sì, ma riformare la PA urge meritocrazia |
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venerdì 28 maggio 2010 |
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Da www.generazioneitalia.it del 28.5.2010 di GIUSEPPE VALDITARA La manovra messa a punto dal Governo ha indubbiamente il merito di affrontare il tema degli sprechi in modo più coraggioso di quanto non si sia fatto in passato. Era ora! Ogni sforzo in questa direzione va convintamente sostenuto. Un particolare compiacimento vi è per esempio nel taglio, ancorchè simbolico di una decina di province, da tempo chiesto dalla componente finiana, e che dovrebbe portare ad un risparmio di 650 milioni di euro. Sarebbe senz'altro un errore se questa misura dovesse essere ora ritirata. Vi è tuttavia qualche punto che mi lascia perplesso. Intanto un conto è la lotta ai falsi invalidi, che è sacrosanta, un altro togliere l'assegno a chi è invalido al 70%. Vi è un principio fondamentale di solidarietà sociale che deve continuare a caratterizzare il nostro sistema. Vi sono tuttavia altri aspetti su cui auspico una riflessione più approfondita nel passaggio parlamentare. Il primo è il blocco dei contratti del pubblico impiego. Una misura di questo tipo si giustifica soltanto sotto due condizioni: che la nostra situazione sia a livello della Grecia o del Portogallo, vale a dire che si stia per avviare nei nostri confronti una procedura fallimentare ovvero che negli ultimi anni i contratti del pubblico impiego siano cresciuti più della media europea, secondo dinamiche ingiustificate e fuori controllo. Ora proprio il ministro Renato Brunetta, intervenendo sul Corriere del 25 maggio, chiarisce i seguenti punti, citando dati Istat: nonostante una inflazione superiore a quella dell'area dell'euro (2,3% contro il 2%) negli ultimi 10 anni il costo dei dipendenti pubblici "ha presentato un aumento molto più contenuto non solo dei Paesi a economia più debole", ma anche di Paesi virtuosi. A fronte rispettivamente di un +110.8% dell'Irlanda e a un +% 109,1% della Grecia, o ad un +49,5% del Lusssemburgo o a un +41,7% della Finlandia, in Italia vi sarebbe stato un aumento pari al 37,8%. Al netto dell'inflazione, l'aumento dei costi del pubblico impiego sarebbe addirittura "inferiore alla media dell'area euro". Sempre il ministro Brunetta ricorda come il costo dei rinnovi contrattuali sia progressivamente sceso dal 3,8% del biennio 2004/2005 al 2,4% del biennio 2008/2009 sul cui tasso di crescita peserebbero peraltro, per l'1,8%, i contratti riferiti al biennio 2006/2007. Per il 2009 la spesa per il lavoro pubblico sarebbe "cresciuta soltanto dell'1,0% nominale", facendo così concludere al ministro della Funzione Pubblica che il costo del pubblico impiego "è, in Italia, ormai del tutto sotto controllo". Renato Brunetta aggiunge che la "nostra situazione non può essere in alcun modo paragonata" a quella di Paesi come l'Irlanda, la Grecia, la Spagna o il Portogallo. Alla luce di queste affermazioni, se appare condivisibile mantenere gli aumenti contrattuali entro parametri in linea con l'esigenza di rigore, risulta ingiustificato e iniquo bloccare per quattro anni qualsiasi aumento. Sarebbe più opportuno sostituire questo taglio di spesa con alcune riforme strutturali della pa che riducano, per esempio, in modo ben più drastico il numero degli enti locali o che taglino le spese per acquisti della pubblica amministrazione, aumentate, quelle sì, a dismisura negli ultimi 5 anni o che avviino finalmente una riforma dell'età pensionabile che ci equipari all'Europa. Oltretutto sono questi i tagli strutturali richiesti dai mercati. In prospettiva sarebbe anche opportuno rivedere le retribuzioni dei pubblici dipendenti alla luce di criteri meritocratici: nel pubblico c'è chi prende troppo in relazione a ciò che non fa o non vale e chi prende troppo poco in relazione a ciò che fa e a ciò che vale per la collettività. Iniquo appare poi il taglio delle