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Interventi in aula
Intervento Valditara - Delega al Governo in materia di riordino degli enti di ricerca PDF Stampa E-mail
martedì 17 aprile 2007

Legislatura 15º - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 139 del 12/04/2007 

Discussione del disegno di legge: (1214) Delega al Governo in materia di riordino degli enti di ricerca (Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (ore 9,32)   

*VALDITARA (AN). Signor Presidente, onorevole Sottosegretario, onorevoli colleghi, si arriva al testo che oggi iniziamo ad affrontare in Aula dopo un percorso lungo e accidentato, che ha visto comunque un esito nuovo senz'altro positivo; un ruolo decisivo del Parlamento che, per la prima volta in questa legislatura, ha modificato in modo significativo un testo di origine governativa.Va detto che la riforma del precedente Governo è stata comunque una tappa importante che - si badi bene - con questo disegno di legge di delega non si abroga. Su questo vorrei insistere perché esso è un punto di partenza importante. La riforma varata dal precedente Governo viene arricchita con la previsione, in questo disegno di legge di delega, di ulteriori princìpi. Il quadro esistente viene dunque confermato laddove non siano previsti qui princìpi nuovi. È evidente per esempio che rimane intatto il ruolo del consiglio di amministrazione degli enti come organo di governo rispetto al comitato scientifico che ha solo compiti di indirizzo scientifico.Parlavo di un percorso complesso e accidentato. Le premesse, infatti, non ci sono affatto piaciute. È dall'inizio della legislatura che si è avuta l'impressione che la principale preoccupazione di questo Governo non fosse l'emanazione di nuove norme che garantissero una maggiore trasparenza ed efficienza nella gestione degli enti di ricerca italiani, ma il ricambio dei vertici degli enti con un più volte ventilato loro commissariamento.Tre interventi, in particolare, non ci sono affatto piaciuti. Anzitutto, il colpo di mano che si è cercato di compiere nella manovra finanziaria con il ben noto articolo 42 del disegno di legge originario, che prevedeva l'azzeramento di tutti i vertici degli enti (fatto, questo, che avrebbe portato alla paralisi della ricerca). Tale tentativo è poi abortito nel passaggio parlamentare.Penso, inoltre, all'ancor più grave provvedimento contenuto nei commi 143, 144 e 145 dell'articolo 2 del cosiddetto decreto fiscale, che prevedeva la delegificazione della disciplina degli enti di ricerca; fatto mai verificatosi prima in Italia e certamente incostituzionale, su cui persino il Consiglio universitario nazionale si era espresso con parole molto dure.Questo significava che con un semplice decreto si poteva conferire al Governo il potere di sopprimere gli enti di ricerca, scorporarli, accorparli; altro dunque che autonomia statutaria, altro che garantire e riconoscere l'autonomia statutaria! Era la logica del controllo ferreo della ricerca da parte del Governo che avrebbe potuto condizionare ogni attività degli enti.Infine, il decreto-legge 22 dicembre 2006 che ha sospeso le procedure concorsuali in atto per la nomina di nuovi direttori del CNR. Proprio qui al Senato l'opposizione ha duramente protestato; rivendico al nostro fermo intervento l'impegno del ministro Mussi a cancellare i famigerati commi 143, 144 e 145 del decreto fiscale - purtroppo attualmente in vigore - e a reintrodurre il principio della riserva di legge nel nostro ordinamento, rimediando dunque ad un grave vulnus costituzionale.Il ministro Mussi prese formalmente questo impegno con l'opposizione nella 7a Commissione. Do atto al Ministro di essere stato di parola; l'articolo 2 dell'attuale disegno di legge abroga i commi 143, 144 e 145. È una prima vittoria, prima che dell'opposizione della legalità costituzionale.Veniamo al testo in discussione oggi. Il testo arrivato dal Governo era così generico che dava al Ministro poteri molto ampi; ritornava fra l'altro il principio che per due anni e mezzo l'Esecutivo sarebbe stato dotato di poteri straordinari su tutta la ricerca italiana, potendo sopprimere enti, accorparli, scorporarli: avere insomma carta bianca sulla ricerca. L'unica novità consisteva nel riconoscimento dell'autonomia statutaria degli enti, ancorché nell'ambito di un meccanismo che dava al Governo il compito di procedere al riordino degli statuti. C'era bisogno per fare questo di una nuova legge? Senz'altro no; bastava modificare, per esempio, la legge n. 204 del 1998. Era una delegificazione mascherata. L'opposizione poteva salire sull'Aventino e lasciare che il Governo avesse mano libera sulla ricerca oppure pretendere che si sviluppasse un dialogo nell'interesse del Paese e della ricerca italiana. Abbiamo scelto la seconda strada e questo, al di là di tutto, è l'aspetto più importante. Abbiamo attuato un metodo bipartisan sul modello delle democrazie mature, come d'altro canto Alleanza nazionale aveva auspicato all'inizio della legislatura. Do atto al ministro Mussi e al relatore, senatore Ranieri, di aver discusso in modo intelligente e costruttivo, consentendo all'opposizione di svolgere un ruolo come finora mai è avvenuto in questa legislatura. Abbiamo introdotto diversi passaggi importanti. Intanto i cosiddetti search committees, comitati di selezione; tutti ne hanno parlato, tutti a vantarne i pregi, tutti a sostenere che occorreva copiare il modello anglosassone e poi nel testo del Governo non vi era nessun riferimento a questi comitati di selezione, era lasciato tutto esattamente come prima. L'abbiamo introdotto grazie ad un emendamento dell'opposizione. Sia ben chiaro, non si tratta di un passaggio risolutivo, ma almeno la comunità scientifica e la cosiddetta società civile interessata alla ricerca ci mettono, come si suol dire, la faccia; si assumono la responsabilità di selezionare preventivamente i candidati la cui nomina spetta al Governo. Si tratta di un primo filtro per dare un poco più di trasparenza alle nomine in materia di enti di ricerca. È importante al fine di evitare equivoci una riformulazione dell'emendamento collegato a questo; chiedo al relatore di modificare un emendamento dell'opposizione che era stato approvato in Commissione previa proposta di riformulazione del Governo e che attribuiva per quanto riguarda il CNR la maggioranza dei membri alla nomina governativa. Proporrei che si rispettino gli equilibri attuali e che ci sia dunque la parità rispetto ai membri di nomina non governativa, provenienti quindi dall'esterno degli enti di ricerca. Chiedo questo al relatore, poi eventualmente egli potrà intervenire in sede di discussione degli emendamenti su questo punto specifico. Credo che sarebbe anche un modo per garantire la comunità scientifica e l'opinione pubblica che il Governo non vuole svolgere un ruolo assolutamente assorbente e preponderante.Un passaggio importante è rappresentato senz'altro dall'autonomia statutaria. Tuttavia a pendant dell'autonomia si fissa il criterio che è compito del Governo individuare gli obiettivi