venerdì 30 luglio 2010
 
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Intervento in Commissione del 7.7.2009 PDF Stampa E-mail
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martedì 07 luglio 2009

Affare assegnato concernente il partenariato europeo per i ricercatori (n. 192)  

In discussione generale interviene il senatore VALDITARA (PdL) il quale, nel giudicare opportuna l'iniziativa del Presidente e utile il contributo del professor Esposito, pone anzitutto l'accento sul reclutamento, sottolineando la necessità da parte dello Stato di garantire la qualità complessiva del sistema e la valutazione sui risultati delle sedi, autonomamente responsabili della scelta dei ricercatori senza alcuna distinzione tra quelli italiani e non. Ritiene infatti che una volta riconosciute, in un qualsiasi Stato, la bontà del progetto e la qualità del ricercatore, le università debbano essere messe in condizione di chiamare i soggetti giudicati validi.

 

Reputa altresì indispensabile chiarire la volontà di introdurre un sistema di contratti di ricerca ovvero di mantenere un meccanismo imperniato sulla figura del ricercatore a tempo indeterminato. Dopo aver ricordato le iniziative dell'ex ministro Moratti nei suddetti ambiti, conviene sull'esigenza di stabilire la portabilità della previdenza osservando peraltro che a tal fine risulta prioritario tutelare la posizione previdenziale del ricercatore a contratto. Aggiunge poi che occorre unificare le diverse figure di ricercatore a contratto in un'unica posizione giuridica, cui assicurare un'adeguata tutela previdenziale in Italia e successivamente affiancare la summenzionata portabilità.

 

Si sofferma indi sul tema dell'accoglienza dei ricercatori stranieri, evidenziando il nesso tra la maggiore internazionalizzazione e l'effettiva garanzia di residenze e facilitazioni, la cui assenza in Italia scoraggia la mobilità.

 

In relazione alla portabilità dei finanziamenti, accennata dal Presidente relatore, invita ad una idonea gradualità, in quanto il basso tasso di internazionalizzazione del nostro Paese, pari a circa il 2 per cento, rischia di costituire una penalizzazione anche in termini economici, con il risultato che l'Italia finirebbe per finanziare prevalentemente la ricerca all'estero.

 

Richiama inoltre l'operato dell'allora ministro Moratti in materia di ingresso di ricercatori extra comunitari, eventualmente da considerare fuori quota, e rileva criticamente lo sbilanciamento esistente in Italia sul profilo delle retribuzioni. In proposito, fa presente che all'inizio della carriera i ricercatori percepiscono un corrispettivo economico irrisorio e non competitivo mentre godono di un meccanismo di progressione automatica, inesistente in altri Stati dove invece gli aumenti sono legati alla valutazione. Giudica quindi indispensabile innalzare la retribuzione iniziale salvo poi collegarla ai risultati effettivamente raggiunti; a tale scopo propone l'istituzione di un fondo ad hoc che possa essere utilizzato per premiare la qualità della ricerca.

 

Dopo aver sottolineato che la doppia imposizione fiscale rappresenta un'ulteriore causa della minore attrattività dell'Italia, rimarca criticamente la scarsità dei finanziamenti ai progetti di ricerca di interesse nazionale (PRIN), la cui disciplina dovrebbe a suo giudizio essere rivista. In merito suggerisce la creazione di un fondo specifico per sostenere economicamente un numero limitato di progetti di eccellenza, in chiave innovativa.

Afferma altresì l'importanza di sviluppare contratti individuali al fine di valorizzare il merito, illustrando in seguito le criticità del dottorato di ricerca, dovute fra l'altro allo scarso collegamento con l'impresa. Al riguardo avanza l'ipotesi di un finanziamento diretto alle imprese che assumono dottori di ricerca, onde stimolarne l'attenzione verso il sistema universitario.

