venerdì 30 luglio 2010
 
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Rassegna stampa
E il senatore finiano punta sulla legalità PDF Stampa E-mail
giovedì 06 maggio 2010

Da “La Discussione” del 6.5.2010, pag. 5

 

 

Nel giorno in cui si viene a sa­pere che il disegno di legge anti-corruzione, approvato dal Consiglio dei ministri a marzo, comincerà il suo iter al Senato, fra i finiani cresce il malcontento. Fra i fedelissimi del presidente della Camera ce n'era stato, infatti, più d'uno a volere che quel provvedimento, orientato ad isolare le "mele marce" allontanandole dal­la Cosa pubblica, viaggiasse a Montecitorio di pari passo con il testo sulle intercettazioni, all'esa­me della commissione Giustizia del Senato. Giuseppe Valditara, uno dei quattordici senatori vici­ni a Gianfranco Fini, preferisce non commentare l'approdo del ddl a Palazzo Madama. Ma, al te­lefono con la Discussione, riven­dica «la lealtà al governo» e sotto­linea con forza la necessità che «si recuperi un senso di legalità dif­fusa».

 

Legalità. Una parola chiave?

 

“Guardi, per me il governo sta fa­cendo un'ottima azione, ma il problema generale è che dobbia­mo dare al Paese e alla politica il segnale che è giunta l'ora di volta­re pagina”.

 

Il Pdl deve voltare pagina?

 

“La politica deve voltare pagina, perché il Paese lo richiede. Ripor­to ciò che detto Fini: occorre ricondurre al centro la legalità, il ri­spetto delle regole ed il dialogo fra le Istituzioni. E’ un messaggio forte, questo, in un momento economicamente difficile in cui la gente ha bisogno di sapere che il governo potrà sostenerla. E ag­giungo che alcuni aspetti del no­stro programma elettorale do­vranno essere rivisti”.

 

Quali?

 

“Oltre che sulla legalità, io punto sulla certezza della pena, che fa parte delle linee guida che abbiamo presentato agli elettori che ci hanno votati. E’ un atto dovuto ai tanti italiani che hanno timore, soprattutto nel Mezzogiorno, do­ve c'è una criminalità diffusa. Il segnale chiaro che va mandato è: se si commette un reato, in galera ci si va. E ci si rimane”.

 

E poi?

 

“Va affrontato alle radici anche il problema del debito pubblico, in considerazione della congiuntura economica negativa. Non possia­mo aspettare che entri in vigore il federalismo fiscale. Che pure è sacrosanto”.

 

I finiani continuano a ripetere che la loro lealtà nei confronti della maggioranza è intatta, anche se il dissenso è stato ufficializzato.

 

“E’ così. Il governo deve durare tre anni, per realizzare riforme im­portanti per lo sviluppo del Pae­se. Sbaglia chi pensa che voglia­mo mettere in crisi l'esecutivo”.

 
AGENZIE PDF Stampa E-mail
martedì 04 maggio 2010

UNIVERSITA'. RIFORMA, SENATO ACCADEMICO POTRÀ SFIDUCIARE RETTORE
 
 

(DIRE) Roma, 27 apr. - Rettori sotto controllo: i capi di ateneo inadeguati, in futuro, potranno incorrere in una mozione di sfiducia da parte del Senato Accademico. Chi lavora male potra' essere messo da parte, dunque. Ma ai senatori accademici servira' comunque una maggioranza qualificata (3/4 dei membri) per poter proporre la mozione al corpo elettorale. È quanto prevede un emendamento al ddl di riforma dell'Universita' approvato oggi in commissione Istruzione al Senato, dove proseguono i lavori sul testo Gelmini.
La parte che riguarda la governance delle universita' ha gia' subito diverse modifiche. Quelle di maggior sostanza portano la firma del senatore Giuseppe Valditara, Pdl, relatore del provvedimento, che oggi e' riuscito ad incassare il si' sia sulle nuove funzioni del Senato Accademico che del Consiglio di amministrazione. "Ora i rettori potranno essere sfiduciati- commenta il senatore ex An- cosi' ci sara' un maggiore bilanciamento di poteri dentro gli atenei".
(Ami/ Dire)

 

UNIVERSITA'. IN RIFORMA ARRIVA FONDO D'ATENEO PER PROF MERITEVOLI
SALTANO 'TORNELLI', SI CERTIFICA DIDATTICA NON LA RICERCA.
 