e la missione di ciascun ente. Credo che anche questo sia un passaggio molto importante; è compito del Governo individuare gli specifici obiettivi di ciascun ente di ricerca. Gli obiettivi devono essere ovviamente coerenti con la programmazione nazionale della ricerca e qui invito il Governo a varare rapidamente l'aggiornamento del piano nazionale della ricerca; cosa che non ha ancora fatto e lamento in questa occasione il grave ritardo che sta caratterizzando l'azione di Governo in questa legislatura. Per evitare autoreferenzialità inopportune e quei problemi di farraginosità burocratica riconosciuti dallo stesso Ministro, si è comunque stabilito che le modifiche statutarie devono essere approvate con decreto del Ministro sentite le Commissioni parlamentari.La ricerca è sempre libera ma intanto un ente come il CNR ha ragione di essere, di esistere in quanto contribuisca sia a potenziare gli obiettivi nazionali di sviluppo scientifico e tecnico del Paese, sia a sviluppare e rafforzare la crescita economica della Nazione. Questo è, d'altro canto, anche il modello francese. Per tale motivo è auspicabile un investimento sempre maggiore di risorse. Presenterò un ordine del giorno al riguardo. Chiedo al relatore di firmare un ordine del giorno insieme all'opposizione per impegnare il Governo ad investire sempre maggiori risorse nella ricerca e nel finanziamento degli enti di ricerca. Ma siccome si tratta di soldi pubblici, quest'ultimi non vanno sprecati e chi ha la responsabilità pubblica delle risorse investite ha anche il dovere di rendere conto al Paese di come hanno fruttato gli investimenti. Ci è parso dunque giusto che i finanziamenti siano legati all'efficienza e alla efficacia della attività degli enti, alla qualità della ricerca svolta. Anche a tal riguardo è stato presentato un emendamento dall'opposizione che, per la prima volta, introduce il principio per cui i finanziamenti saranno sempre più vincolati alla valutazione della ricerca svolta. Un altro criterio, quello meritocratico, è stato introdotto grazie ad un emendamento dell'opposizione. Al vertice delle aree di ricerca, dipartimenti ed istituti, si deve accedere non per elezione - come è stato proposto da parte di alcune forze politiche - ma per merito, per concorso, mediante una valutazione comparativa dei titoli che premi i migliori e, dunque, non sulla base di programmi di carattere elettorale. Anche questo è un no deciso alla autoreferenzialità. Abbiamo evitato, d'altro canto, anche la mano libera sulla ricerca, eliminando quel potere a cui già chi è intervenuto precedentemente ha fatto riferimento: potere generale di sopprimere, accorpare e scorporare gli enti. Abbiamo anche stemperato una contraddizione: nel suo progetto il Governo prevedeva la concessione dell'autonomia statutaria e poi in solitudine, senza alcun contributo della comunità scientifica, pretendeva di stendere gli statuti degli enti. Con un emendamento, su cui peraltro - devo dirlo - il Governo ha espresso parere contrario ma che la Commissione ha votato all'unanimità compattamente, si è invece stabilito che il Governo si avvalga nella stesura dei nuovi statuti della collaborazione di commissioni ad hoc, espressione della comunità scientifica.Infine, una preoccupazione ci ha ispirato: evitare che la riforma fosse uno strumento per commissariare gli enti; evitare dunque che, anziché un miglioramento complessivo del nostro sistema di ricerca, si cercasse soltanto un'occasione per un azzeramento immotivato dei vertici degli enti di ricerca, immotivato perché gran parte degli enti ha dato in questi anni ottimi risultati. Il commissariamento si potrà dunque fare quando saranno pronti i nuovi statuti che rivedranno, alla luce peraltro di una riduzione dei componenti, gli organi dei vertici degli enti medesimi. Non sarà possibile farlo non appena approvata la legge. Occorrerà un percorso che coinvolgerà in più fasi il Parlamento. Devo dire che proprio questo è un altro degli aspetti importanti che emergono dalla legge di riforma: il ruolo centrale del Parlamento; il ruolo del Parlamento ne esce rafforzato, un ruolo di controllo e di verifica. Non solo le modifiche statutarie dovranno prevedere il parere delle Commissioni parlamentari, ma anche i decreti di commissariamento, gli eventuali decreti di commissariamento.Da questa attività emendatrice esce dunque un testo che accoglie criteri di trasparenza, merito, efficienza e semplificazione; criteri che sono stati introdotti grazie ad emendamenti dell'opposizione. Questi e solo questi sono i principi a cui il Governo dovrà attenersi nella redazione dei nuovi statuti e, quindi, ovviamente dei decreti che presupporranno i nuovi statuti. Questi principi, lo ribadisco, vengono ad integrare la legislazione vigente che viene confermata fra l'altro proprio nella norma sul commissariamento degli enti. Tutto questo - a mio giudizio - è certamente un passo in avanti importante. Credo che abbiamo indicato un metodo che può essere utilizzato anche in altre occasioni.Vorrei però precisare subito che non ci è piaciuto il sistema con cui è si arrivati da parte del Governo, recentemente, alla costituzione dell'ANVUR, l'Agenzia nazionale di valutazione dell'università e della ricerca; né ci sono piaciute le norme che stanno circolando. Peraltro, il testo sul reclutamento dei ricercatori cambia di giorno in giorno. In particolare, chiediamo un confronto parlamentare. Non è accettabile che la composizione dell'ANVUR sia di nomina governativa. Avevo auspicato che si formasse, come per la Corte costituzionale, una maggioranza parlamentare qualificata. Si tratta di un ente molto delicato, che avrà il compito di valutare l'università e la ricerca e quindi di decidere anche i finanziamenti per l'università e la ricerca. Per quanto riguarda le nuove norme di reclutamento dei ricercatori, il testo che sta circolando - lo vogliamo sottolineare subito - non ci piace affatto; esso è molto farraginoso: per avere un ricercatore probabilmente occorreranno due anni o forse anche più. Soprattutto, non ci piace che su questo testo non si preveda un confronto parlamentare. Chiedo pertanto al sottosegretario Modica di assumere un impegno affinché la riforma del reclutamento dei ricercatori preveda un coinvolgimento del Parlamento con un passaggio parlamentare che consenta alle Commissioni di esprimere un parere importante e significativo. Non ci basta ovviamente una semplice relazione del Ministro. Chiediamo allora che il lavoro che stiamo svolgendo oggi in Aula non sia un fatto isolato. Non sprechiamo l'occasione di partire da qui per avviare un dibattito serio sui temi strategici della ricerca e dell'istruzione nell'interesse del Paese, un dibattito sempre più ispirato a logiche di vera e autentica democrazia, che rinunci e metta da parte le polemiche strumentali, e che affronti il cuore dei problemi in una disponibilità al dialogo reciproca. Lo ribadisco: il dialogo che abbiamo qui avviato è un passaggio importante, non sprechiamo tale occasione. (Applausi dai Gruppi AN e FI e del senatore Polledri).

