venerdì 30 luglio 2010
 
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Calderoli in fuga. Sale sul Colle col piano-riforme PDF Stampa E-mail
giovedì 08 aprile 2010
Da “Libero” dell’8.4.2010, pag. 6 

(…) Il segretario del Pd, Bersani, si dichiara «pronto» a varare il Senato federale e il taglio del numero dei parlamenta­ri. Altra questione è la legge elettorale che Bersani vor­rebbe cambiare e che a Ber­lusconi sta bene così. Anche se i finiani aprono uno spira­glio: «Bisogna ripristinare il principio dell'elezione ri­spetto a quello della nomi­na», sottolinea il senatore del Pdl Giuseppe Valditara. Meno diplomatico Antonio Di Pietro: «Ma quale rifor­me, sanno solo spartirsi le poltrone».

 
Con la scusa di comprarsi un casale il Cav va in Toscana e dribbla Fini PDF Stampa E-mail
giovedì 08 aprile 2010

Da “Libero” dell’8.4.2010, pag. 8

 

Oggi poteva essere il giorno giusto. E invece: Silvio Berlusconi è in partenza e muoverà da Palazzo Grazioli a metà mattinata. Cose private: il presidente del Consiglio è at­teso a Siena o giù di li. Gli è ve­nuta voglia di comprarsi un casale in Toscana e deve valu­tare di persona un affare im­mobiliare. Dal Chianti, poi, il premier partirà direttamente per Milano, senza rientrare nella capitale. Poi Parigi, quin­di Parma, infine Washington. L'agenda, tra appuntamenti privati e impegni istituzionali, è piena. E Berlusconi non ha ancora trovato un buco da de­dicare al cofondatore Gian­franco Fini.

Voleva essere coinvolto in un patto a tre per le riforme, il presidente della Carnera. Tale e quale: l'altra sera ad Arcore Berlusconi ha visto a cena sol­tanto Umberto Bossi e oggi, senza consultare prima la ter­za carica dello Stato, ha riunito l'ufficio di presidenza del Pdl e avviato la discussione inter­na sulla stagione riformatrice. Attende, Gianfranco. E deve avere pazienza. «Non l'ho sen­tito», ammette il presidente del Consiglio in serata. I rapporti li tiene il coordinatore Pdl, ten­denza An: «Stamattina Ignazio La Russa ha parlato con lui, noi ci siamo dati appunta­mento al mio rientro dopo gli incontri internazionali di Pari­gi e Washington».

Se ne parla la prossima settimana, insomma. Tuttavia il presidente del Consiglio non nega una stoccata. Non al so­cio fondatore, quanto, all'isti­tuzione che presiede. Le rifor­me? Devono riequilibrare i po­teri, «aumentare quelli dell'esecutivo che ora può solo suggerire situazioni al Capo dello Stato e alle Camere». Il problema? in Parlamento: adesso- «i provvedimenti che escono dalle Camere sono lon­tani parenti» delle leggi pro­dotte «dal consiglio dei mini­stri». Ciò perché la Costituzio­ne è stata scritta dopo il perio­do fascista: «Si decise di dare tutto il potere all'Assemblea e nessun potere all'esecutivo. È arrivato il momento di riequi­librare».

I finiani? Sono molto attivi sul tema delle riforme. Certo, quando il proprio leader di ri­ferimento verrà consultato sa­rà tutta un'altra cosa. Nel frat­tempo, convegnistica: oggi la fondazione FareFuturo pre­senta la propria opzione per il modello francese, «quello più attinente la realtà italiana, an­ch'essa bipolare e composita», fa notare il segretario generale Adolfo Urso. Generazione Ita­lia, il nuovo think tank di area finiana diretto da Italo Bocchino, va un po’ più in là e con­siglia anche il cambio della legge elettorale: per i parla­mentari, scrive il senatore PdL Giuseppe Valditara, «va ripristinato il principio dell'elezio­ne rispetto a quello di nomi­na».