retribuzioni dei dipendenti pubblici che superino i 90.000 euro lordi. Per i lavoratori dipendenti della Pa si tratta di una sorta di tassa occulta che immotivatamente riduce lo stipendio introducendo fra l'altro sgradevoli discriminazioni fra pubblico e privato. Non si capisce, per esempio, perchè un medico ospedaliero in condizioni di intra moenia debba vedersi decurtato uno stipendio, su cui fra l'altro già paga integralmente le tasse, mentre un "barone" che lavora in una clinica privata non sia soggeto ad alcun "contributo di solidarietà". Considerata la evidente incostituzionalità della misura, sarebbe oltretutto consigliabile evitare un contenzioso destinato a rendere quanto meno incerta una parte delle entrate della manovra. |
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In Senato nessuna retromarcia sulla riforma delle università |
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lunedì 24 maggio 2010 |
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Da “Il Corriere della Sera” del 24.5.2010, pag. 19 Lettera al Direttore di GIUSEPPE VALDITARA L'articolo sul Corriere della Sera di ieri dal titolo «Università, freno nella riforma alla mossa contro i baroni» dà una immagine capovolta di quanto sta succedendo al disegno di legge del governo per la riforma dell'università. Il testo approvato dalla commissione cultura del Senato dopo un attento lavoro spesso condiviso con l'opposizione non solo non stravolge, ma anzi rafforza nettamente l'impianto riformista del disegno. Molti temevano cedimenti e retromarce: al contrario, dove il testo è cambiato è perché ci si è spinti più avanti sulla strada delle riforme, come aveva auspicato lo stesso ministro Mariastella Gelmini. Proprio i punti sollevati nell'articolo lo dimostrano. I poteri del direttore generale sono stati rafforzati ed è stato chiarito che egli opererà, come accade per qualsiasi dg, sulla base degli indirizzi forniti dal consiglio di amministrazione, anziché limitarsi ad eseguire gli ordini del rettore o del senato. I membri esterni al cda sono «almeno» tre (quindi, per chi vuole, anche molti di più), ma tra di essi non possono più essere computati i rappresentanti degli studenti, che sono per legge almeno due: quindi almeno cinque consiglieri su undici saranno esterni. Quelli interni, tra l'altro, non saranno scelti su base elettiva, ma dovranno caratterizzarsi per «comprovata competenza gestionale ovvero esperienza professionale di alto livello». Quanto ai mandati dei rettori, sono state respinte tutte le manovre per consentire, a chi ha già fatto almeno due mandati, di poterne fare altri. Mi sembra pertanto del tutto improprio concludere, come fa il titolo dell'articolo, che il passaggio in commissione ha favorito i «baroni». Il ddl nel suo complesso disegna invero per la prima volta una «governance» capace di rendere competitivo il nostro sistema: si distinguono in modo netto le competenze di cda e senato, attribuendo al cda in via esclusiva l'approvazione del piano triennale di sviluppo, l'apertura o la soppressione di corsi e di sedi, l'ultima parola sull'assunzione del personale. Si riforma radicalmente il reclutamento dei docenti, si introduce un sistema di valutazione degli atenei, si danno gli scatti stipendiali solo a chi abbia raggiunto risultati di qualità, si prevede il commissariamento delle università in dissesto e l'accreditamento di quelle meritevoli, premessa per il superamento del vincolo del valore legale della laurea. Quanto al fondo per il merito degli studenti esso distingue chiaramente tra premi aperti a tutti e buoni di studio parametrati sul reddito, proprio per favorire l'esigenza di promozione sociale che Abravamel giustamente ricorda. Di fronte a queste ed altre importanti innovazioni invocare il modello Harvard, o altri modelli altrettanto lontani dalla storia e dalla realtà del nostro Paese significa solo sbarrare la strada alle riforme concrete e importanti che il ddl rende finalmente possibili e rischia dì farci rimanere fermi alle tante «Eboli» del sistema italiano. Che detto in altri termini: «chi troppo vuole rischia di nulla stringere». |
