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ORDINE DEL GIORNO VALDITARA SUL DDL 1835 |
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venerdì 20 novembre 2009 |
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BEVILACQUA, relatore. Omissis Signora Presidente, passo ora ad esprimere il parere sugli emendamenti e sugli ordini del giorno presentati. Sull'ordine del giorno G1.105 il parere è favorevole, purché il senatore Valditara modifichi il dispositivo nel senso di impegnare il Governo «a valutare l'opportunità di» varare un piano pluriennale per la progressiva stabilizzazione del personale precario della scuola entro l'approvazione del prossimo DPEF. PRESIDENTE. Senatore Valditara, accetta la modifica testé proposta dal relatore sull'ordine del giorno G1.105?
*VALDITARA (PdL). Signora Presidente, chiedo al Governo un impegno serio sul piano di assunzioni e chiedo che il sottosegretario Pizza confermi una intenzione seria: vorrei sentire il Sottosegretario prima di decidere. PRESIDENTE. Lo ascolteremo successivamente, quando si pronunzierà su tutti gli emendamenti e gli ordini del giorno. PIZZA, sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Accolgo l'ordine del giorno G1.105, nel testo proposto dal senatore Valditara. (Applausi del senatore Valditara) G1.105 VALDITARA, TOFANI, BALDASSARRI, COLLI, ASCIUTTI, AUGELLO, ZANETTA, FIRRARELLO, VIESPOLI, BALDINI, SAIA, NESPOLI, MUSSO, VETRELLA, MENARDI, ALLEGRINI, DIGILIO, SPADONI URBANI (*) Non posto in votazione (**)
Il Senato,
premesso che:
nelle graduatorie ad esaurimento sono iscritti 230.000 docenti precari, di cui 130.000 sono con incarico annuale; mentre è urgente varare una riforma selettiva e meritocratica della formazione e del reclutamento degli insegnanti, non appare tuttavia possibile adottare una siffatta riforma se non si avvia contemporaneamente un piano che preveda, pur con la gradualità necessaria, la assunzione in ruolo di docenti che prestano servizio a contratto nella scuola italiana ed a cui il presente decreto riconosce un diritto alla assunzione; inoltre il problema del precariato della scuola, che coinvolge pure 70.000 appartenenti alla categoria degli ATA, è un problema sociale di rilevante gravità dal momento che lascia nella incertezza ogni anno migliaia di famiglie che fondano il loro futuro sullo stipendio provvisorio del congiunto; il personale della scuola è in Italia fra i più anziani fra i Paesi Ocse, e che dunque è opportuno favorire un turn over che innesti energie fresche e motivate nella scuola, impegna il Governo: a varare un piano pluriennale per la progressiva stabilizzazione del personale precario della scuola italiana entro l'approvazione del prossimo DPEF. |
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ODG DDL 1790 LEGGE FINANZIARIA |
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venerdì 20 novembre 2009 |
Ordine del Giorno n. G2.386 al DDL n. 1790 G2.386 (già em. 2.386) VALDITARA, AUGELLO, TOFANI, BALDASSARRI, MUSSO, ZANETTA, BALDINI, FIRRARELLO, CURSI, VIESPOLI, COLLI, MENARDI, VETRELLA, ALLEGRINI, NESPOLI, SARO, ZANOLETTI, PONTONE, PARAVIA, D'ALI', VALENTINO, BENEDETTI, VALENTINI, GERMONTANI, VICARI, GALLONE, DIGILIO
Non posto in votazione (Accolto dal Governo)
Il Senato della Repubblica, in sede dì esame dell'Atto Senato 1790,
premesso che:
il corpo docente delle scuole italiane è tra i più anziani dei paesi OCSE; nelle graduatorie ad esaurimento sono iscritti 230.000 precari di cui 130.000 con contratto annuale; va approvata una riforma meritocratica della formazione e del reclutamento del personale docente;
il pensionamento anticipato dei docenti che abbiano maturato "quota 93" come sommatoria degli anni di anzianità di servizio e di età anagrafica può dispiegare effetti favorevoli al fine di liberare posti di ruolo per le assunzioni di insegnanti precari, impegna il Governo a valutare positivamente la proposta di legge che consenta il pensionamento anticipato dei docenti in possesso dei requisiti citati.
