venerdì 30 luglio 2010
 
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Intervento in aula del 22.7.2010 PDF Stampa E-mail
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giovedì 22 luglio 2010

Intervento in aula del 22.7.2010

 

*VALDITARA, relatore. Signora Presidente, onorevole Sottosegretario, onorevoli colleghi, il dibattito su come rinnovare l'università è uno dei temi chiave della discussione politica nella gran parte dei Paesi appartenenti all'OCSE, e non solo, negli ultimi decenni del secolo scorso e nei primi anni del nuovo secolo. Ciò dimostra il carattere strategico di università e ricerca per lo sviluppo di una nazione. Basti citare un dato: ancora negli anni Settanta, oltre il 70 per cento delle innovazioni tecnologiche era sviluppato nelle imprese, oggi oltre il 50 per cento è generato nelle università. Il disegno di legge n. 1905 arriva a conclusione di un percorso riformatore che con fasi ed esiti non sempre coerenti ha caratterizzato le politiche universitarie italiane degli ultimi 20 anni. Il disegno di legge n. 1905 è con ogni probabilità la più importante riforma di questa legislatura nel settore dell'istruzione e della ricerca. Esso affronta invero in modo organico temi strategici per lo sviluppo del sistema universitario: la governane e la struttura degli atenei, la premialità degli studenti meritevoli, la valutazione, il commissariamento e accreditamento degli atenei così come il riequilibrio fra atenei, lo stato giuridico di docenti e ricercatori, il reclutamento, i settori disciplinari, i contratti di insegnamento e ricerca. La riforma ricalca, per alcuni aspetti, soluzioni già delineate dai due disegni di legge presentati rispettivamente da maggioranza e opposizione; per altri aspetti, innova anche in modo significativo. Il disegno di legge governativo, in particolare, è stato oggetto di un ampio confronto: in Commissione sono state fatte trenta audizioni, numerosi sono stati gli interventi in discussione generale e il livello del dibattito è sempre stato molto alto, come si conviene ad una riforma così significativa. A tale riguardo, colgo l'occasione per ringraziare il presidente Possa e tutti i componenti della Commissione. Prima di delineare le linee portanti del disegno di legge che ci apprestiamo a discutere, credo occorra individuarne i principi ispiratori, che si possono riassumere in responsabilità e merito. Si era denunciato in più occasioni e ormai da tempo che nel nostro sistema universitario all'autonomia, introdotta con la cosiddetta legge Ruberti, non si era aggiunta la responsabilità. Perché l'autonomia, che è un'applicazione concreta del valore libertà, non degeneri in arbitrio, approfittamento e quindi mala amministrazione, occorre che l'attribuzione delle risorse avvenga previa valutazione dei risultati ottenuti, così da rendere ciascun ateneo responsabile delle scelte liberamente adottate. Il disegno di legge in esame conferma ed estende il principio di responsabilità già affermato con forza nel nostro sistema, in particolare con la legge n. 1 del 2009 e con il decreto del Presidente della Repubblica n. 76 del 2010 istitutivo dell'ANVUR. Per rendere concreta l'attuazione dei principi di autonomia e responsabilità occorreva peraltro modificare profondamente l'attuale governante di ateneo, intervenire sullo stato giuridico, modificare il sistema di reclutamento. Con riguardo alla governante, ad un modello incentrato essenzialmente sulla sovrapposizione delle funzioni di senato accademico e consiglio di amministrazione, in cui la rappresentanza delle corporazioni accademiche era il perno attorno a cui ruotava l'essenza stessa dei due citati istituti di governo, che non incidevano su alcuni aspetti significativi della vita dell'ateneo, si sostituisce ora un sistema fondato sulla netta distinzione fra consiglio di amministrazione e senato. Il consiglio di amministrazione adotta, inoltre, in via esclusiva tutte le decisioni più significative riguardanti la propria università: dall'approvazione del piano triennale di sviluppo, alla decisione definitiva in materia dì apertura o chiusura di sedi e di corsi di studio, all'ultima parola materia di assunzioni del personale docente. Il senato è concepito per svolgere una funzione di proposta, di stimolo e di controllo. Uno degli aspetti più innovativi del disegno di legge è senz'altro quello di disegnare un assetto di governo degli atenei che favorisce responsabilizzazione delle scelte, minore autoreferenzialità, più rapidità nelle decisioni. Cambia conseguentemente la natura della composizione del consiglio d'amministrazione. Da organo rappresentativo delle varie componenti interne all'ateneo, si qualifica ora per la comprovata competenza in campo gestionale e per un'esperienza professionale di alto livello. Per scoraggiare l'autoreferenzialità, tipica dell'accademia italiana, si prevede una presenza minima obbligatoria di membri esterni che devono rispondere ai medesimi requisiti di alta professionalità e competenza gestionale e che, a mio avviso, auspicabilmente, dovrebbero rappresentare anche potenziali investitori. Per esigenze di buona amministrazione, si limita il numero dei componenti il consiglio di amministrazione ad un massimo di 11, e del Senato accademico fino a 35, così come si fissa il numero massimo dei mandati dei rettori a due, disposizione che ritengo sarebbe un errore se dovesse essere in qualche modo derogata. Il disegno di legge in esame prevede poi una semplificazione della cosiddetta governante interna, che dovrà ora ruotare innanzitutto sul dipartimento, come organismo deputato ad assicurare un proficuo raccordo fra ricerca e didattica. Rimane tuttavia la possibilità di articolare facoltà o scuole, con funzioni innanzitutto di coordinamento fra più dipartimenti, ancorché la loro struttura si presenti assai semplificata, con la presenza dei direttori dei dipartimenti in esse raggruppati e di una rappresentanza elettiva degli studenti. Il disegno di legge favorisce poi la federazione di due o più università anche limitatamente ad alcuni settori di attività o strutture per razionalizzare la distribuzione delle sedi e per ottimizzare l'utilizzazione delle strutture e delle risorse. Si introduce un fondo per il merito destinato a promuovere l'eccellenza fra gli studenti. È una misura opportuna in un sistema, come quello italiano, in cui merito e promozione sociale sono stati per molto tempo disattesi. Questa importante innovazione richiederà ovviamente adeguati investimenti. Quanto allo stato giuridico, il disegno di legge contempla fra l'altro la definitiva trasformazione della figura di ricercatore con la messa ad esaurimento dei ricercatori a tempo indeterminato e la contestuale previsione di contratti di ricerca, per un triennio, rinnovabili per un altro triennio. Il disegno di legge prevede inoltre un aumento della retribuzione per i futuri ricercatori a contratto. Si porta così a definitivo compimento quanto già anticipato nella legge n. 241 del 2005. Dirò subito che ritengo coraggiosa ed opportuna la previsione della esclusiva figura di ricercatore a tempo determinato: dati di provenienza CUN valutano in oltre un terzo il tasso di inattività scientifica degli attuali ricercatori a tempo indeterminato, tasso di inattività che cresce con il progredire dell'età anagrafica. Si prevede poi l'abolizione degli automatismi retributivi, estendendo un'innovazione, peraltro già introdotta con emendamento parlamentare nella legge n. 1 del 2009. Sono altresì contemplati incentivi alla mobilità. In questo contesto si inserisce la valutazione delle politiche di ateneo nei confronti delle chiamate del personale docente e ricercatore, con conseguente differenziata attribuzione risorse. Un altro passaggio particolarmente importante è costituito dall'accreditamento degli atenei e dal commissariamento di quelli in stato di dissesto finanziario, così come peraltro già auspicato dal disegno di legge n. 1387   della maggioranza. Sul reclutamento si introduce l'abilitazione scientifica-nazionale a lista aperta, con commissioni estratte a sorte all'interno di liste di professori di prima fascia la cui produzione scientifica sia stata valutata positivamente secondo parametri fissati dall'ANVUR. Le chiamate con conseguente assunzione in servizio saranno effettuate poi a livello locale. Si definisce la categoria degli assegni di ricerca con previsione di tutela previdenziale e con regime fiscale agevolato. Con riguardo ai ricercatori a contratto si stabilisce un meccanismo affine alla cosiddetta tenure track, con possibilità cioè di immediata assunzione in servizio per quei ricercatori titolari di contratto rinnovato che entro e non oltre la scadenza del contratto stesso abbiano conseguito la abilitazione scientifica nazionale. Se queste, in sintesi, sono le principali novità introdotte dal disegno di legge, vanno ora ricordate le principali criticità denunciate nel corso del dibattito. Innanzitutto un eccesso di prescrittività che, in particolare con riguardo al settore strategico del reclutamento dei docenti e dei ricercatori, rischiava di rendere evanescente proprio il valore autonomia oltre a rendere eccessivamente complessa la procedura. Con riferimento alla governance, eccessivamente burocratico e contraddittorio è risultato durante la discussione il meccanismo di scelta del rettore e foriero di possibili conflittualità,, oltre che poco in linea con i principi di autonomia degli atenei, l'obbligo generalizzato di una governance duale, troppo evanescenti le competenze del senato, poco funzionale ad esigenze di buon governo l'assenza dei rappresentati dei dipartimenti nel senato accademico ed eccessivamente prescrittine le disposizioni sulla governance interna.