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Università, freno nella riforma alla mossa contro i “baroni” |
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domenica 23 maggio 2010 |
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Da “Il Corriere della Sera” del 23.5.2010, pag. 27 L'idea originaria, quando si era ancora nella fase di studio, era quella di un consiglio d'amministrazione completamente esterno. Nemmeno un rappresentante dell'università ma componenti indicati solo dagli imprenditori, dai sindacati, dagli enti locali. Una rivoluzione per limitare il potere dei baroni ed aprire gli atenei al mondo del lavoro. Il rischio, però, era quello di creare delle piccole Asl, lottizzate ed immobili. E allora niente, così la riforma delle università non poteva andare. Nella prima bozza fatta circolare tra gli esperti il cda doveva essere esterno al 60%, un po' meno ma comunque la maggioranza. Sempre troppo. Quando il testo è arrivato in Parlamento eravamo scesi al 40%. E adesso che il disegno di legge ha tagliato il suo primo traguardo, il via libera della commissione Cultura al Senato, si parla solo di tre esterni su undici. L’inevitabile lavoro di limatura che vive ogni riforma oppure una graduale marcia indietro? «Rispetto al testo entrato in Parlamento la differenza non è così grande» dice Giuseppe Valditara, senatore del Pdl che per la maggioranza ha seguito passo passo la riforma. «Nel 40% arrivato in Senato erano compresi anche i rappresentanti degli studenti. Semmai adesso c'è una formulazione più chiara». Rispetto alle battagliere intenzioni iniziali, però, la differenza è parecchia. E non è l'unica. Per il direttore generale si era ipotizzato un ruolo capace di incidere non solo sull'amministrazione, sulle spese per il funzionamento della struttura. E invece alla fine il direttore generale è poco più che un direttore amministrativo che segue le direttive del consiglio d'amministrazione. come del resto succede in molte società. Anche per i rettori le intenzioni erano bellicose. Arriva il tetto dei due mandati che dovrebbe evitare casi limite come quello dell'Università del Molise, dove Giovanni Cannata è stato eletto Magnifico per la sesta volta, e resterà ancora su quella poltrona che occupa dal 1995. Ma non è passata l'idea di far scegliere il rettore direttamente al cda, proposta che proprio il senatore Valditara ripresenterà al Senato in Aula, «ma solo per gli atenei virtuosi». Al momento, però, la riforma dice che il Magnifico viene eletto sostanzialmente dai professori. Un tentativo per non andare al muro contro muro, vista la mobilitazione di questi giorni nelle facoltà? «In effetti - dice Enrico Decleva, presidente della Conferenza dei rettori, ed alla guida della Statale di Milano - il testo è stato migliorato su alcuni punti, compreso quello sul peso della componente esterna nel cda. Ma ci sono ancora molti passaggi che non ci convincono, la strada da fare è ancora lunga». Le limature, invece, non hanno fatto cambiare idea al Pd, che in commissione ha votato contro il ddl: «Questa non è una riforma - dice Giuseppe Fioroni, ministro dell'Istruzione nell'ultimo governo Prodi - ma un modo per fare la lista delle risorse da tagliare. Con la riduzione dei fondi prevista e confermata dal governo Berlusconi, il 50% degli atenei non vive più, il 25% è in asfissia e il 25% si limita a sopravvivere. Spero solo in un sussulto d'orgoglio della Gelmini». |
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Con la riforma atenei competitivi |
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venerdì 21 maggio 2010 |