 

 
Intervento in Senato 29/03/2007 - BERSANI PDF Stampa E-mail
giovedì 05 aprile 2007

Intervento in aula Senato 29/03/2007

Seguito della discussione del disegno di legge:

(1427) Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 31 gennaio 2007, n. 7, recante misure urgenti per la tutela dei consumatori, la promozione della concorrenza, lo sviluppo di attività economiche e la nascita di nuove imprese (Approvato dalla Camera dei deputati)(ore 16,08)

Discussione della questione di fiducia

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Valditara. Ne ha facoltà

*VALDITARA (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi, innanzitutto ritengo che sia assai grave che una riforma, o una contro riforma (come sarebbe meglio definirla), del sistema della nostra istruzione superiore sia inserita in tutta fretta in un provvedimento insieme con la rottamazione delle auto.

Noi, quando abbiamo varato la riforma Moratti, eravamo partiti da alcune considerazioni importanti. Innanzitutto, dalla considerazione che l'istruzione tecnica è fondamentale per il nostro sistema produttivo e, tuttavia, gli istituti tecnici da vent'anni a questa parte perdono iscrizioni. Perdono iscrizioni perché sono carenti nei contenuti, nei programmi, non si sono adeguati alle importanti trasformazioni tecnologiche che nel frattempo sono avvenute e perché un istituto tecnico, rispetto al liceo, anche psicologicamente, non ha lo stesso appeal presso le famiglie e gli studenti. Si trattava allora di aggiornare questa scuola, che rimane comunque un pilastro fondamentale del nostro sistema formativo.

Un'altro dato importante da cui siamo partiti è la grande dispersione, che porta troppi ragazzi ad abbandonare il nostro sistema scolastico, e quindi avevamo la necessità di dare a ciascun giovane una opportunità, secondo i propri talenti.

Un'altra riflessione che ha caratterizzato la nostra riforma é che l'accesso all'università deve presupporre una preparazione culturale solida, non può avvenire per chiunque a prescindere dal percorso pregresso, altrimenti si creano illusioni che poi vengono amaramente frustrate.

Infine, c'è un vincolo costituzionale: l'articolo 117, comma 3, della Costituzione riserva l'istruzione professionale alla competenza esclusiva delle Regioni.

Che cosa troviamo in questo testo? Intanto, un grande pasticcio, con riferimento alla commistione diritto-dovere-obbligo scolastico. Devo dire che, in realtà, non cambia granché la situazione rispetto alla legislazione precedente, perché l'obbligo scolastico si può adempiere anche nella formazione professionale regionale, in quelle scuole che danno semplicemente una qualifica. Allora dove sta la differenza? Solo nel fatto che ora questi centri di formazione professionale regionale sono trasformati in una sorta di scuole di «serie C», in cui si concentra solo il 2 per cento della popolazione studentesca, mentre nella riforma Moratti erano, con l'istruzione professionale, la seconda gamba, il secondo canale che doveva essere potenziato e rafforzato.

Nel testo in esame non credo nemmeno che l'istruzione tecnica venga rafforzata. Intanto, non vi sono risorse: la riforma deve avvenire a costo zero. Francamente, prendere atto che una maggioranza che nella passata legislatura chiedeva addirittura investimenti di 8 miliardi di euro per il finanziamento della scuola superiore, attua ora una riforma dell'istruzione superiore, dell'istruzione tecnica e professionale in particolare, senza risorse mi pare ridicolo.

Il monte ore non cambia rispetto alla legge Moratti. In questo testo poi c'è un punto che va chiarito, perché vi è il rischio che si vada verso un biennio iniziale unico, comune a tra istruzione tecnica e istruzione professionale. Questo è quanto prevede l'articolo 13, comma 1-ter, in contraddizione, peraltro, con emendamenti presentati alla Camera. E allora, o il Governo chiarirà con un prossimo provvedimento questo passaggio, oppure rischiamo un indebolimento dell'istruzione tecnica, che viene in qualche modo assimilata all'istruzione professionale.

Si configura inoltre una istruzione professionale che presuppone due anni di istruzione generale, dopodiché, negli altri tre anni, ci saranno formazione professionalizzante, laboratoriale, forse di tipo manuale e da questa istruzione professionale si potrà accedere comunque all'università. Credo che anche questo sia un errore. Non si forniranno adeguati strumenti culturali ai nostri giovani, che accederanno successivamente al sistema universitario.

Infine, vi è la violazione della Costituzione con la statalizzazione dell'istruzione professionale, calpestando, tra l'altro, proprio quelle sperimentazioni che, ad esempio, la Regione Lombardia aveva avviato con un recupero di dispersione pari al 48 per cento, ottenendo cioè il 48 per cento di iscrizioni in più ai corsi regionali di istruzione professionale.

Vi è poi un dato che francamente non riesco a comprendere: nel provvedimento viene inserita la defiscalizzazione delle donazioni alle scuole ed è un passaggio importante, che condivido, anche perché viene ricalcato, ricopiato esattamente, quasi con le stesse parole, da un disegno di legge presentato da Alleanza Nazionale. Però manca un punto che nel disegno di legge di Alleanza Nazionale era strategico e fondamentale, cioè un fondo perequativo. Infatti, se consentiamo di defiscalizzare le contribuzioni dei privati alle scuole, e tuttavia non immaginiamo che una piccola percentuale - nel nostro disegno di legge si parlava di un 5 per cento - vada ad un fondo nazionale per favorire investimenti nelle scuole che si trovano in aree svantaggiate, rischiamo di creare scuole di «serie A» e scuole di «serie B». Ci saremmo anche aspettati la possibilità di defiscalizzare i versamenti alle scuole fatti anche a titolo di corrispettivo. Avreste potuto risolvere finalmente il problema della parità scolastica.

Di fronte ad una situazione di questo tipo, abbiamo complessivamente un peggioramento del nostro sistema di istruzione superiore.

Certo, probabilmente una riforma siffatta ha anche deluso le aspettative di quella sinistra radicale che voleva la cancellazione tout court della legge Moratti: abbiamo visto come molti aspetti della riforma Moratti rimangano, abbiamo visto come addirittura sull'obbligo scolastico vi sia la stessa, identica fotografia della situazione preesistente con, tuttavia, alcune confusioni che andrebbero chiarite quantomeno in sede interpretativa.

Dovevate rifare la scuola italiana, dovevate guardare al futuro, ma siamo in presenza di una semplice, modesta riedizione di un sistema che aveva già fallito e credo che a perderci saranno i nostri ragazzi. (Applausi dei senatori Davico e Viespoli).

 
73a seduta pubblica 15-11-06 PDF Stampa E-mail
giovedì 16 novembre 2006

SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XV LEGISLATURA ------

73a SEDUTA PUBBLICA 

MERCOLEDÌ 15 NOVEMBRE 2006

 

VALDITARA (AN). Signor Presidente, il fatto che anche gli insegnanti delle scuole paritarie possano far parte delle Commissioni esterne di concorso credo sia un problema, innanzitutto, di principio teso ad evitare una ingiustificata discriminazione. Si tratta di insegnanti abilitati dallo Stato, che già fanno parte delle commissioni di maturità come commissari interni. Francamente la giustificazione che il ministro Fioroni in Aula ha addotto, cioè di presunto contrasto con l'articolo 97 della Costituzione, appare assolutamente risibile.  Dico al ministro Fioroni: non ci prenda in giro! L'articolo 97 della Costituzione dice che agli impieghi della pubblica amministrazione si accede tramite concorso. È evidente che una commissione di concorso non è un impiego presso la pubblica amministrazione. Dunque facciamo chiarezza su questo aspetto: credo che votare questo emendamento impedisca un vizio di costituzionalità su una norma che certamente discrimina e pregiudica immotivatamente, per ragioni meramente di carattere ideologico, gli insegnanti delle scuole paritarie.          

