venerdì 30 luglio 2010
 
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Finiani, l’ammutinamento continua PDF Stampa E-mail
martedì 20 aprile 2010

Da “ La Padania” del 20.4.2010, pag. 2

 

Lo scontro politico tra Gianfranco Fini e Sil­vio Berlusconi potrebbe essere vicino ad una svolta pacifica. Oggi infatti il pre­sidente della Camera riu­nirà i suoi fedelissimi nella Sala Tatarella di Monteci­torio con l'obiettivo di met­tere a punto un testo con­diviso da presentare alla direzione nazionale di gio­vedì, dove la platea dei 170 membri sarà allargata per l'occasione a tutti i par­lamentari ed europarla­mentari del Pdl. Calcola­trice alla mano si tratta di circa 600 persone ed è fa­cile immaginare che, se qualcuno dei finiani doves­se ricorrere ai toni o agli argomenti utilizzati vener­dì sera in tv da Italo Boc­chino e Adolfo Urso contro Maurizio Lupi, l'assem­blea si trasformerebbe in una sorta di arena romana dove i berluscones, in netta maggioranza, esibirebbero il pollice verso (…).

Ma la sensazione è che il presidente della Camera arrivi a questo passaggio con le polveri bagnate. Già in troppi, infatti, nelle sue file si sono schierati con Berlusconi o hanno assun­to posizioni terziste all'in­segna della non-bellige­ranza. Sabato scorso 14 se­natori ex An - Laura Al­legrini, Andrea Augello, Mario Baldassarri, Cesare Cursi, Candido De Ange­lis, Egidio Digilio, Maria Ida Germontani, Giuseppe Menardi, Antonio Paravia, Franco Pontone, Maurizio Saia, Oreste To­fari, Giuseppe Valditara e Pasquale Viespoli - hanno sottoscritto un documento di sostegno a Fini nel quale però invitavano con molta chiarezza a non evo­care scissioni o elezioni an­ticipate e a lavorare per ri­cucire. Ieri invece Ignazio La Russa, che con Mau­rizio Gasparri ed il mini­stro Altero Matteoli aveva già fatto sapere che non avrebbe seguito Fini in un'eventuale scissione, è riuscito ad ottenere da 18 parlamentari di An eletti tra la Lombardia, il Pie­monte e la Liguria una col­legiale dichiarazione di fe­deltà politica al Pdl. «Man­teniamo con Fini rapporti di lealtà e amicizia - spiega il ministro della Difesa - ma abbiamo fatto una scelta politica che speriamo sia fatta da tutti, compresi Fi­ni e finiani. Una scelta irreversibile e contraria a ogni frattura del Pdl perché rompere il Pdl sarebbe un vantaggio per l'opposizione e per la Lega». «Una rottura - osserva inoltre La Russa -porterebbe a una inter­ruzione del processo del bi­polarismo e dei risultati elettorali senza precedenti ottenuti dal partito. Ci au­guriamo perciò che la no­stra scelta sia di tutti».

Nella lista dei parlamen­tari di An eletti nel Nord Ovest mancano solo quat­tro nomi, rimasti fedeli a Fini. Tra questi il ministro Andrea Ronchi, Mirko Tremagha e il già citato Valditara che, insieme al sindaco di Roma Gianni Alemanno, pare essere tra i più attivi pontieri della soluzione politica senza strappi, Per il resto quello degli aennini del Nord Ove­st è stato un vero e proprio esodo di massa che La Rus­sa, convinto che «36 anni di amicizia e lealtà nei con­fronti di Fini non si pos­sono interrompere per questioni politiche», spiega proprio in chiave anti-le­ghista (…).

 
Meno di quaranta nel club di Gianfranco PDF Stampa E-mail
martedì 20 aprile 2010

Da “Libero” del 20.4.2010, pag. 4

 

Saranno parecchie le sedie vuote, oggi, alla Sala Tatarella, ac­canto a Palazzo Montecitorio. Sono i lombardi i primi a disertare la convocazione del gruppo finiano e a guidare la rivolta contro i tradito­ri. Ma, complice la violenza verbale dei sostenitori di Gianfranco Fini, traballano anche alcuni pezzi im­portanti del Nordest.