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Intervento in aula del 18.11.2009 sul DDL 1835 |
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mercoledì 18 novembre 2009 |
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Signor Presidente, onorevole Sottosegretario, colleghi, al di là degli aspetti tecnici che poi illustrerò molto sinteticamente, credo che dobbiamo svolgere un ragionamento molto più ampio: è in atto, con questo Governo, una importante riforma della scuola. Sappiamo che negli ultimi trent'anni la scuola è stata considerata una sorta di ammortizzatore sociale. Le statistiche, che ricordo persino il ministro Fioroni citò in 7a Commissione, qui in Senato, e che sono di organismi internazionali e dunque non inventate dal Governo Berlusconi o dalla maggioranza, dicono che il numero di insegnanti della scuola italiana è il più alto tra tutti i Paesi occidentali e dicono anche che gli stipendi dei docenti della scuola italiana sono tra i più bassi di tutti quelli dei Paesi occidentali. Si è quindi investito sulla quantità e non sulla valorizzazione professionale. Negli anni Settanta e Ottanta, si sono espletati corsi-concorso che hanno immesso migliaia di docenti nella scuola italiana in alcuni casi senza un vaglio serio della professionalità. Devo peraltro aggiungere che gran parte di quei docenti ha espresso una professionalità senz'altro adeguata e apprezzabile. Nella scorsa finanziaria il Governo ha voluto razionalizzare gli organici della scuola italiana, prevedendo tagli certamente importanti, ma voglio aggiungere che tagli importanti vennero realizzati anche dal centrosinistra nella precedente legislatura. I tagli realizzati dall'allora ministro Fioroni incidevano su un sistema del tutto identico al precedente e quindi era un po' come un vestito che rimaneva lo stesso, ma il soggetto che lo indossava era cresciuto di peso e dunque il sistema rischiava di esplodere. D'altro canto, non vi erano risorse per valorizzare i docenti della scuola italiana. Da una parte, vi era dunque una riforma che tagliava 47.000 posti di lavoro, quella dell'allora ministro Fioroni, e che non rinnovava la scuola italiana in senso meritocratico e qualitativo, né la rendeva più europea e occidentale; dall'altra parte, non era prevista alcuna valorizzazione professionale per i docenti. Noi invece prevediamo che il 30 per cento delle risorse risparmiate vengano destinate a pagare di più gli insegnanti più bravi, quelli più preparati: è una rivoluzione. Sono 2,3 miliardi di euro nei prossimi tre anni, la cifra più alta mai stanziata per valorizzare la professionalità docente, e il ministro Gelmini ha annunciato qui in Senato che 600 milioni sono già stati accantonati e nei prossimi sei mesi elaborerà anche i criteri per distribuire queste risorse premiando i docenti preparati e di qualità. Questo è un passaggio assolutamente importante. È logico che per qualche anno i pensionamenti siano inferiori ai tagli di organico, soprattutto per quest'anno, perché poi la situazione è destinata a migliorare sensibilmente nei prossimi anni e i dati del Ministero della pubblica istruzione dicono che già nel prossimo anno dovrebbe esservi sostanzialmente una equivalenza tra posti resi liberi con i pensionamenti e tagli di organico. Proprio per gestire questo anno di emergenza è stato concepito il decreto-legge in esame, che serve anzitutto ad evitare un pregiudizio a coloro che avevano svolto supplenze annuali e poi, grazie ad un importante emendamento approvato alla Camera che citerò subito, anche ad altri precari, impedendo che rimangano senza una retribuzione coloro che sono costretti a rimanere a casa per via della riforma. Innanzitutto, hanno una priorità assoluta quegli insegnanti precari che hanno svolto un insegnamento con contratto annuale nell'anno precedente ovvero, in base all'emendamento della Camera, una supplenza di 180 giorni. Voglio aggiungere che il Ministero, con intelligenza politica, ha consentito a coloro che tuttavia rimanessero esclusi da queste supplenze annuali, e che dovrebbero essere peraltro in numero assai limitato, di partecipare a progetti regionali finanziati con fondi dell'Unione europea. Ovviamente, tutti quei precari che rimanessero a casa per il prossimo anno scolastico godranno - questo è scontato - del 60 per cento dell'indennità di disoccupazione. Secondo calcoli del Ministero dell'istruzione e stando ad una dichiarazione politica importante, impegnativa del