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LA GENESI DELLA LIBERA RES PUBLICA PDF Stampa E-mail
venerdì 13 luglio 2007

Tratto da :

 

 

PROFILO STORICO-GIURISPRUDENZIALE DEL DIRITTO PUBBLICO ROMANO

 di Pietro Cerami -  Gianfranco Purpura

G. Giappichelli Editore – Torino

2007

 

click su VALDITARA per trovare al citazione

Se l'assetto finale della Libera Res Publica fu il frutto di una graduale «rivoluzione» plebea che dalla prima secessione del 494 giunse ad esser definita solo con le leggi Licinie Sestie del 367 a.C., non vi e dubbio che la questione delle sue origini e dell'attendibilità della tradizione relativa è di notevole rilevanza per comprendere la struttura dei principali istituti del diritto pubblico romano. Eppure l'esiguità delle fonti disponibili, soprat­tutto dal punto di vista documentario, e l'apparente contraddittorietà dei dati utilizzabili ha indotto o a sospendere ogni valutazione e a relegare in qualche caso le poche informazioni pervenuteci tra le «favole» del diritto romano, o a formulare ipotesi tra loro contrastanti, pur avendo una qualche parvenza di verosimiglianza. Su di un punto gli studiosi sono stati tuttavia d'accordo: nel sostenere, negando la tradizione, che il consolato non possa essere stato originario, come unanimemente si attesta nelle fonti, ma successivo alla genesi della repubblica. Assicurato tale consenso, il dibattito però sulla sua origine, sui tempi e le modalità di affermazione di tale istituto, è stato ampio e soltan­to di recente sembra avviarsi verso una soluzione unitaria. Se ogni ipotesi in campo scientifico è certamente condizionata dalla temperie storica nella quale viene formulata e se soprattutto in ambito sto­rico-giuridico la conoscenza non può che esser relativa, soggetta al muta­mento nella prospettiva temporale, quando sul finire dell'Ottocento si po­se il problema del passaggio dal Regnum alla Libera Res Publica si cercò di applicare la teoria scientifica di Darwin sull'evoluzione degli organismi vi­venti, che si andava lentamente affermando, anche agli organismi politi­ci e alla trasformazione del regno in repubblica. Il rex politico, come un qualsiasi organismo della natura vivente, sarebbe stato ridotto ad un mero capo sacerdotale (rex sacrorum) e 1'usurpazione del potere regale da parte dei suoi ausiliari militari avrebbe relegato costui ad esercitare soltanto fun­zioni religiose, divenendo così una larva della sua originaria grandezza. Non fu certamente così, non solo perché l'evoluzione ha bisogno di un tempo di gran lunga maggiore del breve lasso che intercorre tra la scomparsa del re e la prima menzione repubblicana del rex sacrorum - cin­quantanove anni soltanto - ma soprattutto poiché quest'ultimo sarebbe stato utilizzato in caso d'interregnum in età repubblicana, e non un inter­rex - nominato dai patres per il caso della vacanza della suprema magi­stratura per la presidenza dei comizi elettorali consolari - come di fatto so­litamente avveniva. E' probabile allora che la trasformazione del rex politico in mero sacer­dozio (rex sacrorum) sia più antica della fine del regnum etrusco e forse da ascrivere all'usurpazione del regnum latino-sabino da parte di Tarquinio Prisco e all'abbandono dell'originaria Regia romulea inclusa nel santuario delle Vestali, con la realizzazione di un nuovo edificio all'esterno, per il rex sacrorum. Al momento della fine del regnum il rex sacrorum sarebbe stato dunque già un mero sacerdozio, da non confondere con il vero rex, capo politico etrusco, cacciato di colpo e non lentamente evolutosi come un or­ganismo vivente.Il tracollo della potenza etrusca nell'Italia meridionale - necessaria al tempo di Tarquinio Prisco per assicurarsi il transito verso il meridione, as­soggettando i re latino-sabini di Roma, e contenere così l'espansione gre­ca in Campania - determinò la rivolta latina, la cacciata dei re etruschi e la nascita della repubblica. Non solo il contesto dei dati storici e archeologi­ci ci rassicura al riguardo - dalla controversa vittoria etrusco-cartaginese sui Focei di Massalia del 540/535 a.C. alla battaglia di Cuma del 524, da­gli strati d'incendio del 510/509 nel Comizio alla distruzione