Sempre nella discussione svoltasi in Commissione sono emersi alcuni rilievi circa le procedure di selezione per l'accesso al fondo per il merito, per cui non vi era tra l'altro la previsione di un obbligo di finanziamento pubblico. Circa lo stato giuridico, non è apparsa opportuna la previsione della delega e senz'altro impraticabile l'obbligo per docenti e ricercatori delle 1.500 ore, con la conseguente verifica dell'effettivo svolgimento entro tale monte ore di corrispondenti ore di ricerca e studio. Il rischio era che la quantità prevalesse sulla qualità. Un conto è invero la didattica, per la cui adeguatezza il criterio orario è essenziale, un altro è la ricerca, che va valutata sui risultati e non su quanto tempo vi sia stato dedicato. Con riferimento poi ai meccanismi volti ad incentivare la mobilità e a favorire forme di reclutamento interno nei primi anni dalla approvazione della riforma, questi ultimi risultano ancora troppo rigidi e farraginosi e richiederanno una modifica in Aula.

Potenzialmente discriminante era in origine anche la mancata previsione della chiamata diretta per i ricercatori a tempo indeterminato. Le procedure di chiamata locale andavano semplificate così come occorreva introdurre un controllo sulle chiamate dei professori a contratto. Ritengo anche, sempre nel passaggio in Aula, che ai ricercatori a contratto bisognerebbe assicurare prospettive più certe per il loro futuro. Infine, è parso indispensabile consentire la vigenza delle norme attualmente in vigore sulle assunzioni, ivi comprese quelle per trasferimento, per evitare il blocco di chiamate e trasferimenti. Sono infine auspicabili una maggiore flessibilità nella governante per le università virtuose e una maggiore flessibilità nell'articolazione funzionale dei compiti di ricerca e di didattica, al fine - per esempio ‑ di rendere possibile la creazione all'interno degli atenei di centri di ricerca con personale ad essa prevalentemente dedicato. Senz'altro indispensabile, per un'efficiente gestione degli atenei, appare anche l'eliminazione dei controlli preventivi della Corte dei conti. Il disegno di legge non contemplava poi tre passaggi chiave : un fondo per premiare i professori e i ricercatori meritevoli; una nuova disciplina delle incompatibilità, più liberale di quella attuale.

Responsabilità significa infine non solo scegliere chi assumere, ma anche poter prendere le decisioni per sanzionare e licenziare: ad oggi, le università non hanno questa possibilità, essendo la decisione sui provvedimenti disciplinari riservata al Consiglio universitario nazionale. Avevo concluso la mia relazione introduttiva dicendo che la parola passava al Parlamento, che avrebbe dovuto svolgere il ruolo a lui proprio in quanto titolare sostanzialmente esclusivo della funzione legislativa, espressione massima della sovranità popolare. Lo ha riconosciuto il Ministro: mai per nessun altro disegno di legge il Parlamento ha svolto fino ad ora in questa legislatura un ruolo così decisivo. Multa et maxime transformata sunt, avrebbe detto Giustiniano. Al Ministro va il mio personale ringraziamento per la sensibilità politica dimostrata, per la piena collaborazione e, aggiungerei, per la sincera condivisione con il lavoro della Commissione. Voglio peraltro aggiungere che è stato salvaguardato l'impianto originario del disegno di legge e, anzi, ne è stata accentuata la portata riformatrice in esso già ben evidente. In questo dibattito, sempre alto e approfondito, in una materia peraltro molto tecnica, l'opposizione ha svolto un ruolo importante e gli emendamenti approvati che portano la firma di membri della opposizione stanno a testimoniare un dialogo fecondo e costruttivo. Più in generale, emerge un quadro coerente che potrà subire ancora qualche ritocco, ma che è auspicabile non venga significativamente modificato nel prosieguo della discussione. Cito alcuni dei passaggi più importanti della attività emendatrice svolta dalla Commissione. Innanzitutto, si è sottolineato all'articolo 1 che l'università è sede primaria di libera ricerca e, come tale, non solo contribuisce alla circolazione, ma anche alla elaborazione della conoscenza. All'articolo 2 si stabilisce che il rettore deve rappresentare l'accademia nel suo complesso, venendo di conseguenza eletto fra i professori ordinari. Questo non significa negare la possibilità di sperimentare forme diverse di selezione del rettore laddove università e Ministro concordino. È rivalutato il ruolo del senato accademico dei cui pareri e proposte rettore è obbligato a tener conto nella elaborazione del piano triennale di sviluppo. Si prevede altresì il parere obbligatorio del senato sul bilancio di previsione e sul conto consuntivo. Con una significativa innovazione introdotta in Commissione il senato può proporre con maggioranza dei 3/4 la sfiducia del rettore che abbia male amministrato l'ateneo. Si stabilisce un raccordo tra senato e dipartimenti consentendo la presenza nel senato di una rappresentanza dei direttori di dipartimento. Con riferimento al consiglio di amministrazione, si specifica che i membri esterni debbano essere almeno 3, e, fra questi, diversamente da quanto prevedeva il testo originario del disegno di legge, non vanno computati i rappresentanti degli studenti, che dunque si aggiungono ad essi. Circa la vexata quaestio del presidente del consiglio di amministrazione, si rinvia alla autonomia statutaria la scelta se debba o meno coincidere con il rettore. Nel caso in cui si preferisca una governance di tipo duale, il presidente del consiglio di amministrazione deve essere obbligatoriamente un esterno. Sono accresciuti, rispetto al disegno di legge, i compiti del consiglio di amministrazione attribuendogli l'adozione dei provvedimenti disciplinari su professori e ricercatori. Circa il direttore generale, si attribuisce la ulteriore competenza prevista in via generale dall'articolo 16 del disegno di legge n. 165 del 2001; si chiarisce peraltro che il direttore generale agisce sulla base degli indirizzi forniti dal consiglio di amministrazione. Al nucleo di valutazione si attribuisce anche la funzione di verifica della congruità del curriculum scientifico o professionale dei titolari dei contratti di insegnamento. Con riguardo alla governance interna si attua una certa semplificazione.

