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| Rassegna stampa
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E il senatore finiano punta sulla legalità |
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giovedì 06 maggio 2010 |
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Da “La Discussione” del 6.5.2010, pag. 5 Nel giorno in cui si viene a sapere che il disegno di legge anti-corruzione, approvato dal Consiglio dei ministri a marzo, comincerà il suo iter al Senato, fra i finiani cresce il malcontento. Fra i fedelissimi del presidente della Camera ce n'era stato, infatti, più d'uno a volere che quel provvedimento, orientato ad isolare le "mele marce" allontanandole dalla Cosa pubblica, viaggiasse a Montecitorio di pari passo con il testo sulle intercettazioni, all'esame della commissione Giustizia del Senato. Giuseppe Valditara, uno dei quattordici senatori vicini a Gianfranco Fini, preferisce non commentare l'approdo del ddl a Palazzo Madama. Ma, al telefono con la Discussione, rivendica «la lealtà al governo» e sottolinea con forza la necessità che «si recuperi un senso di legalità diffusa». Legalità. Una parola chiave? “Guardi, per me il governo sta facendo un'ottima azione, ma il problema generale è che dobbiamo dare al Paese e alla politica il segnale che è giunta l'ora di voltare pagina”. Il Pdl deve voltare pagina? “La politica deve voltare pagina, perché il Paese lo richiede. Riporto ciò che detto Fini: occorre ricondurre al centro la legalità, il rispetto delle regole ed il dialogo fra le Istituzioni. E’ un messaggio forte, questo, in un momento economicamente difficile in cui la gente ha bisogno di sapere che il governo potrà sostenerla. E aggiungo che alcuni aspetti del nostro programma elettorale dovranno essere rivisti”. Quali? “Oltre che sulla legalità, io punto sulla certezza della pena, che fa parte delle linee guida che abbiamo presentato agli elettori che ci hanno votati. E’ un atto dovuto ai tanti italiani che hanno timore, soprattutto nel Mezzogiorno, dove c'è una criminalità diffusa. Il segnale chiaro che va mandato è: se si commette un reato, in galera ci si va. E ci si rimane”. E poi? “Va affrontato alle radici anche il problema del debito pubblico, in considerazione della congiuntura economica negativa. Non possiamo aspettare che entri in vigore il federalismo fiscale. Che pure è sacrosanto”. I finiani continuano a ripetere che la loro lealtà nei confronti della maggioranza è intatta, anche se il dissenso è stato ufficializzato. “E’ così. Il governo deve durare tre anni, per realizzare riforme importanti per lo sviluppo del Paese. Sbaglia chi pensa che vogliamo mettere in crisi l'esecutivo”. |
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martedì 04 maggio 2010 |
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UNIVERSITA'. RIFORMA, SENATO ACCADEMICO POTRÀ SFIDUCIARE RETTORE (DIRE) Roma, 27 apr. - Rettori sotto controllo: i capi di ateneo inadeguati, in futuro, potranno incorrere in una mozione di sfiducia da parte del Senato Accademico. Chi lavora male potra' essere messo da parte, dunque. Ma ai senatori accademici servira' comunque una maggioranza qualificata (3/4 dei membri) per poter proporre la mozione al corpo elettorale. È quanto prevede un emendamento al ddl di riforma dell'Universita' approvato oggi in commissione Istruzione al Senato, dove proseguono i lavori sul testo Gelmini. La parte che riguarda la governance delle universita' ha gia' subito diverse modifiche. Quelle di maggior sostanza portano la firma del senatore Giuseppe Valditara, Pdl, relatore del provvedimento, che oggi e' riuscito ad incassare il si' sia sulle nuove funzioni del Senato Accademico che del Consiglio di amministrazione. "Ora i rettori potranno essere sfiduciati- commenta il senatore ex An- cosi' ci sara' un maggiore bilanciamento di poteri dentro gli atenei". (Ami/ Dire)