della Regia, residenza ormai del rex sacrorum, e del tempio della Fortuna eretto da Ser­vio Tullio - ma lo stesso episodio di Lucrezia, ritenuto del tutto inventato, potrebbe, in base ad un'acuta osservazione di Guarino, contenere un fon­damento di verità. Il rinvenimento poi del lapis satricanus con la dedica di un donario a Marte da parte di compagni (sodales) di Pubblio Valerie «Poblicola», il «console» del 509, apporta un'insperata conferma dell'autenticità della tradizione, che non deve d'altra parte essere evidentemente accettata del tutto acriticamente. Se dunque la cesura con l'età regia fu brusca e il consolato certamente prematuro, ci si chiede chi governasse lo Stato romano dalla cacciata dei re alle leggi Licinie; che origini avesse e da quali sviluppi derivasse il consolato; da quale meccanismo ne traesse l'anomala potestà plurima integra­le (il fatto cioè che ogni console gestisse in toto il potere e non lo divides­se con il collega); quando avesse avuto origine la collegialità; perche i con­soli fossero detti praetores, se già nominati consules; e poi perche alcuni fossero appellati maximi, e non maiores, essendo solo membri di un colle­gio di due; e ancora se la magistratura suprema della libera res publica fos­se allora binaria o ternaria; ma poi, soprattutto, perche i suoi componenti fossero detti proprio magistrati. L'incontestabile antichità dei caratteri del dictator, la nomina per mezzo di una dictio effettuata dal solo console, in un rito sicuramente arcaico - nocte, silentio, oriente, in agro romano - che è detto lex (dictatores opti­ma lege creati), ha indotto alcuni a sostenere che il passaggio dalla monar­chia al consolato sia avvenuto attraverso la dittatura, tanto più in quanto essa si presterebbe ad evidenziare la gradualità del passaggio attraverso una sorta di monarchia annuale. A complicare il problema tuttavia accan­to alla figura dei dictatores rei publicae servandae causa furono anche pre­visti dei dictatores clavi figendi causa che, connessi alla cerimonia della lex vetusta applicata per l'eponimato, potrebbero in qualche modo essere sta­ti collegati con le origini del consolato. Ma, a prescindere dalla durata massima di solo sei mesi della dittatura, altri hanno ritenuto che alle origi­ni della repubblica la gradualità della transizione sia stata assicurata dal fatto che il sommo potere sia stato affidato invece prima ad una magistra­tura collegiale vitalizia e solo più tardi annuale. L'utilizzazione di un au­siliare avrebbe successivamente determinato la sussistenza di una coppia a potere diseguale (dictator-magister equitum oppure praetor maximus-prae­tor minor) e poco prima dell'esperienza collegiale del decemvirato una pa­rificazione dei poteri che avrebbe condotto ad una vera collegialità e al consolato. Ma, a parte il fatto che l'iniziale monocraticità di un dittatore apparirebbe in netto contrasto con i principi regolanti le magistrature re­pubblicane, l'ipotesi sopra accennata non spiega soprattutto la posizione del magister equitum: costui compare fino ad un'eta prossima alle leges Li­ciniae Sextiae accanto al dictator, ma in posizione subordinata. Invece se pian piano si fosse realmente accresciuto il suo potere, divenendo collega pari grado di un dictator-magister populi, costituendo con lui la coppia consolare che appare stabilmente dopo le leggi Licinie, ad una data pros­sima a queste sarebbe scomparso o non sarebbe stato più un subordinato. Se il magister populi divenne in pratica un console, perche l'altro ausiliario militare del re, il magister equitum, il comandante cioè della cavalleria oplitica, non lo divenne? Restò infatti certamente un collaboratore del dit­tatore, anche dopo la stabilizzazione del consolato. Il magister populi inve­ce, comandante della fanteria oplitica già al tempo dei Tarquinii e destina­to a divenire console, come poteva poi esser detto da Festo e Varrone dit­tatore, riferendosi cioè ad una magistratura straordinaria e non ordi­naria, come il consolato? Su di lui gravava inoltre il curioso divieto di sali­re a cavallo, come incombeva sul praefectus urbi, altro militare coinvolto nel problema delle origini della repubblica, il divieto di