In particolare si valorizza l'autonomia delle università circa la struttura delle facoltà. Viene liberalizzata l'organizzazione interna per le università non statali, in armonia con quanto già previsto per la governane "esterna". Si introduce un codice deontologico, che obbliga dunque a fissare in modo esplicito i doveri dei docenti e ricercatori. Relativamente all'articolo 3 si stabilisce che i risparmi derivanti dalla fusione o federazione di atenei possono restare nella disponibilità dell'ateneo se indicati nel progetto e con il consenso del Ministero dell'università, della ricerca scientifica e tecnologica. Circa l'articolo 4 viene semplificato e reso più razionale l'accesso al fondo per il merito, distinguendo le modalità di valutazione tra iscritti al primo anno e iscritti agli anni successivi. Si dispone inoltre che il fondo venga gestito direttamente dal ministero dell'università per garantire più trasparenza e si stabilisce l'obbligo di alimentarlo con fondi dello Stato. L'articolo 5 viene radicalmente riformulato. Si elimina innanzitutto la delega sullo stato giuridico. La materia trattata viene inoltre distribuita in 6 distinti articoli. Fra le innovazioni più significative va ricordata, in ordine di trattazione, innanzitutto la valorizzazione dei collegi universitari con la previsione di un'apposita disciplina per il riconoscimento e l'accreditamento. Quanto lo stato giuridico viene ora più propriamente disciplinato in un articolo apposito, il 6, ma ad esso attinenti sono anche gli articoli 7 (Norme in materia di mobilità di professori e ricercatori), 8 (Revisione del trattamento economico dei professori e ricercatori), 9 (Fondo per la premialità) e 10 (Competenza disciplinare). In sintesi, viene eliminato l'obbligo delle 1.500 ore che nel testo governativo ricomprendeva anche l'obbligo ad un certo numero di ore di ricerca e studio, del cui effettivo svolgimento si doveva dare prova. Si aumentano per converso i doveri didattici dei professori che vengono fissati ora in "non meno" di 350 ore. Si fissa direttamente l'obbligo di certificare le attività didattiche e di servizio agli studenti a carico di professori e ricercatori. Per i ricercatori si ritorna alla disciplina attuale dei carichi didattici (fino ad un massimo di 350 ore), eliminandosi l'obbligo delle lezioni accademiche, che sono tuttavia sempre possibili con il consenso del ricercatore, che in questo caso acquista il titolo di professore aggregato. Viene profondamente modificato in modo più liberale e meno burocratico rispetto ad oggi il regime delle incompatibilità. Si stabilisce, per esempio, che non sarà più necessario ottenere una autorizzazione per poter svolgere lezioni o seminari in sedi esterne, vi è più libertà per fornire consulenze. Per la concessione degli scatti triennali si stabilisce la competenza esclusiva delle università. Nel caso di mancata attribuzione, si prevede che le somme risparmiate vadano a integrare il Fondo per la premialità di professori e ricercatori. Si istituisce pertanto un apposito Fondo per la premialità destinato a rendere possibili contratti integrativi a favore di professori e ricercatori meritevoli. Circa la competenza disciplinare, viene tolta al Consiglio universitario nazionale e attribuita al consiglio di amministrazione, previa attività istruttoria di un apposito collegio di disciplina che si attiva con l'avvio del procedimento disciplinare da parte del rettore. Si introduce un apposito articolo 11 che prevede l'obbligo, a partire dal 2011, di interventi perequativi nella misura dell'1,5 per cento a favore delle università statali che presentino un sottofinanziamento superiore al 5 per cento rispetto ai parametri fissati nella legge. L'articolo 12 distingue fra settori concorsuali e settori scientifico-disciplinari per rendere possibile una più adeguata articolazione della didattica, senza peraltro pregiudicare le esigenza di maggiore trasparenza nella composizione delle commissioni di concorso. Si riforma integralmente l'articolo 9, ora diventato articolo 15, relativamente al reclutamento. In particolare, si semplificano le procedure di selezione locale valorizzando l'autonomia dei singoli atenei. Saranno gli statuti a decidere come realizzare 1a valutazione comparativa richiesta, che è il presupposto per la proposta di chiamata dei professori e ricercatori, effettuata a maggioranza assoluta dal dipartimento, e che deve essere poi approvata dal consiglio di amministrazione. Si chiarisce nel comma 5 chi abbia diritto a far parte dei progetti di ricerca universitari. Con riguardo agli assegni di ricerca si elimina l'attribuzione al ministero di una quota delle risorse per finanziare assegni ministeriali, lasciando l'intero ammontare nella autonoma disponibilità degli atenei. Con riguardo all'articolo 18, relativamente ai ricercatori a tempo determinato, si introduce la possibilità di richiedere il superamento di un esame di conoscenza adeguata di almeno una lingua straniera. È auspicabile peraltro che si tratti di una verifica obbligatoria. Si estende la procedura di chiamata diretta ai ricercatori a tempo indeterminato che abbiano nel frattempo conseguito l'abilitazione alle funzioni di associato. Si prevede che l'espletamento del secondo contratto valga come titolo preferenziale nella missione concorsi nelle pubbliche amministrazioni. Anche in questo caso si sopprime la quota ministeriale per il reclutamento di ricercatori a tempo determinato, la cui disciplina aveva tra l'altro evidenziato l'anomalia della nomina ministeriale delle commissioni di valutazione. Con l'articolo 19 viene definitivamente eliminato il cosiddetto biennio Amato, che consentiva il fuori ruolo per i professori universitari; si chiarisce al riguardo che sono fatte salve solo le posizioni di chi abbia già iniziato ad usufruirne. Si fissa dunque un punto fermo: si va in pensione a settant'anni. Sul punto ritengo si sia raggiunta una intesa ampia e trasversale, che è bene non modificare di fronte a diverse e contrapposte suggestioni. La norma tiene conto da una parte della esigenza di valorizzare l'esperienza e dall'altra di creare maggiori opportunità per i giovani. Sarebbe peraltro opportuno che analoga disposizione si prevedesse anche per altre categorie del pubblico impiego che hanno ancora limiti di età pensionabile particolarmente elevati. Con riferimento alle norme transitorie e finali si consente l'utilizzo della vigente normativa in materia di assunzioni in servizio, che ovviamente ricomprende anche le assunzioni per trasferimento, onde evitare il blocco delle chiamate fino alla concreta applicabilità della nuova normativa. Si stabilisce altresì che dal 2016 il dottorato di ricerca è requisito necessario per accedere ai contratti di ricerca. Non è stato invece dichiarato ammissibile dalla 5a Commissione l'emendamento volto a cancellare i controlli preventivi della Corte dei Conti sugli atti delle università; controlli preventivi che costituiscono una anomalia, fonte di inefficienza e ritardi intollerabili, e che poco hanno a che fare con la più volte affermata volontà di semplificazione delle procedure amministrative. Qualche ulteriore ritocco al testo è ancora auspicabile. Per esempio, per meglio precisare la possibilità di deroghe alle norme a favore delle università virtuose e previo accordo di programma con il ministero. È essenziale una semplificazione del meccanismo di chiamata con l'eliminazione di quei complicati rapporti previsti dall'articolo 16, commi 3 e 4. È altresì auspicabile una modifica dell'articolo 18 che dia maggiori garanzie della sussistenza di disponibilità finanziarie per la copertura di posti da associato, prima di rinnovare i contratti di ricerca a tempo determinato (come, d'altro canto, chiesto da più forze politiche in Commissione), così come è auspicabile prevedere la destinazione di risorse per coprire nei prossimi anni un numero adeguato di posti da professore associato. Di questo e di altro discuteremo ora in Aula. Auspico che si possa arrivare ad una rapida approvazione senza stravolgimenti dell'impianto così delineato. In particolare preannuncio che non si darà parere positivo da parte del relatore ad alcun emendamento che intenda introdurre norme di favore verso questa o quella corporazione accademica. Prima di concludere qualche ulteriore, breve riflessione. La riforma pone il sistema universitario italiano ai livelli delle migliori esperienze internazionali. Le norme qui contenute non sono frutto di improvvisazione, come troppo spesso capita al legislatore italiano in altri settori, ma recepiscono un dibattito che dura da anni. La riforma crea le premesse necessarie per la competitività del sistema universitario italiano, ma rischia di non produrre gli effetti sperati se non sarà seguita da investimenti adeguati. Lo so, signora Ministro, che lei condivide questa posizione. Mi rivolgo dunque al Governo nel suo complesso, in particolare al Ministro dell'economia, che a suo tempo pose come condizione per nuovi finanziamenti il fatto venisse approvata una legge meritocratica sull'università. Ora questa legge è pronta. Sono ben consapevole che nell'università, come in tutti gli altri settori della Pubblica Amministrazione, si sono registrati negli anni sprechi e inefficienze. Erano stati denunciati con grande puntualità fin dal rapporto della Commissione Muraro nella scorsa legislatura. Ma quegli sprechi e quelle inefficienze, grazie anche al suo impegno, signora Ministro, sono stati in gran parte eliminati o sono in via di eliminazione. Voglio solo citare ad esempio che dal prossimo anno accademico è attesa una diminuzione del 20 per cento dei corsi di laurea, che saranno dunque in linea con le medie europee, persino inferiori come numero a quelli di Francia, Gran Bretagna e Germania.