 
Il Pdl deve dettare l’agenda di tutte le riforme. Non solo quelle istituzionali PDF Stampa E-mail
martedì 06 aprile 2010
Da “www.generazioneitalia.it” del 6.4.2010


di Giuseppe Valditara

Dalle prossime riforme istituzionali usciranno gli equilibri politici della Terza Repubblica. Sono in “gioco” semipresidenzialismo, eliminazione del bicameralismo perfetto, riforma della legge elettorale, diminuzione del numero dei parlamentari (e modifica delle incompatibilità), aggiustamenti all'art.117 della Costituzione in tema di riparto di competenze fra Stato e regioni, riforma costituzionale della giustizia - con in primo luogo la riforma del Csm - e senza trascurare quella della Corte Costituzionale, riprendendo magari quanto già votato ai tempi della devolution. Scorrendo l'elenco delle riforme da mettere in cantiere, la parte sul federalismo appare marginale rispetto a tutto il resto, posto che il federalismo fiscale è già stato approvato e sta seguendo la sua strada.

Si parla invece poco di riforma elettorale che è essenziale per ridare forza ad un Parlamento la cui autorevolezza va senz'altro accresciuta per bilanciare l'accentuato ruolo di un capo dell'esecutivo eletto dal popolo, iniziando con il ripristinare per deputati e senatori il principio della elezione rispetto a quello della nomina.

Queste riforme sono senz'altro importanti, perchè possono garantire fra l'altro una più efficace azione di governo. C'è tuttavia il rischio che l'attenzione si polarizzi sulle riforme istituzionali facendo passare in secondo piano ciò che per molti milioni di concittadini è ormai una urgenza e cioè: meno tasse sulle famiglie, con la introduzione del quoziente famigliare; minor carico fiscale sulle imprese, a iniziare dalla abolizione graduale dell'Irap e dal pagamento dei crediti fiscali arretrati; meno tasse sulla casa, prevedendo una cedolare secca sugli affitti a favore del locatore e la deducibilità di parte dell'affitto per il conduttore.

E' ovviamente indispensabile individuare le fonti per finanziare queste riforme, che sono possibili solo con un contestuale abbattimento della spesa pubblica. Al riguardo, non possiamo aspettare il federalismo fiscale per rivedere certi meccanismi di finanziamento a settori della pubblica amministrazione, talvolta di responsabilità regionale, come la sanità in cui la Corte dei Conti registra sprechi enormi. C'è poi da chiedersi se non sia il caso di ripensare il ruolo delle province, la cui soppressione era stata promessa da più parti nell'ultima campagna elettorale.

Compito del Pdl deve essere quello di dettare l'agenda delle riforme istituzionali, procedendo nel contempo alle grandi riforme economiche, da cui dipenderà il giudizio degli italiani alle prossime consultazioni elettorali.

 
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martedì 06 aprile 2010

Valditara (Pdl): Ripensare finanziamenti a Prin

 

Roma, 06 APR (Il Velino) - "L'indagine del Censis rivela come i finanziamenti ai programmi di ricerca di interesse nazionale (Prin) presentati dalle facolta' di medicina sono inversamente proporzionali alla qualita' della produzione scientifica". Lo ha dichiarato il senatore del gruppo Pdl, Giuseppe Valditara. "Si ha la prova - ha spiegato - della sostanziale inaffidabilita' delle valutazioni Prin e piu' in generale delle valutazioni lasciate alla discrezionalita' di singoli valutatori. I sistemi a cui dovra' ispirarsi l'Agenzia nazionale per la valutazione dell'Universita' e della Ricerca cosi' come quelli presupposti dal disegno di legge di riforma universitaria dovranno necessariamente essere di carattere oggettivo, fondandosi ad esempio sulla presenza di pubblicazioni in riviste internazionali, sugli inpact factor, sul numero dei brevetti, sulle citazioni internazionali. E' anche ora di ripensare alla radice i finanziamenti ai cosiddetti Prin".

(com/mlm)

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Fini dice basta ai doppi incarichi PDF Stampa E-mail
sabato 03 aprile 2010

Da “Italia Oggi” del 3.4.2010, pag. 5

 