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Da “Il Sole 24 Ore” del 21.5.2010, pag. 16 di GIUSEPPE VALDITARA La riforma dell'università approvata in commissione al Senato presenta importanti modifiche rispetto al progetto governativo, pur rispettandone lo spirito originario. È bene sottolineare le linee portanti del disegno di legge anche alla luce degli emendamenti approvati durante un dibattito parlamentare ricco di stimoli. L'aspetto più innovativo del testo è quello di disegnare un assetto di governo degli atenei che finalmente distingue in modo netto le competenze dei rispettivi organi, favorendo responsabilizzazione delle scelte, minore autoreferenzialità e più rapidità nelle decisioni. Il tutto s'inserisce in un quadro che fa della valutazione delle singole università il pilastro del nuovo sistema. Oggi cda e senato accademico svolgono funzioni che si sovrappongono, non incidono su alcuni temi decisivi della vita universitaria e rischiano di essere condizionati da istanze corporative. La riforma attribuisce invece al cda importanti compiti in via esclusiva: l'approvazione del piano triennale di sviluppo, la decisione d'istituire nuove sedi o nuovi corsi, l’ultima parola sull'assunzione del personale docente. Nel testo governativo mancava un altro aspetto importante: la responsabilità dei provvedimenti disciplinari, fino al licenziamento, che fino ad oggi competeva a un organo nazionale di rappresentanza elettiva delle categorie, il Cun. Un emendamento approvato in commissione attribuisce al cda la competenza su tutti i provvedimenti disciplinari. Il cda sarà composto per circa la metà da soggetti esterni ai ruoli dell'università. Tutti i membri del cda, a parte la rappresentanza studentesca, dovrebbero caratterizzarsi per particolare competenza ed esperienza. Il rettore sarà invece eletto da tutta l'accademia per rappresentare l'unità della istituzione. Davanti a questo spostamento di competenze in capo al cda, e al rettore, che ne ispira la linea, al senato devono spettare funzioni di stimolo e di controllo, che sono state meglio precisate e rafforzate rispetto a quanto previsto dal testo governativo. È stata fra l'altro introdotta in commissione la possibilità di proporre la sfiducia del rettore, con maggioranza di almeno i 3/4 dei componenti il senato accademico. Si è anche garantito un collegamento fra i dipartimenti e il senato accademico per assicurare un più funzionale ascolto delle istanze didattiche e di ricerca. Un altro passaggio importante del disegno di legge riguarda lo stato giuridico del personale docente. Riprendendo un emendamento introdotto al Senato nella legge 1/2009, gli scatti stipendiali saranno commisurati ai risultati raggiunti. Un emendamento parlamentare va oltre questa misura e istituisce un fondo per la premialità, al fine di rendere possibili contratti integrativi con cui retribuire maggiormente chi si distingua nella didattica o nella ricerca. Nel testo del Ddl vi era l'obbligo di un certo numero di ore di ricerca e di studio, le famose 1.500 ore complessive. Negli emendamenti approvati in Senato si rende possibile aumentare l'obbligo didattico (da 300 ore l'anno ad "almeno" 350 ore l'anno), si prevede l'obbligatorietà della certificazione dell'effettivo svolgimento delle ore di didattica, si ritiene invece che la ricerca debba essere valutata sui risultati, non in base al numero di ore dedicate. Cambia radicalmente il meccanismo attuale di reclutamento. Ci sarà un'abilitazione nazionale e poi un reclutamento locale con valutazione comparativa. Le procedure previste nel Ddl erano eccessivamente burocratiche e prescrittive: sono state semplificate radicalmente valorizzando l'autonomia delle singole università. Infine il Ddl governativo rende definitiva una norma già contenuta nella riforma Moratti: i ricercatori d'ora in poi saranno solo a contratto. Occorreva peraltro garantire agli attuali ricercatori a tempo indeterminato, che abbiano conseguito l'idoneità ad associato, le stesse opportunità d'assunzione in servizio che la legge riservava invece ai soli futuri ricercatori a contratto. Ciò è stato fatto con un