E non è nemmeno detto che fra gli altri partecipanti - ne sono pre­visti una quarantina - vi siano sol­tanto seguaci del presidente della Camera. Perché un po' di loro sa­ranno semplici osservatori, altri stanno a metà del guado, in attesa degli eventi. E soprattutto un'altra componente, ultramaggioritaria nell'Italia del Nord, ritiene che «qualunque cosa accada, il Pdl rappresenta una scelta giusta e ir­reversibile che vogliamo contribui­re a rafforzare restando all’intemo del partito». Sono i diciotto depu­tati e senatori ex di Alleanza Nazio­nale, lombardi, piemontesi e liguri, riuniti ieri nello studio milanese del ministro della Difesa, Ignazio La Russa.

In vista della direzione di giovedì prossimo, sottoscrivono un docu­mento in cui prendono le distanze da Gianfranco Fini e dal gruppo de­gli scissionisti e lo propongono a tutta l'area dell'ex Alleanza Nazio­nale, in contrapposizione al docu­mento dei quattordici senatori fi­niani, per sottrarre le ultime spe­ranze di creare una nuova compa­gine di destra scissionista. «E per ora ci siamo occupati soltanto del Nordovest, ma non credo che sa­rebbe diverso in altre parti d'Italia», spiega La Russa (…).

Mancano soltanto le firme di Andrea Ronchi, Mirko Tremaglia, Giuseppe Valditara e Marco Zacchera.

 
E da Torino a Palermo scatta la protesta nelle Università PDF Stampa E-mail
lunedì 19 aprile 2010

Da “Il Messaggero” del 19.4.2010, pag. 8

  

Genova, Torino, Ro­ma, Palermo, da un ateneo al­l’altro rimbalza la protesta dei ricercatori universitari. "Abbia­mo votato all'unanimità l'asten­sione dall'attività didattica - af­ferma Marco Merafina, il coor­dinatore nazionale. La riforma in discussione in Parlamento non ci riconosce lo stato giuridi­co di docenti, perciò dal prossi­mo anno accademico ci rifiute­remo di fare lezione. Solo i nuo­vi ricercatori, che ora hanno il contratto "a tempo", se confer­mati potranno diventare asso­ciati. Per noi c'è il blocco di carriera, ma non abbiamo alcu­na intenzione di andare in estin­zione come i dinosauri".

Merafina sostiene che "mi­gliaia di ricercatori rischiano di restare su un binario morto per­ché esclusi dalla possibilità di diventare docenti, pur avendo supplito per anni alle carenze degli atenei". Un problema che il governo sembra voler risolve­re con una modifica del ddl che ora è all'esame della Commis­sione cultura in Senato. "La modifica, comunque, escluderà ogni forma di ope legis - spiega il relatore della riforma, il senato­re Giuseppe Valditara -. Il nodo deve essere sciolto, perché la disparità è ingiusta. Però deve essere chiaro che non può diven­tare professore associato un ri­cercatore che non consegua l'abilitazione nazionale e che non abbia i titoli".

Intanto sugli atenei incombe la minaccia dell'astensione dei ricercatori dalla didattica, astensione che può avere conse­guenze pesanti. Per essere auto­rizzato al funzionamento ogni corso di laurea deve avere un numero minimo di docenti. Ma siccome gli ordinari e gli associa­ti non bastano a garantire il numero minimo, senza l'appor­to dei ricercatori molti corsi sono a rischio.

"La nostra defezione sarà a tappeto - sostiene ancora Merafina - perciò in quasi tutti gli atenei ci saranno corsi di laurea che non avranno più i requisiti minimi e saranno costretti a chiudere. La nostra protesta, ovviamente, non riguarda solo lo stato giuridico, ma include tutto: dai problemi della ricerca alla mancanza di fondi, dal precariato irrisolto ai prepensiona­menti". Quanto all'astensione gli effetti saranno immediati, poiché i presidi nelle prossime settimane dovranno presentare l'offerta formativa per il nuovo anno accademico. Inevitabil­mente accadrà che senza avere la garanzia dei numeri richiesti dal regolamento molti corsi non potranno essere confermati.