I1 primo vagito della neo‑nata “Generazione Italia”, l'associazione promossa da Italo Bocchino con la benedizione di Gianfranco Fini e venuta alla luce meno di 48 ore fa, arriva via Internet ed è contro i doppi incarichi. Lo stop arriva da Giuseppe Valditara, segretario della commissione Istruzione al Senato, sul sito dell'associazione, e arriva dopo un'analisi della bocciatura di Renato Brunetta Roberto Castelli rispetti­vamente a sindaci di Venezia Lecco. Riflette e scrive Val­ditara, con il «visto si stampi» finiano, che «la principale mo­tivazione dell'insuccesso dei due candidati del centrodestra va ricercata in una premessa sbagliata che ha accomunato la campagna elettorale di entrambi: la pretesa, affermata con grande chiarezza da tutti e due, di voler fare il sindaco, e mantenere contempo­raneamente le cariche di ministro e parlamenta­re». Il riferimento è alle intenzioni, manifestate in piena campagna elet­torale, di Brunetta di non voler rinunciare al ministero della Pubblica ammini­strazione e di Castelli di non voler lasciare viceministro alle Infrastrutture. Valditara non ha dubbi e via internet lo dice chiaro e tondo: «La causa non può certo ravvisarsi nella im­popolarità dei due personaggi né sulle liti all'interno delle co­alizioni. Lecco e Venezia hanno lanciato due segnali chiari con­tro la prassi ormai sempre più diffusa dei doppi e tripli incarichi politici». Bene, indivi­duata la causa, ecco il rimedio: «E’ giunto il momento di dare una risposta concreta a questo segnale lan­ciato dagli elettori inserendo fra le future riforme istituzio­nali anche quella sulle incom­patibilità. E contrario ad una prassi di buon governo della cosa pubblica e ad una logica di separazione fra organismi che concorrono con distinte dignità a formare la Repub­blica, che sì possano cumulare cariche di ministro, parlamentare, presidente di provincia, sindaco di grandi città». Ma nel mirino del movimento, che ruota intorno a Gianfranco Fini e ai suoi più stretti collaboratori,ci sono anche i doppi incarichi in enti controllati da enti locali o regionali. «E’ intollerabile la prassi di inserire le stesse persone in una pluralità di cda di enti controllati da enti locali o regionali, consentendo così di cumulare indennità plu­rime:. Ci sono persone che stanno addirittura in 8, 10 consigli di amministrazione di società municipalizzate». Insomma, se riforme devono essere, «Generazione Italia» ne indica una. Lo stop ai dop­pi incarichi, un evergreen di facile impatto. Roba che piace al popolo del web con il quale «Generazione Italia» vuole dialogare. Che l'argo­mento sia un nervo scoperto lo si capisce dal tono dei com­menti alla proposta lanciata da Valditara. «Questo paese ha la necessità di una vera e profonda svolta meritocra­tica, che faccia piazza pulita del familismo, del clienteli­smo e. del sistema delle rac­comandazioni. Abbiamo bisogno di qualità, di persone preparate e con molta voglia di fare che lavorino in cambio di un giusto e commisurato compenso», scrive Alpe poco dopo l'ora di pranzo sul sito della associazione. «Tra l'altro sarebbe intelligente puntare sui giovani anche nei Cda», gli fa eco Francesco. «Una norma chiara e decisa in merito, senza mezze parole», è quanto chie­de Salvatore. E così anche Fini conquista anche il web.

 
TRASPARENZA NELLA POLITICA: GUARDIAMO AL MODELLO USA PDF Stampa E-mail
sabato 03 aprile 2010

Da “Il Secolo d'Italia” del 3.4.2010, pag.11

di GIUSEPPE VALDITARA 

Gli Stati Uniti sono una democrazia con un forte potere esecutivo, probabilmente fra tutte le democrazie occidentali sono quella in cui i poteri del Presidente risultano più ampi ed estesi. Tuttavia il Presidente ha come sua controparte un Parlamento altrettanto forte ed autorevole, che ha fra i suoi compiti principali, come già notava Tocqueville, proprio quello di controllare il Presidente eletto da tutti gli americani. Non solo: i membri della Camera dei rappresentanti e i senatori hanno un sistema di selezione che prescinde rigorosamente da qualsiasi interferenza politica del capo dell'esecutivo. Questo fa sì che i due rami del Parlamento americano possano svolgere efficacemente la loro funzione di rappresentanza democratica. Insomma a nessun senatore americano verrebbe in mente nello svolgimento delle sue funzioni di compiacere servizievolmente ed untuosamente il Presidente dell'Unione.Si realizza appieno quel principio di divisione dei poteri fra un forte esecutivo ed un altrettanto forte ed indipendente legislativo che da Montesquieu in avanti caratterizza tutte le democrazie liberali.Negli Stati Uniti, come in tutti gli stati di democrazia occidentale, vi è poi un controllo sociale molto forte sulla politica, che parte in primo luogo dagli elettori e dai simpatizzanti di questo o quel partito.