 
71a seduta pubblica 14-11-06 PDF Stampa E-mail
giovedì 16 novembre 2006

SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XV LEGISLATURA ------

71a SEDUTA PUBBLICA

14 NOVEMBRE 2006   

VALDITARA (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi, abbiamo presentato pochi emendamenti, ma tutti qualificati, tutti su punti fondamentali, di sostanza e non dunque emendamenti di semplice contorno. Vi abbiamo sfidato su singoli aspetti e su singole questioni per far emergere le profonde differenze culturali che esistono tra voi e noi e che ci sono anche al vostro interno. I nostri emendamenti sono tutti espressione di valori di riferimento: il valore della serietà, quello della responsabilità, quello del merito, quello della libertà educativa, quello dell'autonomia. Mi riservo di entrare maggiormente nel dettaglio delle varie proposte emendative in sede di dichiarazione di voto. Desidero però ricordarne una in particolare, che credo sia emblematica della differenza culturale che divide noi da almeno una parte significativa, fortemente condizionante, di voi.  Mi riferisco all'emendamento 1.21, che è diventato un po' il refrain, il discorso della valutazione esterna, del ruolo dell'INVALSI. Proverò a fornire successivamente qualche dato specifico sui risultati ottenuti dalle valutazioni dell'INVALSI. Mi rivolgo, tuttavia, a quei senatori della maggioranza più sensibili alle istanze di miglioramento della nostra scuola. Penso, ad esempio, ai senatori Polito e Ranieri, ma anche a senatori che in passato si sono sempre dichiarati favorevoli ad una valutazione del sistema scolastico, come il senatore Fisichella.  Penso che di fronte ad una scelta chiara e ad un testo che rappresenta una mediazione inadeguata - come è stato detto autorevolmente in Commissione da un'esponente della maggioranza, la senatrice Capelli, che ha votato solo per spirito di obbedienza e di rispetto ad una disciplina più generale di maggioranza - questa sia una grande occasione per capire chi veramente vuole un rinnovamento e una modernizzazione della nostra scuola, una scuola autonoma, ma anche responsabile, e chi vuole iniziare a concepire una valutazione delle nostre scuole non soltanto come verifica della preparazione dei nostri studenti.  Credo che l'emendamento 1.21 sia un po' la cartina di tornasole per comprendere la bontà di ciò che si dice. Non abbiamo fatto ostruzionismo, né intendiamo farlo durante la discussione che seguirà. Riteniamo però che se non venissero accolti alcuni nostri emendamenti a mio avviso qualificanti, avremmo perso veramente un'occasione per far crescere la nostra scuola e per ripensare complessivamente il nostro modello di scuola all'insegna di quel valore di serietà che è stato così tante volte richiamato negli interventi, ma che poi deve trovare testimonianza concreta nelle singole votazioni.  

 
63 a seduta – 26 ottobre 2006 PDF Stampa E-mail
martedì 31 ottobre 2006
VALDITARA (AN). Signor Presidente, Ministro, onorevoli colleghi, quello che si e` finora fatto in materia di immigrazione esprime in modo paradigmatico la politica di questo Governo, irresponsabile, improvvisata, superficialmente demagogica. L’annuncio ripetuto di sostanziali sanatorie e di regolarizzazioni, la proposta del Ministro dell’interno che gli immigrati clandestini ricevano

dallo Stato soldi per tornare nel loro Paese, la regolarizzazione di quei clandestini che denuncino i datori di lavoro, l’indebolimento (che e` premessa di un sostanziale smantellamento) dei Centri di permanenza temporanea, la promessa della concessione di una cittadinanza abbreviata e la previsione di ampi ricongiungimenti parentali che vanno ben al di la` del nucleo familiare hanno determinato un effetto-richiamo che ha gia` prodotto risultati impressionanti con un aumento vertiginoso degli sbarchi. Mi sembra oggettivamente irresponsabile, anche per la sua sostanziale legittimazione di una grave illegalita`, la proposta del Ministro dell’interno di dare soldi ai clandestini per incoraggiarli a rientrare in patria. Mi chiedo come non accorgersi del circolo perverso che si innescherebbe! In altri Paesi, questa misura e` stata presa per favorire il rimpatrio di immigrati regolari, cioe` per diminuire la percentuale di stranieri nel corpo sociale. Mi viene da considerare che, dunque, le risorse ci sono: allora, si diano i soldi alle forze dell’ordine, si facciano finalmente le espulsioni e si costruiscano i Centri di permanenza temporanea. Devo sottolineare a questo proposito che in finanziaria purtroppo non c’e` nulla in materia di sicurezza, non c’e` nulla per le forze dell’ordine. Per venire specificamente al cosiddetto decreto flussi, la sua gravita` e` rappresentata da una serie di elementi. Esso stravolge il significato stesso di un decreto di programmazione dei flussi che serve – appunto – a programmare gli ingressi e non a sanare forme di clandestinita`: voi, infatti, state facendo una sanatoria.  Lo ha detto chiaramente il ministro Amato che, in 1ª Commissione permanente, il 27 giugno scorso ha dichiarato testualmente che, una volta accolta la domanda, gli stranieri devono tornare nel loro Paese per fingere di essere la` ed ottenere il visto consolare e le organizzazioni sindacali hanno coerentemente proposto per questi stranieri l’esenzione dal visto di ingresso.

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55a Seduta pubblica- 17-10-06 PDF Stampa E-mail
mercoledì 18 ottobre 2006

VALDITARA (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi, ieri è uscita sulle agenzie e in particolare sul giornale on line «Tuttoscuola» una notizia che smentisce in modo clamoroso i dati diffusi dal Governo e dal ministro Fioroni in relazione ad alcuni aspetti importanti della finanziaria. Visto che il ministro Fioroni aveva preannunciato il più grande piano di assunzioni nella storia della scuola italiana, mentre la realtà dei fatti sembrerebbe smentire clamorosamente tali affermazioni, chiedo che il Ministro venga invitato a riferire in Aula, perché francamente si tratterebbe di una bugia, di una menzogna oppure, nell'ipotesi migliore, di un calcolo sbagliato che sicuramente non potrebbe essere accettato. Il Ministro, fra l'altro, è venuto in Commissione oggi pomeriggio e oltre a fornire una risposta ampiamente insoddisfacente ha continuato con questa farsa dell'ipocrisia, dichiarando che in realtà i posti scoperti nei prossimi tre anni sarebbero di 150.000 unità, contando anche 42.000 posizioni che invece nella relazione tecnica del Governo vengono considerate già facenti parte di un complesso di posti vacanti pari a 116.000 unità. Il Ministro ha ammesso inoltre tagli rilevanti per i prossimi anni per almeno 30.000 unità, il che significa dunque che ci sarà uno spazio sicuramente inferiore rispetto a quanto promesso in finanziaria per le assunzioni di personale precario. Siccome si tratta di una questione molto delicata, siccome dai dati in nostro possesso risulta che i posti disponibili per le assunzioni sono circa la metà o poco più di quanto preventivato dal Governo e siccome il Ministro continua invece ad insistere nel fornirci dati non corretti, chiedo che possa venire in Aula a rispondere con dati questa volta precisi. 