UNIVERSITA'. IN RIFORMA ARRIVA FONDO D'ATENEO PER PROF MERITEVOLI SALTANO 'TORNELLI', SI CERTIFICA DIDATTICA NON LA RICERCA. (DIRE) Roma, 4 mag. - Un fondo per premiare i docenti meritevoli, quelli che si impegano di piu' nella loro attivita' di didattica e ricerca. È una delle novita' introdotte nella riforma dell'Universita' al vaglio del Senato. Oggi in commissione Istruzione e' passato un emendamento del relatore, Giuseppe Valditara, che mette mano allo stato giuridico di docenti e ricercatori, con tutta una serie di novita'. Saltano, ad esempio, i 'tornelli': non ci sara' piu' l'obbligo di certificare 1.500 ore di lavoro tra didattica e ricerca. Quest'ultima, infatti, secondo i senatori, era difficile da 'ingabbiare' in un sistema di conteggio a ore. Cosa piu' facile per la didattica: i prof dovranno dedicare a questa almeno 350 ore (non meno di 250 se il docente insegna in regime di tempo definito), piu' di quelle previste inizialmente dalla riforma Gelmini. Scatta, poi, la valutazione dell'operato di docenti e ricercatori: in caso di pagella negativa i 'bocciati' non potranno entrare negli organismi di valutazione. Ogni tre anni il personale dovra' presentare una relazione sul proprio operato, se la valutazione sara' negativa salteranno gli scatti di stipendio. I soldi risparmiati confluiranno, spiega l'emendamento Valditara, in un fondo di ateneo per la premialita' dei docenti migliori. Quanto ai provvedimenti disciplinari a carico del personale, viene istituito un collegio di disciplina che si occupera' di esaminare i casi sollevati dal rettore. (Ami/ Dire) |
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Attesa bipartisan per i costi standard |
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giovedì 29 aprile 2010 |
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Da “Il Sole 24 Ore” del 29.4.2010, pag. 17 I costi standard saranno la pietra angolare del federalismo fiscale. Sia per quantificarci possibili risparmi, sia per fugare (o avvalorare) i timori di una riforma punitiva, per il Mezzogiorno. La conferma giunge al Sole 24 Ore da esponenti politici di diverso "colore", accomunati però dall'aver seguito in prima persona il varo della legge delega. Per conoscere le scelte del governo bisognerà aspettare l’autunno. Tuttavia tutte le stime circolate fin qui fanno l'equazione costi standard=risparmi. Più o meno ampi e più o meno distribuiti lungo tutto lo Stivale. A quei dati si rifà innanzitutto l’opposizione. Il vicepresidente della bicamerale di attuazione, Marco Causi (Pd), sottolinea che «la parte più importante della legge 42 sul federalismo non è quella tributaria o impositiva, che viene enfatizzata dalla Lega, ma quella sulla spesa pubblica». Perché, precisa, «ricondurla a costi standard può generare risparmi dappertutto, anche al nord» (…). Più concentrato sui costi complessivi è infine il senatore Giuseppe Valditara che ai tempi della devolution era presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. «Vorrei capire se almeno in una prima fase il federalismo costerà e quanto, anche per capire se è compatibile con una fase in cui bisogna dare la precedenza alle riforme capaci di farci ripartire dopo la crisi». |
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Intercettazioni, un altro stop |
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giovedì 29 aprile 2010 |
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Da “La Stampa” del 29.4.2010, pag. 8 Mentre Fnsi e centrosinistra manifestano contro il ddl intercettazioni a due passi dal Senato, slittano alla prossima settimana le previste votazioni in commissione Giustizia, dove sta per planare anche il lodo Alfano riveduto e corretto secondo i rilievi della Consulta, La nuova versione, primi firmatari Gasparri e Quagliariello, prevede uno scudo giudiziario per il Capo dello Stato, il premier e i suoi ministri. Sarcastica Anna Finocchiaro: «La prima riforma che arriva in Parlamento dopo le dichiarazioni di Berlusconi è il lodo Alfano. Ne prendiamo atto». Il lodo non è ancora arrivato perché mancherebbe l'accordo con la Lega? «Nella maggioranza c'è un gioco al rialzo, dopo il gesto di Fini ed il potere del Capo non è più monolitico», osserva la capogruppo del Pd, secondo la quale «lo stesso scenario potrebbe realizzarsi sulle intercettazioni». Tutto può essere. A Porta a Porta però Fini ribadisce il suo sì al Lodo, e