trascorrere anche una sola notte fuori della città. Secondo Arangio Ruiz, la coppia a potere diseguale, praetor maximus-­praetor minor, sussistente fino al decemvirato, avrebbe dopo di esso tra­sferito il proprio potere ai tribuni militum consulari potestate, ma la dupli­ce magistratura suprema, questa volta con parità assoluta di poteri, sareb­be stata ripristinata per la necessità della parificazione tra patrizi e plebei, attribuendo gradualmente - con costanza solo dopo il 320 a.C. - la carica suprema ad un console patrizio e ad uno plebeo. Ma la potestà plurima in­tegrale, che caratterizza il consolato con una gestione singolare e totale del potere, appare fin troppo simile ai poteri attribuiti ai fratelli nell'antichis­simo consorzio familiare, per non essere anch'essa arcaica ed invece sa­rebbe stata generata, secondo la suddetta ipotesi, solo dopo le leggi Licinnie, dalla necessità di attribuire il potere supremo, tanto ad un console pa­trizio, che ad un console plebeo. Se, d'altra parte, i tribuni militum consulari potestate, successivi al plebiscito Canuleio del 445 a.C., ebbero un potere consolare, v'è motivo di dedurre da ciò la preesistenza del con­solato. Altri,  ritenendo erroneamente che il declino della monarchia sia stato lento e graduale e la nascita del consolato, non l'effetto ma la causa occa­sionale della fine della monarchia, ha proposto la lenta sostituzione del rex con tre praetores-consules, capi militari di ciascuna delle tre tribù: succes­sivamente solo due avrebbero formato il collegio consolare, il terzo, dive­nuto collega minor dopo il 367 sarebbe stato designato come praetor urbanus. Ma, a prescindere che non v'è traccia concreta di una suprema magi­stratura ternaria, a parte il dubbio suscitato dai praetores maximi e non minores, così non si comprenderebbe più la differenza tra praetores-consules e tribuni militum consulari potestate, anch'essi originariamente tre. Appa­re indubbio tuttavia che l'usurpazione degli ausiliari militari del re e 1'as­setto dell'esercito alle origini della repubblica possano spiegarne la gene­si. Si e osservato che il comandante militare dell'unica legione originaria (praetor maximus) avrebbe potuto essere duplicato per la necessità bellica di far fronte a più attacchi, dando luogo al fenomeno di due praetores maximi-consules simultaneamente gestori di tutto l'imperio. Ma 1'au­mento dei posti di comandante fu la conseguenza della duplicazione della legione e non certo la causa della genesi della repubblica. Si ha così la sen­sazione che ogni ipotesi formulata dagli studiosi contenga solo un fram­mento di una verità che resta, nonostante ogni tentativo, contraddittoria e, in definitiva, non del tutto svelata. Un testo di Livio (Hist. I, 60) appare soprattutto problematico: Duo consules inde comitiis centuriatis a praefecto urbis ex commentariis Servi Tulli creati sunt, L. Iunius Brutus et Lucius Tarquinius Collatinus.[Furono quindi eletti nei comizi centuriati dal prefetto della città, secondo i registri di Servio Tullio, due consoli, Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino]. Sembrerebbe che già il re Servio nei suoi commentaria abbia previsto, molto prima della cacciata dei re, la creazione da parte dei comizi centu­riati della magistratura suprema che sarebbe stata destinata a caratterizza­re la Libera Res Publica: il consolato appunto che fu composto dai due consoli dell'anno d'inizio, il 509. In seguito alla formulazione dell'ipotesi di Valditara  sul magister po­puli il quadro d'insieme sembra comporsi in maniera unitaria e soprat­tutto le numerose contraddizioni, come quella derivante dall'enigmatico testo di Livio, avviate a soluzione. Nella ricostruzione della linea evoluti­va che sembra aver portato al caratterizzarsi delle prime magistrature su­preme romane innanzitutto due aspetti della mentalità arcaica devono, a mio avviso, essere tenuti in conto: la caratteristica anormativa e fattuale del «costituzionalismo» romano, che sempre impedì l'escogitazione di forme astratte di governo, e soprattutto il rifiuto di ogni innovazione. In altri termini, cacciati i re, la neonata repubblica non poteva che nascere dalla prassi, rifiutando, per di