“La riforma -accusa ancora il coordinatore dei ricercatori universitari - articola la docenza in due fasce, quella degli ordinari e quella degli associati. A noi avrebbero dovuto riconoscere il ruolo di associati ma non ci pensano affatto. Eppure ci hanno sempre chiesto di fare didattica (che in teoria non ci dovrebbe riguardare). Per tutto questo la mobilitazione non si fermerà, chiediamo che venga riconosciuto il nostro merito scientifico e il diritto a essere inquadrati nella nuova seconda fascia, an­che perché per anni abbiamo supplito alle tante carenze degli atenei".

 
Il docente non pubblica: niente aumenti in busta PDF Stampa E-mail
lunedì 19 aprile 2010

Da “Il Sole 24 Ore” del 19.4.2010, pag. 4

  

La produttività è una ma­teria ostica per l'università ita­liana.. Stretto fra la parola d’ordine della «meritocrazia» che domina tutte le ultime ri­forme in ambito pubblico e la difficoltà di trovare un metro condiviso per l'attività didatti­ca e di ricerca (con qualche di­fesa corporativa che non man­ca mai), il tema vive di fughe in avanti di solito accompa­gnate da correttivi che provano a ritornare allo status quo. La partita, fra spinte e controspinte, è ancora aperta. L'argomento più «popola­re» è quello del numero di ore che le leggi chiedono ai docen­ti di assicurare. Oggi sono 350 all'anno, limitate alla didattica sul presupposto che il tempo passato sui libri o in laboratorio non si presti a essere misurato con il cronometro. Le pri­me versioni della riforma Gelmini avevano provato ad alza­re l'asticella a 1512 ore l'anno, tutto compreso, ma la propo­sta è naufragata quasi subito; il disegno di legge all'esame del Senato si limita a chiedere al governo dì determinare l'impe­gno dei docenti «anche in rela­zione alla specificità degli am­biti scientifici di appartenen­za», e gli emendamenti del rela­tore (è il senatore Valditara, del Pdl) prevedono una «quantificazione figurativa» di 1500, ma solo in relazione al finanzia­mento delle attività di ricerca.

Più concreti sono gli inter­venti sugli scatti stipendiali, che le vecchie regole ricono­scevano automaticamente a tutti ogni due anni. Tanta ge­nerosità è stata messa in discussione già con il primo de­creto  Gelmini (il Dl 180/2008), che ha previsto il ri­conoscimento degli scatti biennali solo ai docenti in grado di vantare nell'ultimo biennio almeno una pubblicazio­ne scientifica. Il nuovo regime dovrebbe partire da gennaio 2014. Ma prima bisogna costrui­re l’anagrafe dei docenti previ­sta dallo stesso decreto e anco­ra inattuata. Intanto la riforma che sta viaggiando in Senato prevede di allungare il calen­dario degli scatti stipendiali, che passerebbero da biennali a triennali: per ottenerlo, i pro­fessori dovranno presentare una relazione «sul complesso delle attività didattiche».

 
“Il programma è rimasto sulla carta” PDF Stampa E-mail
domenica 18 aprile 2010

Da “Il Sole 24 Ore” del 18.4.2010, pag. 17

  

“Il problema, ora, non è la formazione o meno dì un grup­po autonomo ma verificare se c'è la volontà di offrire reali spa­zi di discussione per l'elabora­zione della linea politica del Pdl e per la sua rappresentanza”. Giuseppe Valditara è uno dei 14 senatori che ieri a Roma hanno sottoscritto il documento a so­stegno di Gianfranco Fini.

 

Ma non è che ci avete ripensato?        

 

“Quella del gruppo è l'ultima delle questioni. Noi puntiamo a rafforzare il Pdl”.

 

La maggioranza del partito pensa il contrario...

 

“Fini ha posto un problema che è ineludibíle: dove si co­struisce la linea politica del Pdl e dove è possibile rappre­sentare la pluralità di posizio­ni al suo interno?”

 

Non basta Berlusconi?

 

“No che non basta, anzi è con­troproducente lasciare Berlusconi solo. Un leader che ha alle spalle un partito forte è egli stes­so più forte, tanto con gli avver­sari che con gli alleati”.

 

Si riferisce alla Lega?