D'altro canto proprio l'allegato 111 al Documento di programmazione economico-finanziaria del luglio 2009 denunciava un numero di professori e ricercatori in Italia inferiore alla media OCSE.

Se nella legge finanziaria di ottobre non saranno ridate risorse adeguate non si potranno fare assunzioni di personale e i ricercatori non avranno adeguate prospettive di carriera; questo è il vero problema per i ricercatori. Ciò costituirà un ulteriore elemento per scoraggiare i giovani dall'intraprendere una carriera lunga e difficile. Voglio anche aggiungere che nella finanziaria dovranno essere ripristinati   gli scatti stipendiali. Non si capisce perché essi siano stati ridati ai magistrati, si è previsto che agli insegnanti di scuola si daranno i risparmi attesi, mentre professori e ricercatori sono rimasti esclusi. Proprio perché gli scatti sono meritocratici e non sono concessi più sulla base di automatismi, anche professori e ricercatori dovranno riottenerli. In Gazzetta Ufficiale ho letto di uno stage presso la Banca d'Italia per giovani laureati: retribuzione 900 curo a settimana. Come pensa di attrarrei migliori talenti una università che offre 1.200 curo al mese ad un giovane ricercatore e 3.000 curo ad un affermato ordinario? È tipico di un certo indirizzo culturale, ancora egemone in Italia, ritenere che bastino riforme strutturali per ottenere risultati positivi. Ci si dimentica, e lo dimenticano quei tanti esperti che si affannano a riempire di editoriali i principali quotidiani o di ricerche dotte le riviste dei centri studi, che l'università, come la scuola, è fatta innanzitutto di persone, la cui motivazione e valorizzazione è la chiave per il raggiungimento di quei risultati. Se chi farà didattica o ricerca di qualità non potrà contare su riconoscimenti economici significativi, sulla disponibilità di adeguate strumentazioni, su ambienti di lavoro stimolanti, sulla possibilità di sviluppare relazioni internazionali, a nulla servirà mettere tre, cinque o nove esterni nel consiglio di amministrazione, distinguere la figura del rettore da quella del presidente del consiglio di amministrazione o prevedere codici deontologici. Abbiamo fatto insieme un buon lavoro di cui dobbiamo essere tutti orgogliosi (lo dico in particolare all'opposizione), abbiamo lavorato insieme, Governo, maggioranza ed opposizione discutendo, per tante ore e tanti giorni appassionatamente e credo con dei risultati convincenti. Il disegno di legge che ci apprestiamo a discutere potrà essere ancora migliorato in qualche dettaglio, ma ritengo oggettivamente che sia nel suo complesso un testo di alto profilo: approviamolo rapidamente per difendere le conquiste ottenute nell'interesse dell'università italiana e più in generale nell'interesse del Paese. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP. Congratulazioni).

 
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martedì 13 luglio 2010

Documento dei Presidi della Sapienza, 8 luglio 2010, approvato all’unanimità dal Senato Accademico del 13 luglio 2010 

I sottoscritti Presidi di Facoltà della Sapienza hanno valutato la situazione risultante dalla manovra finanziaria approvata dal Governo e da alcuni aspetti del DDL 1905 in esame in Parlamento, oltre che da precedenti disposizioni legislative, e manifestano il proprio forte disagio nei confronti di interventi normativi, che colpiscono duramente l’intera Università, quasi che essa fosse, in quanto parte del settore pubblico, tra i principali responsabili delle attuali difficoltà economiche. 

Le pesanti misure del dispositivo finanziario, destinate a trovare attuazione entro un quadro normativo già restrittivo sul piano dei finanziamenti, pongono in discussione la stessa sopravvivenza dell’Università pubblica. La manovra riduce le risorse destinate all’Università, e quindi alla ricerca e alla formazione, fondamentali per lo sviluppo del Paese. 