Due esempi recenti stanno a testimoniare cosa significa essere una grande democrazia moderna. Il presidente Obama ha fatto della riforma sanitaria il punto qualificante della sua presidenza. Se non fosse passata la riforma sanitaria, Obama avrebbe governato i prossimi 3 anni come un'anatra zoppa, sarebbe stata insomma la sua fine politica. Nonostante ciò il Presidente eletto dal popolo ha dovuto mediare la sua riforma non solo con i repubblicani, ma anche con una parte importante dei parlamentari del suo stesso partito, che hanno preteso ed ottenuto rilevanti modifiche. Basti pensare che il laico Obama è riuscito a far passare la riforma della sanità solo accettando un compromesso con la componente parlamentare antiabortista. Il Parlamento ha dimostrato di svolgere appieno il suo ruolo di contrappeso dell'esecutivo e di rappresentante di una sovranità diffusa.

Un altro dato apparentemente secondario, ma estremamente indicativo della maturità democratica del modello americano, riguarda il controllo sulla classe politica.

Alcuni alti esponenti repubblicani sono stati messi sotto accusa per un uso disinvolto dei fondi del partito. A differenza che in Italia, in America i partiti politici hanno l'obbligo di dettagliare in modo assai trasparente tutte le spese effettuate. Dalle feste alle spese elettorali tutto è rendicontato con grande chiarezza e i primi a verificare la correttezza delle spese fatte sono i simpatizzanti. Non sarebbe mai possibile, per esempio, che i soldi di partito possano essere utilizzati per pagare in nero amici, o supporter di questo o quel capataz locale.

Orbene è accaduto che a mettere sotto accusa addirittura il capo del partito, Michael Steel, non sia stata la stampa democratica, ma una organizzazione conservatrice. La denuncia fatta dimostra che in una grande democrazia non ci può essere spazio per chi abusa del proprio potere e pretende di non rendere conto della propria attività.Proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo in Italia se un gruppo di parlamentari o di simpatizzanti del partito al governo, qualunque esso sia, si fosse comportato come i parlamentari democratici o gli attivisti repubblicani: accuse di tradimento, insulti, immediata emarginazione politica, sicura non ricandidatura.

Nel sistema americano esiste un solo concetto di tradimento: non mantenere gli impegni presi con gli elettori, in Italia non appiattirsi sempre e comunque sulle indicazioni di questa o quella segreteria politica.Va detto chiaramente, tuttavia, che questa situazione non è colpa della politica italiana, ma di una società che da troppo tempo ha rinunciato a tre caratteristiche fondamentali: la buona fede, la trasparenza, e un coraggioso senso civico, in un Paese in cui lo spirito liberale non è mai attecchito realmente ed in cui, soprattutto negli ultimi quarant'anni di storia repubblicana, si è sempre più diffusa a tutti i livelli una cultura di tipo omertoso che confonde la lealtà con una sorta di complice amicizia.Proprio noi esponenti del Popolo della libertà abbiamo il compito di rinnovare la politica per rinnovare un intero Paese, iniziando con il ristabilire una giusta scala di valori e riattribuendo al Parlamento la sua autorevole dignità.

 
E adesso il Pdl dica basta a doppi e tripli incarichi PDF Stampa E-mail
venerdì 02 aprile 2010

Da www.generazioneitalia.it del 2.4.2010

 

di Giuseppe Valditara

 

La sconfitta di Brunetta a Venezia e di Castelli a Lecco ha destato molta sorpresa anche per il netto divario fra i voti presi dalla coalizione Pdl-Lega alle regionali e il voto ottenuto dai due candidati a sindaco.

A Lecco il centrodestra aveva conseguito un tranquillizzante 55%, con peraltro il netto sorpasso della Lega ai danni del Pdl. A Venezia Zaia si era attestato su un 45%, alla pari con il candidato di centrosinistra.

Sorprendentemente Castelli si è fermato al 44,2%, mentre ancora peggio è andata nella città della laguna dove Brunetta si è dovuto accontentare del 42,6%.

La causa non può certo ravvisarsi nella impopolarità dei due personaggi. Si tratta di due bravi esponenti di governo che godono nei sondaggi di un buon rating. Appare del resto semplicistico scaricare la responsabilità dell'insuccesso sulle liti all'interno delle coalizioni: a Venezia la compagine era unita e veniva da 5 anni di dura opposizione. Lascerei  perdere pure le accuse di tradimento. Nessuna segreteria politica è in grado di spostare con un silenzioso passaparola percentuali così rilevanti di voto.