Nel riconoscere che nel 2009 è stato avviato un positivo percorso di risanamento del sistema, sottolinea la pressante necessità di rilanciare gli investimenti, incrementando i posti per i ricercatori nell'ottica di riequilibrare il rapporto tra questi ultimi e i docenti, anche nella direzione di assicurare maggiori opportunità di carriera. Conclude rimarcando che sebbene il numero di professori universitari sia cresciuto negli ultimi anni esso si attesta comunque a livelli inferiori rispetto alla media OCSE, per cui occorre stanziare risorse mirate a rilanciare un comparto di eccellenza.

 
Intervento in commissione dell'1.7.2009 PDF Stampa E-mail
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mercoledì 01 luglio 2009

Seguito dell'indagine conoscitiva sui problemi economici e finanziari delle università: audizione del professor Vincenzo Milanesi, rettore dell'Università degli studi di Padova e coordinatore dell'Associazione per la qualità delle università italiane statali (AQUIS)       

Il senatore VALDITARA (PdL), premesso di condividere che il riequilibrio non possa che consistere nella riallocazione delle risorse nell'ambito di una quantità data, riconosce che a volte i modelli più virtuosi di distribuzione dei fondi non sono stati applicati per responsabilità politiche, in particolare localistiche. Rivolge quindi un appello a tutti gli schieramenti affinché ciò non abbia a ripetersi in futuro.

Chiede indi al professor Milanesi come suggerisce di risolvere il problema delle spese fisse per il personale, a fronte della indiscutibile esiguità delle risorse complessivamente disponibili. In proposito, rammenta peraltro che il decreto-legge  n. 180 del 2008, convertito dalla legge n. 1 del 2009, ha già fornito una risposta in tal senso impedendo l'assunzione di ulteriore personale da parte degli atenei che avessero superato il rapporto del 90 per cento fra FFO e spese per il personale.

Invita infine l'audito ad identificare quali siano, a suo avviso, le voci di spesa maggiormente critiche per gli atenei e quali possano essere le misure più idonee per contenerle. Al riguardo, ritiene infatti che la proliferazione dei corsi di laurea non rappresenti il profilo maggiormente problematico.

 
Intervento in commissione del 30.6.2009 PDF Stampa E-mail
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martedì 30 giugno 2009

Schema di decreto legislativo recante: "Attuazione della legge 4 marzo 2009, n. 15, in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza nelle pubbliche amministrazioni" (n. 82)   

Il senatore VALDITARA (PdL) giudica indispensabile che il Governo assicuri l'indipendenza della nascente Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR) rispetto alla Commissione di cui all'articolo 13. Sollecita quindi la presenza del Sottosegretario competente per materia, affinché sia fugato ogni rischio di inopportuna sovrapposizione o subordinazione. Diversamente, dovrebbe votare contro uno schema di osservazioni favorevoli.   

Il senatore VALDITARA (PdL) reputa che le considerazioni espresse dalla senatrice Aderenti esulino dall'esigenza specifica di rimarcare l'autonomia dell'ANVUR, in quanto si riferiscono a finalità proprie del sistema scolastico. Invita quindi a mantenere distinte le due tematiche.

 
Intervento in commissione del 23.6.2009 PDF Stampa E-mail
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martedì 23 giugno 2009

Partenariato europeo per i ricercatori (n. 192)

 

Il PRESIDENTE rammenta che l'Ufficio di Presidenza integrato dai rappresentanti dei Gruppi audirà, giovedì 25 giugno alle ore 14,30, il rettore dell'università di Camerino, professor Esposito, in merito alle problematiche del partenariato europeo per i ricercatori. Reputa quindi che tale audizione possa offrire notevoli spunti per il prosieguo dell'esame.  

Si associa il senatore VALDITARA (PdL), il quale concorda che l'intervento del professor Esposito rappresenti un valido contributo alla discussione generale, al punto che sarebbe opportuno rinviarne il seguito a conclusione dell'audizione.  