 

“Bossi fa bene il suo mestie­re, noi un po' meno. Nel pro­gramma elettorale si parlava esplicitamente di una riduzione del carico fiscale, di avvio del quoziente familiare, di ce­dolare secca sugli affitti, com­pensati da una riduzione della spesa pubblica, dall'abolizio­ne delle province...”.

 

Ma la Lega è contraria.

 

“E noi cosa abbiamo da dire? Abbiamo avviato un'ottima riforma del sistema universita­rio, che prevede però tagli inso­stenibili: pensiamo di confermare la riduzione di 1,2 miliardi di euro per il 2011 oppure riteniamo la ricerca, l'università una priorità da difendere? Do­ve è che si discute, che si indi­ca a la nostra posizione? Come sull'immigrazione”.

 

Beh eviterei di tirarla in bal­lo: Fini è accusato di aver fatto perdere voti a vantaggio del Carroccio per le sue posizioni sulla cittadinanza breve...

 

“Si conosce la posizione di Fi­ni, si conosce la posizione della Lega ma la gente non conosce quella del Pdl. E invece noi cre­diamo che il partito che ha ricevuto il maggior consenso dagli italiani debba dettarla quella li­nea, poi certo discutere con gli alleati, trovare un'intesa ma partendo da una propria posi­zione. Per dirla tutta: il proble­ma non è quello che dice il pre­sidente della Camera, ma l'assenza di una discussione alta e forte nel Pdl”.

 

Ma non avete vinto le elezioni?

 

“Abbiamo riconquistato molte amministrazioni importanti ma abbiamo anche perso un milio­ne di voti, che in parte si sono dis­solti nell'astensione e questo è un campanello d'allarme. Quando Fini mette l'accento sul ri­schio di un Pdl a trazione leghista afferma quel che molti nel Pdl temono ma non osano dire. Che cosa hanno pensato quan­do Bossi ha rivendicato la pre­miership nel 2013, le nomine nelle banche o la poltrona di sinda­co di Milano? Che scherzava?”.

 
Federalismo, parte la bicamerale. Maggioranza divisa sulle riforme PDF Stampa E-mail
mercoledì 14 aprile 2010

Da “Il Messaggero” del 14.4.2010, pag. 7

 

Per ora, l'unico passo concreto in direzione delle riforme sembra ottener­lo la Lega, visto che la maggioranza strin­ge i tempi sul federalismo fiscale e sul primo dei suoi decreti attuativi, quello che trasferisce una buona fetta di dema­nio, dalle spiagge ai laghi, alle carceri, alle caserme in disuso, agli enti locali. E' infatti, ormai operativa la commissione bicamerale incaricata di vagliare i decreti attuativi della legge delega di riforma federa­lista. In base al decreto, una se­rie di beni dello Stato passerebbe­ro in gestione agli enti locali. L'in­tenzione della maggioranza e del presidente della commissione Enrico Loggia, è quella di procedere in tempi brevi (…)

Ma per Fini e i suoi, come ribadisce il senatore Giusep­pe Valditara sul "Secolo", il nodo fonda­mentale è «una legge elettorale che faccia in modo che i parlamentari siano legitti­mati dalla scelta degli elettori. Ciò che si deve escludere - ammonisce- è che si possa pensare a un sistema in cui un capo dell'Esecutivo, eletto direttamente dal po­polo, e capo del partito di maggioranza relativa, possa nominare i parlamentari grazie a un meccanismo elettorale come quello attuale, che non consente ai cittadi­ni di esprimersi sui singoli candidati e non garantisce quell'equilibrio di poteri tipico di una democrazia liberale».