più, all'apparenza ogni innovazione! «Considerando la preminente importanza delle cariche militari nella società romana arcaica (la guida e l'addestramento dell'esercito dovevano co­stituire ancora nei primi decenni della repubblica la parte più importante delle funzioni svolte dai supremi magistrati: non a caso i fatti ricordati dalle fonti per i loro anni di carica sono tutti quasi esclusivamente di natura mili­tare) la stessa struttura degli organi di governo repubblicani risentì di que­sta situazione e si modellò su di una collegialità ineguale». Infatti dal re­gnum etrusco la repubblica aveva ereditato la strutturazione dell'esercito in base ad un'armata di fanti oplitici guidata da un magister populi, e una di ca­valieri, retta da un magister equitum ed è plausibile che questi due coman­danti operanti in collaborazione, ma con la supremazia del capo dei fanti, siano rimasti al potere alla cacciata del re etrusco. Per le dure esigenze dell'addestramento oplitico - i più vigorosi giovani venivano costantemente allenati ad ubbidire ciecamente ad ordini ritmati - si creavano stretti vinco­li tra gli armati (sodales) e il loro magister, che avrebbero potuto essere peri­colosi per lo stesso monarca etrusco. Da qui la prudenziale prassi serviana della rotazione, a turno forse a mesi alterni attraverso la creatio dinnanzi all'assemblea degli armati, del summum imperium. Dopo la cacciata dei Tar­quinii, tale prassi si prestava certamente ad evitare il ritorno di un potere di­spotico, soprattutto se associata adesso all'annualita e alla possibilità della provocatio. Dunque annualità provocatio e turno furono le caratteristiche più antiche, e non la pari collegialità, che si affermoò solo più tardi. Sarebbe­ro stati nominati un magister populi - al quale era vietato di salire a cavallo per evitare la fuga nel corso del combattimento della fanteria oplitica - e al­tri due ausiliari in posizione subordinata, quando ovviamente si fosse avver­tita la necessità di un praefectus urbi, anziano capo dei riservisti rimasti a di­fesa della città, che per tale ragione non avrebbe potuto trascorrere anche una sola notte fuori della città, lasciandola sguarnita. Nel corso dell'anno di carica, sussistendo il turno, sarebbe stato assolutamente necessario creare una nuova denominazione per costoro: quella generica di praetores, poiché altrimenti la nomina (dictio) come magistri avrebbe impedito il turno, espli­cando i suoi effetti per l'intero anno. E in effetti in Livio, Hist. VII, 3,5: Lex vetusta est, priscis litteris verbisque scripta, ut qui praetor maximus sit idi­bus septembribus clavum pangat ...[E' antica legge, scritta in lettere e parole arcaiche, che colui che è il supremo magistrato alle idi di settembre conficchi il chiodo...]. Non si dice: «praetor maximus idibus septembribus clavum pangat», bensì «qui praetor maximus sit idibus septembribus clavum pangat», chiaramente indicando che non era a priori determinabile chi sarebbe stato a quella da­ta il praetor maximus, e ciò ovviamente a causa del turno. Quindi 1'oscilla­zione tra una carica suprema binaria o ternaria, collegata alla circostanza che due furono i magistri e successivamente i consoli, ma più di due dove­vano certo essere i praetores essendo detti maximi, e non maiores, e tre fu­rono originariamente anche i tribuni militum consulari potestate, si spiega ammettendo che praetores furono i due magistrati creati annualmente e magister populi fosse quello dei due (il praetor maximus) che guidava la fa­lange oplitica, ma quando costui con il suo magister equitum fosse partito per la guerra sarebbe rimasto in città un praefectus urbi preposto ai senio­res, la riserva, dotato d'imperium e con funzioni di custodia urbis. Costui essendo un anziano comandante militare avrebbe potuto ben esser consi­derato praetor, in aggiunta agli altri due e quindi poi divenire dopo le leg­gi Licinie il praetor minor, ausiliario dei consoli, con iurisdictio urbana; il pretore urbano in definitiva. Il dictator, carica antichissima conosciuta anche durante il regnum e in ambito latino, sarebbe dunque stato in realtà un abile magister populi, un comandante della fanteria oplitica, al quale per