 
52a seduta pubblica, 12-10-06 PDF Stampa E-mail
lunedì 16 ottobre 2006

Signor Presidente, onorevole Sottosegretario, onorevoli colleghi, per capire ciò che è accaduto a Ratisbona e dopo, credo sia utile fare qualche considerazione di carattere culturale. Uno dei grandi valori dell'Occidente è la libertà religiosa. Essa è una delle più grandi conquiste del Cristianesimo. La lotta dei martiri cristiani era innanzitutto una rivendicazione di libertà. Il Cristianesimo si é presentato alla storia come grande religione di libertà. Questa lotta trova il coronamento dei suoi sforzi nell'editto di Milano del 313 d. C., quando Costantino riconosce ad ognuno di professare la propria fede. La nobiltà del sacrificio dei martiri, che mai misero in discussione le leggi dell'impero e la lealtà verso l'imperatore, ma rivendicavano la libertà di credere nel proprio Dio nel rispetto e nell'amore verso coloro che credevano in altri dei o semplicemente non credevano nel Cristo come figlio di Dio, trae origine proprio dal Vangelo. Basti citare due passi fondamentali: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» e «Se amate quelli che vi amano che merito ne avrete?».

Una testimonianza altissima di questo messaggio si ritrova, per esempio, nella vita di un celebre uomo di Stato e grande santo, Tommaso Moro, che, anche quando si rifiutò di riconoscere il re come capo della Chiesa d'Inghilterra, non cessò di proclamarsi suo suddito fedele. Gli è ben chiara l'idea della libertà di coscienza che implica la libertà per ognuno di avere la propria fede, di viverla sino all'estremo del sacrificio personale, senza pretendere peraltro che lo Stato vi si conformi. La luminosità dell'esempio cristiano entra in crisi quando, per la debolezza di singole figure di uomini, si arriva ad una commistione fra religione e Stato, tra esigenze della politica e fede.

Un passaggio chiave sta nella dichiarazione di Teodosio I che proclama il cristianesimo religione ufficiale dell'impero, ma già prima lo stesso Costantino aveva dato avvio alla pericolosa prassi di convocare e presiedere lui stesso i concili dei vescovi perché giudicava interesse dello Stato controllare la religione. É il cosiddetto cesaropapismo che avrà poi nel medioevo l'altra faccia della medaglia, allorché Papi e vescovi diventeranno pure loro autorità politiche secondo una prassi già inaugurata proprio nell'ultimo periodo dell'impero romano, quando ai vescovi erano state affidate funzioni giudicanti nei processi comuni.

Si dovrà aspettare Locke e i suoi fondamentali saggi sulla tolleranza e sull'intelletto umano, oltreché l'orgogliosa rivendicazione dei Padri pellegrini culminata nella rivoluzione americana per ritrovare lo spirito originario della società cristiana e riaffermare la libertà religiosa di ogni fede davanti allo Stato. La libertà religiosa è il pilastro della dottrina della Chiesa. Ricordiamo, per esempio, la celebre affermazione di Giovanni Paolo II quando ebbe a dire che la libertà religiosa è la base di tutte le libertà. Tutto questo percorso è mancato all'Islam.

Vi è di più. Il Corano è piuttosto un libro di fede e insieme un grande trattato giuridico che intende dettare regole e sanzioni da applicarsi all'interno della società a tutti indistintamente. Da qui l'idea che domina fra i credenti musulmani che la Sharia debba essere legge civile. Da qui trae origine anche la totale commistione tra fede e politica, fra Stato e religione nei Paesi islamici, da qui la difficoltà ad accettare il pluralismo religioso. Una riflessione e un'interpretazione del Corano all'insegna dell'accettazione della libertà religiosa e della separazione tra Dio e Cesare sono tuttavia il presupposto fondamentale perché si possa arrivare stabilmente a una pacifica convivenza e ad una feconda integrazione tra islamici e non nelle società occidentali.

Alla base di questa accettazione vi è il ricorso alla ragione, richiamato proprio dal Papa a Ratisbona. Il problema è che l'Islam non ha un Papa, vale a dire un unico capo capace, con la sua riconosciuta autorità, di fondare definitivamente una certa lettura dei testi sacri. Probabilmente solo la fermezza e l'unità di coloro che credono nella libertà e nell'integrazione, nel pretendere una diversa capacità di ascolto e d'accettazione della diversità dei giudizi e nel contempo una nostra attenzione ad evitare di cadere nell'intolleranza, potranno portare al riconoscimento, anche da parte islamica, di quei valori universali.

Questo è il punto. Non possiamo dividerci; non possiamo tacere ogni qual volta sia minacciata la libertà religiosa che significa il diritto di esprimere la propria fede, di darne testimonianza, di sostenere con argomentazioni e senza violenza la verità del proprio credo religioso e la sua differenza rispetto a quello altrui. La libertà religiosa è libertà di professare e va di pari passo con un'altra libertà fondamentale: la libertà dalla paura, dall'intimidazione, dalla minaccia e dalla sottomissione.

É in nome di questi ideali di libertà che ora chiediamo un impegno del nostro Governo a farsi interprete di un'istanza che corrisponde ai valori più profondi della nostra Costituzione, della nostra storia, della nostra stessa identità e che presuppone ovviamente, da parte di chi ci governa, un'adeguata consapevolezza e condivisione di quei valori e dei rischi a cui essi sono sempre più esposti (Applausi dai Gruppi AN, UDC e LNP).