(DIRE) Roma, 4 mag. - Un fondo per premiare i docenti meritevoli, quelli che si impegano di piu' nella loro attivita' di didattica e ricerca. È una delle novita' introdotte nella riforma dell'Universita' al vaglio del Senato. Oggi in commissione Istruzione e' passato un emendamento del relatore, Giuseppe Valditara, che mette mano allo stato giuridico di docenti e ricercatori, con tutta una serie di novita'. Saltano, ad esempio, i 'tornelli': non ci sara' piu' l'obbligo di certificare 1.500 ore di lavoro tra didattica e ricerca. Quest'ultima, infatti, secondo i senatori, era difficile da 'ingabbiare' in un sistema di conteggio a ore. Cosa piu' facile per la didattica: i prof dovranno dedicare a questa almeno 350 ore (non meno di 250 se il docente insegna in regime di tempo definito), piu' di quelle previste inizialmente dalla riforma Gelmini. Scatta, poi, la valutazione dell'operato di docenti e ricercatori: in caso di pagella negativa i 'bocciati' non potranno entrare negli organismi di valutazione. Ogni tre anni il personale dovra' presentare una relazione sul proprio operato, se la valutazione sara' negativa salteranno gli scatti di stipendio. I soldi risparmiati confluiranno, spiega l'emendamento Valditara, in un fondo di ateneo per la premialita' dei docenti migliori. Quanto ai provvedimenti disciplinari a carico del personale, viene istituito un collegio di disciplina che si occupera' di esaminare i casi sollevati dal rettore.

(Ami/ Dire)

 
Attesa bipartisan per i costi standard PDF Stampa E-mail
giovedì 29 aprile 2010

Da “Il Sole 24 Ore” del 29.4.2010, pag. 17

  

I costi standard saranno la pietra angolare del federalismo fiscale. Sia per quantificarci pos­sibili risparmi, sia per fugare (o avvalorare) i timori di una rifor­ma punitiva, per il Mezzogiorno. La conferma giunge al Sole 24 Ore da esponenti politici di di­verso "colore", accomunati pe­rò dall'aver seguito in prima per­sona il varo della legge delega.

Per conoscere le scelte del go­verno bisognerà aspettare l’au­tunno. Tuttavia tutte le stime cir­colate fin qui fanno l'equazione costi standard=risparmi. Più o meno ampi e più o meno distribuiti lungo tutto lo Stivale. A quei dati si rifà innanzitutto l’opposizione. Il vicepresidente del­la bicamerale di attuazione, Mar­co Causi (Pd), sottolinea che «la parte più importante della legge 42 sul federalismo non è quella tributaria o impositiva, che vie­ne enfatizzata dalla Lega, ma quella sulla spesa pubblica». Per­ché, precisa, «ricondurla a costi standard può generare risparmi dappertutto, anche al nord» (…).

Più concentrato sui costi complessivi è infine il senatore Giuseppe Valditara che ai tem­pi della devolution era presi­dente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Mada­ma. «Vorrei capire se almeno in una prima fase il federalismo costerà e quanto, anche per ca­pire se è compatibile con una fa­se in cui bisogna dare la precedenza alle riforme capaci di far­ci ripartire dopo la crisi».

 
Intercettazioni, un altro stop PDF Stampa E-mail
giovedì 29 aprile 2010

Da “La Stampa” del 29.4.2010, pag. 8

 

Mentre Fnsi e centrosinistra manifestano contro il ddl in­tercettazioni a due passi dal Senato, slittano alla prossima settimana le previste votazio­ni in commissione Giustizia, dove sta per planare anche il lodo Alfano riveduto e corret­to secondo i rilievi della Con­sulta, La nuova versione, pri­mi firmatari Gasparri e Qua­gliariello, prevede uno scudo giudiziario per il Capo dello Stato, il premier e i suoi mini­stri. Sarcastica Anna Finoc­chiaro: «La prima riforma che arriva in Parlamento do­po le dichiarazioni di Berlu­sconi è il lodo Alfano. Ne pren­diamo atto». Il lodo non è an­cora arrivato perché manche­rebbe l'accordo con la Lega? «Nella maggioranza c'è un gioco al rialzo, dopo il gesto di Fini ed il potere del Capo non è più monolitico», osserva la ca­pogruppo del Pd, secondo la quale «lo stesso scenario po­trebbe realizzarsi sulle inter­cettazioni».