SULLA PRATICA DELL'EDUCAZIONE MOTORIA NELLA SCUOLA    

Il senatore VALDITARA (PdL) sottolinea a sua volta la centralità dello sport nella formazione dei ragazzi, lamentando tuttavia come spesso esso sia interpretato solo in senso teorico, ossia come studio di specifici volumi. In proposito, evidenzia che in alcuni casi i bambini sono costretti ad approfondire la materia sui libri anziché praticare l'attività sportiva, con un appesantimento ulteriore in quanto lo studio del corpo umano rientra già tra le scienze.

Chiede perciò al Governo di farsi interprete affinché l'educazione fisica sia intesa realmente come pratica motoria e come attenzione alla fisicità.

 
Discorso tenuto dal Sen. Prof. Valditara presso la Scuola S. Anna di Pisa PDF Stampa E-mail
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venerdì 12 giugno 2009

Innanzitutto una considerazione di carattere costituzionale: parliamo tanto di federalismo, federalismo fiscale, istituzionale, etc. ma nella nostra costituzione il federalismo non è riconosciuto. Quello che doveva essere l'ordinamento federale della repubblica si è trasformato nella riforma del 2001 in un titolo di basso profilo: "Le regioni, le provincie, i comuni". La nostra non è, almeno formalmente, una repubblica federale.Il punto è che questa parola tanto abusata nel linguaggio politico quando deve essere trasformata in una pratica concreta incontra molte resistenze. E in qualche modo si è visto pure nel dibattito sul federalismo fiscale: sia a sinistra, ma anche a destra si sono ancora sentite parole preoccupate, è stato citato Sartori "i paesi federali funzionano perché nascono federali": basta guardare la Spagna per capire che non è così. Queste posizioni sono rimaste minoritarie solo perché il progetto originario sul federalismo fiscale è stato in qualche modo modificato sino a renderlo accettabile da un fronte ampio e composito.

E bene ha fatto il Governo, su un tema così delicato, a non ripetere l’errore commesso dal centrosinistra nel 2001 e poi dal centrodestra nella legislatura successiva, cercando ora con grande tenacia una intesa trasversale.

La riforma è senz’altro un passo avanti molto importante, penso solo al superamento della spesa storica che favoriva vere e proprie rendite clientelari, e che ha costretto a interventi di ripianamento a piè di lista del deficit di molti regioni inefficienti, come quello del giugno 2007 e della successiva Finanziaria che stanziò 12,1 miliardi di euro a favore di Abruzzo, Campania, Lazio, Molise, Sicilia. Adesso se una regione vorrà superare il costo standard dovrà aumentare le tasse sui propri cittadini, prima ripianava lo stato. Faccio un esempio clamoroso: in Calabria le scatole di cerotti costano 100 volte più della media nazionale, tanto paga lo Stato, da domani pagheranno i cittadini calabresi che forse si accorgeranno che vanno cacciate le amministrazioni responsabili di siffatte politiche. Si inserisce il principio di "tracciabilità dei tributi". La riforma fiscale della prima metà degli anni '70 determinò un accentramento delle entrate in capo allo stato per oltre il 95% mentre circa il 50% della spesa era fatta da enti locali e regioni. Con il federalismo fiscale per i servizi forniti dalla regione o dall'ente locale il contribuente, almeno in parte, verserà le imposte direttamente all'ente territoriale, si potrà dunque verificare per quale qualità di servizi sono chiesti i tributi: si attua il principio democratico per cui "pago, vedo, voto". Sarà possibile dare vita ad un sistema di esenzioni, detrazioni e deduzioni, che potranno per esempio favorire le famiglie o l'impresa. Alle regioni andrà il gettito dell’Iva effettivamente percepito e non più quello virtuale calcolato sui consumi Istat, in cui rientravano anche i consumi in nero vale a dire con evasione di imposta.