 
Presidenzialismo? Sì all’elezione diretta di un premier “forte”, ma con un Parlamento che svolga fun PDF Stampa E-mail
mercoledì 14 aprile 2010

Da “Il Secolo d’Italia” del 13.4.2010, pag. 5

 

di GIUSEPPE VALDITARA

 

I1 dibattito che si è aperto nel Pdl sulla natura delle riforme da fare è senz'al­tro positivo. La discussione è il sale del­la democrazia. Dunque ben vengano obiezioni e suggerimenti. Da una parte si confrontano coloro che ritengono prioritario fare alcune riforme istitu­zionali rafforzando innanzitutto il po­tere di un capo dell'esecutivo diretta­mente eletto dal popolo e ridefinendo il ruolo della magistratura. Dall'altro vi è chi insiste che si debbano far partire subito incisive riforme emnomiche che mettano in cantiere riduzione della spesa e abbattimento delle tasse su fa­miglie e imprese. Nessuna delle posi­zioni in campo contesta l'importanza di adeguate riforme economiche e istitu­zionali, semmai si discute sul merito di quelle istituzionali oltreché sulle priorità temporali. Con riferimento in par­ticolare alle riforme istituzionali si af­ferma da alcuni che un presidenzialismo alla francese può essere fatto a prescindere dal cambiamento dell’at­tuale legge elettorale; Per altri la modi­fica della legge elettorale è una condi­zione sine qua non. A questo riguardo qualche precisazione va fatta. È senza dubbio ungente dare al capo dell'esecu­tivo il potere di nominare ministri e sottosegretari senza passaggi ulteriori. Occorre trasformare il presidente del Consiglio in un vero e proprio premier. L'elezione diretta di un capo dell'ese­cutivo gli darebbe un'ulteriore forza, sottraendolo ai condizionamenti che de­rivano necessariamente da governi di coalizione e all'obbligo della fiducia del Parlamento. È di tutta evidenza pe­rò che un sistema siffatto necessita di un Parlamento altrettanto forte che sia capace di svolgere, funzioni di control­lo e di collaborazione anche dialettica con l'esecutivo. Ciò richiede innanzi­tutto una legge elettorale che consenta di far sì che i parlamentari siano diret­tamente legittimati da una scelta popo­lare. Personalmente ritengo che il si­stema maggioritario sia quello più adeguato. Si può discutere se debba essere, a un turno o a turno doppio. Importan­te è che gli elettori possano scegliere i candidati. Ciò che si deve escludere è che si possa pensare a un sistema in cui un capo dell'esecutivo eletto diretta­mente dal popolo, e capo del partito di maggioranza relativa, possa nominare i parlamentari grazie a un meccanismo elettorale come quello attuale che non consente ai cittadini di esprimersi sui singoli candidati. Questo sistema non garantirebbe quell'equilibrio di poteri tipico di una democrazia liberale.

 
Governance e ricercatori nodi cruciali della riforma PDF Stampa E-mail
martedì 13 aprile 2010

Da “Il Sole 24 Ore” del 13.4.2010, pag. 7 

Governance e reclutamento sono i due muri portanti della riforma Gelmini sull'università. Abbatterli o anche solo scalfirli vorrebbe dire mettere a repentaglio la tenuta del disegno di legge all'esame del Senato e i suoi intenti innovatori. E con 828 emendamenti da esaminare il rischio di "annacquament" -paventato sabato scorso dal presidente di Confindustria Emma Marcegaglia - può dirsi tutt'altro che superato.

Non è tanto il numero delle proposte di modifica a preoccupare il relatore Giuseppe Va1ditara (Pdl) e i collaboratori del ministro Gelmini quanto il loro impatto su due aspetti specifici. A cominciare dalla separazione tra Cda e Senato accademico che alcuni emendamenti vorrebbero rendere meno netta, eliminando la possibilità di nominare dei membri esterni nei consigli di amministrazione oppure facendo del Senato una semplice «camera di compensazione» tra il potere dei vari presidi.

Altro tema delicato è la richiesta di istituire accanto a ordinari e associati anche il ruolo «transitorio ad esaurimento del professore universitario aggregato» per i ricercatori che si trovano temporaneamente in quel ruolo, come proposto dal senatore Raffaele Calabrò (Pdl). Un'ipotesi, si mormora a viale Trastevere, che se accolta creerebbe «una terza fascia ope legis e totalmente sganciata dalle risorse di bilancio degli atenei».