Ministro, veramente pochi saranno coloro che non avranno una retribuzione pressoché equivalente a quella goduta fino ad ora. Inoltre, anche quei pochi che rimarranno a casa avranno comunque riconosciuto il punteggio ai fini delle graduatorie. Credo che tutto questo denoti un comportamento responsabile, certamente doloroso per alcuni, lo dico con grande franchezza, ma il Ministero si è comportato in modo responsabile e le prospettive per l'avvenire sono quantomeno rassicuranti. Devo anche aggiungere che è apprezzabile l'impegno assunto dal Governo su stimolo parlamentare a far sì che nel futuro inserimento a pettine nelle graduatorie non vengano avvantaggiati i cosiddetti furbi, cioè coloro che magari abbiano fittiziamente prestato servizio in qualche scuola non statale, cioè senza che venissero pagati i contributi, in sostanza accordandosi in modo truffaldino con una scuola che fingeva l'assunzione soltanto al fine di guadagnare punteggio. Questa è la situazione. Ciò detto, chiedo ovviamente un impegno al Governo e auspico l'accoglimento dell'ordine del giorno G1.105, che ho presentato come primo firmatario insieme a molti altri colleghi: dobbiamo attuare la riforma della formazione e del reclutamento degli insegnanti, una delle riforme più importanti della scuola italiana, dobbiamo cioè rendere europea anche la selezione dei nostri docenti. Ci sono 230.000 precari iscritti nelle graduatorie ad esaurimento, ci sono 130.000 precari con contratto annuale, delle cifre veramente imponenti. Il problema del precariato è un problema vecchio, lo sappiamo perfettamente, deriva da un sistema unico in tutto l'Occidente, da un sistema inventato nella prima Repubblica, proprio da quelle magagne e da quelle carenze che avevo prima evidenziato. Ritengo però indegno di un Paese civile che famiglie che si reggono su uno stipendio che peraltro è già assai modesto non sappiano ogni anno quale sarà il proprio futuro. Ritengo che il sistema del precariato, come sistema in sé, debba essere eliminato una volta per tutte; ritengo anche che sia indegno di un Paese civile che si seguano, come hanno seguito i Governi del passato, logiche levantine per cui conviene di più pagare dieci mesi un insegnante che svolge un servizio per tutto l'anno. Il ministro Fioroni aveva a suo tempo presentato un piano di assunzioni che non solo era limitato, ma che non era coperto, era l'ennesima truffa della politica che alla vigilia delle elezioni dice: «vi assumeremo tutti » e non aveva stanziato le risorse per coprire questo impegno. Vi chiedo che nel prossimo Documento di programmazione economico-finanziaria si faccia una programmazione annuale, si dica cioè in quanti anni si vuole risolvere il problema del precariato prevedendo le riforme adeguate, perché tutti questi docenti, che sono docenti che hanno vinto un concorso nazionale, che hanno svolto scuole di specializzazione, che hanno una loro professionalità, abbiano diritto, con gradualità, ma con certezza, ad essere assunti. Ringrazio anche il Governo di aver accolto come vincolante un mio ordine del giorno, firmato anche da altri colleghi, con cui si chiede che si avviino dei prepensionamenti per favorire il turnover, per consentire cioè a quegli insegnanti anziani, che magari sono anche ormai demotivati, a cui mancano due anni per poter andare in pensione, di andare in pensione anticipatamente. Sappiamo che questo provvedimento è praticamente a costo zero (c'è un problema legato al TFR, che però può essere comunque tranquillamente pagato alla data di scadenza) e garantirebbe almeno 20.000 posti liberi all'anno, consentendo quindi di risolvere in pochi anni il problema del precariato della scuola italiana. Ripresenteremo questo emendamento in un prossimo provvedimento. Abbiamo l'assicurazione del Ministero dell'economia e delle finanze che questo provvedimento potrà andare in porto. Crediamo che sia un fatto di civiltà risolvere il problema del precariato. Il decreto-legge in esame dà una risposta contingente temporanea ad una grande riforma della scuola come quella che questo Governo sta iniziando ad attuare ed intende portare a compimento. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni). |
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Discorso del Sen.Giuseppe Valditara |
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lunedì 16 novembre 2009 |
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Discorso tenuto dal Sen. Giuseppe Valditara al convegno “Rilanciamo l'Italia dall'economia alla politica” tenutosi a Milano il 16.11.09
