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Finiani, l’ammutinamento continua |
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martedì 20 aprile 2010 |
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Da “ La Padania” del 20.4.2010, pag. 2 Lo scontro politico tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi potrebbe essere vicino ad una svolta pacifica. Oggi infatti il presidente della Camera riunirà i suoi fedelissimi nella Sala Tatarella di Montecitorio con l'obiettivo di mettere a punto un testo condiviso da presentare alla direzione nazionale di giovedì, dove la platea dei 170 membri sarà allargata per l'occasione a tutti i parlamentari ed europarlamentari del Pdl. Calcolatrice alla mano si tratta di circa 600 persone ed è facile immaginare che, se qualcuno dei finiani dovesse ricorrere ai toni o agli argomenti utilizzati venerdì sera in tv da Italo Bocchino e Adolfo Urso contro Maurizio Lupi, l'assemblea si trasformerebbe in una sorta di arena romana dove i berluscones, in netta maggioranza, esibirebbero il pollice verso (…). Ma la sensazione è che il presidente della Camera arrivi a questo passaggio con le polveri bagnate. Già in troppi, infatti, nelle sue file si sono schierati con Berlusconi o hanno assunto posizioni terziste all'insegna della non-belligeranza. Sabato scorso 14 senatori ex An - Laura Allegrini, Andrea Augello, Mario Baldassarri, Cesare Cursi, Candido De Angelis, Egidio Digilio, Maria Ida Germontani, Giuseppe Menardi, Antonio Paravia, Franco Pontone, Maurizio Saia, Oreste Tofari, Giuseppe Valditara e Pasquale Viespoli - hanno sottoscritto un documento di sostegno a Fini nel quale però invitavano con molta chiarezza a non evocare scissioni o elezioni anticipate e a lavorare per ricucire. Ieri invece Ignazio La Russa, che con Maurizio Gasparri ed il ministro Altero Matteoli aveva già fatto sapere che non avrebbe seguito Fini in un'eventuale scissione, è riuscito ad ottenere da 18 parlamentari di An eletti tra la Lombardia, il Piemonte e la Liguria una collegiale dichiarazione di fedeltà politica al Pdl. «Manteniamo con Fini rapporti di lealtà e amicizia - spiega il ministro della Difesa - ma abbiamo fatto una scelta politica che speriamo sia fatta da tutti, compresi Fini e finiani. Una scelta irreversibile e contraria a ogni frattura del Pdl perché rompere il Pdl sarebbe un vantaggio per l'opposizione e per la Lega». «Una rottura - osserva inoltre La Russa -porterebbe a una interruzione del processo del bipolarismo e dei risultati elettorali senza precedenti ottenuti dal partito. Ci auguriamo perciò che la nostra scelta sia di tutti». Nella lista dei parlamentari di An eletti nel Nord Ovest mancano solo quattro nomi, rimasti fedeli a Fini. Tra questi il ministro Andrea Ronchi, Mirko Tremagha e il già citato Valditara che, insieme al sindaco di Roma Gianni Alemanno, pare essere tra i più attivi pontieri della soluzione politica senza strappi, Per il resto quello degli aennini del Nord Ovest è stato un vero e proprio esodo di massa che La Russa, convinto che «36 anni di amicizia e lealtà nei confronti di Fini non si possono interrompere per questioni politiche», spiega proprio in chiave anti-leghista (…). |
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Meno di quaranta nel club di Gianfranco |
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martedì 20 aprile 2010 |
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Da “Libero” del 20.4.2010, pag. 4 Saranno parecchie le sedie vuote, oggi, alla Sala Tatarella, accanto a Palazzo Montecitorio. Sono i lombardi i primi a disertare la convocazione del gruppo finiano e a guidare la rivolta contro i traditori. Ma, complice la violenza verbale dei sostenitori di Gianfranco Fini, traballano anche alcuni pezzi importanti del Nordest. E non è nemmeno detto che fra gli altri partecipanti - ne sono previsti una quarantina - vi siano soltanto seguaci del presidente della Camera. Perché un po' di loro saranno semplici