commenta positivamente le modifiche al ddl intercettazioni fatte al testo uscito dalla Camera, già giudicate «un buon compromesso» dalla Bongiorno. I finiani del Senato sono silenti, anche se dalla Camera Fabio Granata si limita a un laconico «aspettiamo di vedere il testo», che non è ancora definitivo. Il relatore Centaro ha infatti ritirato l'articolo sulle registrazioni fraudolente» (il cosiddetto «emendamento D'Addario»), impegnandosi a riscriverlo. Ma solo per quanto riguarda il comma 2 sull'obbligo di comunicazione all'autorità giudiziaria di eventuali notizie di reato, spiega Filippo Berselli, presidente della Commissione. Eppure diversi esponenti dello stesso Pdl criticano la pesantezza della sanzione che prevede fino a 4 anni di carcere. «Troppe» secondo Valditara (…). |
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Il Pdl ritira la norma sgradita a Gianfranco |
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mercoledì 28 aprile 2010 |
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Da “Libero” del 28.4.2010, pag. 9 Il primo segnale di tregua tra berlusconiani e finiani arriva da Palazzo Madama. Sulla legge sulle intercettazioni. Per le perplessità di alcuni senatori vicini all'ex leader di An, infatti, il relatore Centaro ha deciso di accantonare l'emendamento sulle registrazioni fraudolente, che prevedeva fino a quattro anni di carcere «per chiunque, in modo fraudolento, effettua riprese o registrazioni di comunicazioni o conversazioni a lui dirette o effettuate in sua presenza». Dubbi sul testo che avrebbe messo in seria difficoltà molti giornalisti - ma anche trasmissioni tipo Le Iene e Striscia la notizia - sono stati avanzati sia dall'opposizione che dai senatori finiani. «Quattro anni non si danno neppure per i reati più gravi, quindi vogliamo discutere e rivedere quella norma», spiega Maurizio Saia «Forti perplessità sono state espresse anche da colleghi ex azzurri, per questo motivo è meglio accantonare l'emendamento», aggiunge Giuseppe Valditara (…). |
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Intercettazioni, stop al divieto di registrazione |
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mercoledì 28 aprile 2010 |
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Da “L’Avvenire” del 28.4.2010, pag. 9 La maggioranza ha deciso di accantonare l'emendamento sulle registrazioni fraudolente, che prevedeva pene fino a 4 anni. Alla vigilia dell'inizio - oggi in Commissione Giustizia del Senato - della votazione sugli emendamenti al ddl intercettazioni il relatore Roberto Centaro ha fatto sapere di stare lavorando a un nuovo testo, che conta di presentare lunedi. La pausa di riflessione arriva dopo che i finiani, e ovviamente l'opposizione, avevano espresso dubbi sulla norma. Rimangono inalterati gli altri nove emendamenti di Centaro e due del Governo. Dunque, pur avendo assicurato di non voler mettersi di traverso, la pattuglia dei senatori fedeli al presidente della Camera Gianfranco Fini inizia a far valere le proprie obiezioni. Anche se nessuno di loro siede in Commissione Giustizia, eventuali proposte di modifica i finiani potranno, comunque, presentarle in aula. «Quattro anni non si danno neppure per i reati più gravi», il commento di Maurizio Saia, uno dei 14. La pena riguardava, secondo l'emendamento, «chiunque fraudolentemente effettua riprese o registrazioni di comunicazioni e conversazioni a lui dirette o comunque effettuate in sua presenza». La discussione «riguarda molti senatori della maggioranza, non solo i finiani», aggiungeva Giuseppe Valditara (…). |
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Governance più flessibile nelle università migliori |
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martedì 27 aprile 2010 |