 

Da domani la sorte del ddl Gelmini sarà più chiara visto che la commissione Pubblica istruzione di Palazzo Madama comincerà a votare gli emendamenti. Oltre ai 22 che recepiscono le annotazioni della commissione Bilancio e alle correzioni meramente tecniche o formali dovrebbero passare alcune delle proposte di modifica targate Valditara e su cui il Miur è pronto a dare parere favorevole. Come l'attribuzione al cda del potere disciplinare sul proprio personale mentre oggi il rettore può solo rivolgersi al Cun, la semplificazione delle procedure per le chiamate locali e la precisazione che nel tetto annuo di 1.500 ore lavorative per i docenti non rientrerà la ricerca laddove andrà certificato lo svolgimento di «almeno» 350 ore per la didattica.

 
Tagliare la spesa pubblica. Si può fare, partendo da sanità ed enti locali PDF Stampa E-mail
lunedì 12 aprile 2010

Da www.generazioneitalia.it del 12.4.2010 

di Giuseppe Valditara

 

La vera riforma di cui il Paese ha bisogno è un radicale ripensamento della spesa pubblica all'insegna di chiari principi liberali che rigettino logiche assistenziali, clientelari o demagogiche. Lo strumento per fare questo è una rilettura attenta, minuziosa, delle singole voci della spesa, fatta innanzitutto sulle relazioni della Corte dei Conti. Non servono invece i soliti indiscriminati tagli lineari alle tabelle del bilancio dello stato.

In questo contesto il federalismo fiscale è, almeno in astratto, un necessario momento di responsabilizzazione. Ma non possiamo attendere i tempi del federalismo fiscale per incidere su alcuni settori decisivi della finanza pubblica.

Uno dei capitoli di spesa che presenta maggiori anomalie è quello sanitario, di competenza regionale. Il vizio non sta nella competenza regionale, prova ne è che in Lombardia o in Emilia la gestione è efficiente, sta piuttosto nella inadeguatezza di certe classi dirigenti regionali del passato.

I dati sono impressionanti. Nel 2007 il governo Prodi dilapidò 12,1 miliardi di risorse pubbliche per ripianare il debito sanitario di cinque regioni. Scorrendo le relazioni della Corte dei Conti scopriamo che un pacco di cerotti è costato in Calabria 100 volte più della media nazionale, e una sacca per trasfusioni 4 volte che in Emilia. In una relazione della allora ministro Livia Turco si denunciava, sempre per la Calabria, l'anomalia di un ospedale con 12 posti letto e 325 dipendenti. In Campania arrivano più risorse pro capite per la sanità che in Lombardia, ma la sanità lombarda ha un indice di qualità pari a +0,9, la Campania a -1,4. Questa situazione si è determinata perchè alla autonomia di spesa non è corrisposta una adeguata responsabilità.

Aspettare ora 5 anni, tanti quanti necessitano al federalismo fiscale per funzionare, prima di intervenire incisivamente, fa correre il rischio che nel frattempo i costi storici delle regioni più indebitate siano diventati così elevati da rendere politicamente impraticabile tagliarli adeguandoli ai costi standard, che nel frattempo saranno di conseguenza comunque cresciuti. Negli ultimi 5 anni le spese per acquisti nella sanità sono infatti aumentate del 50% e a novembre sono stati stanziati ulteriori 4,5 miliardi di euro per ripianare i debiti delle regioni, in massima parte sul settore sanitario.

Con i 12 miliardi di euro del 2007 si sarebbe potuto introdurre il quoziente famigliare e sarebbe stato possibile investire risorse importanti per finanziare ricerca e infrastrutture.

Lo stato deve concordare subito con ogni regione in deficit un serio piano di risanamento, che comporti un adeguato taglio delle spese, chiedendo altresì la presentazione di una programmazione strategica  quinquennale in materia sanitaria.

Un'altra voce di spesa su cui si può intervenire è rappresentata dal numero eccessivo di enti locali. Istituire una nuova provincia di medie dimensioni, ha comportato mediamente circa 200 milioni di spese aggiuntive per il bilancio dello stato. Ma non è stata solo la moltiplicazione delle province a incidere significativamente. In Italia ci sono 8100 comuni, in Francia, dove erano altrettanto numerosi, hanno provveduto ad accorparli, una soluzione analoga si potrebbe adottare pure da noi.

Solo con un serio ripensamento di tutta la spesa pubblica potremo rilanciare un Paese che ha drammatico bisogno di incoraggiare gli investimenti produttivi e di abbassare il prelievo fiscale sulle famiglie, sulla casa e sulle imprese.