Tutto può essere. A Porta a Porta però Fini ribadisce il suo sì al Lodo, e commenta positivamente le modifiche al ddl intercettazioni fatte al te­sto uscito dalla Camera, già giudicate «un buon compro­messo» dalla Bongiorno. I fi­niani del Senato sono silenti, anche se dalla Camera Fabio Granata si limita a un laconi­co «aspettiamo di vedere il te­sto», che non è ancora defini­tivo. Il relatore Centaro ha in­fatti ritirato l'articolo sulle registrazioni fraudolente» (il cosiddetto «emendamento D'Addario»), impegnandosi a riscriverlo. Ma solo per quanto riguarda il comma 2 sull'obbligo di comunicazione all'autorità giudiziaria di even­tuali notizie di reato, spiega Filippo Berselli, presidente della Commissione. Eppure diversi esponenti dello stesso Pdl criti­cano la pesantezza della san­zione che prevede fino a 4 anni di carcere.

«Troppe» secondo Valdita­ra (…).

 
Il Pdl ritira la norma sgradita a Gianfranco PDF Stampa E-mail
mercoledì 28 aprile 2010

Da “Libero” del 28.4.2010, pag. 9

 

Il primo segnale di tregua tra berlusconiani e finiani arriva da Palazzo Madama. Sulla legge sulle intercettazioni. Per le per­plessità di alcuni senatori vicini all'ex leader di An, infatti, il rela­tore Centaro ha deciso di accan­tonare l'emendamento sulle re­gistrazioni fraudolente, che pre­vedeva fino a quattro anni di car­cere «per chiunque, in modo fraudolento, effettua riprese o re­gistrazioni di comunicazioni o conversazioni a lui dirette o effet­tuate in sua presenza». Dubbi sul testo che avrebbe messo in seria difficoltà molti giornalisti - ma anche trasmissioni tipo Le Iene e Striscia la notizia - sono stati avanzati sia dall'opposizione che dai senatori finiani. «Quattro an­ni non si danno neppure per i reati più gravi, quindi vogliamo discutere e rivedere quella nor­ma», spiega Maurizio Saia «Forti perplessità sono state espresse anche da colleghi ex azzurri, per questo motivo è meglio accanto­nare l'emendamento», aggiunge Giuseppe Valditara (…).

 
Intercettazioni, stop al divieto di registrazione PDF Stampa E-mail
mercoledì 28 aprile 2010

Da “L’Avvenire” del 28.4.2010, pag. 9

 

La maggioranza ha deciso di accantonare l'emendamento sulle registrazioni fraudolente, che prevedeva pene fino a 4 anni. Alla vigilia dell'inizio - oggi in Commissione Giu­stizia del Senato - della votazione sugli emendamenti al ddl intercettazioni il re­latore Roberto Centaro ha fatto sapere di stare lavorando a un nuovo testo, che conta di presentare lunedi. La pausa di riflessione arriva dopo che i finiani, e ovviamente l'opposizione, avevano e­spresso dubbi sulla norma. Rimango­no inalterati gli altri nove emendamenti di Centaro e due del Governo. Dun­que, pur avendo assicurato di non vo­ler mettersi di traverso, la pattuglia dei senatori fedeli al presidente della Ca­mera Gianfranco Fini inizia a far valere le proprie obiezioni. Anche se nessuno di loro siede in Commissione Giustizia, eventuali proposte di modifica i finiani potranno, comunque, presentarle in aula. «Quattro anni non si danno neppu­re per i reati più gravi», il commento di Maurizio Saia, uno dei 14. La pena ri­guardava, secondo l'emendamento, «chiunque fraudolentemente effettua riprese o registrazioni di comunicazio­ni e conversazioni a lui dirette o co­munque effettuate in sua presenza». La discussione «riguarda molti senatori della maggioranza, non solo i finiani», aggiungeva Giuseppe Valditara (…).

 
Governance più flessibile nelle università migliori PDF Stampa E-mail
martedì 27 aprile 2010

Da “Il Sole 24 Ore” del 27.4.2010, pag. 33

 

Possibilità di designare il rettore anziché farlo eleggere dai professori ordinari, per evi­tare vertici che rispondano so­lo agli interessi dei docenti elettori, più flessibilità nella governance e nella gestione delle risorse umane, per attri­buire ai docenti compiti speci­fici in relazione alla strategia di ateneo; buste paga e incenti­vi che si adattano a queste scel­te e chiamate dirette più am­pie per mettere in campo una squadra tagliata su misura su­gli obiettivi.