I Presidi di Facoltà della Sapienza constatano: 

1.  che è confermato il taglio di 1.3 miliardi di euro del Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università;

2.  che il Fondo di Finanziamento Ordinario già nel 2011 non sarà in grado di coprire neppure la spesa per il personale, al netto dei pensionamenti e considerando il blocco delle assunzioni; questa situazione, come ha dichiarato il sen. Valditara (PdL), impedirà “la vita stessa degli Atenei”;

3.  che, fatta eccezione per procedure di valutazione comparativa avviate da tempo, in attesa della nuova normativa sul reclutamento, non è possibile bandire nuovi posti di docente e che non viene offerta alcuna prospettiva neanche per i giovani studiosi di maggior valore;

4.  che, in seguito ai pensionamenti, nell’anno 2010 si è avuta una riduzione dell’organico di oltre il 10% e che si prevede che circa un terzo dell’attuale corpo docente tra cinque anni non sarà più in servizio; 

Inoltre, la giustificata protesta dei ricercatori universitari, che nella grande maggioranza non hanno dato la loro disponibilità a sostenere incarichi didattici, priva le Facoltà di un contributo essenziale per lo svolgimento dei corsi. In queste difficili condizioni, i Presidi della Sapienza dichiarano che non è possibile sostenere l’offerta formativa prevista per il prossimo anno accademico 2010-11, con grave danno per gli studenti, per le loro famiglie e per il Paese tutto. Prevedono che nei prossimi anni verranno soppressi numerosi corsi di studio e saranno fortemente ridotte le possibilità di accesso all’Università pubblica. 

I Presidi concordano nel manifestare la loro preoccupazione per la gravissima crisi in cui si dibatte il nostro sistema universitario e sono convinti che siano necessarie razionalizzazioni e innovazioni anche radicali, in particolare per quanto riguarda la valutazione della ricerca e della didattica. Denunciano il pericolo che il nuovo modello di Università, che deriva da una drastica riduzione delle risorse, precluderà a larga parte delle nuove generazioni l’accesso all’istruzione universitaria. Così si arriverà anche alla chiusura di uffici, biblioteche e laboratori per carenza di personale tecnico-amministrativo.  

Per scongiurare queste conseguenze ed avviare un rinnovamento dell’Università, i Presidi delle Facoltà della Sapienza ritengono indispensabile: 

1.  che venga eliminato il taglio di 1.3 miliardi di euro al FFO;

2.  che vengano riattivate le procedure di reclutamento per garantire il ricambio del corpo docente;

3.  che nel DDL 1905 sia definito lo stato giuridico dei ricercatori a tempo indeterminato, con il riconoscimento giuridico ed economico della funzione docente;

4.  che, come previsto per altre categorie del pubblico impiego, dopo il triennio 2011-13 sia possibile recuperare, anche prevedendo meccanismi di valutazione, la perdita derivante dal blocco degli scatti, che penalizza particolarmente i più giovani. 

Roma, 13/7/2010

 
Intervento in Commissione del 6.7.2010 PDF Stampa E-mail
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martedì 06 luglio 2010

IN SEDE CONSULTIVA SU ATTI DEL GOVERNO

 

Schema di decreto ministeriale recante modifiche al decreto ministeriale 25 novembre 2005, concernente la definizione della classe del corso di laurea magistrale in giurisprudenza (n. 227) (Parere al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, ai sensi dell'articolo 17, comma 95, della legge 15 maggio 1997, n. 127. Esame e rinvio)

 

Riferisce alla Commissione il relatore VALDITARA (PdL), il quale osserva che l'atto in esame modifica il decreto ministeriale 25 novembre 2005 relativo alla laurea magistrale a ciclo unico in giurisprudenza per recepire alcuni aspetti già previsti dal decreto ministeriale 16 marzo 2007 per le altre classi di laurea magistrale, al fine di armonizzare detta classe di laurea alla disciplina successiva. Ritiene comunque che, nonostante sia corretto stabilire a livello centrale quali siano le materie fondamentali per il suddetto corso di laurea per un totale di 216 crediti, sia necessario per il numero di crediti residuilasciare ai singoli atenei la decisione circa il numero di crediti da attribuire alle attività scelte dallo studente nonchè a quelle negli ambiti disciplinari integrativi anche nella prospettiva di incentivare la sana concorrenza tra università, secondo uno spirito realmente liberale.

 

Fa presente poi che nel decreto del 2005 non erano stati fissati i crediti per le attività formative a scelta dello studente e per quelle affini ed integrative, il numero massimo di crediti universitari attribuibili per le conoscenze e le abilità professionali certificate, la formulazione degli obiettivi formativi in termini di apprendimento e gli sbocchi professionali relativi anche alle classificazioni ISTAT. Occorre altresì dettare indicazioni alle università per il riconoscimento dei crediti acquisiti dagli studenti al fine di favorirne la mobilità. Illustra indi l'articolo 1 dello schema di decreto, che introduce 7 nuovi commi all'articolo 3 del decreto ministeriale 25 novembre 2005, riproducendo gli articoli 3 e 4 del decreto ministeriale 16 marzo 2007. Si stabilisce quindi che per le attività formative autonomamente scelte dallo studente, nonché per quelle in uno o più ambiti disciplinari affini o integrativi a quelli di base e caratterizzanti, gli ordinamenti didattici devono assicurare un numero di crediti pari, rispettivamente, a 8 e 12. Manifesta al riguardo apprezzamento per la modifica rispetto alla bozza originaria del decreto, la quale per le suddette attività prevedeva, come suggerito dal Consiglio universitario nazionale (CUN) e dal Consiglio nazionale degli studenti universitari (CNSU), una quota, rispettivamente, di 20 e 30 crediti, derivanti dalla somma dei crediti previsti dalla disciplina vigente per le lauree (12 e 18 crediti) e per le lauree magistrali (8 e 12 crediti). Evidenzia poi che il numero di 216 crediti vincolati per il conseguimento della laurea quinquennale in giurisprudenza è il più alto rispetto alle altre lauree di cinque anni; la soglia attuale di crediti riservati all'autonomia delle università è 84 crediti, che si ridurrebbero a 19 - a discapito dell'autonomia universitaria - se le attività formative e a scelta assommassero 50 crediti, tenuto conto dei 15 crediti per la prova finale. Segnala quindi, conformemente a quanto indicato dalla Conferenza dei presidi di giurisprudenza, la peculiarità delle lauree a ciclo unico, per le quali si prevedono normalmente 8 e 12 crediti: è il caso di medicina veterinaria e farmacia industriale; stesso discorso vale per le classi di laurea a ciclo unico di sei anni (medicina e odontoiatria). Il medesimo articolo 1 prevede altresì che per il trasferimento degli studenti sia riconosciuto il maggior numero di crediti possibile secondo criteri e modalità definiti nel regolamento didattico del corso di laurea magistrale di destinazione. Inoltre, nel caso di trasferimento all'interno della stessa classe di laurea, la quota di crediti del medesimo settore scientifico-disciplinare direttamente riconosciuti non può essere inferiore al 50 per cento di quelli maturati, salvo disposizioni