Non è ancora però, non dico il modello svizzero, difficilmente raggiungibile dato che la Calabria non è il Canton Ticino, ma non è nemmeno il modello spagnolo in cui il 30% dell'Irpef ritorna sul territorio. Non aver previsto una aliquota riservata alle regioni, di certo rischia di penalizzare proprio quelle con maggiore capacità fiscale come la Lombardia o la Toscana. La solidarietà è sacrosanta, purchè non divenga approfittamento. Non solo: alla perequazione prevista dall'art.119 della costituzione si è aggiunta la cd perequazione infrastrutturale richiamata dall'art.22. E' indubbio che se non si procede ad una definizione chiara, essenziale e definitiva, una sorta di censimento fatto dal Governo, del fabbisogno infrastrutturale delle regioni meridionali l'art.22 rischia di legittimare una nuova Cassa del Mezzogiorno. Vanno previste alcune infrastrutture essenziali per lo sviluppo delle regioni meridionali e poi si deve chiudere il rubinetto dell’intervento straordinario. In Germania per l'Est hanno fissato un termine di 10 anni, si sono fatti interventi infrastrutturali fondamentali e poi l'intervento speciale è terminato.

Vi sono inoltre nel testo incrostazioni stataliste che affiorano qui e là, in parte comprensibili dato il particolare scenario italiano, e che tuttavia prevedono uno stato regolatore che rischia di ingessare l'autonomia regionale: penso all'art.2 con la definizione degli obiettivi di servizio a cui devono tendere "tutte" le amministrazioni regionali e locali, o al cd. Patto di convergenza di cui all'art. 18.

La sorte della legge, la sua efficacia, la reale portata i novativa dipenderà molto da come verranno fatti i decreti attuativi, da come verrà applicata e qui ritengo sia ora di fare un ragionamento più ampio: il rischio è, come spesso è accaduto in passato, che nella applicazione le ragioni del centralismo, dello statalismo o più semplicemente del clientelismo assistenziale finiscano con il prevalere.

Se tuttavia ci dovessimo accontentare del federalismo fiscale, magari per trasformarlo in una bandiera politica da sventolare agli elettori, sbaglieremmo.

Quando parliamo di federalismo fiscale dobbiamo essere consapevoli che è strumentale, funzionale cioè ad un miglior funzionamento dell'autonomia prevista dalla costituzione, ma quale deve essere questa autonomia?

Per cercare di dare una risposta efficace bisogna essere chiari sul suo presupposto: perché è nata in Italia, dopo decenni di accettazione passiva di logiche centraliste, la questione federale?

Essenzialmente per quattro motivi:

1) una gestione sempre più inefficiente e clientelare della cosa pubblica, sentita come ormai non più sopportabile in particolare nelle regioni più avanzate del Paese, quelle il cui ceto produttivo si confronta tutti i giorni con quanto avviene nel resto d'Europa. Il naturale termine di riferimento della Lombardia è la Baviera o il Baden.

L'esplosione del malessere di queste regioni non ci sarebbe stata senza Tangentopoli -che non bisogna mai dimenticarlo fu un cancro devastante- e senza la mala gestione fatta dai governi della prima repubblica dei soldi dei cittadini italiani. Negli anni '70 e '80 è nata la debolezza degli anni '90 e 2000, con un debito pubblico che è la vera palla al piede del sistema Italia, gli anni in cui, solo per fare un esempio, la PA era diventata un vero e proprio centro di collocamento per risolvere i problemi occupazionali che il sistema produttivo non riusciva ad affrontare efficacemente, gli anni in cui la grande impresa scaricava sui conti pubblici, cioè sulle tasche dei cittadini, le proprie inefficienze. Gli anni in cui il 90% delle leggi finanziarie veniva votato consociativamente da Dc, Psi e Pci.

2) Il residuo fiscale, vale a dire il sado fra ciò che una regione versa al centro e ciò che viene restituito in termini di spesa sul territorio: uno studio del Sole 24 ore riportava per il giugno 2007 questi dati: -3292 euro pro capite Lombardia, -2643 Emilia, -2513 Veneto; +3473 Calabria, +3186 Sardegna, +3060 Sicilia, +2204 Campania. Unioncamere Veneto ha dimostrato che il residuo fiscale continua a crescere e in compenso, nonostante i sempre maggiori trasferimenti al Sud, la produttività nel Mezzogiorno continua a scendere.