Riforme e libertà è una associazione costituita da parlamentari del Popolo della Libertà. Per capire che cosa ha ispirato la nostra iniziativa proverò a spiegare i nostri valori di riferimento e alcune nostre proposte, lasciando a Mario Baldassarri il compito di approfondire alcuni temi centrali e a Cristiana di concludere. C’è una parola che sta a fondamento della costituzione italiana, questa parola è persona. In un odg votato il 9 settembre del 1946 si riconosce infatti la “precedenza sostanziale della persona (intesa nella completezza dei suoi valori e dei suoi bisogni non solo materiali, ma anche spirituali) rispetto allo stato”. Persona è una parola coniata in Italia 2500 anni fa e proprio in Italia, nei secoli successivi, si è affermato il principio che il diritto e lo Stato sono costituiti per ciascun uomo, perché ciascun uomo possa godere di libertà, sicurezza, prosperità. Dunque per difendere i beni materiali e spirituali di ciascuno, per consentire a ciascuno di goderne senza timore, per favorire l’accesso di tutti i consociati a quei beni materiali ed immateriali. Questa idea di persona, come centro del diritto e della storia, si è estesa a tutto il mondo cosiddetto occidentale ed è stato il fondamento delle rivoluzioni liberali su cui si fonda la nostra civiltà.Vi è poi un altro concetto che riteniamo fondamentale: è sintetizzato in un passo dell’antico Testamento, nel libro I dei Maccabei, siamo dunque 200 anni prima di Cristo: qui sta scritto che un popolo era noto in tutto il mondo per una caratteristica che lo distingueva rispetto ad ogni altro, il popolo era quello di Roma, la caratteristica è la centralità della buona fede. Credo che da qui si debba ripartire, dalle origini della nostra storia, dalle radici della nostra identità: persona e buona fede. Se la politica deve essere fatta in funzione della persona dobbiamo porci innanzitutto il problema di come garantire ad ognuno di realizzare le proprie aspirazioni, di come garantire a ciascuno una opportunità per farcela nella vita. Perché questo non sia solo uno slogan, nostro compito è prenderci cura della società, superare le fratture sociali. Dobbiamo favorire l’inclusione e non la emarginazione sociale, dobbiamo essere consapevoli che il gretto egoismo individualistico, gli animal spirits della società, come vennero definiti, non sono adeguati a garantire il duraturo benessere e la prosperità dei cittadini di una nazione, ma semmai il benessere e la prosperità di alcuni a danno di altri. E’ interessante leggere lo slogan che ha caratterizzato il recente congresso dei conservatori britannici a Manchester: “Esiste la società, ma non si identifica con lo Stato”. E’ il rinnegamento dello slogan preferito da Margaret Thatcher che amava ripetere “non esiste una cosa chiamata società”, che accettava dunque l’idea che homo homini lupus e che solo il più forte ha diritto a sopravvivere. La centralità della società deriva dal fatto che è stata costituita per gli uomini. La società è essenziale per consentire agli uomini di vivere meglio. La società, come poi lo Stato, è nata per garantire libertà, sicurezza, e prosperità. Cameron, il futuro premier inglese, ha coniato uno slogan che farà discutere: conservatorismo progressista, un pensiero politico che torni ad occuparsi dei bisogni di ogni donna e di ogni uomo, che non lasci per strada nessuno e che metta dunque al centro delle proprie politiche la qualità della scuola, dell’ambiente, della sanità e dei servizi sociali, la sicurezza e la ricerca. In altre parole che abbia al centro la qualità della vita di ogni cittadino. Come farlo? Con una politica di riforme. Essendo la garanzia della libertà e la diffusione della prosperità due obiettivi fondamentali di una società organizzata, essenziale è la riforma delle tasse. Già diceva Cicerone che quando si tassa la proprietà in modo eccessivo e senza che il ricavato venga speso per finalità fondamentali e condivise, ben evidenti ad ognuno dei contribuenti, il cittadino perde l’affetto per lo Stato, sente come sempre più estraneo quel patto sociale su cui lo Stato si fonda. Abbassare le tasse sulle famiglie, sulla casa, sul lavoro, sulla intrapresa economica è un passaggio fondamentale per accrescere benessere, equità e opportunità e soprattutto per creare più ricchezza privata e pubblica, più risorse da spendere per realizzare i bisogni fondamentali