particolari - su cui si esprime favorevolmente - nel caso in cui il corso di provenienza sia svolto con modalità a distanza. In aggiunta a ciò l'articolo 1 detta norme sul riconoscimento delle conoscenze e delle abilità professionali certificate, tenuto conto che il numero massimo di crediti formativi riconoscibili non può essere superiore a 40. Viene anche fissato il numero massimo di esami, pari a 30, su cui si sono espressi a favore sia la Conferenza dei presidi di giurisprudenza, sia il CUN.Sempre al fine di uniformare la classe di laurea magistrale a ciclo unico in giurisprudenza alla disciplina generale, l'articolo 2 introduce all'articolo 6 del decreto ministeriale 25 novembre 2005 due commi

ulteriori, secondo i quali spetta ai regolamenti di ateneo determinare la quota di impegno orario complessivo a disposizione dello studente per lo studio personale o per altre attività formative. Detta quota non può essere inferiore al 50 per cento dell'impegno orario complessivo, come previsto per le altre classi di laurea dall'articolo 5, comma 2, del decreto ministeriale 16 marzo 2007. Si stabilisce inoltre che gli studenti che maturano 300 crediti (trattandosi di corso di laurea a ciclo unico), ivi compresi quelli per la preparazione della prova finale, sono ammessi a sostenere la prova finale e conseguire il titolo di studio indipendentemente dal numero di anni di iscrizione all'università. Si tratta a suo giudizio di una innovazione importante nell'ottica di favorire gli studenti migliori. Dà indi conto dell'articolo 3 dello schema di decreto, secondo cui le università devono rilasciare, come supplemento al diploma del titolo di studio, un certificato che riporta anche in lingua inglese e secondo modelli conformi a quelli di altri Paesi europei, le indicazioni relative al curriculum specifico seguito dallo studente. Precisa in proposito che tale previsione recepisce l'articolo 7, comma 3, del decreto ministeriale 16 marzo 2007. Illustra infine l'articolo 4, in base al quale le università devono adeguarsi alla nuova disciplina entro e non oltre l'anno accademico 2012-2013, come richiesto dal CUN. In conclusione, nell'esprimere condivisione per il provvedimento, ribadisce l'esigenza di carattere più generale di dare un'impronta maggiormente liberale al comparto, fissando solo i requisiti fondamentali e lasciando una più ampia autonomia di scelta alle università.

Il seguito dell'esame è rinviato.

 
Intervento in commissione del 15.6.2010 PDF Stampa E-mail
Documenti politici
martedì 15 giugno 2010

Conversione in legge del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica

 

 

Il senatore VALDITARA (PdL) fa presente di aver fino ad ora appoggiato in maniera convinta le scorse manovre finanziarie, sostenendo anche alcune misure dolorose, nella consapevolezza che l'università e la scuola dovessero essere razionalizzate. In proposito rammenta di essere stato a suo tempo favorevole al taglio degli organici della scuola, che era stata troppo spesso concepita come luogo di collocamento, nonché al decreto-legge n. 180 del 2008 che ha avuto il merito di rovesciare la cosiddetta "piramide" ossia l'elevato numero di docenti ordinari rispetto a quello di associati e ricercatori. Rimarca altresì che, in virtù degli interventi dell'Esecutivo in carica, si è registrata una positiva contrazione dei corsi di laurea pari a circa il 20 per cento, riportando l'Italia in linea con il resto d'Europa.

 

Ricorda del resto che nel Documento di programmazione economico-finanziaria del 2009 il Governo aveva sottolineato come il numero di professori e ricercatori in Italia fosse inferiore alla media OCSE.

 

Giudicando polemici più nella forma che nella sostanza alcuni interventi dell'opposizione, non ritiene tuttavia convincente la manovra per quanto concerne la scuola, l'università e la ricerca e chiede con forza che lo schema di parere recepisca un'esigenza reale di cambiamento, altrimenti il suo voto sarà contrario.

 

Ripercorre indi gli effetti, a partire dal 2011, delle passate misure sull'università, deplorando che il provvedimento in esame confermi il taglio di un miliardo e 300 milioni di euro per il settore. Stigmatizza infatti che nel 2011 si registrerà un gap tra spesa per il personale e Fondo di finanziamento ordinario (FFO), al netto dei pensionamenti e considerando il blocco delle assunzioni, tale da impedire la vita stessa degli atenei. Segnala del resto che il FFO ha diverse finalità, non esclusivamente destinate al pagamento degli stipendi. Reputa dunque inevitabile che con questi tagli le università non possano sopravvivere, tanto più che sono decurtati anche i finanziamenti per i dottorati di ricerca e per borse a favore dei giovani. A tale ultimo riguardo, ricorda con compiacimento che il decreto-legge n. 180 del 2008 aveva consentito la piena corresponsione delle borse ai meritevoli, mentre oggi vi è il rischio che oltre un terzo degli aventi diritto sarà privo di sostegno.

 

Esprime poi preoccupazione per le conseguenze del blocco dei contratti e degli scatti stipendiali per gli insegnanti e professori, sottolineando come la perdita netta per i docenti non valga il sacrificio, tenuto conto che i risparmi sono pari a circa 300 milioni di euro e che le loro retribuzioni sono le più basse d'Europa. Rilevando criticamente come la professione docente sia poco valorizzata, giudica inopportuna la misura soprattutto alla luce del decreto-legge n. 180 del 2008 e del disegno di legge n. 1905, in quanto si prevede la fine degli automatismi stipendiali e l'avvio di un processo meritocratico. Desta peraltro stupore che per i magistrati sia possibile recuperare la perdita derivante dal blocco degli scatti mentre ciò non sia previsto per i professori.

 

Sollecita dunque una più attenta riflessione, pur riconoscendo che la congiuntura sia alquanto delicata e che occorra eliminare gli sprechi. Afferma tuttavia che l'università non può essere considerata affatto uno spreco e dà atto al ministro Gelmini di aver fino ad ora operato positivamente per ridurre le inefficienze.

 

In relazione alla cultura, prende atto con soddisfazione che l'intervento originario del ministro Tremonti, che pareva esautorare l'autonomia del ministro Bondi, sia stato ricondotto ad un criterio di ragionevole responsabilizzazione, tanto più che il metodo inizialmente adottato non risultava opportuno. Invita pertanto il Presidente relatore e la maggioranza ad un'azione fattiva per modificare il provvedimento, tenuto conto che potrebbero essere introdotti interventi strutturali come ad esempio si è verificato in Francia o nei Paesi anglosassoni, anche puntando a ridurre le spese per gli acquisti delle pubbliche amministrazioni, aumentate in alcuni comparti del 50 per cento, nella prospettiva di finanziare i settori strategici del sapere.

Non concorda peraltro con i limiti alle assunzioni a tempo determinato nelle università, fissati al 50 per cento delle spese del 2009, né con i tagli alle missioni all'estero anche se finanziate con fondi esterni, poiché si penalizzano le università più virtuose che riescono ad ottenere risorse dall'esterno. In conclusione, richiamando la scelta degli Stati Uniti e della Germania di investire su università e ricerca proprio in momenti di crisi, ribadisce con forza il proprio dissenso rispetto al taglio di 1,3 miliardi di euro sull'università, chiedendo che sia recepito nel parere.