 
25a Seduta pubblica PDF Stampa E-mail
mercoledì 26 luglio 2006

RESOCONTO
SOMMARIO E STENOGRAFICO

VALDITARA (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il DPEF al nostro esame, per quanto riguarda i settori di mia competenza (scuola, università, ricerca, cultura e turismo) è pieno di buone intenzioni, come d'altro canto tutti i documenti di programmazione economico-finanziaria. Come si suol dire, però, di buone intenzioni è lastricata la strada per l'Inferno.
Vorrei, dunque, effettuare qualche precisazione: il DPEF in titolo, in realtà, riprende molti degli interventi già realizzati o avviati dal precedente Governo. Si sottolinea, per esempio, l'importanza dei rapporti fra impresa e università (come non ricordare quanto in tale direzione ha già operato la riforma Moratti sulle cattedre convenzionate o in materia di incentivi fiscali stato giuridico?); si sottolinea l'esigenza della valutazione dei risultati (ma, anche qui, la riforma della valutazione del sistema universitario è stata avviata dal ministro Moratti); si sottolinea l'importanza della competizione fra Atenei, nella logica già indicata dal precedente Governo; si auspicano la defiscalizzazione dei contributi dei privati alle università ed ai centri di ricerca ed una maggiore internazionalizzazione. Vi sono, poi, aspetti ancor più generici: si riprende, ad esempio, il discorso della promozione del made in Italy (ma come non ricordare quanto già realizzato, anche a livello europeo, grazie per esempio all'iniziativa del vice ministro Urso?); si sottolinea, inoltre, l'importanza della tutela del marchio.
Tuttavia, tali indicazioni programmatiche sono clamorosamente smentite proprio dai primi atti dei Ministri competenti, come il decreto Bersani. Laddove nel DPEF si auspica un maggiore investimento nell'università, tale decreto prevede un taglio del 10 per cento alle università ed ai centri di ricerca; laddove qui si auspica un maggiore investimento di risorse nell'edilizia scolastica, il decreto prevede un taglio significativo per quanto riguarda proprio tale settore; laddove qui si promedtte una valorizzazione del marchio, il decreto Bersani prevede, tra l'altro, la riduzione da un decimo ad un diciottesimo del costo della deducibilità delle quote di ammortamento relative ai marchi di impresa ed ancora, per quanto riguarda la cessione del marchio, una tassazione, dunque un inasprimento fiscale complessivo sui marchi.
In merito all'internazionalizzazione, d'altro canto, è curioso come, proprio nel decreto, si preveda un taglio delle borse di studio per gli studenti stranieri: come si può auspicare, allora, l'internazionalizzazione del nostro sistema universitario, se poi si scoraggia l'arrivo in Italia di studenti stranieri?
E ancora, uno dei primi provvedimenti a firma del ministro Mussi prevede il blocco del decreto sulla programmazione, che implicava un riparto delle risorse alle università proprio sulla base della maggiore efficienza nell'ambito della spesa effettuata: curiosamente nel provvedimento di Mussi si penalizzano le università più competitive ed efficienti, tornando a vecchie logiche.
Vi è poi un punto del DPEF che ha inquietato anche i sindacati: a pag. 35 si legge che «Le retribuzioni pubbliche sono state valutate scontando gli effetti connessi alla corresponsione dell'indennità contrattuale, ecc.». Ciò vuol dire, forse, che sino al 2011 non vi saranno rinnovi contrattuali? Sarebbe molto preoccupante!
E poi ancora, in materia di precariato si professa un generico impegno, senza nessun programma specifico.
Vorrei, infine, riconoscere, in conclusione, che è stata portata avanti per cinque anni una propaganda indegna, accusando il precedente Governo di aver tagliato le risorse a scuola, università, ricerca. Qui si riconosce invece che, per quanto riguarda le risorse destinate a ricerca e università, l'Italia rientra nella media OCSE; si afferma persino che, in fondo, non è tanto importante aumentare le risorse, quanto come spenderle; addirittura si sostiene che, per la scuola, queste sono al di sopra della media OCSE, considerando il rapporto studenti-docenti.
Nel DPEF si riconosce, quindi, che si spendono tante risorse per la scuola italiana più di quanto si faccia nella gran parte degli altri Paesi occidentali: questo è curioso, dopo aver assistito ad una campagna elettorale in cui, invece, si proclamava esattamente il contrario. E' dunque l'occasione per riconoscere come stanno le cose. E allora ricordiamole esattamente: per quanto riguarda la ricerca, ad esempio, l'Italia è addirittura al di sopra della media OCSE (0,72 per cento del PIL contro lo 0,66 per cento) e questo grazie alla politica del precedente Governo.
Questo Documento, fatto di buone intenzioni e contraddetto dai primi atti del Governo Prodi, è poco incoraggiante per il futuro della nostra ricerca, della nostra scuola, della nostra università e della nostra cultura. (Applausi dal Gruppo AN).

 
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martedì 04 luglio 2006

RESOCONTO
SOMMARIO E STENOGRAFICO

Presidenza del presidente MARINI,
indi del vice presidente CALDEROLI
e del vice presidente CAPRILI

DISEGNO DI LEGGE DISCUSSO AI SENSI DELL'ARTICOLO 44, COMMA 3, DEL REGOLAMENTO
Conversione in legge del decreto-legge 18 maggio 2006, n. 181, recante disposizioni urgenti in materia di riordino delle attribuzioni della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dei Ministeri (379)

 