Credo che la principale motivazione dell'insuccesso dei due candidati del centrodestra vada ricercata in una premessa sbagliata che ha accomunato la campagna elettorale di entrambi: la pretesa, affermata con grande chiarezza da tutti e due, di voler fare il sindaco, e mantenere contemporaneamente le cariche di ministro e parlamentare.

Lecco e Venezia hanno lanciato a mio avviso due segnali chiari contro la prassi ormai sempre più diffusa dei doppi e tripli incarichi politici.

E' giunto il momento di dare una risposta concreta a questo segnale lanciato dagli elettori inserendo fra le future riforme istituzionali anche quella sulle incompatibilità.

E' contrario ad una prassi di buon governo della cosa pubblica e ad una logica di separazione fra organismi che concorrono con distinte dignità a formare la repubblica, che si possano cumulare cariche di ministro, parlamentare, presidente di provincia, sindaco di grandi città.

A ben vedere anche gli incarichi di ministro o sottosegretario e di parlamentare dovrebbero essere incompatibili, se è vero che in un sistema democratico fra le funzioni del parlamento vi dovrebbe essere anche quella di controllare il governo.

Egualmente intollerabile è la prassi di inserire le stesse persone in una pluralità di cda di enti controllati da enti locali o regionali, consentendo così di cumulare indennità plurime. Ci sono persone che stanno addirittura in 8, 10 consigli di amministrazione di società municipalizzate. Al riguardo sarebbe bene che gli enti pubblici rendessero più trasparenti tutte le nomine con i rispettivi emolumenti. L'inserimento in più cda della stessa persona, sovente non dotata nemmeno di particolari competenze, è talvolta prodromica ad una politica di finanziamento occulto a correnti o a gruppi di potere locale e serve in ogni caso ad affermare forme di controllo clientelare sulla società.

E' necessario che il Pdl lanci un segnale all'insegna di una politica finalmente meritocratica e trasparente, differenziandosi nella prassi dei governi locali e prevedendo rapidamente una riforma delle incompatibilità.

 
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giovedì 01 aprile 2010

INTERCETTAZIONI: VALDITARA (PDL), BENE DISPONIBILITA' ALFANO 

(ANSA) - ROMA, 1 APR - ''Vivo apprezzamento per la disponibilita' manifestata dal ministro Alfano ad accogliere le proposte di miglioramento del ddl intercettazioni, avanzate fra l'altro da alcuni senatori di maggioranza. Abbiamo l'occasione per fare un'ottima riforma, realmente liberale e a garanzia dei diritti individuali, senza pregiudicare le esigenze di un'efficace lotta contro la criminalita'''. E' quanto dichiara il senatore del Pdl Giuseppe Valditara. (ANSA).

 
Giustizia, la priorità al ddl sulle intercettazioni. Poi le carriere separate PDF Stampa E-mail
mercoledì 31 marzo 2010

Da “Il Corriere della Sera” del 31.3.2010, pag. 5

 

Ddl costituzionale sui due Csm e sulla separazione delle carriere, con la creazione dell'«avvocato dell'accusa», da presentare subito dopo Pasqua. Accelerazione immediata al Se­nato per il giro di vite sulle in­tercettazioni. Ridimensiona­mento del ruolo dei pentiti. Pro­cesso breve. Rottamazione del­l'arretrato civile.

Dopo gli annunci ripetuti in campagna elettorale, il dossier giustizia torna all'attenzione del presidente del Consiglio che, in queste ore, ha chiesto al Guardasigilli Angelino Alfano di tenere pronto il «pacchetto» da presentare in consiglio dei Ministri sotto il titolo «Riforma della giustizia». Quando? «Più prima che dopo», ha detto al Corriere il ministro Alfano ri­spondendo a una domanda sul­la presentazione di un ddl costi­tuzionale sulla creazione di due Csm e, quindi, sulla separazio­ne delle carriere: «Presto, mol­to presto, il governo intende prendere l'iniziativa su questo terreno perché è il cuore del programma del popolo della libertà», La settimana buona, as­sicurano fonti ministeriali, sa­rebbe quella successiva alla Pa­squa.