 
Discorso del Sen. Giuseppe Valditara PDF Stampa E-mail
Documenti politici
venerdì 14 maggio 2010

DISCORSO TENUTO IL 14.5.2010  AL CONVEGNO: “LA MILANO CHE VOGLIAMO” ORGANIZZATO DA RIFORME E LIBERTA’ E GENERAZIONE ITALIA  

Io amo Milano, la amo da milanese, da lombardo, da italiano.

 

Il mio amore da milanese è sentimentale, da italiano è razionale.

 

I periodi più luminosi della storia italiana dall’unità ad oggi sono stati quelli in cui l’Italia ha avuto due capitali e quella morale e civile è stata Milano: il motore economico, finanziario, culturale dell’unità, dello sviluppo, della ricostruzione del nostro Paese.

 

Da almeno 20 anni a questa parte si ha l’impressione che in Italia non esista più una seconda capitale e l’indubbio spostamento di risorse, sempre più verso Roma, iniziato proprio con gli anni ’90 ne è una conseguenza, non la causa.

 

E’ anzi paradossale che questa penalizzazione finanziaria e questa incapacità di essere ancora l’altra capitale del Paese coincida proprio con l’affermazione della Lega, un movimento che al di là di slogan certamente ad effetto non ha mai saputo porre, anche per una certa refrattarietà all’analisi culturale, la centralità di Milano nel contesto nazionale.

 

Credo che il problema di Milano sia innanzitutto quello di ritrovare la sua anima, la sua identità, per poter costruire su di essa il suo futuro.

 

C’è un passo del Vangelo in cui Cristo dice: “la mia testimonianza è vera perché so da dove vengo e so dove vado”.

 

La crisi di identità di questa città passa attraverso più fattori: la grande immigrazione degli anni ’60 e ’70; la deindustrializzazione e la crisi del commercio: pensate che negli ultimi 20 anni si sono persi 200.000 posti di lavoro e 450.000 abitanti, hanno chiuso quasi 30.000 negozi. E’ scomparsa quella grande borghesia che aveva dato espressione plastica ai valori di laboriosità e onestà tipici di questa città. In compenso vi è stata l’esplosione del terziario avanzato e quindi l’esplosione dei servizi, il che significa una città sempre più senza confini fisici, sempre più globale.

 

La città ha cambiato fisionomia e per troppi anni si è proceduto a costruire interi quartieri senza identità, anonimi, palazzacci senz’anima e con qualche speculazione di troppo.

 

E infine Tangentopoli che ha inciso pesantemente sulla fiducia di questa città in se stessa, oltreché sulle sue finanze. La costruzione della linea 3 della MM, della stessa lunghezza di un analogo tratto della metropolitana di Zurigo, ha richiesto 3 volte il tempo, e 3 volte i costi.

 

Non vorrei che si dimenticasse tutto questo quando si danno giudizi troppo sbrigativamente assolutori su quel fenomeno corruttivo che ha dilapidato le risorse pubbliche, che ha anteposto l’interesse di singoli a quelli della comunità. Un periodo in cui la politica ha esteso il suo controllo soffocante su tutta la società.  Quel periodo non deve tornare.

 

Ma quale è l’anima di Milano, quali sono i suoi valori più autentici, quelli che nel corso dei secoli l’hanno caratterizzata?

 

Ne ho individuato alcuni e penso che da questi dobbiamo ripartire.

Innanzitutto la sua straordinaria capacità di far sentire chiunque un milanese, cioè la capacità di integrare.

 

Il suo patrono è uno straniero, nato a Treviri, acclamato vescovo per le sue doti morali, e un altro grande santo, Agostino, abbandona Roma e viene a Milano, come tanti altri suoi compatrioti, “nell’appassionata ricerca della verità e della sapienza”, come scriverà poi nelle Confessioni.

 

Del resto la capacità di milanesizzare è una caratteristica che questa città ha saputo mantenere nel corso dei secoli: Stendhal, volle scritto sulla sua tomba: “un milanese” e persino quello che la storiografia ha rappresentato come il nemico storico di Milano, il conte Johann Wenzel Radetzky von Radek, si stabilisce a Milano da pensionato per venire qui a morire.

 

L’altra caratteristica è la sua straordinaria apertura. Fra 3 anni ricorre una data simbolo della più autentica identità di questa città, i 1700 anni dall’editto di Milano, uno dei fatti più importanti per la storia della civiltà occidentale: “chiunque è libero di praticare la propria fede e nessuno può essere discriminato per il proprio credo religioso”. La battaglia dei martiri cristiani per l’affermazione della libertà religiosa trova in questa città la sua affermazione.

Milano ovvero la sua straordinaria capacità di evolvere che è poi alla base della sua capacità di innovare.

 

Da piccolo villaggio celtico, sconfitto da Roma alla fine del III secolo a.C., diventa capitale dell’impero romano proprio a scapito di Roma, e poi, dismesse le vesti di maestosa capitale della burocrazia imperiale, nel medioevo la ritroviamo, insieme con le altre città lombarde, all’avanguardia in Europa nella finanza e nel commercio, tanto che non vi è città europea che non abbia una Lombard street.

 

L’innovazione presuppone una grande attenzione all’istruzione. Plinio nel II secolo d.C. ci racconta che all’epoca Milano era nota perché le famiglie milanesi facevano a gara per scegliere per i propri figli i migliori maestri, e nel medioevo la città era fra le poche in Europa ad avere una rete di scuole comunali pagate dal comune e gratuite per tutti. Cattaneo già nei primi decenni del 1800 intuisce la straordinaria importanza dell’istruzione tecnico-professionale per lo sviluppo di Milano e della Lombardia. E ancora agli inizi del 1900, mentre a Palermo i maggiorenti della città chiedono la chiusura delle scuole elementari fonte di corruzione dei giovani, a Milano il comune discute su come trovare i soldi per pagare di più gli insegnanti per valorizzarne il ruolo.

 

Milano è anche la città della ragione, mai del fanatismo o dell’oscurantismo: Verri e Beccaria ne sono il simbolo.

 

L’apertura al futuro. Basti pensare alla Milano degli Sforza e a Leonardo che proprio qui trova il clima ideale per mettere le basi della ricerca scientifica moderna. Le riforme di Maria Teresa. All’inizio del 1800 Milano aveva 500 ingegneri, tanti quanti Parigi, il doppio di Torino. La rivista il Politecnico, la prima centrale elettrica italiana, il ruolo della chimica, dei suoi ospedali dove si fa ricerca di avanguardia. Non è un caso se il futurismo nasce proprio a Milano.  

 

La solidarietà: la trama odierna degli ospedali lombardi si costituisce nel medioevo. Milano è stata la prima città a sviluppare già 1000 anni fa una rete di istituzioni caritatevoli per orfani, vedove, vecchi. All’inizio dell’1800 c’erano a Milano tanti ospedali quanti a Londra, pur con un decimo della popolazione.

 

E fu un medico francese, innamorato di Milano, Federico Ozanam a fondare qui la San Vincenzo.

 

E’ del resto la città che in Italia ha la più alta percentuale di donazioni di sangue e di organi.

 

Infine tre caratteristiche che ne hanno fatto a buon diritto dall’unità e fino a 20 anni fa la capitale morale dell’Italia.