osservatori, altri stanno a metà del guado, in attesa degli eventi. E soprattutto un'altra componente, ultramaggioritaria nell'Italia del Nord, ritiene che «qualunque cosa accada, il Pdl rappresenta una scelta giusta e irreversibile che vogliamo contribuire a rafforzare restando all’intemo del partito». Sono i diciotto deputati e senatori ex di Alleanza Nazionale, lombardi, piemontesi e liguri, riuniti ieri nello studio milanese del ministro della Difesa, Ignazio La Russa. In vista della direzione di giovedì prossimo, sottoscrivono un documento in cui prendono le distanze da Gianfranco Fini e dal gruppo degli scissionisti e lo propongono a tutta l'area dell'ex Alleanza Nazionale, in contrapposizione al documento dei quattordici senatori finiani, per sottrarre le ultime speranze di creare una nuova compagine di destra scissionista. «E per ora ci siamo occupati soltanto del Nordovest, ma non credo che sarebbe diverso in altre parti d'Italia», spiega La Russa (…). Mancano soltanto le firme di Andrea Ronchi, Mirko Tremaglia, Giuseppe Valditara e Marco Zacchera. |
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E da Torino a Palermo scatta la protesta nelle Università |
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lunedì 19 aprile 2010 |
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Da “Il Messaggero” del 19.4.2010, pag. 8 Genova, Torino, Roma, Palermo, da un ateneo all’altro rimbalza la protesta dei ricercatori universitari. "Abbiamo votato all'unanimità l'astensione dall'attività didattica - afferma Marco Merafina, il coordinatore nazionale. La riforma in discussione in Parlamento non ci riconosce lo stato giuridico di docenti, perciò dal prossimo anno accademico ci rifiuteremo di fare lezione. Solo i nuovi ricercatori, che ora hanno il contratto "a tempo", se confermati potranno diventare associati. Per noi c'è il blocco di carriera, ma non abbiamo alcuna intenzione di andare in estinzione come i dinosauri". Merafina sostiene che "migliaia di ricercatori rischiano di restare su un binario morto perché esclusi dalla possibilità di diventare docenti, pur avendo supplito per anni alle carenze degli atenei". Un problema che il governo sembra voler risolvere con una modifica del ddl che ora è all'esame della Commissione cultura in Senato. "La modifica, comunque, escluderà ogni forma di ope legis - spiega il relatore della riforma, il senatore Giuseppe Valditara -. Il nodo deve essere sciolto, perché la disparità è ingiusta. Però deve essere chiaro che non può diventare professore associato un ricercatore che non consegua l'abilitazione nazionale e che non abbia i titoli". Intanto sugli atenei incombe la minaccia dell'astensione dei ricercatori dalla didattica, astensione che può avere conseguenze pesanti. Per essere autorizzato al funzionamento ogni corso di laurea deve avere un numero minimo di docenti. Ma siccome gli ordinari e gli associati non bastano a garantire il numero minimo, senza l'apporto dei ricercatori molti corsi sono a rischio. "La nostra defezione sarà a tappeto - sostiene ancora Merafina - perciò in quasi tutti gli atenei ci saranno corsi di laurea che non avranno più i requisiti minimi e saranno costretti a chiudere. La nostra protesta, ovviamente, non riguarda solo lo stato giuridico, ma include tutto: dai problemi della ricerca alla mancanza di fondi, dal precariato irrisolto ai prepensionamenti". Quanto all'astensione gli effetti saranno immediati, poiché i presidi nelle prossime settimane dovranno presentare l'offerta formativa per il nuovo anno accademico. Inevitabilmente accadrà che senza avere la garanzia dei numeri richiesti dal regolamento molti corsi non potranno essere confermati. “La riforma -accusa ancora il coordinatore dei ricercatori universitari - articola la docenza in due fasce, quella degli ordinari e quella degli associati. A noi avrebbero dovuto riconoscere il ruolo di associati ma non ci pensano affatto. Eppure ci hanno sempre chiesto di fare didattica (che in teoria non ci dovrebbe riguardare). Per tutto questo la mobilitazione non si fermerà, chiediamo che venga riconosciuto il nostro merito scientifico e il diritto a essere inquadrati nella nuova seconda fascia, anche perché per anni abbiamo supplito alle tante carenze degli atenei". |