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Da “Il Sole 24 Ore” del 27.4.2010, pag. 33 Possibilità di designare il rettore anziché farlo eleggere dai professori ordinari, per evitare vertici che rispondano solo agli interessi dei docenti elettori, più flessibilità nella governance e nella gestione delle risorse umane, per attribuire ai docenti compiti specifici in relazione alla strategia di ateneo; buste paga e incentivi che si adattano a queste scelte e chiamate dirette più ampie per mettere in campo una squadra tagliata su misura sugli obiettivi. Sono i contenuti delle regole exclusive della nuova governance universitaria, da riservare agli atenei che possono vantare risultati di eccellenza; la commissione cultura del senato, che sta esaminando la riforma Gelmini, tornerà a discuterne da oggi, per far approdare il testo in aula a metà maggio. Le prime ipotesi, spuntate in emendamenti parlamentari, non hanno ottenuto un grosso seguito (si veda «Il Sole 24 Ore» di ieri), ma ora l'idea riprende quota. L'iniziativa arriva infatti direttamente dal relatore del provvedimento, Giuseppe Valditara (Pdl), che ha deciso di raccogliere in un emendamento unico a sua firma un pacchetto di deroghe da riservare alle università che «abbiano raggiunto risultati di particolare qualità, certificati dall'agenzia nazionale di valutazione». Gli atenei e gli istituti universitari che riusciranno a ottenere dall'agenzia pagelle particolarmente brillanti, è il principio, potranno evitare di ingabbiarsi nell'organizzazione pensata per le strutture «normali», ma potranno chiedere al ministero di seguire una strada diversa. Le correzioni organizzative, infatti, dovranno essere concordate, e il motore per farle partire sarà rappresentato da un accordo di programma tra ministero e ateneo, che potrà concentrarsi su svariati punti. La prima deroga possibile riguarda la struttura degli «organi di governo» prevista dall'articolo 2 del Ddl di riforma, che fissa i compiti di rettore, consiglio di amministrazione (strategie e sostenibilità economica), senato accademico (indirizzi su didattica e ricerca), direttore generale (gestione di servizi e risorse), nuclei di valutazione e revisori dei conti. Le università «eccellenti», se l'ipotesi riuscirà a entrare nel testo della riforma, potranno darsi una diversa divisione dei compiti, ma potranno anche scegliere di evitare «l'elezione del rettore con voto ponderato» che lo stesso articolo 2 impone come unica modalità per scegliere il vertice accademico. L'ipotesi Valditara non indica le modalità alternative all'elezione, ma è chiaro che gli accordi dovranno fissare parametri per limitare il campo dei designabili a chi ha solide esperienze di gestione a livello italiano e internazionale. Le università migliori potranno introdurre regole alternative anche per 1e buste paga, mantenendo naturalmente i «diritti garantiti» al personale dalla riforma, e costruire squadre dedicate solo alla ricerca o alla didattica, mentre lo status giuridico previsto dalla legge imporrà a chi insegna negli atenei ordinari almeno 350 ore di didattica (250 per i docenti a tempo definito). |
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Atenei, la governance a un bivio |
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lunedì 26 aprile 2010 |
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Da “Il Sole 24 Ore” del 26.4.2010, pag. 9 I primi passi della riforma dell'università non sono stati indolori. L'esame in commissione cultura al Senato, affronterà questa settimana i nodi decisivi, a partire dai rapporti che dovranno correre fra consiglio di amministrazione e senato accademico; il lavorio parlamentare, però, ha cominciato a limare alcuni dei punti cruciali su governance e stato giuridico, e ha già tagliato i posti agli esterni nei nuovi consigli di amministrazione, aumentato le quote per le promozioni nel futuro reclutamento, e addolcito molte punte su status giuridico e valutazione di docenti e strutture. Alcune proposte più “audaci”, come l'idea di permettere alle università che lo vogliono di far nominare i rettori (invece di eleggerli), e a quelle che ottengono risultati di eccellenza di derogare alle norme ordinarie su organizzazione, reclutamento e stato giuridico, sono state azzoppate al primo passo. Si vedrà se l'Aula deciderà di riprenderle. In commissione, prima di tutto, si è deciso di mettere un freno alle ambizioni decisionali degli «esterni», che secondo la versione originaria del disegno di legge