 

La legalità: sottolineava la professoressa Galbiati, in un bel seminario che abbiamo organizzato in preparazione di questo convegno, come nel film “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti l’unico dei numerosi fratelli immigrati a Milano che ce la fa sia colui che segue le regole, che si integra nel rispetto di quella identità milanese e lombarda fatta ancora una volta di lavoro e di onestà. E non è un caso se il presidente di Assoedilizia, Colombo Clerici, in un altro seminario organizzato sull’identità milanese, ci abbia ricordato che mentre Roma ha 8500 ha di lottizzazioni abusive, pari a 2/3 del territorio di Milano, nella nostra città il fenomeno è marginale.

 

Milano è stata del resto la città dei patari (Arialdo e Anselmo da Baggio) e del giansenismo, che in epoche diverse chiedevano un rinnovamento morale della società e delle istituzioni del tempo, innanzitutto la chiesa.

 

Una città borghese, si è detto, che ha fatto per molto tempo della misura, della discrezione, del garbo la sua identità, anche nella sua architettura: basti guardare ai suoi splendidi giardini interni, non ostentati, mai esibiti.

 

Una città in cui i nostri vecchi dicevano che bastava una stretta di mano, la parola data, per chiudere un accordo, forse una città un po’ingenua, come la dipinge certa cinematografia romana degli anni ’70, ma certamente con il culto della buona fede.

 

Da qui, da questi valori, che in parte sono ancora ben vivi nella nostra società, in parte sono tizzoni che ardono sotto la cenere, dobbiamo ripartire.

 

Quali sono i nodi strutturali?

 

Occorre innanzitutto ricostruire il tessuto sociale. Come altre grandi città occidentali, Milano presenta una società in cui si avvertono segni di disgregazione, una società sempre più frammentata. Il premier inglese Cameron, tanto caro a Gianfranco Fini, parla di broken society.

 

Qui vi è il più alto numero di single, un numero sempre più elevato di anziani soli, e spesso abbandonati a se stessi, pochi bambini, che richiedono attenzioni che non sempre hanno. Dobbiamo saper ricostruire una trama comune, che ridia quello spirito di serena unità e fiduciosa collaborazione che era così ben espressa per esempio dalle corti lombarde e dalle case di ringhiera.

 

E’ centrale il ruolo della famiglia come grande ammortizzatore sociale, e come collante fra generazioni. Le politiche per la famiglia devono assumere dunque un ruolo sempre più centrale per la amministrazione cittadina.  

 

La sfida economica. Alcuni passaggi chiave: 1) la ricerca e l’innovazione, e qui dobbiamo avere il coraggio di resistere alle tentazioni della crisi, a iniziare dalle politiche del governo nazionale: si risparmi sui costi anomali delle spese per acquisti nella sanità (cresciute del 50% in 5 anni), si razionalizzino gli enti locali, province e comuni, si fissi un limite alle consulenze, etc., ma non si tagli sulla ricerca; 2) il credito e l’accesso al credito e un sistema di fideiussioni pubbliche per chi se le merita; 3) le infrastrutture, e a questo proposito vorrei sapere quando verranno liberalizzati gli slot di Malpensa; prioritarie sono le grandi direttrici con il Nord Europa e con Genova; 4) si incoraggi e si favorisca la imprenditoria locale sul modello dello small business act, che grazie alla mia mediazione venne adottato lo scorso autunno dal comune di Milano in accordo con tutte le associazioni artigiane. Ora però deve essere concretamente applicato. 

 

La qualità della vita.

 

Ci vuole una rivoluzione ambientale. Dobbiamo prendere in mano la battaglia per un ambiente vivibile, sappiamo tutti che la salute dei nostri figli è a rischio. La sfida per la qualità dell’aria e dell’acqua è la sfida del futuro.

 

Il decoro: più pulizia nelle strade; meno graffiti: ora, grazie anche ad un mio emendamento al decreto sicurezza accolto dal Parlamento, gli strumenti ci sono, i graffitari possono finalmente finire in galera.

 

Sicurezza.

 

Intanto la legalità. La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto: Gianfranco Fini ha detto “chi sbaglia paga”. I corrotti, a qualunque partito appartengono, devono essere cacciati dalla politica.

 

E lotta senza quartiere a mafia e ‘ndrangheta: il Governo sta facendo bene la sua parte. Attenzione proprio qui in Lombardia e soprattutto in alcuni comuni della provincia di Milano a non scendere mai a patti con ambienti vicini alle associazioni criminali, magari per avere in cambio qualche centinaio di voti. La mafia è un cancro che va estirpato dalle nostre terre senza esitazione. E poi più controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine. E al governo chiediamo: certezza della pena! Ricordo una dichiarazione di un giovane clandestino arrestato, ripresa tempo fa da alcuni giornali: “in Italia” disse “vengono più delinquenti che altrove perché in tutto il Mediterraneo è noto che da voi si può rubare senza problemi, tanto in galera non si va mai o al massimo si resta per poco”.   

 

I servizi.

 

Milano è certamente più avanti rispetto ad altre città italiane, ma il modello devono essere le capitali europee:

 

1) un sistema organico e integrato di trasporti come a Monaco;

 

2) una rapidità di risposte della pa alle imprese e ai cittadini, eliminando la carta, i documenti cartacei, e completando la informatizzazione delle procedure, in specie nei rapporti tra pa e imprese.

 

Infine le riforme. Non capisco perché sia stata abbandonata la proposta fatta da Formigoni nella scorsa legislatura di attribuire alla Lombardia alcune quote di autonomia particolare. Non capisco perché, per esempio, la istruzione professionale sia stata ristatalizzata, quando abbiamo già in Lombardia una eccellente formazione professionale. E’ giusto che ci siano modelli differenziati di federalismo.

 

Prima di concludere, una battuta sul federalismo fiscale. Dirò subito che sono a favore, non foss’altro per riequilibrare almeno in parte un residuo fiscale che penalizza oltre ogni misura la Lombardia, ma non capisco perché aspettare 5 anni per mettere in piedi un meccanismo particolarmente costoso, almeno nella sua fase iniziale, e non si impongano subito tagli a quelle regioni poco virtuose: perché dobbiamo aspettare 5 anni per far sì che in Calabria una sacca di sangue non costi più 4 volte che in Lombardia o una scatola di cerotti 100 volte più della media nazionale?

 

Quale futuro dunque per Milano? Quale ruolo? Una cosa deve essere chiara: noi non siamo l’ultima propaggine di un’Italia mediterranea. Noi siamo e vogliamo essere innanzitutto una grande città europea, uno dei motori dello sviluppo europeo per portare l’Italia intera in Europa. Ed è per questo che dobbiamo tornare ad essere l’altra capitale, è per questo che dobbiamo attrezzarci, per vincere la sfida con Francoforte, Monaco Barcellona, Lione, Amsterdam.

 

Quel ruolo di avanguardia che la nostra città ha saputo svolgere per oltre un secolo dall’unità d’Italia, vogliamo torni ad essere la cifra della nostra identità, come le querce della nostra terra: robuste radici ben piantate nel suolo e alti rami protesi nel cielo.

 
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