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Il docente non pubblica: niente aumenti in busta |
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lunedì 19 aprile 2010 |
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Da “Il Sole 24 Ore” del 19.4.2010, pag. 4 La produttività è una materia ostica per l'università italiana.. Stretto fra la parola d’ordine della «meritocrazia» che domina tutte le ultime riforme in ambito pubblico e la difficoltà di trovare un metro condiviso per l'attività didattica e di ricerca (con qualche difesa corporativa che non manca mai), il tema vive di fughe in avanti di solito accompagnate da correttivi che provano a ritornare allo status quo. La partita, fra spinte e controspinte, è ancora aperta. L'argomento più «popolare» è quello del numero di ore che le leggi chiedono ai docenti di assicurare. Oggi sono 350 all'anno, limitate alla didattica sul presupposto che il tempo passato sui libri o in laboratorio non si presti a essere misurato con il cronometro. Le prime versioni della riforma Gelmini avevano provato ad alzare l'asticella a 1512 ore l'anno, tutto compreso, ma la proposta è naufragata quasi subito; il disegno di legge all'esame del Senato si limita a chiedere al governo dì determinare l'impegno dei docenti «anche in relazione alla specificità degli ambiti scientifici di appartenenza», e gli emendamenti del relatore (è il senatore Valditara, del Pdl) prevedono una «quantificazione figurativa» di 1500, ma solo in relazione al finanziamento delle attività di ricerca. Più concreti sono gli interventi sugli scatti stipendiali, che le vecchie regole riconoscevano automaticamente a tutti ogni due anni. Tanta generosità è stata messa in discussione già con il primo decreto Gelmini (il Dl 180/2008), che ha previsto il riconoscimento degli scatti biennali solo ai docenti in grado di vantare nell'ultimo biennio almeno una pubblicazione scientifica. Il nuovo regime dovrebbe partire da gennaio 2014. Ma prima bisogna costruire l’anagrafe dei docenti prevista dallo stesso decreto e ancora inattuata. Intanto la riforma che sta viaggiando in Senato prevede di allungare il calendario degli scatti stipendiali, che passerebbero da biennali a triennali: per ottenerlo, i professori dovranno presentare una relazione «sul complesso delle attività didattiche». |
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“Il programma è rimasto sulla carta” |
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domenica 18 aprile 2010 |
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Da “Il Sole 24 Ore” del 18.4.2010, pag. 17 “Il problema, ora, non è la formazione o meno dì un gruppo autonomo ma verificare se c'è la volontà di offrire reali spazi di discussione per l'elaborazione della linea politica del Pdl e per la sua rappresentanza”. Giuseppe Valditara è uno dei 14 senatori che ieri a Roma hanno sottoscritto il documento a sostegno di Gianfranco Fini. Ma non è che ci avete ripensato? “Quella del gruppo è l'ultima delle questioni. Noi puntiamo a rafforzare il Pdl”. La maggioranza del partito pensa il contrario... “Fini ha posto un problema che è ineludibíle: dove si costruisce la linea politica del Pdl e dove è possibile rappresentare la pluralità di posizioni al suo interno?” Non basta Berlusconi? “No che non basta, anzi è controproducente lasciare Berlusconi solo. Un leader che ha alle spalle un partito forte è egli stesso più forte, tanto con gli avversari che con gli alleati”. Si riferisce alla Lega? “Bossi fa bene il suo mestiere, noi un po' meno. Nel programma elettorale si parlava esplicitamente di una riduzione del carico fiscale, di avvio del quoziente familiare, di cedolare secca sugli affitti, compensati da una riduzione della spesa pubblica, dall'abolizione delle province...”