necessità di operazioni in comune sarebbe stato opportuno conferire con dictio, optima lege, il co­mando unificato di un esercito confederale. Ancora agli inizi della repub­blica due ultimi dittatori confederali romani, Tito Larcio (501 a.C.) ed Au­lo Postumio (499 e 493 a.C.) si sarebbero battuti contro dittatori latini al comando di opposti eserciti secessionisti confederali. Ma dopo la battaglia del lago Regillo ed il foedus Cassianum non vennero più ricordati dictatores sino al 439 a.C.. Dopo un vuoto cioè di circa sessant'anni il ricorso alla dittatura tornò frequente come ultima risorsa per risolvere gravi con­trasti militari o tra comandanti e per salvare la repubblica in caso di di­sfatta bellica (dictatores rei publicae servandae causa). Infatti i Romani, nei duri anni dell'inizio della repubblica, essendo costretti ad affrontare suc­cessivamente più eserciti nemici su fronti diversi, furono costretti a sdop­piare 1'esercito in due legioni. Ciò implicava, a differenza del primo perio­do e del turno per il comando dell'unica legio, la possibilità della simulta­ea esistenza di due detentori del summum imperium, due praetores-magistri populi che assumevano contemporaneamente il sum­mum imperium sulle armate loro affidate e che, ovviamente, si consultava­no (consules), ma erano singolarmente detentori in toto di tutto il potere. Si spiegherebbe cos! l'anomalia della potestà plurima integrale, caratteri­stica del consolato. Con il raddoppiamento della legione, intorno al de­cemvirato (450 a.C.), la distinzione tra un comandante dei fanti (magister populi-dictator) ed un comandante dei cavalieri (magister equitum) non fu più possibile e venne recuperata solo in tutti i casi nei quali le necessità belliche imponessero il ricorso ad un unico comandante dell'esercito, con a fianco un capo che si occupasse specificatamente della cavalleria. Ciò av­veniva in situazioni di necessità, quando in seguito alla sconfitta dei due praetores maximi - magistri populi occorreva riunificare i superstiti delle due sconfitte legioni sotto un unico forte comando unificato, quello dell'antico dictator-magister populi dell'esercito confederato, non soggetto a provocatio e sostenuto dal suo magister equitum. Dunque, per tale ragio­ne, il magister equitum, dotato di sei fasces come il praefectus urbi, non fu destinato a divenire uno dei due consoli, dotati di dodici fasces ciascuno, nonostante la sorte diversa toccata all'altro magister, ed i dittatori furono riutilizzati dopo un lungo intervallo e solo in seguito alla duplicazione dell'esercito e del summum imperium, in caso di sconfitte reiterate delle due legioni per riunire i dispersi sotto un forte comando unificato a parti­re da una data prossima all'avvento del decemvirato. Il dictator, a riprova di quanto si è detto, disponeva infatti di ventiquattro fasces, evidentemen­te quelli risultanti dalla riunione dei fasces dei due consules.Il dictator clavi figendi causa infine non fu tra i protagonisti dei muta­menti dell'avvento della repubblica: la sua attività appare concentrata in un secolo circa, tra il 363 ed il 263 a.C., per effettuare l'antica cerimonia dell'infissione del chiodo annale per il computo del tempo e l'eponimato, ma soprattutto necessaria in occasione di pestilenze, epidemie, turbamen­ti in genere che rendessero opportuna una cerimonia di purificazione. Sembra che il ricorso a tale nomina, inizialmente occasionale, per la mor­te dei possibili eponimi in prossimità delle idi di settembre, data prevista per la cerimonia, si rendesse poi frequente per la convinzione di poter co­sì scongiurare il protrarsi di pestilenze, malattie, discordie, anche in pre­senza di eponimi validi. Quando si constatò l'inefficacia di tale pratica, il ricorso al dictator clavi figendi causa cadde in desuetudine. Occorre d'altro canto osservare, come è stato correttamente sottolineato da Nicosia, che la distinzione riscontrabile in dottrina tra dictatores optima lege creati, co­me  i dictatores rei publicae servandae causa o rei gerundae causa, e quelli im­minuto iure, come i dictatores clavi figendi causa o comitiorum habendorum causa, è solo apparente poiché anche i secondi erano dictatores a tutti