di ciascuno. Ovviamente, siccome il realismo è una categoria politica essenziale, abbassare le tasse si può a patto che nel contempo si risani la spesa pubblica e si combatta l’evasione fiscale. Occorre dunque come prima cosa spostare la spesa, da quella improduttiva e parassitaria a quella che genera sviluppo. Il Governo ha affrontato bene l’emergenza. Ora, tuttavia, occorre andare oltre l’emergenza. Dobbiamo incoraggiare una timida ripresa. E’ proprio questo il momento per iniziare a mantenere gli impegni presi con gli elettori. Basta leggere le relazioni della Corte dei Conti per capire, per esempio, che non è accettabile una spesa sanitaria cresciuta negli ultimi 5 anni del 40%, non sono più accettabili casi come quello della Calabria dove un pacco di cerotti viene acquistato dalla sanità locale ad un prezzo 100 volte superiore alla media nazionale o dove una sacca per trasfusioni costa 4 volte più che in Lombardia e non possiamo aspettare, per eliminare questi sprechi, un federalismo fiscale che deve entrare in funzione fra 5 anni e che probabilmente ci metterà ancora più tempo per funzionare. Spendiamo 40 miliardi di euro l’anno per finanziamenti a fondo perduto alle imprese: i due terzi delle imprese private finanziate dopo 3 anni non esistono più. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le province anziché eliminarle. Da una economia assistita dobbiamo passare ad una economia di sviluppo. Per far crescere la competitività dell’Italia dobbiamo mettere al centro la ricerca. D’altro canto è dalla ricerca che si migliora la qualità della vita della gente. Dirò subito a questo riguardo che prima di ogni altra riforma dobbiamo investire nel merito: il merito dei docenti e dei ricercatori, pagando di più con contratti individuali integrativi chi fa ricerca e didattica di qualità; il merito degli studenti, con borse di studio per i più capaci; il merito dei progetti di ricerca: 100 milioni di euro per 100 progetti di eccellenza; il merito delle strutture di ricerca, come si è fatto in Germania e si sta facendo in Francia: concentrare cioè risorse importanti su quei dipartimenti che possono diventare eccellenze a livello mondiale. Possiamo reperire mezzo miliardo di euro dalle contribuzioni studentesche aggiuntive: se non è equo aumentare le tasse universitarie, è giusto che chi si è laureato, e ha trovato un lavoro, paghi nella sua prima dichiarazione dei redditi una modesta cifra, rateizzabile anche in 20 anni, per compensare il beneficio ricevuto dalla sua università. E’ stata la rivoluzione di Blair per rilanciare i finanziamenti alle università britanniche. Ci apprestiamo a discutere la riforma universitaria: è una buona riforma, ma va finanziata. Dobbiamo collegare l’impresa all’università: ho proposto i research bond, titoli di debito, obbligazioni, ma anche azioni, che finanzino società costituite appositamente per investire in progetti di ricerca: detassiamo utili, plusvalenze, interessi, derivanti da queste società, rendiamo deducibili gli investimenti in queste società. In Messico creano zone franche per imprese high tech, noi dobbiamo creare franchigie fiscali per chi investe nell’high tech. Avere a cuore le necessità della gente significa investire in infrastrutture. Dico agli amici leghisti: anziché pensare al dialetto nelle scuole vogliamo impegnarci a far sì che entro 5 anni chi viene a Milano da Novara o da Bergamo non debba più stare in fila per un’ora sull’autostrada? A prevedere che quando gli svizzeri nel 2016 termineranno la nuova linea del Gottardo, da Lugano a Milano (70 Km.) non ci si metta come da Zurigo a Lugano (210 km.). Vogliamo liberalizzare gli slot di Malpensa per consentire alla Lombardia di tornare ad avere un grande aeroporto internazionale? Passato da 1873 voli settimanali a circa 300. Prendersi cura della società vuol dire favorire una società più solidale, verso chi ha bisogno, chi soffre, chi non ce la fa, chi rimane indietro. Solidarietà significa investire innanzitutto nella famiglia come primario ammortizzatore sociale e dunque trasformare finalmente in fatto concreto il cosiddetto quoziente famigliare, per diminuire le tasse sulle famiglie. Solidarietà significa favorire il credito alle imprese con un apposito fondo pubblico di garanzia: dalla stabilità delle banche dobbiamo passare ora alla stabilità delle imprese. Significa prevedere, come giustamente sta facendo il Governo, un ruolo forte degli ammortizzatori sociali, ma significa