. Ma la Lega è contraria. “E noi cosa abbiamo da dire? Abbiamo avviato un'ottima riforma del sistema universitario, che prevede però tagli insostenibili: pensiamo di confermare la riduzione di 1,2 miliardi di euro per il 2011 oppure riteniamo la ricerca, l'università una priorità da difendere? Dove è che si discute, che si indica a la nostra posizione? Come sull'immigrazione”. Beh eviterei di tirarla in ballo: Fini è accusato di aver fatto perdere voti a vantaggio del Carroccio per le sue posizioni sulla cittadinanza breve... “Si conosce la posizione di Fini, si conosce la posizione della Lega ma la gente non conosce quella del Pdl. E invece noi crediamo che il partito che ha ricevuto il maggior consenso dagli italiani debba dettarla quella linea, poi certo discutere con gli alleati, trovare un'intesa ma partendo da una propria posizione. Per dirla tutta: il problema non è quello che dice il presidente della Camera, ma l'assenza di una discussione alta e forte nel Pdl”. Ma non avete vinto le elezioni? “Abbiamo riconquistato molte amministrazioni importanti ma abbiamo anche perso un milione di voti, che in parte si sono dissolti nell'astensione e questo è un campanello d'allarme. Quando Fini mette l'accento sul rischio di un Pdl a trazione leghista afferma quel che molti nel Pdl temono ma non osano dire. Che cosa hanno pensato quando Bossi ha rivendicato la premiership nel 2013, le nomine nelle banche o la poltrona di sindaco di Milano? Che scherzava?”. |
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Federalismo, parte la bicamerale. Maggioranza divisa sulle riforme |
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mercoledì 14 aprile 2010 |
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Da “Il Messaggero” del 14.4.2010, pag. 7 Per ora, l'unico passo concreto in direzione delle riforme sembra ottenerlo la Lega, visto che la maggioranza stringe i tempi sul federalismo fiscale e sul primo dei suoi decreti attuativi, quello che trasferisce una buona fetta di demanio, dalle spiagge ai laghi, alle carceri, alle caserme in disuso, agli enti locali. E' infatti, ormai operativa la commissione bicamerale incaricata di vagliare i decreti attuativi della legge delega di riforma federalista. In base al decreto, una serie di beni dello Stato passerebbero in gestione agli enti locali. L'intenzione della maggioranza e del presidente della commissione Enrico Loggia, è quella di procedere in tempi brevi (…) Ma per Fini e i suoi, come ribadisce il senatore Giuseppe Valditara sul "Secolo", il nodo fondamentale è «una legge elettorale che faccia in modo che i parlamentari siano legittimati dalla scelta degli elettori. Ciò che si deve escludere - ammonisce- è che si possa pensare a un sistema in cui un capo dell'Esecutivo, eletto direttamente dal popolo, e capo del partito di maggioranza relativa, possa nominare i parlamentari grazie a un meccanismo elettorale come quello attuale, che non consente ai cittadini di esprimersi sui singoli candidati e non garantisce quell'equilibrio di poteri tipico di una democrazia liberale». |
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Presidenzialismo? Sì all’elezione diretta di un premier “forte”, ma con un Parlamento che svolga fun |
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mercoledì 14 aprile 2010 |