Sono i contenuti delle rego­le exclusive della nuova go­vernance universitaria, da riservare agli atenei che posso­no vantare risultati di eccel­lenza; la commissione cultu­ra del senato, che sta esami­nando la riforma Gelmini, tornerà a discuterne da oggi, per far approdare il testo in aula a metà maggio.

Le prime ipotesi, spuntate in emendamenti parlamenta­ri, non hanno ottenuto un gros­so seguito (si veda «Il Sole 24 Ore» di ieri), ma ora l'idea ri­prende quota. L'iniziativa arri­va infatti direttamente dal rela­tore del provvedimento, Giu­seppe Valditara (Pdl), che ha deciso di raccogliere in un emendamento unico a sua fir­ma un pacchetto di deroghe da riservare alle università che «abbiano raggiunto risultati di particolare qualità, certi­ficati dall'agenzia nazionale di valutazione». Gli atenei e gli istituti universitari che riusciranno a ottenere dall'agenzia pagelle particolarmente bril­lanti, è il principio, potranno evitare di ingabbiarsi nell'or­ganizzazione pensata per le strutture «normali», ma po­tranno chiedere al ministero di seguire una strada diversa. Le correzioni organizzative, infatti, dovranno essere con­cordate, e il motore per farle partire sarà rappresentato da un accordo di programma tra ministero e ateneo, che potrà concentrarsi su svariati punti.

La prima deroga possibile ri­guarda la struttura degli «orga­ni di governo» prevista dall'ar­ticolo 2 del Ddl di riforma, che fissa i compiti di rettore, consi­glio di amministrazione (stra­tegie e sostenibilità economi­ca), senato accademico (indi­rizzi su didattica e ricerca), di­rettore generale (gestione di servizi e risorse), nuclei di va­lutazione e revisori dei conti. Le università «eccellenti», se l'ipotesi riuscirà a entrare nel testo della riforma, potranno darsi una diversa divisione dei compiti, ma potranno anche scegliere di evitare «l'elezio­ne del rettore con voto ponde­rato» che lo stesso articolo 2 impone come unica modalità per scegliere il vertice accade­mico. L'ipotesi Valditara non indica le modalità alternative all'elezione, ma è chiaro che gli accordi dovranno fissare parametri per limitare il cam­po dei designabili a chi ha solide esperienze di gestione a li­vello italiano e internazionale.

Le università migliori po­tranno introdurre regole alter­native anche per 1e buste paga, mantenendo naturalmente i «diritti garantiti» al personale dalla riforma, e costruire squa­dre dedicate solo alla ricerca o alla didattica, mentre lo status giuridico previsto dalla legge imporrà a chi insegna negli atenei ordinari almeno 350 ore di didattica (250 per i docenti a tempo definito).

 
Atenei, la governance a un bivio PDF Stampa E-mail
lunedì 26 aprile 2010

Da “Il Sole 24 Ore” del 26.4.2010, pag. 9

 

I primi passi della riforma dell'università non sono stati in­dolori. L'esame in commissione cultura al Senato, affronterà que­sta settimana i nodi decisivi, a par­tire dai rapporti che dovranno correre fra consiglio di ammini­strazione e senato accademico; il lavorio parlamentare, però, ha co­minciato a limare alcuni dei punti cruciali su governance e stato giu­ridico, e ha già tagliato i posti agli esterni nei nuovi consigli di am­ministrazione, aumentato le quote per le promozioni nel futuro reclutamento, e addolcito molte punte su status giuridico e valutazione di docenti e strutture. Alcune proposte più “audaci”, co­me l'idea di permettere alle uni­versità che lo vogliono di far no­minare i rettori (invece di eleg­gerli), e a quelle che ottengono ri­sultati di eccellenza di derogare alle norme ordinarie su organiz­zazione, reclutamento e stato giuridico, sono state azzoppate al primo passo. Si vedrà se l'Aula deciderà di riprenderle.