*VALDITARA (AN). Signor Presidente, onorevole Sottosegretario, onorevoli colleghi, il primo atto di questo Governo è stato sostanzialmente un escamotage, un atto poco trasparente. Alcuni Ministri sono stati infatti investiti delle loro funzioni, che però non potevano avere, dato che erano Ministri senza portafoglio. Faccio un esempio: il ministro Fioroni, presentato come il Ministro della scuola, della pubblica istruzione, per qualche giorno non è stato il ministro della pubblica istruzione ma solo un Ministro senza portafoglio.
In realtà, questo è stato il primo di una serie di trucchetti compiuti da questo Governo che sono poi talvolta degenerati in illegittimità vere e proprie: le deleghe riaperte quando erano state già esercitate, quando i termini erano già scaduti e dunque senza una determinazione di principi; le violazioni regolamentari sulle questioni pregiudiziali; il tentativo di azzerare (spero per fortuna accantonato) i vertici degli enti di ricerca; la violazione della legge n. 40 del 2004 e della cosiddetta legge Buttiglione, con il ritiro dell'Italia dal Comitato etico sulla fecondazione assistita.
Al di là di questo, però, è significativo come la prima riforma di questo Governo non sia stata l'abrogazione di una legge del centro-destra (anzi, ora si sente dire che per esempio la riforma Moratti non verrà abrogata ma ci sarà soltanto qualche intervento con il cacciavite), ma paradossalmente l'abrogazione della legge Bassanini. Bella evoluzione, ancora una volta a vantaggio della trasparenza!
In Commissione la senatrice Gagliardi ha candidamente riconosciuto che esigenze di pluralismo e la necessità di raggiungere un compromesso tra le varie anime del centro-sinistra hanno determinato lo spacchettamento dei Ministeri. Io definirei questo "pluralismo" una vera e propria spartizione o lottizzazione partitocratica nel peggior stile della Prima Repubblica, come del resto un ritorno alla Prima Repubblica è questa messe di decreti ministeriali che nei vari settori prende il posto, e temo lo prenderà sempre di più, delle leggi.
Vince dunque la burocrazia contro la sovranità del Parlamento. Ma quanto costerà al contribuente questa operazione, che ha portato non solo allo spacchettamento dei Ministeri ma anche a raggiungere il non invidiabile record della storia repubblicana di ben 102 fra Ministri, Vice ministri e Sottosegretari, anche qui ovviamente per esigenze di pluralismo? Si è calcolato alcune decine di milioni di euro; qualcuno ha addirittura azzardato qualche centinaia di milioni di euro, tra spese dirette (il raddoppio degli uffici, delle auto blu e delle segreterie) e spese indirette, le più rilevanti, cioè i costi per ripensare il tutto.
Fra l'altro, un aggravio di spesa proprio in quei settori in cui vi è più necessità di risorse e in cui si è dal centro-sinistra più volte lamentata anche nella passata legislatura una drammatica carenza di risorse: l'istruzione, la ricerca, i lavori pubblici, il welfare. È assurdo che si pensi ora - così Padoa-Schioppa l'altro giorno - a tagli di organico, al blocco delle assunzioni nel campo, per esempio, dell'istruzione, della scuola, al blocco del turnover per frenare le spese, come dicevano i giornali, quando vi è uno spreco di risorse per soddisfare "esigenze di pluralismo" all'interno della coalizione come quello che abbiamo in questo provvedimento.
Sempre a proposito di scuola e di provvedimenti adottati consentitemi una rapida parentesi. Non dite che avete deciso di assumere 23.500 precari; è un atto dovuto, firmato a febbraio dal ministro Moratti. Quindi, cerchiamo anche in questo di non mentire agli italiani. Piuttosto proprio per risparmiare avete ancora una volta risparmiato sulla pelle degli studenti: dopo aver tanto lamentato nella scorsa legislatura la carenza dei nostri programmi scolastici, le ore obbligatorie delle scuole medie sono scese da 29 a 28 e l'inglese ha perso un'ora proprio al fine di risparmiare in termini di organico. Avete iniziato a prospettare una politica di tagli. Avete violato ancora una volta il vostro programma, che prevedeva la riduzione dei costi della politica, aumentandone invece come primo atto i costi.
Ma lo spreco è anche di energie umane. Ci sono voluti ben due anni per accorpare il Ministero dell'università e il Ministero dell'istruzione, ora ci vorranno altri due anni per dividerli. Anziché impegnarsi a rendere più efficiente il servizio, il personale dovrà dunque occuparsi di questa specifica attività.
C'è uno altro aspetto, onorevoli colleghi che vorrei sottolineare. Il sottosegretario Modica ha riconosciuto in Commissione che il provvedimento di scorporo del Ministero dell'università e del Ministero dell'istruzione ha lo scopo di assicurare interventi più incisivi nei rispettivi settori. È emersa l'idea di una gestione forte dei due settori. Questa è l'ottica della gestione, non l'ottica dell'indirizzo.
Dunque, si viola ancora una volta l'autonomia delle scuole e dell'università. È un'ottica contrapposta rispetto a quanto da voi approvato nel 2001 con la riforma del Titolo V della Costituzione, laddove si stabiliva appunto che lo Stato doveva limitarsi a dare gli indirizzi di fondo, le norme generali in materia di istruzione. Siete stati voi ad approvare una norma costituzionale in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche: qui invece rivendicate l'idea di un Ministero che intervenga in modo forte e deciso nel settore della scuola, dunque anche con riferimento, c'è da immaginarsi, alla vita delle istituzioni scolastiche.
Lo spacchettamento finisce con il mortificare il settore della scuola. Si afferma l'idea che la scuola sia una sorta di parente povero. Proprio nel programma dell'Unione si affermava invece la continuità della filiera dell'istruzione e dunque si sottolineava l'importanza dell'accorpamento. Ancora una volta avete smentito con il primo atto del vostro Governo il vostro programma elettorale. Non solo, il collegamento scuola­università, che ormai tutti riconoscono essere essenziale, diventerà certamente più difficile e oggettivamente più complicato con un emendamento avete disposto la modifica della composizione delle Commissioni destinate a giudicare i progetti di ricerca. Per quale motivo? Anche qui è in gioco la trasparenza.
Nascono anche problemi con il personale, penso soprattutto al personale del Ministero dell'istruzione, che aveva visto il riconoscimento di alcune indennità importanti che ora rischiano di non essere più giustificate. Dunque, si apre subito una vertenza con il personale e sentivo dire che ciò sta accadendo anche in altri Ministeri.
Partiamo con il piede sbagliato. Si rischia di deteriorare da subito le relazioni sindacali. Allora è chiaro che il giudizio nostro non può che essere negativo per un provvedimento che aumenta i costi, aumenta l'inefficienza del sistema e soprattutto viola i principi di trasparenza e coerenza programmatica che erano invece i pilastri della vostra campagna elettorale e che ora si rivelano mera propaganda. (Applausi dai Gruppi AN, UDC e FI).

 
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martedì 27 giugno 2006

RESOCONTO
SOMMARIO E STENOGRAFICO

DISEGNO DI LEGGE
Conversione in legge del decreto-legge 12 maggio 2006, n. 173, recante proroga di termini per l'emanazione di atti di natura regolamentare