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Da “Il Secolo d’Italia” del 13.4.2010, pag. 5 di GIUSEPPE VALDITARA I1 dibattito che si è aperto nel Pdl sulla natura delle riforme da fare è senz'altro positivo. La discussione è il sale della democrazia. Dunque ben vengano obiezioni e suggerimenti. Da una parte si confrontano coloro che ritengono prioritario fare alcune riforme istituzionali rafforzando innanzitutto il potere di un capo dell'esecutivo direttamente eletto dal popolo e ridefinendo il ruolo della magistratura. Dall'altro vi è chi insiste che si debbano far partire subito incisive riforme emnomiche che mettano in cantiere riduzione della spesa e abbattimento delle tasse su famiglie e imprese. Nessuna delle posizioni in campo contesta l'importanza di adeguate riforme economiche e istituzionali, semmai si discute sul merito di quelle istituzionali oltreché sulle priorità temporali. Con riferimento in particolare alle riforme istituzionali si afferma da alcuni che un presidenzialismo alla francese può essere fatto a prescindere dal cambiamento dell’attuale legge elettorale; Per altri la modifica della legge elettorale è una condizione sine qua non. A questo riguardo qualche precisazione va fatta. È senza dubbio ungente dare al capo dell'esecutivo il potere di nominare ministri e sottosegretari senza passaggi ulteriori. Occorre trasformare il presidente del Consiglio in un vero e proprio premier. L'elezione diretta di un capo dell'esecutivo gli darebbe un'ulteriore forza, sottraendolo ai condizionamenti che derivano necessariamente da governi di coalizione e all'obbligo della fiducia del Parlamento. È di tutta evidenza però che un sistema siffatto necessita di un Parlamento altrettanto forte che sia capace di svolgere, funzioni di controllo e di collaborazione anche dialettica con l'esecutivo. Ciò richiede innanzitutto una legge elettorale che consenta di far sì che i parlamentari siano direttamente legittimati da una scelta popolare. Personalmente ritengo che il sistema maggioritario sia quello più adeguato. Si può discutere se debba essere, a un turno o a turno doppio. Importante è che gli elettori possano scegliere i candidati. Ciò che si deve escludere è che si possa pensare a un sistema in cui un capo dell'esecutivo eletto direttamente dal popolo, e capo del partito di maggioranza relativa, possa nominare i parlamentari grazie a un meccanismo elettorale come quello attuale che non consente ai cittadini di esprimersi sui singoli candidati. Questo sistema non garantirebbe quell'equilibrio di poteri tipico di una democrazia liberale. |
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Governance e ricercatori nodi cruciali della riforma |
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martedì 13 aprile 2010 |
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Da “Il Sole 24 Ore” del 13.4.2010, pag. 7 Governance e reclutamento sono i due muri portanti della riforma Gelmini sull'università. Abbatterli o anche solo scalfirli vorrebbe dire mettere a repentaglio la tenuta del disegno di legge all'esame del Senato e i suoi intenti innovatori. E con 828 emendamenti da esaminare il rischio di "annacquament" -paventato sabato scorso dal presidente di Confindustria Emma Marcegaglia - può dirsi tutt'altro che superato. Non è tanto il numero delle proposte di modifica a preoccupare il relatore Giuseppe Va1ditara (Pdl) e i collaboratori del ministro Gelmini quanto il loro impatto su due aspetti specifici. A cominciare dalla separazione tra Cda e Senato accademico che alcuni emendamenti vorrebbero rendere meno netta, eliminando la possibilità di nominare dei membri esterni nei consigli di amministrazione oppure facendo del Senato una semplice «camera di compensazione» tra il potere dei vari presidi. Altro tema delicato è la richiesta di istituire accanto a ordinari e associati anche il ruolo «transitorio ad esaurimento del professore universitario aggregato» per i ricercatori che si trovano temporaneamente in quel ruolo, come proposto dal senatore Raffaele Calabrò (Pdl). Un'ipotesi, si mormora a viale Trastevere, che se accolta creerebbe «una terza fascia ope legis e totalmente sganciata dalle risorse di bilancio degli atenei». Da domani la sorte del ddl Gelmini sarà più chiara visto che la commissione Pubblica istruzione di Palazzo Madama comincerà a votare gli emendamenti. Oltre ai 22 che recepiscono le annotazioni della commissione Bilancio e alle correzioni meramente tecniche o formali dovrebbero passare alcune delle proposte di modifica targate Valditara e su cui il Miur è pronto a dare parere favorevole. Come l'attribuzione al cda del potere disciplinare sul proprio personale mentre oggi il rettore può solo rivolgersi al Cun, la semplificazione delle procedure per le chiamate locali e la precisazione che nel tetto annuo di 1.500 ore lavorative per i docenti non rientrerà la ricerca laddove andrà certificato lo svolgimento di «almeno» 350 ore per la didattica. |