Tuttavia, il percorso lungo del ddl costituzionale - dop­pia lettura per Camera e Sena­to, eventuale referendum con­fermativo - potrebbe essere af­fiancato da una «corsia prefe­renziale»: una leggina lampo che, posticipando di 6 mesi la scadenza dell'attuale Csm in ca­rica fino al 7 luglio, vari in tem­po record un nuovo meccani­smo elettorale per il consiglio con lo scopo di stroncare il pre­dominio delle correnti meno fa­vorevoli alla politica del gover­no. All'ufficio legislativo del mi­nistero, i tecnici di Alfano han­no già messo a punto un testo che prevede il sorteggio dei ma­gistrati destinati al plenum del Csm che però ha già fatto alza­re le antenne ai costituzionali­sti. Le due opzioni, lascia inten­dere il sottosegretario alla Giu­stizia Giacomo Caliendo, non si escludono a vicenda: per que­sto al Csm monta il nervosismo causato dal possibile affondo della maggioranza che ha come obiettivo, nel breve e nel medio periodo, quello di normalizzare un consiglio troppo ostile alla politica.

Più certo, invece, il percorso del ddl governativo sulle inter­cettazioni (già approvato dalla Camera) che il 7 aprile affronte­rà l'ultimo tornante in commis­sione al Senato: «Partiremo su­bito, chiedendo l'immediata ca­lendarizzazione in aula», con­ferma Alfano a Ballarò. E il se­natore Piero Longo spiega qua­le sarà la linea del Pdl: «Tutto è perfettibile, ma la mia opinione è quella di approvare il testo va­rato dalla Camera altrimenti ci sarebbe una "navetta" infinita tra i rami del Parlamento». Ma la riforma più sollecitata da Ber­lusconi - che in campagna elettorale ha insistito molto sul­la «vergogna delle intercettazio­ni» - deve fare i conti con 4 se­natori «finiani» (Baldassarri, Menardi, Musso, Valditara): lo­ro hanno presentato gli emen­damenti che in qualche modo ammorbidiscono il giro di vite previsto dal ddl Alfano per auto­rizzare le intercettazioni. Giulia Bongiorno, che spesso anticipa le posizioni del presidente Fini, ha ricordato più volte che «pur essendo il testo approvato dalla Camera un punto di equilibrio, sulle intercettazioni bisogna te­nere ben presenti le osservazio­ni mosse dal presidente Napoli­tano». Vedremo come andrà a finire con gli «evidenti indizi di colpevolezza» fissati come so­glia dal governo per far scattare le intercettazioni (…).

 
"Perché il risultato del Pdl alle Regionali deve preoccupare. La spietata analisi del senatore Giuse PDF Stampa E-mail
mercoledì 31 marzo 2010

Da “Il Foglio on line” del 31.3.2010

 

di Giuseppe Valditara

 