anche prevedere che chi rifiuta un lavoro, chi rifiuta di partecipare a corsi di qualificazione professionale, chi rifiuta di lavorare per servizi di pubblica utilità, veda diminuita la sua protezione sociale, fino alla cancellazione dalle liste di collocamento. Solidarietà significa lottare contro i falsi invalidi, contro i falsi malati, contro gli evasori fiscali, contro chi per egoismo sottrae a chi ha veramente bisogno. Il Governo sta facendo la sua parte nel rendere più efficiente e trasparente la Pubblica Amministrazione, va sostenuto in questa importante battaglia. Solidarietà significa anche predisporre un piano pluriennale per stabilizzare gradualmente, sui posti liberi, quei docenti della scuola che ogni anno insegnano con contratto a termine. Si tratta di insegnanti che in gran parte hanno vinto un concorso, o hanno fatto le scuole di specializzazione. E’ indegno di un Paese civile che migliaia di famiglie ogni anno non sappiano se potranno contare su uno stipendio per l’anno successivo; è indegno di un Paese civile che lo Stato ricorra da molti anni ormai a furberie levantine per risparmiare risorse, pagando 10 mesi di stipendio a chi insegna tutto l’anno. Occorre creare le condizioni perchè si possa finalmente avviare la riforma della formazione e del reclutamento meritocratico e selettivo dei docenti, che è la vera riforma della scuola. Bisogna differenziare le retribuzioni sulla base della preparazione e dell’impegno, si devono valutare i risultati ottenuti da ogni singolo istituto. Solidarietà significa anche consentire a tutte le famiglie, anche a quelle meno abbienti, di scegliere il modello educativo più conforme ai propri valori di riferimento. Prendersi cura della società vuol dire favorire una società più unita che ricomponga le frammentazioni e le disgregazioni sociali così presenti anche nel nostro Paese, non solo fra Nord e Sud, ma anche fra le categorie sociali e politiche. Significa, per esempio, saper integrare chi, pur essendo nato altrove, vuole essere italiano, perché è pronto a condividere i valori fondamentali del nostro popolo, che sono stati nei secoli l’umanità, e con essa il rispetto verso chiunque, e l’equità. A noi italiani è sempre stato estraneo il razzismo perché il popolo italiano fin dalle origini della sua storia è nato dalla fusione fra diversi e fra lontani, nella condivisione però di comuni valori. Siamo stati come l’America di oggi, ma come l’America abbiamo creato e creduto in una civiltà che ha plasmato il mondo. E’ la consapevolezza fortemente sentita di una civiltà ciò che consente di non aver paura di chi arriva da fuori. Dobbiamo tornare a coltivare questa consapevolezza, a iniziare dalle scuole e dalle famiglie. E’ anche ora di introdurre un concetto di cittadinanza che guardi al merito: merito la cittadinanza, la cittadinanza va concessa a chi se la merita e va revocata a chi non se ne è dimostrato degno, magari perché partecipa ad associazioni terroristiche o mafiose. Così è in Svizzera e negli Usa; già oggi accade in Italia con la revoca della cittadinanza all’adottato a cui sia stato revocato lo status di figlio e persino al cittadino che abbia prestato servizio per uno Stato estero nonostante la diffida del nostro governo. Solidarietà non significa accogliere chiunque. Chi delinque va espulso, le frontiere vanno protette. Bene ha fatto il Governo a stipulare appositi accordi internazionali e a triplicare i tempi di detenzione nei CPT. Così come bene fanno il viceministro Urso e il Presidente della Commissione Attività produttive del Senato, Cursi, a difendere la produzione italiana. Superare l’egoismo individualistico, gli animal spirits, in nome di una consapevolezza della appartenenza ad una comune società comporta due conseguenze importanti. La prima che non vi può essere una idea di diritti senza che ad essi corrispondano dei doveri. I diritti senza limiti ci sono solo nella giungla, alla base della nascita di ogni società e di ogni Stato sta innanzitutto una assunzione di doveri, che servono proprio a garantire i diritti fondamentali di ogni persona. Scrive Gianfranco Fini nella sua introduzione al libro di Aznar che “i diritti senza i doveri sono l’espressione di una concezione leggera, materiale, superficiale della società”. Doveri significa centralità della regola, rispetto della legalità, significa una società ordinata. Significa anche che si deve rispondere dei propri atti, che chi viola un dovere deve rispondere