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Tagliare la spesa pubblica. Si può fare, partendo da sanità ed enti locali |
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lunedì 12 aprile 2010 |
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Da “www.generazioneitalia.it” del 12.4.2010 di Giuseppe Valditara La vera riforma di cui il Paese ha bisogno è un radicale ripensamento della spesa pubblica all'insegna di chiari principi liberali che rigettino logiche assistenziali, clientelari o demagogiche. Lo strumento per fare questo è una rilettura attenta, minuziosa, delle singole voci della spesa, fatta innanzitutto sulle relazioni della Corte dei Conti. Non servono invece i soliti indiscriminati tagli lineari alle tabelle del bilancio dello stato. In questo contesto il federalismo fiscale è, almeno in astratto, un necessario momento di responsabilizzazione. Ma non possiamo attendere i tempi del federalismo fiscale per incidere su alcuni settori decisivi della finanza pubblica. Uno dei capitoli di spesa che presenta maggiori anomalie è quello sanitario, di competenza regionale. Il vizio non sta nella competenza regionale, prova ne è che in Lombardia o in Emilia la gestione è efficiente, sta piuttosto nella inadeguatezza di certe classi dirigenti regionali del passato. I dati sono impressionanti. Nel 2007 il governo Prodi dilapidò 12,1 miliardi di risorse pubbliche per ripianare il debito sanitario di cinque regioni. Scorrendo le relazioni della Corte dei Conti scopriamo che un pacco di cerotti è costato in Calabria 100 volte più della media nazionale, e una sacca per trasfusioni 4 volte che in Emilia. In una relazione della allora ministro Livia Turco si denunciava, sempre per la Calabria, l'anomalia di un ospedale con 12 posti letto e 325 dipendenti. In Campania arrivano più risorse pro capite per la sanità che in Lombardia, ma la sanità lombarda ha un indice di qualità pari a +0,9, la Campania a -1,4. Questa situazione si è determinata perchè alla autonomia di spesa non è corrisposta una adeguata responsabilità. Aspettare ora 5 anni, tanti quanti necessitano al federalismo fiscale per funzionare, prima di intervenire incisivamente, fa correre il rischio che nel frattempo i costi storici delle regioni più indebitate siano diventati così elevati da rendere politicamente impraticabile tagliarli adeguandoli ai costi standard, che nel frattempo saranno di conseguenza comunque cresciuti. Negli ultimi 5 anni le spese per acquisti nella sanità sono infatti aumentate del 50% e a novembre sono stati stanziati ulteriori 4,5 miliardi di euro per ripianare i debiti delle regioni, in massima parte sul settore sanitario. Con i 12 miliardi di euro del 2007 si sarebbe potuto introdurre il quoziente famigliare e sarebbe stato possibile investire risorse importanti per finanziare ricerca e infrastrutture. Lo stato deve concordare subito con ogni regione in deficit un serio piano di risanamento, che comporti un adeguato taglio delle spese, chiedendo altresì la presentazione di una programmazione strategica quinquennale in materia sanitaria. Un'altra voce di spesa su cui si può intervenire è rappresentata dal numero eccessivo di enti locali. Istituire una nuova provincia di medie dimensioni, ha comportato mediamente circa 200 milioni di spese aggiuntive per il bilancio dello stato. Ma non è stata solo la moltiplicazione delle province a incidere significativamente. In Italia ci sono 8100 comuni, in Francia, dove erano altrettanto numerosi, hanno provveduto ad accorparli, una soluzione analoga si potrebbe adottare pure da noi. Solo con un serio ripensamento di tutta la spesa pubblica potremo rilanciare un Paese che ha drammatico bisogno di incoraggiare gli investimenti produttivi e di abbassare il prelievo fiscale sulle famiglie, sulla casa e sulle imprese. |