3) vi era poi la considerazione che se al Nord le opere pubbliche non si facevano, al Sud i soldi del Nord venivano dilapidati senza ritegno. Cito dati recenti, uno frutto di una mia indagine, altri delle relazioni della Corte dei Conti: come è possibile che la seconda università di Napoli abbia un rapporto spese per il personale non docente/ricercatori e docenti pari a 2.2 quando a Genova, Milano, Torino il rapporto si aggira sullo 0,7. Come è possibile che una sacca per trasfusioni costi in Calabria quattro volte di più che in Emilia, o che la spesa pro capite di un bambino in un asilo nido sia a Roma 16.000 euro contro i 7.000 di Modena? O che in Calabria ci sia un ospedale con 12 posti letto e 325 dipendenti? Lo ricordò in Senato Livia Turco. E ancora: in Campania arrivano più risorse pro capite per la sanità che in Lombardia, ma la sanità lombarda ha un indice di qualità pari a +0.9, la Campania a -1.4. Quando il cittadino lombardo, che alla mattina impiega mediamente quasi due ore per fare 20 km di tangenziale e arrivare a Milano a lavorare, viene a sapere che il 78% del debito sanitario è concentrato in tre regioni: Lazio, Campania, Sicilia, ha un moto che definisco eufemisticamente di indignazione.

4) Al Nord vi era la considerazione sempre più chiara di non contare politicamente: la gran parte della classe politica, a iniziare dai segretari di partito e dai presidenti del Consiglio, e più in generale della classe dirigente dello Stato era nata da Roma in giù. Questa fu peraltro una colpa storica della borghesia settentrionale a cui è mancata del tutto l'idea del civil servant.

Da qui la richiesta forte delle regioni più virtuose di avere più autonomia, di realizzare in sostanza il selfgovernment nei settori chiave del loro sviluppo.

Una prima considerazione: è decisivo il federalismo istituzionale, che a sua volta può essere reso possibile da un efficace federalismo fiscale.

Una seconda considerazione: occorre migliorare la qualità del ceto politico locale che deve assumersi nuovi compiti, iniziando con il ridurne il numero e probabilmente riducendo anche gli enti locali.

C'è da chiedersi seriamente se non ci siano troppi comuni in Italia e se le province abbiano ancora un senso. I partiti sono chiamati in ogni caso ad assumersi la responsabilità, nella selezione del personale politico, di scelte più meritocratiche.

Una risposta all’esigenza di maggiore autonomia diffusa in certe aree del Paese, fu tentata con la devolution. Fu a mio avviso una risposta sbagliata. Intanto perchè era una risposta debole per il Nord, pensata nel 2000, come base dell'accordo fra Casa delle libertà e Lega, nata dunque prima della riforma del 2001. 

Ma soprattutto non era accettabile dal Sud.

E' pensabile attribuire l'organizzazione sanitaria alla Calabria? Se vogliamo fare retorica diremo sì, se vogliamo essere seri risponderemo no. Era ovvio che il Sud massicciamente avrebbe bocciato la devolution.

Sino a quando il Sud non è in grado di camminare sulle sue gambe non è pensabile che possa accogliere un vero federalismo istituzionale.

Questo dibattito ci riporta alle origini della storia unitaria: Cavour parte dall'idea del selfgovernment, influenzato dalla cultura anglosassone, ma poi l'abbandona perché Napoli non poteva autogovernarsi. Basta leggere le parole del luogotenente Farini sulle condizioni di Napoli.

E tuttavia il Nord, ma non solo il Nord, pure la Toscana, non possono più aspettare.