In commissione, prima di tut­to, si è deciso di mettere un freno alle ambizioni decisionali degli «esterni», che secondo la versio­ne originaria del disegno di legge approvato dal governo avrebbe­ro dovuto occupare almeno il 40% dei posti in consiglio di am­ministrazione. Una proposta tutt'altro che estrema, almeno a guardare fuori dai confini di casa nostra: Stati Uniti, Gran Breta­gna, Canada, Australia, Svizzera, Paesi Bassi, Giappone e altri asse­gnano tout court la maggioranza agli esterni nei consigli di ammini­strazione dei loro atenei, Germa­nia e Giappone dividono equa­mente in due le loro poltrone mentre Francia, Spagna, Irlanda e Nuova Zelanda assicurano la maggioranza ai componenti in­terni. La stessa strada seguita sin dall'inizio dalla riforma Gelmini, che dopo ì correttivi in commissione relega ancor più ai margini chi viene da fuori: nei consigli di amministrazione del­le università più grandi, i mem­bri interni potranno occupare 8 poltrone su 11 (72%), mentre nel­le più piccole potranno arrivare fino all'80 per cento.

Nulla, ovviamente, vieta agli atenei che lo vogliono di aprire con più decisione le porte, ma il nodo è fissare le modalità di se­lezione, e la storia dell'universi­tà è costellata di limiti «mini­mi» interpretati nella prassi come tetti massimi o comunque “di eccellenza”.

Da questi numeri non dipendono solo banali posti da spartire tra colleghi, ma soprattutto gli indi­rizzi della futura governance ac­cademica, chiamata a cambiare pagina rispetto a un passato re­cente che ha spesso difeso gli inte­ressi corporativi e ha garantito le promozioni facili moltiplicando i posti da ordinario mentre gli iscritti non crescevano. Proprio da qui era nata anche l'idea del rettore «designato» sulla base di riconosciuti criteri di eccellen­za, per superare il favore che gli eletti rischiano spesso di riserva­re alle esigenze degli elettori (cioè gli ordinari) rispetto a quel­le degli altri soggetti in campo (dagli studenti alle imprese). An­che su questo tema gli esempi stranieri sono imponenti, men­tre l'Italia condivide solo con Spagna e parte della Germania la figura del rettore eletto.

Il risultato finale dipenderà molto anche dai rapporti di forza tra i due corni della governance disegnata dalla riforma, che vor­rebbe attribuire al senato accademico il compito di disegnare gli indirizzi in fatto di didattica e di ri­cerca e al consiglio di amministrazione l'ultima parola sulle strate­gie e sull'allocazione dei fondi per realizzarle. Sul rapporto fra rettore, cda e senato accademico si giocherà senza dubbio un altro braccio di ferro importante per i destini della riforma. Gli emendamenti approvati in commissione a Montecitorio, oltre a chiarire meglio il potere del rettore di pro­porre il direttore generale, cioè il nuovo vertice amministrativo no­minato poi dal cda, sottolineano il peso delle «proposte e pareri» del senato accademico nella defi­nizione della strategia triennale e assegnano al rettore il compito di avviare le azioni disciplinari.

La commissione, infatti, non ha lavorato solo con lo sguardo ri­volto all'indietro, ma è riuscita an­che a introdurre con alcuni cor­rettivi importanti novità. Una è quella dei procedimenti discipli­nari previsti dall'articolo 5 riscrit­to dal relatore Giuseppe Valdita­ra (Pdl), che toglie all'autogover­no del Cun la competenza in ma­teria e la trasferisce a un collegio di disciplina da istituire in ogni ateneo (e composto da docenti di ruolo). Un po' di riforma Brunet­ta, insomma, entra in accademia, anche con la valutazione trienna­le dei docenti necessaria a ricono­scere gli scatti di stipendio e la possibilità per loro di far parte del­le commissioni che selezionano i docenti e valutano i progetti di ri­cerca, La valutazione dei singoli docenti, chiariscono gli emenda­menti, è di «competenza esclusi­va» dell'ateneo, mentre all'agen­zia nazionale (Anvur) spetterà il compito di individuare i criteri e di dare le pagelle alle università e alle loro articolazioni interne.