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Finiani in campo, solo in tre con “Generazione Italia” |
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lunedì 12 aprile 2010 |
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Da “Il Giorno – Milano” del 12.4.2010, pag. 8 Finiani doc in campo. Sono pochini, per la verità, ma anche a Milano e in Lombardia i fedelissimi del presidente della Camera Gianfranco Fini si stanno mobilitando in vista della nascita ufficiale di «Generazione Italia». Il battesimo della lobby che sponsorizza la leadership di Fini all'interno del Popolo della Libertà è in programma il 7 e 8 maggio prossimi a Perugia. E tre pidiellini milanesi provenienti da Alleanza Nazionale annunciano che ci saranno. Si tratta dell'europarlamentare Cristiana Muscardini, del senatore Giuseppe Valditara e dell'assessore comunale Giampaolo Landi di Chiavenna. «Sì, a Perugia ci saremo», afferma la Muscardini, vicina a Fini già dai tempi del Msi e di An. La Muscardini, Valditara e Landi stanno già organizzando un convegno su riforma della legge elettorale e lotta contro doppi e tripli incarichi che si svolgerà il prossimo 14 maggio. Con ogni. probabilità, il primo appuntamento di «Generazione Italia» a Milano (…). |
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Niente più “tornelli” nelle università, salta il tetto di 1.500 ore per i docenti |
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lunedì 12 aprile 2010 |
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Da “Il Messaggero” del 12.4.2010, pag. 8 Tutti d'accordo nel far saltare l'obbligo delle 1.500 ore di lavoro per i docenti, ma si apre lo scontro sul Consiglio di amministrazione, La Commissione Istruzione del Senato mercoledì prossimo metterà ai voti la riforma dell'università, riforma che riscrive le regole di funzionamento degli atenei. Il testo subirà non poche modifiche. Sono all'ordine del giorno i 25 punti presentati dal relatore di maggioranza, Giuseppe Valditara con altrettanti emendamenti. Il primo e sostanziale cambiamento riguarda il «tetto annuo di 1.500 ore per l'attività dei docenti»: cadrà l'obbligo di "certificare" il lavoro dei professori: «Che non è quantificabile in ore - sostiene Valditara - Conta, invece, se uno abbia fatto ricerca e didattica di qualità: possiamo misurare e certificare pubblicazioni e risultati, non le ore, che oltre a non essere documentabili sollevano problemi di incostituzionalità e non hanno alcun senso sul piano della valutazione». Insomma, niente tornelli negli atenei: non sono ministeri con impiegati che svolgono pratiche. Su questo sono tutti d'accordo, maggioranza e opposizione. Ma quali saranno gli altri cambiamenti? Verrà snaturato il testo di partenza? «Assolutamente no», afferma Valditara. L'esponente finiano assicura che gli interventi sono tutti «migliorativi» per eliminare «eccessi di prescrittività e di dirigismo» e afferma che gli emendamenti da lui presentati hanno «sostanzialmente l'ok del ministro». Comunque, Mariastella Gelmini difende il suo ddl e invita il Parlamento a non fare «passi indietro» ma al contrario a rafforzare gli aspetti qualificanti: «Sulla riforma nessun annacquamento - incalza Gelmini - gli atenei dovranno coniugare autonomia e responsabilità». Dunque, superato lo scoglio delle 1.500 ora il braccio di ferro è sul Cda. La nuova composizione del Consiglio di amministrazione, che prevede l'ingresso di almeno il 40% di esterni, spacca il mondo accademico. Per la maggior parte dei professori e dei i ricercatori il ddl consegna «poteri assoluti» al nuovo Consiglio, con un duplice effetto: «rafforzare le oligarchie che hanno portato gli atenei al dissesto» e «ridurre gli atenei a organismi lottizzati, stile Asl». Le