apposito emendamento che estende anche a loro la chiamata diretta. Ovviamente, per dare concrete opportunità d'assunzione ai giovani, è indispensabile che non venga prorogata la norma che limita, fino al 31 dicembre 2011, l'utilizzo dei fondi derivanti dal turn over. Il Ddl predispone un quadro normativo organico che dovrebbe favorire il rilancio del nostro sistema universitario. Probabilmente si potrebbe aggiungere un comma ulteriore che consenta di sperimentare non solo forme di governance innovative, ma anche più flessibili modelli d'organizzazione del lavoro del personale docente, consentendo per esempio la modifica dell'impegno didattico in relazione all'assunzione di particolari compiti di ricerca. Una volta approvata la riforma, il governo dovrà tuttavia tener fede alla promessa di più adeguate risorse: la difficoltà del momento non può penalizzare un settore strategico per il futuro del paese. |
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Università, primo sì alla riforma. I ricercatori scendono in piazza |
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giovedì 20 maggio 2010 |
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Da “ Il Corriere della Sera” del 20.5.2010, pag. 24 La riforma dell'università del ministro Gelmini ottiene il via libera dalla commissione Istruzione al Senato. Norme più trasparenti per il reclutamento di professori, mandati a tempo per i rettori (massimo 8 anni), premi per i docenti migliori, contratti a termine per i ricercatori (non esisteranno più i ricercatori a vita). Dodici i voti a favore: Pdl, Lega, Gruppo delle autonomie. Nove quelli contrari, tutti del Pd. L’Italia dei Valori non ha partecipato al voto. Il ddl muove i primi passi tra le proteste. Nelle ultime fasi della votazione alcune centinaia di ricercatori, docenti e studenti venuti da molte università italiane hanno manifestato proprio davanti a Palazzo Madama per chiedere il ritiro della legge. «Le riforme non si possono fare senza le risorse»: è questo il messaggio che una parte del mondo universitario lancia al governo e al Paese. Senza risparmiare pesanti critiche all'opposizione, accusata di non aver fatto abbastanza per contrastare la riforma. Il clima resta teso. Per il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini c'è una «minoranza che paralizza gli atenei: gli studenti che protestano contro la riforma dell'università sono strumentalizzati da chi vuole mantenere lo status quo». L'opposizione cerca di recuperare la fiducia di sindacati e associazioni professionali. «Puntiamo a frenare questo provvedimento fino al ritiro o almeno ad apportare grandi cambiamenti fra Senato e Camera», hanno detto i senatori del Pd Vincenzo Vita, vicepresidente della commissione, e Maria Pia Garavaglia, aggrediti verbalmente da alcuni manifestanti. Tra i punti critici i tagli e il destino dei ricercatori. Per il ministro la riforma «consente ai ricercatori di poter ottenere due contratti triennali al termine di ciascuno dei quali ci sarà una valutazione e poi la possibilità di accedere all'abilitazione nazionale, quindi entrare di ruolo con una progressione di carriera o con uno scatto stipendiale nell'università; o ancora di lavorare all'interno della pubblica amministrazione o anche nelle aziende private». Ma per gli studenti venuti da molti atenei ciò non è affatto vero. Sui nuovi assunti con contratti a termine graverebbe infatti l'incertezza della conferma - anche in caso di valutazione positiva - per la mancanza di fondi. Più che sui singoli provvedimenti (in alcuni casi maggioranza e opposizione hanno lavorato insieme), sono soprattutto le prospettive economiche (continuerà il blocco del turn over? E i tagli?) a preoccupare il mondo accademico. Il testo, che ha subito numerose modifiche in commissione, soprattutto ad opera del relatore Giuseppe Valditara ora andrà in aula. Dovrebbe essere calendarizzato entro 1'8 giugno. «Siamo soddisfatti perché il Parlamento ha