 
Finiani in campo, solo in tre con “Generazione Italia” PDF Stampa E-mail
lunedì 12 aprile 2010

Da “Il Giorno – Milano” del 12.4.2010, pag. 8

 

Finiani doc in campo. Sono pochini, per la verità, ma anche a Milano e in Lombardia i fedelissi­mi del presidente della Camera Gianfranco Fini si stanno mobili­tando in vista della nascita ufficia­le di «Generazione Italia». Il batte­simo della lobby che sponsorizza la leadership di Fini all'interno del Popolo della Libertà è in pro­gramma il 7 e 8 maggio prossimi a Perugia. E tre pidiellini milane­si provenienti da Alleanza Nazionale annunciano che ci saranno. Si tratta dell'europarlamentare Cristiana Muscardini, del senatore Giuseppe Valditara e dell'asses­sore comunale Giampaolo Landi di Chiavenna. «Sì, a Perugia ci sa­remo», afferma la Muscardini, vi­cina a Fini già dai tempi del Msi e di An.

La Muscardini, Valditara e Landi stanno già organizzando un convegno su riforma della leg­ge elettorale e lotta contro doppi e tripli incarichi che si svolgerà il prossimo 14 maggio. Con ogni. probabilità, il primo appuntamen­to di «Generazione Italia» a Milano (…).

 
Niente più “tornelli” nelle università, salta il tetto di 1.500 ore per i docenti PDF Stampa E-mail
lunedì 12 aprile 2010

Da “Il Messaggero” del 12.4.2010, pag. 8

 

Tutti d'accordo nel far saltare l'obbligo delle 1.500 ore di lavoro per i docen­ti, ma si apre lo scontro sul Consiglio di amministrazio­ne, La Commissione Istruzio­ne del Senato mercoledì prossi­mo metterà ai voti la riforma dell'università, riforma che ri­scrive le regole di funzionamen­to degli atenei. Il testo subirà non poche modifi­che.

Sono all'ordi­ne del giorno i 25 punti presen­tati dal relatore di maggioranza, Giuseppe Valditara con altret­tanti emenda­menti. Il primo e sostanziale cambiamento riguarda il «tetto an­nuo di 1.500 ore per l'attività dei docenti»: cadrà l'obbligo di "cer­tificare" il lavo­ro dei professo­ri: «Che non è quantificabile in ore - sostiene Valditara - Con­ta, invece, se uno abbia fatto ricerca e didatti­ca di qualità: pos­siamo misurare e certificare pub­blicazioni e risul­tati, non le ore, che oltre a non essere documentabili solleva­no problemi di incostituzionalità e non han­no alcun senso sul piano della valutazione». Insomma, nien­te tornelli negli atenei: non sono ministeri con impiegati che svolgono pratiche. Su que­sto sono tutti d'accordo, mag­gioranza e opposizione. Ma quali saranno gli altri cambia­menti? Verrà snaturato il testo di partenza? «Assolutamente no», afferma Valditara. L'esponente finiano assicura che gli interventi sono tutti «migliorativi» per eliminare «eccessi di prescrittività e di dirigismo» e afferma che gli emendamenti da lui presentati hanno «sostanzialmente l'ok del ministro».

Comunque, Mariastella Gelmini difende il suo ddl e invita il Parlamento a non fare «passi indietro» ma al contra­rio a rafforzare gli aspetti qua­lificanti: «Sulla riforma nessun annacquamento - incalza Gelmini - gli atenei dovranno coniugare autonomia e respon­sabilità».

Dunque, superato lo scoglio delle 1.500 ora il braccio di ferro è sul Cda. La nuova composizione del Con­siglio di amministrazione, che prevede l'ingresso di almeno il 40% di esterni, spacca il mondo accademico. Per la maggior parte dei professori e dei i ricercatori il ddl consegna «poteri assoluti» al nuovo Consi­glio, con un duplice effetto: «rafforzare le oligarchie che hanno portato gli atenei al dissesto» e «ridurre gli atenei a organismi lottizzati, stile Asl».