posizioni critiche, con toni diversi, non solo vengono da sinistra, ma anche da un caposcuola del pensiero liberale come Dario Antiseri, professore emerito della Luíss, il quale ha manifestato preoccupazioni e perplessità per «l'eccessivo potere» dato al Cda. Per Antiseri ci sarebbe anche il rischio di compromettere la libera ricerca e l'autonomia accademica, sacrificate sull'altare dell'interesse economico. Di altro parere il mondo imprenditoriale. La Confindustria, con alcuni dei suoi più prestigiosi rappresentanti, vedi Gianfelice Rocca, vicepresidente per l'Education, invoca «il vento nuovo della riforma» perché darebbe una governance migliore agli atenei. D'altra parte l'autonomia senza responsabilità ha provocato molti guasti: dalle corporazioni accademiche ai bilanci in rosso, ai concorsi truccati. Intanto, Nunzio Miraglia, dell'Andu, l'Associazione nazionale dei docenti universitari, spara a zero: «Il Cda voluto dalla Gelmini avrà funzioni di indirizzo strategico, di programmazione finanziaria del personale, di competenza a deliberare, ad attivare o sopprimere corsi e sedi, avrà perfino ingerenza sulle assunzioni proposte dal dipartimento e sulle sanzioni disciplinari contro professori e ricercatori... Insomma avrà poteri sterminati, gestiti da personaggi esterni all'università, che rispondono a interessi esterni». L'Andu, poi, critica il ruolo del rettore: «Diventerà un sovrano assoluto, con ampi poteri, potrebbe anche essere il presidente del Cda». Secondo l'Associazione dei docenti inoltre «l'abilitazione nazionale» non sarebbe una garanzia, si rischia il «blocco dei concorsi e l'espulsione di gran parte degli attuali precari». Il ddl, comunque, si prepara a recuperare alcuni «eccessi». Vediamo gli emendamenti del relatore Valditara. «Fermo restando il principio dell'autonomia responsabile, l'obiettivo è quello di rendere più efficienti i meccanismi previsti da numerose norme. Per esempio, sia nel campo della organizzazione che del reclutamento propongo di sopprimere alcuni commi che sono apparsi maggiormente prescrittivi e dirigisti, prevedendo complessi calcoli fondati su minuziosi quozienti, percentuali, numeri a cui le università dovevano rigidamente attenersi. In realtà, si rende il testo ancora più coerente con i principi dichiarati. Un altro esempio: non è giusto far decidere alle singole un università la composizione delle liste dei commissari di valutazione, né è opportuno che il ministero nomini commissari di concorso. Gli emendamenti propongono delle rettifiche. Né appare coerente con una logica di autonomia responsabile che le università si scelgano i revisori dei conti fra i funzionari ministeriali. Mentre i procedimenti disciplinari faranno capo direttamente alle università che devono valutare i dipendenti e non ad un organismo politico di giurisdizione domestica come il Cun». Il senatore aggiunge: «Tra gli emendamenti anche la revisione dell'articolo 9, per semplificare le procedure dei concorsi e renderle più snelle». Valditara poi spiega che metterà ai voti un'altra novità "forte": «Potranno essere stipulati accordi di programma con cui consentire ai singoli atenei meritevoli di sperimentare modelli del tutto innovativi in tema di organizzazione, reclutamento e stato giuridico dei docenti. Sarà inoltre valorizzata l'autonomia statutaria dei singoli atenei in materia di governance, scegliendo fra un modello volto a separare i ruoli di presidente del Cda e di rettore, ma sarà anche possibile un modello che unifichi il tutto in una unica persona". Sarà comunque possibile evitare che rettori non più rieleggibili possano continuare a governare l'ateneo nella veste di presidenti del Cda, per impedire che una "governance duale" paralizzi l'azione del rettore». Già, ma basta per garantire università più virtuose e meno indulgenti? Vedremo. L'iter della riforma non è terminato, dovrà superare l'aula di Palazzo Madama, e poi andare alla Camera. |
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