potuto svolgere un ruolo decisivo - ha dichiarato il relatore - per migliorare il testo». Salta l'obbligo di cumulare 1.500 ore annue tra didattica e ricerca: la ricerca non dovrà essere certificata. I Cda non dovranno più avere obbligatoriamente il 40 per cento di membri esterni. I rettori inadeguati potranno incorrere in una mozione di sfiducia da parte del Senato Accademico (maggioranza di 3/4). Scatta la valutazione di docenti e ricercatori. Ogni tre anni il personale dovrà presentare una relazione sul proprio operato e se la valutazione sarà negativa salteranno gli scatti di stipendio. I soldi risparmiati serviranno a premiare i docenti migliori. I provvedimenti disciplinari a carico del personale verranno decisi dai singoli atenei, attraverso un collegio di disciplina. |
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giovedì 20 maggio 2010 |
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Da “Il Sole 24 Ore” del 20.5.2010, pag. 36 Chiamate dirette nei nuovi ruoli docenti anche per gli attuali ricercatori a tempo indeterminato, possibilità di assegni più generosi per i ricercatori a contratto, revisione dell'impegno minimo dei professori in didattica e ricerca ma niente da fare, almeno per ora, per le deroghe da riservare agli atenei più virtuosi. La commissione cultura del Senato ha chiuso ieri i lavori sul disegno di legge Gelmini che riscrive l'organizzazione delle università e il lavoro di ricercatori e professori. Il testo approderà all'aula di Palazzo Madama 1'8 giugno. Tra le modifiche più importanti approvate dalle commissioni ci sono le nuove regole per i circa 26mila ricercatori a tempo indeterminato, un ruolo che non sarà più previsto nell'università riformata. La commissione ha aperto anche a loro la «tenure track» prevista dal provvedimento originale per i soli ricercatori a termine, cioè la possibilità di coinvolgerli per chiamata diretta nei ruoli di associato una volta ottenuta l'abilitazione nazionale per quel tipo di cattedra. La novità sana un'asimmetria contenuta nella prima versione del disegno di legge, che offriva un futuro ai nuovi ricercatori a termine (con un massimo di due contratti triennali), ma non prevedeva alcuna via dedicata agli attuali ricercatori di ruolo. La novità non attenua naturalmente le proteste dei ricercatori, che in questi giorni stanno tenendo manifestazioni e sit-in nelle università per lamentare il blocco del turn over e la stretta ai finanziamenti, chiedendo che la riforma sia «associata a un piano pluriennale di crescita degli investimenti nel settore universitario». «La riforma - ha ribattuto il ministro dell'Università, Mariastella Gelmini - non contiene alcun tipo di taglio e ribadisce l'impegno per avere le risorse e per una spesa più efficiente». Gli emendamenti approvati in commissione introducono anche i nuovi limiti minimi di impegno per i docenti, che misurano il tempo dedicato alla didattica (350 ore per i docenti a tempo pieno e 250 per quelli a tempo definito), mentre legano la ricerca alla valutazione dei risultati e non a una misurazione "fisica" del tempo dedicato. Tramonta, poi, l'esclusiva del Consiglio universitario nazionale sulle sanzioni disciplinari per i docenti: il testo corretto in commissione attribuisce questi poteri a un collegio di disciplina composto da docenti di ruolo, che ogni ateneo dovrà istituire al proprio interno. In aula i senatori riprenderanno in mano anche alcuni dossier "caduti" in commissione. Primo fra tutti la possibilità di regole ad hoc per gli atenei che vantino risultati di eccellenza, certificati, nella didattica e nella ricerca. Per loro il relatore Giuseppe Valditara (Pdl) aveva previsto una disciplina più flessibile, che consentisse di nominare il rettore anziché eleggerlo e di prevedere contingenti di docenti impegnati solo nella ricerca, e quindi svincolati dai limiti minimi di impegni della didattica previsti dalle nuove regole sullo stato giuridico dei docenti. La proposta è stata bloccata per inammissibilità dal presidente della commissione, Guitta Possa ((Pdl), dal momento che imponeva di ritoccare altri articoli già votati (anche se lo stesso trattamento non è stato riservato ad altri emendamenti con lo stesso problema), ma sarà riproposta in aula. «C'è l'accordo anche del ministro - spiega Valditara - e spero che si possa approvare anche questo importante elemento di novità per l'organizzazione degli atenei migliori». |