approvato dal governo avrebbero dovuto occupare almeno il 40% dei posti in consiglio di amministrazione. Una proposta tutt'altro che estrema, almeno a guardare fuori dai confini di casa nostra: Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia, Svizzera, Paesi Bassi, Giappone e altri assegnano tout court la maggioranza agli esterni nei consigli di amministrazione dei loro atenei, Germania e Giappone dividono equamente in due le loro poltrone mentre Francia, Spagna, Irlanda e Nuova Zelanda assicurano la maggioranza ai componenti interni. La stessa strada seguita sin dall'inizio dalla riforma Gelmini, che dopo ì correttivi in commissione relega ancor più ai margini chi viene da fuori: nei consigli di amministrazione delle università più grandi, i membri interni potranno occupare 8 poltrone su 11 (72%), mentre nelle più piccole potranno arrivare fino all'80 per cento. Nulla, ovviamente, vieta agli atenei che lo vogliono di aprire con più decisione le porte, ma il nodo è fissare le modalità di selezione, e la storia dell'università è costellata di limiti «minimi» interpretati nella prassi come tetti massimi o comunque “di eccellenza”. Da questi numeri non dipendono solo banali posti da spartire tra colleghi, ma soprattutto gli indirizzi della futura governance accademica, chiamata a cambiare pagina rispetto a un passato recente che ha spesso difeso gli interessi corporativi e ha garantito le promozioni facili moltiplicando i posti da ordinario mentre gli iscritti non crescevano. Proprio da qui era nata anche l'idea del rettore «designato» sulla base di riconosciuti criteri di eccellenza, per superare il favore che gli eletti rischiano spesso di riservare alle esigenze degli elettori (cioè gli ordinari) rispetto a quelle degli altri soggetti in campo (dagli studenti alle imprese). Anche su questo tema gli esempi stranieri sono imponenti, mentre l'Italia condivide solo con Spagna e parte della Germania la figura del rettore eletto. Il risultato finale dipenderà molto anche dai rapporti di forza tra i due corni della governance disegnata dalla riforma, che vorrebbe attribuire al senato accademico il compito di disegnare gli indirizzi in fatto di didattica e di ricerca e al consiglio di amministrazione l'ultima parola sulle strategie e sull'allocazione dei fondi per realizzarle. Sul rapporto fra rettore, cda e senato accademico si giocherà senza dubbio un altro braccio di ferro importante per i destini della riforma. Gli emendamenti approvati in commissione a Montecitorio, oltre a chiarire meglio il potere del rettore di proporre il direttore generale, cioè il nuovo vertice amministrativo nominato poi dal cda, sottolineano il peso delle «proposte e pareri» del senato accademico nella definizione della strategia triennale e assegnano al rettore il compito di avviare le azioni disciplinari. La commissione, infatti, non ha lavorato solo con lo sguardo rivolto all'indietro, ma è riuscita anche a introdurre con alcuni correttivi importanti novità. Una è quella dei procedimenti disciplinari previsti dall'articolo 5 riscritto dal relatore Giuseppe Valditara (Pdl), che toglie all'autogoverno del Cun la competenza in materia e la trasferisce a un collegio di disciplina da istituire in ogni ateneo (e composto da docenti di ruolo). Un po' di riforma Brunetta, insomma, entra in accademia, anche con la valutazione triennale dei docenti necessaria a riconoscere gli scatti di stipendio e la possibilità per loro di far parte delle commissioni che selezionano i docenti e valutano i progetti di ricerca, La valutazione dei singoli docenti, chiariscono gli emendamenti, è di «competenza esclusiva» dell'ateneo, mentre all'agenzia nazionale (Anvur) spetterà il compito di individuare i criteri e di dare le pagelle alle università e alle loro articolazioni interne. |
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Fini: non esco e non starò zitto |
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mercoledì 21 aprile 2010 |