 
Fini: non esco e non starò zitto PDF Stampa E-mail
mercoledì 21 aprile 2010

Da “Il Sole 24 Ore” del 21.4.2010, pag. 1

 

La conta è appena comincia­ta Gianfranco Fini ieri ha riunito i suoi a Montecitorio per dire che non ha alcuna intenzione di mol­lare il Pdl. «Non toglierò il distur­bo né starò zitto», avverte il presi­dente della Camera. Attorno a lui, nella sala Tatarella, ci sono più di una cinquantina di parla­mentari che alla fine sottoscrivo­no un documento in cui, oltre a ri­badire fiducia e solidarietà, dele­gano il presidente della Camera a rappresentare le istanze alla di­rezione del Pdl che si terrà doma­ni. In calce ci sono le firme di 14 senatori, 5 europarlamentari e quelle di 39 deputati, un numero di per sé più che sufficiente non solo a far andare sotto la maggio­ranza, ma soprattutto ad impedi­re che si realizzi la suggestione delle elezioni anticipate.

Contemporaneamente gli ex colonnelli di An - Gasparri, La Russa, Matteoli e Alemanno - danno vita a un contro-conta con un documento sul quale convergono 74 parlamentari provenienti anche loro dalle fila del partito di via della Scrofa e il sindaco di Roma. L'obiettivo è evidente: Fi­ni non è più il detentore del pac­chetto di maggioranza di quel 30% di azioni del Pdl che erano state messe in quota ad An. «Ma quel mondo - dice Fini - da oggi non esiste più, d'ora in poi chi ha più filo tesserà».

Il presidente della Camera non è interessato a giocare la par­tita in termini di "quote". L’obiet­tivo di Fini è quello di lavorare da dentro il Pdl perché, è convinto, è sui temi concreti che si crea­no le convergenze e ci sarà mo­do e tempo per realizzarle. Quel che gli interessa davvero è lo spa­zio di agibilità politica per le sue posizioni: «Tra me e Berlusconi ci sono punti di vista diversi, mi auguro che accetti il dissenso».

Fini rimarca le distanze, a partire da quella del rapporto con la Le­ga, che definisce subalterno da parte del Pdl e del governo.

Fini chiede che si apra un con­fronto reale sulle scelte di politi­ca economica, pur riconoscen­do a Tremonti la capacità di aver evitato all'Italia il destino della Grecia, insiste sulla necessità di un piano di rilancio del Sud e del­la politica di coesione, chiede un confronto sulle riforme da cui emerga in modo chiaro la posi­zione del partito. E tutto questo, sostiene, non è fatto contro il Pdl ma semmai per rafforzarlo. Per questo sconfessa gli «incendiari» tra le sue fila che in questi giorni sono andati oltre prefigu­rando «scissioni o elezioni anti­cipate». Parole che servono anche a rassicurare quanti nella ne­onata corrente finiana non sono affatto propensi a scelte trauma­tiche e senza ritorno come con­fermano alcuni degli intervenuti ieri. Titubanze che devono aver convinto il presidente della Ca­mera a dosare le mosse che per gli antifiniani sono una vera e propria «retromarcia rispetto agli obiettivi iniziali». Ma ormai, dice invece Giuseppe Valditara, non si può ormai più negare l'esi­stenza in Italia di «due tipi di de­stra: una più populista e una più legata ai valori della legalità e del­lo stato». Una differenza che emerge anche laddove Fini stig­matizza criticamente la battuta del Cavaliere su Gomorra: «E’ in­negabile che Berlusconi sia stato oggetto di un accanimento giudiziario ma non si può dire che Sa­ziano incrementi la camorra!» (…).

 
Sindacati anti-Gelmini: no a graduatorie locali PDF Stampa E-mail
mercoledì 21 aprile 2010

Da “La Stampa” del 21.4.2010, pag. 15

 

Il giorno dopo l'annuncio che dal prossimo anno i professori po­trebbero essere legati al territorio e quindi reclutati sulla base di una graduatoria regionale la maggioranza è compatta, que­sta è la strada da seguire. Dal­l'opposizione in tanti accusano la Lega di essere all'origine di questa rivoluzione ma a scavare un po' si scopre che a crederci non sono soltanto i politici del Carroccio. Anzi. A confermarlo è proprio un ex di An, il senatore Giuseppe Valditara, oggi uno dei punti di riferimento del Pdl per le politiche scolastiche. «Se ne parlava già nell'articolo 5 del decreto Moratti. Non è necessa­ria nemmeno una legge per dare il via a questa riforma, bastereb­be approvare i regolamenti di quel provvedimento» (…).