*VALDITARA (AN). Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, occorre anzitutto fare una considerazione di fondo ad introduzione di quanto dirò con riferimento a questo provvedimento del Governo. Un articolo apparso sulla stampa internazionale ebbe occasione di definire il Governo Prodi all'atto della votazione di fiducia, e quindi del suo insediamento, un "governino", un Governo cioè fondato su una maggioranza molto esile, un Governo molto fragile.
Credo costituisca un record nella storia parlamentare la circostanza che il primo atto di un Governo della nostra Repubblica si sostanzi in una richiesta di fiducia alle Camere; un Governo che al suo primo provvedimento importante è costretto a chiedere la fiducia per evitare di andare subito a casa, perchè di questo stiamo parlando, è un Governo molto debole.
Devo anche aggiungere che questa fiducia viene posta su un provvedimento caratterizzato anche da alcuni aspetti di illegittimità costituzionale. Credo vi siano passaggi molto discutibili con riferimento al discorso della scuola: siamo di fronte ad una riapertura della delega non a una proroga dei termini. Non ha nulla a che vedere quanto previsto al comma 5 dell'articolo 1 dell'emendamento 1.1000 con una proroga dei termini: si tratta di una vera e propria riapertura della delega; la delega infatti era già esaurita, così come quella prevista al comma 12 del medesimo articolo in materia di agricoltura. Siamo dunque al di fuori di quanto previsto dalla nostra Costituzione, la quale prevede all'articolo 76 che l'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di princìpi e criteri direttivi (mi chiedo subito: dove sta qui la determinazione di princìpi e criteri direttivi?) e soltanto per un tempo limitato. Qui siamo di fronte ad una delega della durata di 36 mesi complessivi, altro che tempo limitato! Siamo dunque in palese violazione della Costituzione.
Ancora, all'articolo 72, quarto comma, della Costituzione si prevede che con riferimento alla delegazione legislativa debba essere adottata la normale procedura di esame e approvazione da parte delle Camere. Anche in questo caso non mi sembra che si sia seguito il dettato della Costituzione.
Verrebbe da chiedersi anche cosa c'entri con un decreto-legge un provvedimento che prevede interventi di così lungo periodo, venendo quindi meno quel discorso di urgenza e di necessità che indubbiamente deve caratterizzare un decreto-legge.
Venendo al contenuto di questo provvedimento, devo denunciare con riferimento particolare alla scuola un tentativo di controriforma veramente molto pericoloso. Esso emerge con grande chiarezza al comma 5 e al comma 8 dell'articolo 1 dell'emendamento 1.1000. Vedete, onorevoli colleghi, mi ricordo un libro di Romano Prodi del 1992: "Il tempo delle scelte". In quel libricino - fra l'altro un buon libro che mi incuriosì parecchio - Romano Prodi diceva che per l'Italia occorre una grande riforma della scuola e il modello di riferimento sosteneva dovesse essere quello tedesco, un modello che avrebbe dovuto essere costruito su un doppio binario: licei da una parte, istruzione e formazione professionale dall'altra.
Pensate fra l'altro che in Germania la scelta tra licei ed istruzione professionale viene attuata addirittura a 10 anni! Il sistema tedesco è esattamente quello che abbiamo accolto nella nostra riforma, il cosiddetto doppio canale. Noi abbiamo però previsto che la scelta si faccia a 14 anni, cioè al termine del percorso della scuola media (o della scuola secondaria di primo grado, come si dice, dopo la legge n. 53).
Ebbene, è singolare come proprio quella intuizione di Romano Prodi venga smentita e disattesa per cedere alle pressioni di quella parte estremista della coalizione di Governo che aveva chiesto la cancellazione di uno dei punti più importanti, più significativi della riforma Moratti, il doppio canale, che avrebbe consentito il recupero, e lo ha già in parte fatto, della evasione scolastica. Pensate che nel 2001 l'evasione scolastica era pari a 300.000 unità, 300.000 ragazzi non continuavano dopo la scuola media.
Ora abbiamo ridotto questa quota di una misura molto significativa. Sono oggi poco più di 200.000 i ragazzi che non proseguono il percorso della scuola superiore, e questo grazie alla sperimentazione della riforma avviata con grande successo. Penso, per esempio, alla Regione Lombardia che ha avviato un modello di formazione professionale sullo schema Moratti, che ha consentito un aumento del 40 per cento delle iscrizioni ai corsi di formazione professionale.
È evidente che vi sono delle abilità diverse; delle diverse predisposizioni. Ci sono ragazzi molto portati verso la manualità che possono diventare dei bravissimi artigiani e che hanno necessità di acquisire una preparazione professionale adeguata per poter essere inseriti rapidamente nel mondo del lavoro e ci sono invece ragazzi che hanno delle propensioni più «intellettuali» e che magari hanno necessità di una formazione culturale più robusta per poi proseguire bene all'università.
La dilazione dell'entrata in vigore - perché di questo si parla! - del doppio canale voluto dalla riforma Moratti, in realtà prefigura quello che già venne definito nel programma dell'Unione, cioè un modello di scuola unico sino ai 16 anni. Non hanno ancora chiarito le varie forze che compongono la maggioranza se si tratterà di una scuola media che verrà prolungata di altri due anni o di un biennio di liceo unico sino a 16 anni.
Credo comunque sia molto pericolosa per il futuro dei nostri giovani la prospettiva di una scuola sostanzialmente unitaria sino a 16 anni perché si allontana nel tempo l'ingresso nel mondo del lavoro dei giovani, non si offre una preparazione professionale robusta e forte; si riduce drasticamente il numero di anni destinati alla formazione professionale ma anche, inevitabilmente, si abbassa il livello qualitativo, la preparazione culturale dei nostri giovani. Se tutti questi ragazzi, che prima andavano ai corsi di formazione professionale o alla istruzione professionale, cioè circa la metà dei giovani italiani, dovrà andare ad un liceo unico, è evidente che non si potrà studiare la filosofia o la fisica in modo approfondito.
È evidente a questo punto che dovremo abbassare i livelli di preparazione dei nostri ragazzi. Quindi, quelli che andranno all'università avranno una preparazione meno efficace in contrasto con tutte le indicazioni dell'OCSE e disattendendo tutte quelle valutazioni negative che hanno giudicato severamente il rendimento scolastico dei nostri giovani, valutazioni fatte da istituti di carattere internazionale. Sulla riforma del doppio canale, Alleanza Nazionale ma credo tutta l'opposizione, si schiererà compatta per un no deciso. Faremo un ostruzionismo molto duro, e so che troveremo d'accordo con noi tutte le associazioni di categoria (da Confindustria a Confcommercio, alle associazioni di artigiani) che hanno tutte sottoscritto ed aderito a questa parte della riforma Moratti.
Ma c'è anche un altro passaggio molto delicato, che è il comma 5, dove appunto si proroga, anzi intendevo dire - ecco, anche io sono caduto nel tranello - si riaprono i termini per questa decretazione su temi molto delicati; penso ad esempio alla formazione degli insegnanti e al loro reclutamento. Si tratta di un passaggio che in Commissione, durante il dibattito fra le forze politiche, aveva visto un sostanziale accordo.
Non vorrei procrastinare nel tempo il nuovo modello di reclutamento e di formazione dei docenti preluda all'incapacità di dare una risposta, per esempio, al mondo del precariato della scuola. Della necessità di risolvere il problema del precariato della scuola non si sente più parlare.
Avevano detto che nei primi cento giorni avrebbero definito un piano per assumere rapidamente tutto il personale precario della scuola, ma ora non ne parlano più. Non vorrei che questo prolungamento del nuovo percorso di formazione e di assunzione degli insegnanti preluda proprio alla mancanza di volontà a dare una risposta positiva alla questione e dimostri l'incapacità politica di dare soluzione a quello che era, come ebbi a dire in più occasioni, prima ancora che un problema di carattere scolastico, un grave problema di carattere sociale.
C'è poi la questione dell'alternanza scuola­lavoro, un altro dei passaggi più condivisi e sostenuti dalle associazioni di categoria che prendeva come modello esattamente quanto già fatto in Trentino-Alto Adige da Giunte di centro-sinistra. Nulla dunque di particolarmente eversivo o rivoluzionario rispetto a quanto fatto per esempio in Svizzera, in Germania o in Svezia, cioè nelle parti più avanzate del nostro continente.
Ecco allora che vengono toccate le parti, consentitemi, più moderne della riforma Moratti: il doppio canale, l'alternanza scuola-lavoro, la riforma del reclutamento e della formazione degli insegnanti, ovvero le parti che avevano trovato il più alto consenso sociale soprattutto nel mondo della produzione, perché a quel mondo dobbiamo saper parlare e dare risposte concrete. Ecco che invece vengono toccate. Per quale motivo? Per venire incontro alle istanze più demagogiche, più populiste ed egualitarie della compagine governativa.
Allora quello di Alleanza Nazionale e ovviamente quello della Casa delle Libertà - perché sulla controriforma della scuola credo di rappresentare l'opinione di tutte le forze politiche d'opposizione - non potrà che essere un "no" secco. Un "no" secco a questo atteggiamento che rischia di minacciare il futuro dei nostri giovani, che rischia di fare tornare indietro il nostro Paese in nome di un oscurantismo culturale e di una demagogia politica che speravamo appartenesse a tempi superati. (Applausi dai Gruppi AN, UDC e FI).

 
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mercoledì 24 agosto 2005
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