di ciò che ha fatto. Da qui la certezza della pena. La pena è nata insieme con la società, per difendere il più debole dalla prepotenza del più forte, dalla aggressione ai suoi beni ed alla sua libertà. Ecco perché molti Stati che credono nella libertà hanno messo a fondamento delle loro costituzioni la sicurezza del cittadino. Se ciò è vero occorre da una parte ridare credibilità ed autorevolezza alla magistratura, allontanando quei magistrati che proclamano di voler fare la rivoluzione con le sentenze, occorre riformare il Csm, perché non sussistano organi irresponsabili, e riformare la Corte Costituzionale, perché la sovranità popolare non sia svuotata, ma bisogna anche dare gli strumenti ai giudici perché chi delinque possa andare in galera e restarci. Ho presentato nel 2006 un ddl di riforma della legge Gozzini, ed è stato il primo ddl di riforma della Gozzini presentato nel Parlamento italiano; l’ho ripresentato in questa legislatura, sarebbe un peccato se dopo averne parlato in campagna elettorale, alla riforma del processo penale non si aggiungesse la riforma del diritto penale, per garantire innanzitutto i cittadini per bene. E’ poi inutile che qualcuno proponga rimedi inapplicabili, come il reato di clandestinità, e non si affronti la vera questione che serve a garantire la sicurezza del cittadino: sbattere in galera chi è pericoloso per la società e farcelo rimanere per tutta la durata della pena. Quando ero assessore provinciale avevo messo i poliziotti in pensione a vigilare davanti alle scuole: prima delle ronde, però, penserei ora a difendere il bilancio del ministero degli interni, mi preoccuperei di non far tagliare i soldi per la polizia, magari accettando in cambio di eliminare qualche provincia di troppo. Per venire alla nostra Lombardia si deve contrastare con determinazione la criminalità organizzata che qui si è ormai radicata: leggo sui giornali che l’hinterland milanese è in mano alla ‘ndrangheta, che detterebbe legge come a Platì, la politica faccia attenzione alle candidature. Vigiliamo su subappalti di servizi e opere pubbliche. Ne va della nostra libertà. E, consentitemi: facciamo rispettare quella norma che è stata introdotta con un mio emendamento e che consente finalmente di punire chi sporca i nostri monumenti e le nostre case. Responsabilità come correttivo della libertà: chi sbaglia paga. Alla responsabilità è strettamente connesso il merito, senza merito la responsabilità è una parola inefficace, priva di conseguenze. Rispondere dei propri atti, vuol dire che, se faccio bene, devo meritare un premio, se sbaglio, una sanzione. Il merito è lo strumento per rendere equa una società, per evitare che il più furbo o il più prepotente abbia la meglio e che il più bravo e il più onesto sia pregiudicato. Ed è qui che tocchiamo un punto decisivo per la nostra Italia: una etica condivisa, che non può prescindere dalla buona fede, da un’idea di bene comune. Una questione morale che non sia preda di fanatici o demagoghi, che non hanno alcun titolo per ergersi a giudici, ma che sia realmente vissuta e sentita come condizione per la rinascita del nostro Paese, consapevoli che nessuno può scagliare la prima pietra, ma che tuttavia ad ognuno si offre l’occasione per dimostrare che si vuole voltare pagina. E la pagina va voltata. Infine la politica, come strumento nobile e alto per governare la società, una politica a cui, iniziando da chi la pratica, dobbiamo ridare la dignità che le è dovuta. Da qui diventa fondamentale la possibilità per i cittadini di far sentire la propria voce, di scegliere chi li deve governare, di controllare che chi governa realizzi gli impegni presi, di partecipare alla vita dei partiti per “concorrere a determinare la politica nazionale”, come recita l’art.49 della nostra costituzione. Dunque un Presidente eletto dagli italiani e un Parlamento forte ed autorevole, che mai si riduca ad una fattoria di tacchini in preoccupata attesa del Natale, ma che sia sempre consapevole della dignità della propria funzione, che è quella di controllo, di stimolo, di collaborazione leale ed intelligente con il Governo. Diventa fondamentale dunque la piena realizzazione della democrazia, democrazia nella società e nei partiti, contro le oligarchie e contro qualsiasi deriva che favorisca clientele e familismi di vario genere. Una politica libera e trasparente. Infine una politica più educata, più corretta, per una società più educata e più corretta, per