E' ora di realizzare un percorso istituzionale diversificato regione da regione. In costituzione è già previsto, e sarebbe stato un errore volerlo cancellare come pretendeva di fare la legge sulla devolution. Va anche aggiunto però che questa possibilità non è stata usata. Anche quando vi è stata una pur timida iniziativa in questa direzione, come quella che la regione Lombardia ha presentato nel 2007, si è arenata davanti alla ostilità politica trasversale. Ecco che ritorna poi nel concreto, al di là di tante affermazioni di principio, la avversione culturale o di convenienza verso l'attuazione di principi realmente federalistici.

Forse è giunto il momento di porre due domande che non si sono mai volute affrontare:

1) quale è la identità nazionale italiana?

2) quale è la base di uno stato, la sua legittimità?

1) L'Italia è una nazione giovane con un'anima antica. Croce diceva che la nazione italiana nasce con lo stato nazionale nel 1870, un sentimento nazionale come volontà di vivere un comune destino politico (penso a Rousseau, così metto d'accordo molti), si ha solo con la rivoluzione francese. Personalmente ritengo che la nazione sia un plebiscito quotidiano (è la famosa affermazione di Renan). Ma quale è l'identità culturale che sta a fondamento di questa idea nazionale? Se guardiamo alla nostra storia il tratto caratterizzante è la pluralità non certo l'unitarietà, la differenza non l'omogeneità, una pluralità che ha radici antiche e che ha caratterizzato tutto il nostro passato fino al 1861. In ogni capitale d'Europa c'è una Lombard street, una rue des Italiennes si ha a Parigi solo dopo la rivoluzione, il fiorino dei Medici ha dato il suo nome ad alcune monete europee. Questa pluralità è però anche la nostra straordinaria ricchezza e forza, che si riproduce nella straordinaria varietà del nostro sistema produttivo. Dunque non sono confacenti con la nostra identità soluzioni unitarie ovvero indifferenziate.

2) Il secondo quesito è quello più delicato. Dobbiamo ripudiare l’idea giacobina della illimitatezza del potere politico che è all’origine del dirigismo statalista. Dobbiamo rinnegare Hegel e gran parte della nostra tradizione culturale a iniziare da Croce, da Gentile e da Gramsci. Dobbiamo riscoprire Locke per risalire fino a Cicerone. C'è una bella frase di Cicerone che considera lo stato come una societas aggregata sulla base della communio utilitatis e del consensus sullo ius. Quando parliamo di centralità della persona queste sono le radici. Se non siamo d'accordo con questa visione e continuiamo a riproporre vecchie cariatidi idealiste è inutile che diciamo di essere per il primato della persona. Se siamo veramente liberali e crediamo in ciò che diciamo dobbiamo rifiutare l'idea che prima venga lo stato e che ogni individuo sia in funzione dello stato. Lo stato ha il suo fondamento in un libero accordo fra i suoi membri e presuppone la comune utilità di quell'aggregazione statuale e dunque l'adesione volontaria ad un certo ordinamento. E' il parallelo istituzionale dell'idea di nazione intesa come plebiscito quotidiano.

Mi rendo conto che il fascino della triade idealista è superiore alla lucida concretezza di un Rosmini, di Cattaneo, di Ferrari, o di Einaudi, ma dobbiamo iniziare a sostituire il mito affabulante della parola con il realismo dei fatti.

Da qui la risposta: un percorso riformatore non può che ispirarsi al seguente principio "ad ognuno secondo le sue necessità". Più autonomia al Nord, più stato efficiente al Sud per ripristinare condizioni minime di sviluppo e di sana competitività.

Le grandi regioni del Nord ma anche la Toscana, l'Umbria, le Marche, forse la stessa Puglia, attivino, d’intesa con lo stato, un percorso di devoluzione di competenze secondo ciò che a loro conviene: dall'istruzione tecnica e professionale, alla organizzazione sanitaria, dalla giustizia di pace, alla tutela dell'ambiente e dei beni culturali, al sistema aeroportuale con annessa gestione dei famosi slot, così si evita che Malpensa venga penalizzata. Ritengo inoltre che si debba andare verso una territorializzazione della contrattazione sindacale, che è cosa diversa dalle gabbie salariali proposte dalla Lega, sulla cui costituzionalità ho seri dubbi. Il contratto nazionale non garantisce più i lavoratori, garantisce le oligarchie sindacali, il loro potere e i loro privilegi.