gli effetti, come i primi: non solo restavano in carica, anche in seguito all'espletamento del compito specifico che aveva determinato la nomina - il cui compimento avrebbe invece dovuto determinare l'uscita di carica - nel limite massimo di sei mesi, ma comandando l'esercito era per loro prevista addirittura la nomina di un comandante della cavalleria, anche se lo scopo della specifica dittatura era quello di infiggere un chiodo nelle porte di un tempio per il computo degli anni. E' evidente che un'arcaica credenza insi­ta nella figura del dictator, quella che gli attribuiva la capacità di sedare ogni dissenso, ogni turbamento, ogni male, ricomponendo parti diverse e comandando così un esercito confederale, si prestava anche ad alimentare una superstizione relativa ad una capacità di purificazione, per qualche tempo falsamente seguita. I Fasti conservano una lista di eponimi, due per anno a partire dal 509, perfettamente coincidente con la tradizione dell'immediata origine del consolato. Tuttavia è stato notato che la lista dei decemviri scelti, secon­do la tradizione, fra i «consoli» degli anni precedenti non registra due per­sonaggi attribuiti allo stesso anno e tale circostanza è certamente significa­tiva e non può essere frutto del caso. «Il fatto è piuttosto da considerare come un indizio nel senso che i due magistrati eponimi dell'epoca anterio­re al decemvirato non avessero parità di comando, o che addirittura il magistrato eponimo fosse in quel momento uno solo, e che 1'altro nome se­gnato anno per anno sia stato inventato posteriormente, per adattare le li­ste alla tradizione che postulava una successione immediata del duplice consolato alla monarchia»..Sembrerebbe cosi ottenuta un'ulteriore conferma della tesi di Valdita­ra sopra esposta, ma anche e soprattutto dell'attendibilita ed alta risalenza della lista dei decemviri, indirettamente poi della stessa autenticità della tradizione delle XII Tavole ed una parziale convalida dell'elenco degli eponimi più antichi. Purtroppo non è cosi, poiché in questo caso la critica moderna sembra essere rimasta abbagliata dall'obiettivo stesso della ricerca che si era pre­fisso! I Fasti infatti non venivano realizzati per trasmettere il ricordo nel tempo della forma di governo della Libera Res Publica, ma solo il nome dell'eponimo che celebrava la cerimonia dell'infissione del chiodo annale nella parete destra del tempio di Giove Capitolino per il computo degli anni. Si trattava insomma di una sorta di calendario, e solo indirettamente tale registrazione può per noi assumere rilevanza «costituzionale». E tut­tavia la circostanza innegabile che la lista dei decemviri sia stata realizzata tenendo conto di un solo nominativo per anno risulta per noi assai si­gnificativa e finora non adeguatamente valorizzata: è infatti ovviamente da escludere che la scelta dei decemviri sia stata condizionata dal compimen­to della cerimonia dell'infissione del chiodo annale e nondimeno è da am­mettere, per le argomentazioni addotte da Valditara, che prima del de­cemvirato il summum imperium ruotasse a mesi alterni; se dunque i de­cemviri registrati furono solo eponimi singoli di anni diversi, di cui il più antico di circa trent'anni prima, è evidente che la lista dei decemviri sia fal­sa e realizzata a posteriori sulla base di un autentico elenco di eponimi che registrava un solo nome per anno! E se oggi la lista registra due nominati­vi per anno fin dall'inizio della repubblica, ciò evidentemente indica che è stata interpolata. E' probabile allora che l'interpolazione del secondo no­minativo sia avvenuta dopo l'incendio gallico del 390, ma la lista dei de­cemviri falsificata prima di tale data, utilizzando gli eponimi noti, unici esi­stenti. Se 1'intervento avvenne dunque nel breve lasso di tempo tra il 450 ed il 390, poiché dopo tale data la lista non avrebbe più registrato un solo nome per anno, l'alta risalenza depone in favore dell'autenticità, un nome su due, degli eponimi anteriori al decemvirato, ma anche contro la genui­nità della vicenda delle XII Tavole, comunque elaborata in antico, forse ancor prima dell'incendio gallico.

 
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