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Da “Il Sole 24 Ore” del 21.4.2010, pag. 1 La conta è appena cominciata Gianfranco Fini ieri ha riunito i suoi a Montecitorio per dire che non ha alcuna intenzione di mollare il Pdl. «Non toglierò il disturbo né starò zitto», avverte il presidente della Camera. Attorno a lui, nella sala Tatarella, ci sono più di una cinquantina di parlamentari che alla fine sottoscrivono un documento in cui, oltre a ribadire fiducia e solidarietà, delegano il presidente della Camera a rappresentare le istanze alla direzione del Pdl che si terrà domani. In calce ci sono le firme di 14 senatori, 5 europarlamentari e quelle di 39 deputati, un numero di per sé più che sufficiente non solo a far andare sotto la maggioranza, ma soprattutto ad impedire che si realizzi la suggestione delle elezioni anticipate. Contemporaneamente gli ex colonnelli di An - Gasparri, La Russa, Matteoli e Alemanno - danno vita a un contro-conta con un documento sul quale convergono 74 parlamentari provenienti anche loro dalle fila del partito di via della Scrofa e il sindaco di Roma. L'obiettivo è evidente: Fini non è più il detentore del pacchetto di maggioranza di quel 30% di azioni del Pdl che erano state messe in quota ad An. «Ma quel mondo - dice Fini - da oggi non esiste più, d'ora in poi chi ha più filo tesserà». Il presidente della Camera non è interessato a giocare la partita in termini di "quote". L’obiettivo di Fini è quello di lavorare da dentro il Pdl perché, è convinto, è sui temi concreti che si creano le convergenze e ci sarà modo e tempo per realizzarle. Quel che gli interessa davvero è lo spazio di agibilità politica per le sue posizioni: «Tra me e Berlusconi ci sono punti di vista diversi, mi auguro che accetti il dissenso». Fini rimarca le distanze, a partire da quella del rapporto con la Lega, che definisce subalterno da parte del Pdl e del governo. Fini chiede che si apra un confronto reale sulle scelte di politica economica, pur riconoscendo a Tremonti la capacità di aver evitato all'Italia il destino della Grecia, insiste sulla necessità di un piano di rilancio del Sud e della politica di coesione, chiede un confronto sulle riforme da cui emerga in modo chiaro la posizione del partito. E tutto questo, sostiene, non è fatto contro il Pdl ma semmai per rafforzarlo. Per questo sconfessa gli «incendiari» tra le sue fila che in questi giorni sono andati oltre prefigurando «scissioni o elezioni anticipate». Parole che servono anche a rassicurare quanti nella neonata corrente finiana non sono affatto propensi a scelte traumatiche e senza ritorno come confermano alcuni degli intervenuti ieri. Titubanze che devono aver convinto il presidente della Camera a dosare le mosse che per gli antifiniani sono una vera e propria «retromarcia rispetto agli obiettivi iniziali». Ma ormai, dice invece Giuseppe Valditara, non si può ormai più negare l'esistenza in Italia di «due tipi di destra: una più populista e una più legata ai valori della legalità e dello stato». Una differenza che emerge anche laddove Fini stigmatizza criticamente la battuta del Cavaliere su Gomorra: «E’ innegabile che Berlusconi sia stato oggetto di un accanimento giudiziario ma non si può dire che Saziano incrementi la camorra!» (…). |
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Sindacati anti-Gelmini: no a graduatorie locali |
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mercoledì 21 aprile 2010 |
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Da “La Stampa” del 21.4.2010, pag. 15 Il giorno dopo l'annuncio che dal prossimo anno i professori potrebbero essere legati al territorio e quindi reclutati sulla base di una graduatoria regionale la maggioranza è compatta, questa è la strada da seguire. Dall'opposizione in tanti accusano la Lega di essere all'origine di questa rivoluzione ma a scavare un po' si scopre che a crederci non sono soltanto i politici del Carroccio. Anzi. A confermarlo è proprio un ex di An, il senatore Giuseppe Valditara, oggi uno dei punti di riferimento del Pdl per le politiche scolastiche. «Se ne parlava già nell'articolo 5 del decreto Moratti. Non è necessaria nemmeno una legge per dare il via a questa riforma, basterebbe approvare i regolamenti di quel provvedimento» (…). |