Lo stato deve, se del caso, commissariare alcune amministrazioni locali in cui sono certe logiche malavitose a farla da padrona -che poi siano di destra o di sinistra quelle amministrazioni poco importa- e prevedere un piano straordinario di risanamento di alcune grandi regioni del Sud, a iniziare da Campania e Calabria. In questo contesto l'art.22 della legge sul federalismo fiscale può essere una occasione importante: una serie di interventi definiti in un arco temporale ristretto, possibilmente controllati dalle regioni che ci mettono i soldi. Il controllo sul loro impiego da parte delle regioni da cui provengono le risorse può essere una novità importante. Insomma il ruolo dello stato nella perequazione non deve essere eterno, ma deve essere finalizzato a ricreare condizioni di competitività perché anche le regioni del Sud possano iniziare a camminare con le proprie gambe.

Qualcuno si scandalizzerà, ma questo è in sostanza il modello spagnolo: quello di una autonomia a livello variabile, calibrata sulle potenzialità di ogni singola regione. Questo è il modello che con Fini e Tatarella venne lanciato a Verona nel 1998 e che poi rimase sulla carta perchè troppo forti furono le resistenze di una certa cultura centralista e assistenzial-clientelare non solo nella sinistra, ma anche nel centrodestra.

La cornice in cui questo contesto può ben operare presuppone un Senato federale con competenze diverse dalla Camera, che tuttavia come la Camera voti la legge legge Finanziaria; una riduzione delle materie di competenza concorrente per evitare la paralisi delle decisioni e ridurre l’esplosione dei ricorsi seguiti alla riforma del 2001; una Corte Costituzionale che abbia al suo interno una rappresentanza dei territori.

Siccome l’equilibrio è un principio fondamentale per la vita di uno stato, a questo percorso riformatore deve corrispondere però anche un rafforzamento dei poteri dell'esecutivo, sul modello francese, con un Presidente della Repubblica eletto da tutti gli italiani insieme ad un rafforzamento del ruolo di controllo e della autorevolezza del Parlamento, a iniziare da una diversa legge elettorale, che abbandoni il principio oligarchico della nomina per ritornare a quello democratico della scelta da parte degli elettori. A questo riguardo il maggioritario a turno unico con un 25 % di seggi riservati ai migliori secondi può essere la soluzione ideale.

Questo modello, sia ben chiaro, ha un presupposto: la consapevolezza che la nostra Nazione è l'Italia, non altre realtà di dubbia consistenza, un'Italia diversa da quella costruita sui timori e i pregiudizi postunitari, sulla roboante demagogia del ventennio, o sulla furberia degli ultimi 30 anni della prima repubblica. Insomma al mito della Padania dobbiamo opporre l'idea di una nuova Italia, un'Italia plurale, che sappia liberare la straordinaria vitalità dei suoi territori.

L'Italia è una nazione con straordinarie potenzialità. Qui si è realizzato il più significativo esempio nella storia di società aperta, capace di integrare ogni diversità all'insegna di valori comuni e condivisi: penso alla storia di Roma. Nel II secolo d.C. tutti i suoi imperatori erano spagnoli o nordafricani eppure tutti erano orgogliosamente consapevoli di essere romani. L'universalismo di Roma e del Cristianesimo è uno dei tratti più caratteristici del nostro passato.

Quando l'Italia è stata plurale è stata un esempio nel mondo, torni ad investire nella fantasia delle sue straordinarie diversità per ritornare ad essere competitiva e per dare a tutti i suoi cittadini un futuro di benessere e di prosperità, per ritornare ad essere das Land wo die Zitronen bluhen, la terra della bellezza e della civiltà.

 
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