 
Chiedere più libertà non è da kamikaze PDF Stampa E-mail
martedì 20 aprile 2010

Da “Libero” del 20.4.2010, pag. 2

 

di GIUSEPPE VALDITARA

 

Tranquilli: da convinto seguace di Cristo non potrei mai essere un kamikaze. Semmai, a differenza di altri, ho un lavoro che mi piace, quel­lo di professore universitario, e due bambini che adoro e che a causa del mio lavoro di parlamenta­re mi vedono molto poco: dunque se sostenere le mie idee mi costerà la ricandidatura non cadrò in depressione, né mi iscriverò al sindacato che tu­tela i maggiordomi, gli autisti, o i lustrascarpe, senza nulla togliere alla nobiltà di questi lavori.

Una cosa ci tengo a dire: in politica rispetto chiunque non la pensi come me, e pretendo al­trettanto rispetto per le mie idee. Dato che né io, né gli altri colleghi "finiani” abbiamo istinti suici­di, vi spiego in poche parole che cosa vogliamo.

Innanzitutto un Pdl che sappia essere il traino della politica riformista del Paese, realizzando gli impegni presi con gli elettori e magari riprenden­do quello spirito liberale che lo aveva caratteriz­zato fin dal 1994. Non mi piace Colbert, preferisco Adam Smith. E allora se abbiamo promesso di abbassare la spesa pubblica per poter trovare i soldi per ridurre le tasse sulle famiglie, sulle im­prese, sulla casa, quell'impegno dobbiamo man­tenerlo. Magari iniziando a sopprimere le provin­ce e ad accorpare qualcuno degli 8100 comuni (altra promessa elettorale). So che la Lega non è più d'accordo, ma noi dobbiamo spiegare agli amici leghisti che loro sono un prezioso alleato, ma non sono il socio di maggioranza. E se non ri­cordo male è stata anche una battaglia di Libero.

E ancora: Prodi ha dilapidato 12,1 miliardi di euro per ripianare i debiti sanitari di 5 regioni, nello scorso novembre anche noi abbiamo stan­ziato per la stessa finalità altri 4,5 miliardi. Negli ultimi 5 anni le spese per acquisti nella sanità so­no aumentate del 50%. E’ ottimo il federalismo fi­scale, ma inizierà a funzionare fra 5 anni, se tutto andrà bene. Non possiamo aspettare 5 anni perché una scatola di cerotti in Calabria non costi più 100 volte la media nazionale.

Le riforme istituzionali sono importanti, in ogni caso non possiamo accettare che il buon Calderoli porti la bozza di riforma sul tavolo di Napolitano e i presidenti del Consiglio e della Ca­mera lo vengano a sapere dalle agenzie di stam­pa. La Lega nelle scorse settimane ha dichiarato che vuole la presidenza del Consiglio per il 2013, il sindaco di Milano, il coordinamento delle rifor­me, le banche del Nord, persino il sindaco di Na­poli. E a trattare con l'opposizione? “Ghe pensi mi", ha detto il Senatur. Ciumbia! La prossima volta si prenderà anche il seggio del senatore più filo berlusconiano del Parlamento, che rischia quello sì, di questo passo, di fare la fine del kami­kaze, ma che non ha il coraggio di denunciare pubblicamente quello che ci dice in privato,

E allora perché "rompiamo le scatole"? Perché chiediamo un luogo nel partito in cui di queste cose si possa discutere, un posto dove quel 38% di elettori Pdl, che stando a Mannheimer preferisce Fini a Berlusconi possa sentire rappresentate le proprie idee. In fondo, Fini sta facendo quello che dovrebbe fare un vero liberale: chiedere che in un grande partito ci si confronti, si presti attenzione anche alle ragioni magari di una minoranza, che però ha diritto di sentirsi parte a tutti gli effetti di un grande progetto di rilancio del Paese.

Per concludere, saremo anche quattro parla­mentari sfigati e senza seguito (salvo sorprese...), ma intanto grazie al buon Gianfranco, e alla tena­cia di chi non lo ha abbandonato, giovedì vivre­mo per la prima volta nella breve storia del Pdl una giornata emozionante: si confronteranno ai massimi livelli due posizioni, quella del presiden­te del Consiglio e quella del Presidente della Ca­mera. Nel silenzio di quella grande assise alegge­rà realmente lo spirito che dovrebbe sempre ani­mare il nostro partito, quello della libertà.

 
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