Terminata la campagna elettorale possiamo ragionare lucidamente sui risultati. Quello del Pdl è preoccupante. Facciamo una rapida analisi. In Piemonte nel 2005 Fi e An avevano il 32 per cento, alle politiche il 34,4 per cento, nel 2009 il 32,4, ora hanno il 25,1: abbiamo vinto non per merito nostro, ma grazie al movimento di Beppe Grillo che ha tolto il 4,1 per cento alla candidata di sinistra. In Lombardia avevamo nel 2005 il 34,7 per cento, alle politiche il 33,5, alle europee il 33,9, ora il 31,8. In Veneto il 30,8 nel 2005; il 27,4 nel 2008; il 29,3 nel 2009, ora il 24,7. E' solo un problema del Nord? No: in Campania abbiamo ottenuto il 34,3 nel 2005; il 49,1 nel 2008; il 43,5 nel 2009; ora il 32. Si è vinto esclusivamente con i voti di Udc e Udeur. In Calabria alle politiche avevamo il 41,2 per cento, alle europee il 34,9 e ora il 26.6. Nel Lazio senza l'Udc non si vinceva. Piuttosto c'è da sottolineare che abbiamo rischiato di perdere nonostante la vicenda Marrazzo e una Bonino che aveva contro tutto il mondo cattolico. Si è rischiato di perdere il Lazio per errori esclusivamente nostri, che sono l'espressione di una assenza di regole interne o quanto meno di regole che alcuni si sentono in diritto di calpestare a piacimento. A fronte di tutto questo può essere rassicurante per il governo che buona parte dei voti che noi abbiamo perduto sia andata alla Lega, ma non lo è per chi crede nel Pdl. C'è una indubbia disaffezione dell'elettorato, manifestata anche dal crollo dei votanti (la più bassa percentuale dal dopoguerra), che per fortuna la totale inconsistenza della sinistra non traduce in un rischio a breve periodo per la maggioranza. Le motivazioni sono a mio avviso chiare. Innanzitutto non abbiamo ancora mantenuto alcuni importanti impegni presi con gli elettori.
Dobbiamo ripartire dalla rivoluzione liberale promessa fin dal 1994: meno spesa pubblica, meno tasse, più libertà economica, all'interno di regole chiare. La proposta di riforma fiscale avanzata dall'ottimo ministro Tremonti è il presupposto indispensabile, ma se fra due anni non avremo avviato un serio piano di tagli alle spese improduttive (che non possono riguardare ricerca e istruzione) e contestualmente gli italiani non avranno percepito che il carico fiscale è concretamente diminuito, avremo tradito il principale impegno preso con gli elettori. C'è un poi una questione legalità. Un conto è consentire al governo di rispettare il mandato preso con gli elettori, impedendo, come accade in molti paesi occidentali, che la magistratura possa decidere le sorti della legislatura, un altro è dare l'impressione che esista sempre e comunque una magistratura prevenuta contro gli esponenti del Pdl. La principale riforma della giustizia è quella del Csm che consenta nei casi più gravi di sanzionare o al limite di espellere le toghe che fanno politica militante. La lotta al cancro della corruzione ha bisogno tuttavia di un messaggio di fiducia verso la magistratura, che nella sua grande maggioranza è leale verso le istituzioni. Necessita inoltre che anche noi si volti pagina iniziando con il pretendere una maggiore trasparenza da chi viene candidato o nominato a cariche di responsabilità. Ha suscitato poi molte perplessità constatare che i criteri utilizzati per certe nomine o candidature non sempre abbiano seguito quei criteri meritocratici così tanto sbandierati, ma siano state dettate da logiche difficilmente comprensibili e giustificabili. Le regole non sono orpelli fastidiosi. A iniziare dalla vita interna del nostro partito: esiste una sorta di nomenklatura, di oligarchia che può tutto e che più che gli interessi del partito tiene comportamenti nell'interesse prevalente quando non esclusivo dei propri gruppi di riferimento. Le correnti di pensiero sono il lievito di un partito, le oligarchie, che rischiano di concepire i propri referenti alla stregua di "bande", sono la sua fine.
Ho creduto in quello che sarebbe stato il progetto politico del Pdl fin dal 1994 quando con molti futuri parlamentari e uomini di cultura fondai Associazione per le libertà, che fu la prima associazione ad auspicare che nascesse anche in Italia un partito unico del centrodestra sotto la guida di Silvio Berlusconi.
Ritengo che solo con una svolta autentica si possa rilanciare la credibilità della nostra azione politica e il senso stesso del Pdl, e soltanto una intesa alta e definitiva fra i due cofondatori può garantirla.

 
La ricerca riparte dal nucleare PDF Stampa E-mail
venerdì 26 marzo 2010

Da “Il Sole 24 Ore” del 26.3.2010, pag. 5

 

Un piano formativo ad hoc sul nucleare. E poi bandi già pron­ti per salute, beni culturali e agroa­limentare. Sono i "progetti-ban­diera" del Programma nazionale della ricerca (Pnr) 2010-2012 che Mariastella Gelmini anticipa al Sole 24 ore. Tutti improntati all'esigenza di «uscire dalla guer­ra tra bande e recuperare la capa­cità di programmazione naziona­le», spiega il ministro dell'Istru­zione. Che parte dall'elenco delle cose fatte: i 106 milioni stanziati per il finanziamento del program­ma Prin 2009, i 50 milioni per i 171 progetti del bando "Futuro in ri­cerca”, il regolamento con la rifor­ma degli enti, l'istituzione del co­mitato di esperti del Cecr, che “mi permetterà di avvalermi - di­ce - della consulenza di nove no­mi di grande autorevolezza ed esperienza internazionale”.

 

Dunque la macchina della ricerca sembra mettersi in moto. Ma perché c'è voluto tanto?

 

“La difficoltà che ho incontrato al momento del mio insediamento è stata quella di avere un quadro pre­ciso della situazione. Sia per la con­correnza concorrente delle regioni che per il ruolo assunto dagli enti di ricerca il ministero della Ricerca aveva perso il suo ruolo di leader­ship. Non voglio criticare chi mi ha preceduto ma il ministero aveva perso il contatto con le università e gli enti Stiamo cercando di recupe­rare quella leadership e costituire una rete con tutte quelle realtà che devono fare da costellazione”.