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Chiedere più libertà non è da kamikaze |
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martedì 20 aprile 2010 |
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Da “Libero” del 20.4.2010, pag. 2 di GIUSEPPE VALDITARA Tranquilli: da convinto seguace di Cristo non potrei mai essere un kamikaze. Semmai, a differenza di altri, ho un lavoro che mi piace, quello di professore universitario, e due bambini che adoro e che a causa del mio lavoro di parlamentare mi vedono molto poco: dunque se sostenere le mie idee mi costerà la ricandidatura non cadrò in depressione, né mi iscriverò al sindacato che tutela i maggiordomi, gli autisti, o i lustrascarpe, senza nulla togliere alla nobiltà di questi lavori. Una cosa ci tengo a dire: in politica rispetto chiunque non la pensi come me, e pretendo altrettanto rispetto per le mie idee. Dato che né io, né gli altri colleghi "finiani” abbiamo istinti suicidi, vi spiego in poche parole che cosa vogliamo. Innanzitutto un Pdl che sappia essere il traino della politica riformista del Paese, realizzando gli impegni presi con gli elettori e magari riprendendo quello spirito liberale che lo aveva caratterizzato fin dal 1994. Non mi piace Colbert, preferisco Adam Smith. E allora se abbiamo promesso di abbassare la spesa pubblica per poter trovare i soldi per ridurre le tasse sulle famiglie, sulle imprese, sulla casa, quell'impegno dobbiamo mantenerlo. Magari iniziando a sopprimere le province e ad accorpare qualcuno degli 8100 comuni (altra promessa elettorale). So che la Lega non è più d'accordo, ma noi dobbiamo spiegare agli amici leghisti che loro sono un prezioso alleato, ma non sono il socio di maggioranza. E se non ricordo male è stata anche una battaglia di Libero. E ancora: Prodi ha dilapidato 12,1 miliardi di euro per ripianare i debiti sanitari di 5 regioni, nello scorso novembre anche noi abbiamo stanziato per la stessa finalità altri 4,5 miliardi. Negli ultimi 5 anni le spese per acquisti nella sanità sono aumentate del 50%. E’ ottimo il federalismo fiscale, ma inizierà a funzionare fra 5 anni, se tutto andrà bene. Non possiamo aspettare 5 anni perché una scatola di cerotti in Calabria non costi più 100 volte la media nazionale. Le riforme istituzionali sono importanti, in ogni caso non possiamo accettare che il buon Calderoli porti la bozza di riforma sul tavolo di Napolitano e i presidenti del Consiglio e della Camera lo vengano a sapere dalle agenzie di stampa. La Lega nelle scorse settimane ha dichiarato che vuole la presidenza del Consiglio per il 2013, il sindaco di Milano, il coordinamento delle riforme, le banche del Nord, persino il sindaco di Napoli. E a trattare con l'opposizione? “Ghe pensi mi", ha detto il Senatur. Ciumbia! La prossima volta si prenderà anche il seggio del senatore più filo berlusconiano del Parlamento, che rischia quello sì, di questo passo, di fare la fine del kamikaze, ma che non ha il coraggio di denunciare pubblicamente quello che ci dice in privato, E allora perché "rompiamo le scatole"? Perché chiediamo un luogo nel partito in cui di queste cose si possa discutere, un posto dove quel 38% di elettori Pdl, che stando a Mannheimer preferisce Fini a Berlusconi possa sentire rappresentate le proprie idee. In fondo, Fini sta facendo quello che dovrebbe fare un vero liberale: chiedere che in un grande partito ci si confronti, si presti attenzione anche alle ragioni magari di una minoranza, che però ha diritto di sentirsi parte a tutti gli effetti di un grande progetto di rilancio del Paese. Per concludere, saremo anche quattro parlamentari sfigati e senza seguito (salvo sorprese...), ma intanto grazie al buon Gianfranco, e alla tenacia di chi non lo ha abbandonato, giovedì vivremo per la prima volta nella breve storia del Pdl una giornata emozionante: si confronteranno ai massimi livelli due posizioni, quella del presidente del Consiglio e quella del Presidente della Camera. Nel silenzio di quella grande assise aleggerà realmente lo spirito che dovrebbe sempre animare il nostro partito, quello della libertà. |
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