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Atenei occupati dal Nord al Sud. La Gelmini: studenti con me |
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mercoledì 19 maggio 2010 |
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Da “Il Corriere della Sera” del 19.5.2010, pag. 25 Occupazioni simboliche dei rettorati, assemblee, sit-in e la minaccia, a ottobre, di uno sciopero bianco dei ricercatori in grado di bloccare l'attività didattica. La protesta contro la riforma Gelmini (oggi il ddl Università potrebbe essere approvato in commissione al Senato) e i tagli (nel prossimo anno accademico oltre un miliardo di euro) dilaga negli atenei: Torino, Ancona, Pavia, Urbino, Lecce, Cosenza, Palermo, Padova, Roma, Napoli, Milano, Catania, Modena, Reggio Emilia, Potenza, Trieste, Messina. Stamani rappresentanze di ricercatori, docenti, amministrativi e studenti si ritroveranno davanti a Palazzo Madama. La manifestazione contro il ddl Gelmini sarà trasmessa in diretta dalla rete della radio universitaria Ustation.it. «Mentre in Parlamento si discute - dice il segretario della Flc Cgil Mimmo Pantaleo - il malato muore. Tanti atenei nei prossimi mesi rischiano il collasso». Fine dei discussi concorsi locali, abilitazione scientifica nazionale per diventare professori, reclutamento e progressioni di carriera del personale solo in base al merito: la riforma divide il mondo accademico. Per alcune organizzazioni e associazioni sindacali, tra cui Flc Cgil, Cipur, Confsal, Andu e Adi, la legge - anche per la mancanza di investimenti - non garantisce il rilancio dell'università pubblica e va respinto. Il provvedimento, grazie ad un clima bipartisan in commissione, tuttavia è andato avanti. E il ministro Gelmini oggi risponde alla mobilitazione contro la sua riforma ricordando il risultato delle recenti elezioni studentesche: nel Consiglio nazionale 18 dei 30 seggi saranno occupati da rappresentanti del centrodestra. I rettori, che non condividono completamente la riforma, ieri hanno incontrato studenti e ricercatori - è successo a Cagliari, Torino e a Bologna - senza però abbracciare la protesta. Ivano Dionigi, rettore dell'«Alma Mater» non ha firmato il documento delle associazioni sindacali. Al centro della mobilitazione, oltre ai tagli, il destino dei ricercatori. Il ddl elimina i contratti a tempo indeterminato e istituisce i ricercatori a termine: solo 6 anni dopo i quali, se non si supera la selezione abilitante, si deve lasciare l'università. «Il Coordinamento nazionale ricercatori universitari (Cnru) - spiega il portavoce Marco Merafina - ha elaborato una proposta a costo zero per far diventare oggi professori migliaia di ricercatori che inse gnano da anni negli atenei». Ma le proposte del Cnru sono giudicate da una parte del mondo accademico come una sorta di sanatoria. «Quello che si poteva fare per migliorare il testo è stato fatto - afferma il senatore Giuseppe Valditara, relatore della legge -. Abbiamo eliminato una discriminazione contenuta nel testo iniziale per cui la chiamata diretta era riservata esclusivamente ai ricercatori a contratto. Sulla base dell'emendamento la chiamata diretta, previa abilitazione nazionale a professore associato - continua Valditara - sarà possibile anche per ricercatori a tempo indeterminato. Il compito di una maggioranza di un governo responsabile è di offrire un'opportunità ai giovani studiosi e non posti a chiunque». |
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