 

A questo dovrebbe servire anche il Pnr 2010-2012. An­nunciato per fine gennaio il piano non è ancora arrivato. A che punto siamo?

 

“C'è una bozza ormai consolida­ta da condividere con gli altri mi­nisteri. In alcuni casi stiamo costi­tuendo dei tavoli di studio. Ad esempio con Ambiente e Svilup­po economico sul nucleare”.

 

Su che cosa punterete?

 

“Le direttrici su cui ci muovere­mo inizialmente sono quattro: in­vecchiamento e salute, energia e nucleare, agroalimentare e beni culturali Sul nucleare, al di là del discorso tecnico se sia meglio quel­lo di terza o di quarta generazione, vogliamo avviare un tavolo con i ministri Scajola, Prestigiacomo e Fazio a cui inviteremo anche i rap­presentanti degli enti e gli esperti. Ad esempio mi piacerebbe coin­volgere Umberto Veronesi. L'obiettivo è spiegare ai cittadini non solo i rischi ma anche le oppor­tunità. E c'è poi da recuperare tutto l'aspetto formativo, visto che dopo il referendum dell'86 l'attività di ri­cerca in Italia si è interrotta. Biso­gna far ripartire le competenze per­ché ormai i giovani migliori sono andati all'estero”.

 

E poi?

 

“Sulla salute invece mi piace­rebbe citare il progetto per costi­tuire reti di laboratori che studi­no il collegamento tra il Dna, la genomica e l'invecchiamento. Per arrivare a uno studio appro­fondito abbiamo messo in pre­ventivo un piano di sei anni e un costo di 90 milioni di euro”.

 

E qui veniamo al nodo delle ri­sorse. Il Pnr dovrebbe valere 10 miliardi di euro. Come e dove re­perirli?

 

“Non mi faccia dare delle cifre. Dico solo che possiamo reperirli in diversi modi, innanzitutto fa­cendo una programmazione si­nergica tra enti e ministero. Nes­sun soggetto da solo potrebbe cu­bare i 90 milioni di cui parlavo pri­ma. Grazie alla programmazione però possiamo racimolare cifre importanti. Ci sono alcune regio­ni che devono ancora aderire e poi ci sono gli oltre 1,5 miliardi di fondi europei del Pon 2007-2013 "Ricerca e competitività" .

 

A proposito del Pon, il 9 apri­le scade il primo bando da 565 milioni di euro. Le imprese come stanno rispondendo?

 

“La risposta è stata positiva. Gra­zie all'opera di Confindustria sia­mo riusciti a far passare il concet­to che la crisi si supera investen­do in ricerca. Anche tra le piccole imprese. Sono stati presentati centinaia e centinaia di progetti anche al Sud”.

 

Secondo i tecnici del suo mi­nistero il prossimo bando do­vrebbe valere 900 milioni di euro e riguardare i distretti tec­nologici. Ma ne esistono già una trentina, non andrebbero razionalizzati?

 

“La logica è di procedere alla va­lorizzazione di quei distretti che si muovono per diventare auto­sufficienti a medio termine. Ciò significa che non investiremo do­ve i distretti non fanno passi avanti mentre punteremo su quelli che veramente funziona­no e producono sviluppo. Penso ad esempio al wireless, alle nano-tecnologie in Puglia o all'aero­spaziale in Campania”.

 

Un accenno all'università. Il 13 aprile in commissione al Sena­to si cominceranno a votare gli emendamenti alla riforma. Ne sono stati depositati circa 800. Non c'è il rischio di snaturare la riforma?

“In realtà c'è qualche emenda­mento del relatore Valditara che va nella direzione di sempli­ficare le regole per i concorsi. L'importante è che il parlamentio si riveli più riformista del go­verno e che non pensi a tutelare le esigenze di Tizio o di Caio. Ci sono alcuni aspetti che consi­dero intoccabili: il tetto di due mandati per i rettori, la separa­zione tra senato accademico e cda, l'obbligo per i docenti di ga­rantire la didattica, la maggiore trasparenza nella stesura dei bi­lanci con la possibilità di commissariare gli atenei in disse­sto. Se si vuole solo tutelare i ba­roni invece la riforma è meglio non votarla”.

 
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