un’Italia più gentile e meno volgare, un’Italia civile, che torni ad essere das Land wo die Zitronen bluhen, ammirata e rispettata nel mondo per la sua bellezza e la sua armonia, non una sciatta, rozza, volgare repubblica delle banane. E’ giunto il momento di mettere fine alle contrapposizioni frontali, alla lotta per fazioni, di dire basta alle contrapposizioni selvagge, infantili, agli sciacallaggi, alla delegittimazione continua, agli urlatori isterici che criminalizzano l’avversario in un gioco al massacro che rischia di lasciare solo macerie. Dobbiamo riunire gli italiani, i tanti italiani per bene, che hanno a cuore il futuro della nostra Repubblica. Ecco perché Riforme e libertà, come abbiamo scritto nel nostro manifesto e come nella nostra funzione di parlamentari della Repubblica e del Pdl abbiamo cercato di tradurre nella realtà, con atti concreti, con fatti e non con chiacchiere, con lealtà, ma sempre con dignità. Uniti dunque per rilanciare l’Italia, uniti per dare libertà, sicurezza, e prosperità a noi ed ai nostri figli, uniti per ridarci l’orgoglio di sentirci italiani. |
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ODG ACCOLTI DAL GOVERNO COME VINCOLANTI |
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Documenti politici
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giovedì 12 novembre 2009 |
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G2.386 (già em. 2.386)
VALDITARA, AUGELLO, TOFANI, BALDASSARRI, MUSSO, ZANETTA, BALDINI, FIRRARELLO, CURSI, VIESPOLI, COLLI, MENARDI, VETRELLA, ALLEGRINI, NESPOLI, SARO, ZANOLETTI, PONTONE, PARAVIA, D'ALI', VALENTINO, BENEDETTI, VALENTINI, GERMONTANI, VICARI, GALLONE, DIGILIO
Non posto in votazione (*Accolto dal Governo)
Il Senato della Repubblica, in sede dì esame dell'Atto Senato 1790,
premesso che:
il corpo docente delle scuole italiane è tra i più anziani dei paesi OCSE;
nelle graduatorie ad esaurimento sono iscritti 230.000 precari di cui 130.000 con contratto annuale;
va approvata una riforma meritocratica della formazione e del reclutamento del personale docente;
il pensionamento anticipato dei docenti che abbiano maturato "quota 93" come sommatoria degli anni di anzianità di servizio e di età anagrafica può dispiegare effetti favorevoli al fine di liberare posti di ruolo per le assunzioni di insegnanti precari, impegna il Governo a valutare positivamente la proposta di legge che consenta il pensionamento anticipato dei docenti in possesso dei requisiti citati.
G2.437 (già em. 2.437)
VALDITARA, BALDASSARRI, AUGELLO, MENARDI, MUSSO, VETRELLA
Non posto in votazione (*Accolto dal Governo)
Il Senato, premesso che:
è opportuno favorire i rapporti fra imprese e università;
occorre favorire gli investimenti in società di capitali che investono in ricerca al fine di far affluire maggiori risorse private al sistema della ricerca,
impegna il Governo a prevedere che gli investitori istituzionali e privati che sottoscrivono quote di società di nuova costituzione la cui finalità istituzionale è quella di finanziare progetti di ricerca a forte contenuto tecnologico o di investire in società di capitali neocostituite a forte base tecnologica possano dedurre dal proprio conto fiscale fino al 50 per cento degli importi versati.
G2.441 (già em. 2.441)
VALDITARA, AUGELLO, BALDASSARRI, VIESPOLI, TOFANI, MENARDI, COLLI, CONTI, ALLEGRINI, MUSSO Non posto in votazione ((*Accolto dal Governo)
Il Senato, premesso che:
è opportuno favorire i rapporti fra imprese e università;
occorre favorire gli investimenti in società di capitali che investono in ricerca al fine di far affluire maggiori risorse private al sistema della ricerca, impegna il Governo a:
consentire la deduzione fiscale dei proventi derivanti da investimenti in società di capitali neocostituite a forte base tecnologica;
esentare le plusvalenze e gli interessi relativi a titoli di debito, nonché le plusvalenze e i dividendi relativi a titoli azionari emessi per finanziare e capitalizzare società di nuova costituzione la cui finalità istituzionale è quella di finanziare progetti a forte base tecnologica o di investire in società di capitali neocostituite a forte base tecnologica;
prevedere che le emissioni di titoli di debito di cui al punto precedente possano accedere alle garanzie del Fondo centrale di garanzia per le piccole e medie imprese, di cui all'articolo 2, comma 100, lettera a), della legge n. 669 del 1996. |
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