Le posizioni critiche, con toni diversi, non solo vengono da sinistra, ma anche da un caposcuola del pensiero libera­le come Dario Antiseri, profes­sore emerito della Luíss, il quale ha manifestato preoccu­pazioni e perplessità per «l'ec­cessivo potere» dato al Cda. Per Antiseri ci sarebbe anche il rischio di compromettere la libera ricerca e l'autonomia accademica, sacrificate sull'al­tare dell'interesse economico. Di altro parere il mondo im­prenditoriale. La Confindu­stria, con alcuni dei suoi più prestigiosi rappresentanti, vedi Gianfelice Rocca, vicepresi­dente per l'Education, invoca «il vento nuovo della riforma» perché darebbe una governan­ce migliore agli atenei. D'altra parte l'autonomia senza responsabilità ha provocato mol­ti guasti: dalle corporazioni accademiche ai bilanci in ros­so, ai concorsi truccati.

Intanto, Nunzio Miraglia, dell'Andu, l'Associazione na­zionale dei docenti universita­ri, spara a zero: «Il Cda voluto dalla Gelmini avrà funzioni di indirizzo strategico, di pro­grammazione finanziaria del personale, di competenza a deliberare, ad attivare o sop­primere corsi e sedi, avrà perfi­no ingerenza sulle assunzioni proposte dal dipartimento e sulle sanzioni disciplinari con­tro professori e ricercatori... In­somma avrà poteri stermina­ti, gestiti da personaggi esterni all'università, che rispondono a interessi esterni».

L'Andu, poi, critica il ruo­lo del rettore: «Diventerà un sovrano assoluto, con ampi poteri, potrebbe anche essere il presidente del Cda». Secon­do l'Associazione dei docenti inoltre «l'abilitazione naziona­le» non sarebbe una garanzia, si rischia il «blocco dei concor­si e l'espulsione di gran parte degli attuali precari».

Il ddl, comunque, si prepa­ra a recuperare alcuni «ecces­si». Vediamo gli emendamen­ti del relatore Valditara. «Fer­mo restando il principio del­l'autonomia responsabile, l'obiettivo è quello di rendere più efficienti i meccanismi pre­visti da numerose norme. Per esempio, sia nel campo della organizzazione che del recluta­mento propongo di sopprime­re alcuni commi che sono ap­parsi maggiormente prescritti­vi e dirigisti, prevedendo com­plessi calcoli fondati su minu­ziosi quozienti, percentuali, numeri a cui le università do­vevano rigidamente attenersi. In realtà, si rende il testo anco­ra più coerente con i principi dichiarati. Un altro esempio: non è giusto far decidere alle singole un università la composi­zione delle liste dei commissa­ri di valutazione, né è opportu­no che il ministero nomini commissari di concorso. Gli emendamenti propongono delle rettifiche. Né appare coe­rente con una logica di autono­mia responsabile che le univer­sità si scelgano i revisori dei conti fra i funzionari ministe­riali. Mentre i procedimenti disciplinari faranno capo di­rettamente alle università che devono valutare i dipendenti e non ad un organismo politi­co di giurisdizione domestica come il Cun». Il senatore ag­giunge: «Tra gli emendamenti anche la revisione dell'artico­lo 9, per semplificare le proce­dure dei concorsi e renderle più snelle».

Valditara poi spiega che metterà ai voti un'altra novità "forte": «Potranno essere sti­pulati accordi di programma con cui consentire ai singoli atenei meritevoli di sperimen­tare modelli del tutto innovati­vi in tema di organizzazione, reclutamento e stato giuridico dei docenti. Sarà inoltre valo­rizzata l'autonomia statutaria dei singoli atenei in materia di governance, scegliendo fra un modello volto a separare i ruo­li di presidente del Cda e di rettore, ma sarà anche possibi­le un modello che unifichi il tutto in una unica persona". Sarà comunque possibile evi­tare che rettori non più rieleg­gibili possano continuare a go­vernare l'ateneo nella veste di presidenti del Cda, per impe­dire che una "governance dua­le" paralizzi l'azione del retto­re».

Già, ma basta per garanti­re università più virtuose e meno indulgenti? Vedremo. L'iter della riforma non è ter­minato, dovrà superare l'aula di Palazzo Madama, e poi an­dare alla Camera.

 
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